Giorno: 21 Mag 2013

Rosario Palazzolo – Cattiverìa

cattìverìa

Rosario Palazzolo – Cattiverìa – Perdisa Pop 2013 – euro 16,00 -ebook 6,99

Ci sono storie che non possono essere recensite come si farebbe per un qualsiasi romanzo o libro che segua determinati canoni. Queste storie vanno raccontate ma non spiegate e, per farlo, bisogna partire dalla parte più nascosta, da dietro il nero dell’inchiostro. È il caso di Cattiverìa di Rosario Palazzolo: un racconto cupissimo ma non cupo, terribile ma mai orribile, tremendo ma anche divertente. Giocoso e devastante. Un racconto che comincia così: «perché io mi sono fatta tutto il quadro della questione come a un piero angelo stampato, e perciò, tu, ora, per farti il favore, ascolta il consiglio mio: immaginati la migliore storia in cui non si fa altro che morire, sforzati, fai un respiro lungo lungo e riempiti la bocca di tutta l’acquolina che puoi, riempitela sulla fiducia, perché io ti prometto che sarà una storia per come la vuoi tu, la mia, una di quelle con tutto il bene che finisce male e la sofferenza del cane e la speranza del cacio e la faccia bianca di sticchio e il cuore tutto sanguinato e niente, proprio nisba, che ti sembrerà fuori posto.» La storia che Palazzolo scrive è quella di una famiglia siciliana, famiglia che potrebbe essere come tante solo che non lo è. Gli eventi, il “Caso” Pirandelliano, andranno a determinarne le vicende e le sventure. Ma in questa che non è una recensione, non diremo quali siano i personaggi sulla scena, né chi entrerà prima né chi entrerà dopo. Il lettore dovrà distinguerli a poco a poco, a rischio di confonderli ogni tanto. Le voci narranti, in questo diario collettivo, si alternano, si sovrappongono, usando una lingua sgrammaticata e splendida. Una lingua che viene dal dialetto, dall’italiano e dalla fantasia dell’autore. Uno scrittore che inventa una lingua ha già fatto qualcosa in più. Di cosa parla Cattiverìa?  Di come una rinuncia possa segnare un’esistenza e condizionarne altre. Di come il chiudere gli occhi sul disagio, per via di un’antica educazione al riserbo e per amore, possa essere l’innesco della sciagura. Di come la follia possa essere raccontata da dentro, dal folle che non sa di esserlo. La follia che prima di essere follia è mille altre cose: timidezza, solitudine, gioco, fantasia, passione, amicizia, tormento, sofferenza, confusione, sovrapposizione, scambio, urla, terrore, calma e ancora terrore, poi di nuovo calma. Follia talmente annidata, talmente precisa da sembrare ragione. Follia indotta dall’abuso, dall’amore. È un libro su un inferno domestico che monta lentamente, con il sottofondo televisivo di “Sentieri” di “Mike Bongiorno”, con l’icona Pippo Baudo a Sanremo: invocato, sognato e, infine, quasi toccato. La televisione conta in questo romanzo ma l’autore non ce la scaraventa addosso, la mette lì a far da rumore di fondo alle conversazioni. Oppure, a volume alzato, a far da separatore tra famiglia e resto del mondo. Tra orrore privato e dominio pubblico. Cattiverìa è una parola con l’accento sbagliato ma è la parola giusta, perché in questo libro la cattiveria vera non c’è, almeno non come viene normalmente concepita. Cattiverìa è qualcosa che esplode ma è vertice di tentativi sbagliati di fare la cosa giusta. Di essere buoni per se stessi o per qualcuno. Questo è un bellissimo romanzo, teatro dell’assurdo è una casa. Una famiglia. Personaggi, figure magiche, protagonisti di cartoni animati, incatenano fino all’ultima parola di un libro che non si vorrebbe smettere. Gli attori in scena hanno un aspetto fisico e hanno dei nomi ma non li diremo qua. Non è questo che conta. Palazzolo quando ha pensato a questo libro avrà avuto in mente tante cose ma soprattutto  una: «per prima di iniziare una qualsiasissima storiella, uno, nell’immediatamente, dentro la testa sua, si deve figurare del tipo un calendario e in uno sbaffo sgranarsi i fatti che davvero sono contati qualcosa e poi deve pigliare quei fatti, uno a uno, e farci il punto e la virgola e l’accento sulla i, deve spulciarseli a trecento gradi, che non è che può cantare il rosario di tutti gli starnuti, mica può scassarci con ogni arraspamento di coscia […].»

© Gianni Montieri

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