Giorno: 8 Mag 2013

Solo 1500 n. 96 – Interni con buio

Solo 1500 n. 96 – interni con buio

Io vivo nella mia camera e parlo con me. Ho dei genitori. Esistono. Fuori di qui, esistono. Ho un pc e mi basta. Vivo chiuso perché l’ho scelto. Al muro ho appeso il Narciso del Caravaggio. Poi, io sono virtuale. Non sono io. Sono me, ma non sono io. Su internet sono gli altri me stesso. Io, soltanto, vorrei scomparire. Il mondo mi fa male. Oggi. Ma non importa, niente importa. O forse. Io prenderò forma nella tua tasca, invisibile./ Fai ciò che vuoi/ Io ho tante identità. Posso essere chi sono. Qualcun altro. Mi restringerò e sparirò/ Scivolerò nel ritmo e mi sballerò/ Sono molteplice. Sono le mie voci, una rete di voci e profili virtuali. Rivivo. Mi massacrano i timpani e mi fanno vivere. Questo schermo sono, il mio profilo sul mondo. Nella mia stanza, sempre, sono ciò che proietto. Non riesco a liberarmi da questa dipendenza/ Specchio riflesso delle mie brame. Voglio morire, voglio vivere. Sono tutto e il contrario di tutto. C’è uno spazio vuoto nel mio cuore/ dove le ali mettono radici/ quindi adesso ti lascio libero. Imperfetto e perfetto. Sono la tenuta di questa canzone. Adesso. Dopo non lo so. Lentamente ci apriamo/ come fiori di loto/ solo per vedere di cosa si tratta/ solo per vedere cosa dà/ Contemplarmi e annullarmi. Ogni giorno, ogni notte, per giorni e notti. Infinitamente. Mi spezzo, son spaccato. Vivere a metà, a tre quarti. Vivere. Viversi. Ho spento il computer. Narciso si guarda. Io non mi vedo. Papà, ricordati di far suonare i Radiohead al mio funerale.

(c) Alessandra Trevisan

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Li sento fuori dalla stanza. Non parlano non dicono niente, ma sono lì, posso sentirne i respiri fuori dalla porta. Da quando sto chiuso nella mia stanza sento tutto più forte, anche il silenzio. La tapparella è chiusa ma so che fuori c’è il sole, lo sento. Ascolto da tre giorni “Solitude Standing” di Suzanne Vega, non mi è mai piaciuto e non mi piace adesso. Ma lo ascolto. Devo. Il letto lo rifaccio con cura, non è questo il punto. Il punto è che il mondo deve stare fuori. Il punto è che io devo diventare il mondo. Togliermi spazio non mi dà ansia, l’ansia me la fanno loro fuori dalla porta. Uscirà prima o poi? Quante settimane sono che è lì dentro? Cazzi suoi, non ho intenzione di stare qui a implorarlo come fate voi. Ci sono novità? Mangia? Si laverà? Ancora Suzanne Vega? Non poteva innamorarsi solo del Sushi tra le cose giapponesi? Comprarsi un Kimono, che so? Lo so loro pensano che c’entri il Giappone, ma non è vero. Il Giappone c’entra ma come ogni cosa. Il fatto è che io sto bene solo davanti al mio pc. Le cronache dalla mia stanza sono le cose migliori che io abbia mai scritto. Chi non mi avrebbe mai letto ora mi legge. Chi non mi avrebbe mai guardato ora mi. La vera vita è qui dentro. Sento come un fluido, un wireless che mi scorre dentro al posto del sangue. Ho una voce nuova: la mia. Riuscissi ad ammazzare sta stronza di zanzara. Hanno imparato la parola giapponese che dovrebbe corrispondere al mio comportamento: Hikikomori. Stronzate, hanno sbagliato di nuovo. La definizione giusta è: Cazzi miei.

(c) Gianni Montieri

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Questo post nasce dall’ascolto di una puntata di Piazza Verdi, programma di Radio 3 in cui lo scorso 13 aprile si è parlato de Lo spazio vuoto del cuore di Mimmo Sorrentino, incentrato sul fenomeno della segregazione volontaria di migliaia di adolescenti che decidono di rinchiudersi nelle proprie camere senza avere più contatto con la realtà esterna, se non attraverso il computer e internet, un fenomeno giapponese (da qui l’etichetta “hikikomori”) che si sta diffondente in Occidente anche. Maggiori informazioni le trovate sul sito della Fondazione L’aliante, che ha sostenuto l’evento. Potete riascoltare la puntata radiofonica con ospite lo stesso Sorrentino e parti del monologo che costituisce lo spettacolo con voce monologante di Mattia Colombo, qui.

credits fotografici (c) Permian Beast. Photograph: Zachariah Wildwood & Donald Twain

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