Giorno: 6 maggio 2013

POESIE INEDITE di Gaia Formenti

*

NONNA NONNA

Sulla poltrona le gambe incrociate in maniera scomposta
quando d’un tratto mi dici è morta la nonna
mi fisso le cosce adagiate sul bracciolo
stupita
dei miei muscoli incoscienti
ancora molli eppure così vivi

Alla casa di riposo l’uomo vestito di nero
cui tu firmerai un assegno
per una ghirlanda di fiori
e una bara tirata a lucido
prende parte alla nostra vita
chiamando la nonna “mamma”
perché i tuoi soldi escano dal portafoglio
nel silenzio del ricordo

Nella stanza
dove questa mattina una ragazza sudamericana
le ha cambiato la flebo
delicatamente
senza chiedere niente in cambio
mia nonna ha mangiato come un uccellino
qualche cucchiaio di omogeneizzato alla mela
poi ha dormito il sonno più denso

Tocca a me scegliere come vestirla
apro l’armadio su tutte le nonne della mia infanzia
scelgo il vestito verde pisello
con il colletto da scolaretta
c’è una macchia
proprio sotto la spallina
per un attimo ce ne stiamo imbarazzati
a fissare quella macchia
con la vergogna
di chi non ha la misura dell’addio

Scendiamo nella camera mortuaria
al piano meno uno
sotto il regno dei vivi

Le porte hanno etichette nere
con i nomi ben impressi caratteri diritti e rigidi
non si può sbagliare
seguo mio padre
dentro la camera bianca
fredda come per chi non sente più freddo
senza finestre come per chi non vede più  cielo

là mia nonna come un albero cavo
la pelle di perla come sacco disteso
floscia sui lineamenti deformati
non c’è
risiede in un altro universo

Ti copri la faccia e un pianto di bambino ti scoppia tra le mani
d’un tratto tutto ciò che è stato
si condensa in quel corpo senza forma
appena riconoscibile
là dove lo zigomo scende sino alla mascella
la stessa che tu premi con forza
perché si arresti lo sgomento

Ora in un cimitero di periferia
orribile edificio anni settanta
quadrilateri irregolari muri grigi e soffitti troppo alti
perché il nostro dolore possa essere intimo
oltre le vetrate sporche
un fossato secco un tempo pieno d’acqua
prosciugato
come il suo sangue
che viene a mancare nel nostro albero

E’ il mio turno
prendo il violino perché mai avrei la forza di parlare
suono il valzer di Chopin che lei suonava al pianoforte
finché le dita lo hanno permesso

Avvolta dai volti dei presenti
nella penombra che intorbidisce il quadro
ringrazio Dio
di poter appoggiare il mio dolore su queste note
e sul vostro ascolto
scavato in un silenzio dove il senso ci sfugge
e sappiamo solo di essere una famiglia
il cui seme esploso
come una galassia
giace dentro quella cassa coperta di fiori

All’uscita ci fermiamo ad un baracchino
davanti a me un caffellatte
e una schiuma senza futuro
che si scioglie
mentre guardo mio padre diventato orfano

*

MIO PADRE

Sei veramente tu?
Per un attimo, mio padre sceso dalla nave mi è sembrato un altro
così piccolo sotto quello scafo
ho pensato, sarà forte abbastanza ?
aveva le mani ai fianchi e uno zainetto da scolaretto sulle spalle
poche ore di sonno

la nave è salpata in mezzo al mare nessuna terra
mi sono sdraiata sotto al sole
nell’orecchio il tuo I-pod cantava “Sound of silence”
se socchiudevo appena gli occhi
l’orizzonte deserto e acceso entrava tra le ciglia

Mi stavi a fianco leggendo un libro
non guardavi mai il cielo il tuo sguardo era basso
concentrato verso la terra
scendi, diceva
non puoi essere nuvola ti perderai
puoi essere albero, come me

allora il mio corpo ha ripreso peso e consistenza
son tornata sulla terra attraverso una rotta di mare
durante il resto del viaggio ancora I-pod
non una parola

*

SOGNO

In un lampo il ricordo di un’estate
i limoni gonfi nella gonna
una vecchia al mio passaggio risponde alla domanda
“Ndi cogghiumu u friscu” – cogliamo il fresco
allora bastava un lenzuolo d’ombra
per rimettere il mondo in ordine

*

CONSERVATORIO G. VERDI

Nella custodia sta il violino
privo di pece e senza panno di seta

Le persiane socchiuse impediscono alla luce di entrare
perché l’orecchio sia pulito
nell’edificio chiuso agli altri sensi

Apro lo spartito degli esercizi
sveglio le dita bisbigliando le note
come una preghiera

L’insegnante mi lancia uno sguardo severo
lo spazio tempo si concentra in un punto
tra l’archetto e la corda

Dicono che Verdi venisse qui in carrozza dalla campagna

*

Biografia

Gaia Formenti nasce il 19 Gennaio 1985. La neve è così alta che sfiora i nasi. Seguono estati fatte di biro masticate, ginocchia sbucciate, libri sul pavimento. Inverni di lezioni al Conservatorio Verdi, corse all’Università, bisbigli alle proiezioni della Scuola di Cinema. E biro masticate.
A 26 anni partecipa alla raccolta poetica della rivista “L’immaginazione” (Manni Editore) e nello stesso anno viene selezionata al premio poetico Cetonaverde Poesia.
Tra il 2012-2013 insieme a Lidia Ravera e Chiara Mezzalama è una delle voci del romanzo a puntate pubblicato sulla rivista “Leggendaria”.
Ancora allena le dita sul violino e sogna le macchine volanti di Miyazaky. Vive a Milano. Ma se chiude gli occhi vede l’erba alta dell’Ariege. A settembre 2013 uscirà per Et al. Edizioni il romanzo/diario Dove non si tocca che racconta la sua infanzia.

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