Giorno: 5 Mag 2013

In Apulien, 11 – Pugliamondo

Pugliamondo

In Apulien, 11 – Pugliamondo

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate.

L’undicesima tappa è dedicata al plurale, alla varietà delle voci di Pugliamondo. Pugliamondo. Un viaggio in versi è il titolo di un’antologia che amo percorrere e ripercorrere e che presenta un esergo limpido, chiarissimo, inequivocabile nel suo andare controcorrente: tre versi di Vittorio Bodini:

Tu non conosci il Sud, le case di calce

da cui uscivamo al sole come numeri

dalla faccia d’un dado

Otto poeti, che scelgono lingue diverse per esprimere il viaggio “dalla Puglia per e verso il mondo”, si alternano nel riprendere l’ingiustamente dimenticato programma di Vittorio Bodini, nel colmare il divario tanto placidamente quanto fermamente definito – “Tu non conosci il Sud” – dunque nel dispiegare panni colorati, stendere ad asciugare mandorle al sole, intonare melodie in griko o da anema rùokke, erigere Fondali, cogliere istantanee di stralunati Freaks, disegnare confini nuovi e tratteggiare antichi solchi di una Puglia plurale – il nome della regione è, non lo dimentichi chi si accosta a questo mondo, plurale: “le Puglie” – che si fa mondo, pugliamondo, come recita il testo di Annamaria Ferramosca che dà il nome alla raccolta.

Franco Corlianò, nato a Calimera (Lecce) il 7 febbraio 1948, autore di poesie in griko, dialetto di origine greca parlato nella Grecia salentina, è anche autore di Klama (Pianto), canzone in griko portata al successo da Maria Farantouri (Farandouri)  con il titolo “Andra mou pai” (“Mio marito parte”). Sue canzoni in griko sono state interpretate da diversi artisti (Noa, Eleni Dimou, Morgan, Dimitra Galani, Xaris Alexiou, Ghiorgos Katzaròs, Lenia…)

Ta chortàri

Chortàri
ène isi kiànta
pu ‘èn estèi sto tòpo-tti:
an evò vrìsko
mìan malòcha
amès to sitàri,
cìni ène ènan chortàri;
an evò „in vrìsko
„mès tin avlì-mmu,
ène lulùdi.

(p.10)

L’erbaccia

Erbaccia
è quella pianta
che non è al suo posto:
se trovo
una pianta di malva
in un campo di grano,
è un‟erbaccia
se invece la trovo
nel mio cortile
diventa un fiore.

(p. 11)

Vincenzo Errico, “nato a Collepasso (Lecce) nel 1960, ha svolto l’attività legale per qualche anno, poi si è trasferito a Roma nel 1991. Il suo interesse per la letteratura è cominciato alle superiori con il professore Aurelio D’Andrea, fratello del poeta Ercole Ugo, e una tesina su Arthur Rimbaud agli esami. La permanenza nella capitale è stata, e a volte è ancora, un continuo ondeggiare tra salite al centro e discese a sud, a congiungere i fili di una doppia trama che cresce”. (p. 39)

Storia che non si scrive e non si dice
storia che non vive e non viene
non approda né parte
storia che si smarrisce
e mai inizia.

La mia sceneggiatura
chiede soggetto e tempo,
non si fa da sola
e nel deserto
inneggia a sé.

(p. 49)

Annamaria Ferramosca è nata a Tricase (Lecce). “Porta ovunque con sé la salentitudine come bussola di umanità. Convinta che le voci i suoni i cerchi della terra d’origine non fanno che indicare al mondo l’urgenza di una nuova guarigione, di invertire la rotta da egoismo e distanza del cuore verso la dimensione generosa e creativa del voler essere insieme, per costruire insieme”. (p. 51)

pugliamondo

puoi sbarrare i porti
coprire di reti il cielo perfino
tenere acceso il sole nella notte
non riuscirai a trattenerla è
pugliamondo febbrile artetica
d’incontri di festa del contagio è
nave che guardi allontanarsi
su ogni ramo della rosa dei venti
moltiplicarsi di luci
la stiva colma di materia creola
a lenire ogni morso

puoi nominarla di nuovi nomi
incantarla di ritmi di savana
– pure ne risuona il suo ricordo –
puoi rivestirla di vesti esotiche
– cui pure aggiunge il suo ricamo –
non cambierà
la torsione in cerchio della voce
l’accento di universo:
amo la terra dei tuoi padri
come tu ami la terra dei tuoi padri
ho il mare nelle braccia
la terra nella testa
in cuore la mia casaperta
salda come un dolmen
nel rosso amaro del tramonto

(p. 52)

Abele Longo, nato a Depressa (Lecce), “si è immaginato subito altrove. Ritiene che andare via sia anche un ritorno, un ripercorrere la vita a ritroso, oltre che uno strappo immane che la poesia tenta invano di ricucire”. (p. 65)

Fondali

Eclissi di sagome in fila

vicoli chiusi torri d’avvistamento
e sempre un piccione ogni volta
che lavo la macchina aspetta

(e il cigno che mi assale in bicicletta)

nel punta in cui converge il sonno di un altro

non il disgraziato che si perde

passa il testimone nel dormiveglia
ma qualcuno che continua a dormire
mentre io trattengo il respiro

un altro me stesso che resta

al di qua della cartapesta.

(p. 69)

Vincenzo Mastropirro, nato nel 1960 a Ruvo di Puglia (Bari), vive a Bitonto,  “affonda nelle contraddizioni della vita e le traduce in musica e poesia da un osservatorio molto speciale … dda ‘bbasce ovvero il Sud”. (p. 79)

Me sènde l’ànema rùokke, nu ròkke tuste

addò vebrìescene totte re vendriòle
addò nan stè pùoste pe re belle parole
addò la museche te fosce zembò da la siegge.

Cande ‘nanz’ a tutte
e me sènde nu domatore de canzòne.

Tuste e sènza pietò cande canzòne all’addavère

addò la verretò è impossibele de dècefrò
addò besògna scettò u sanghe da tutte le pizz’
addò u munne avesse acchiò u curagge
d’angenecchiàsse.

(p. 82)

Mi sento l’anima rock, un rock duro

dove vibrano le interiora
dove non c’è posto per le belle parole
dove la musica ti fa saltare dalla sedia.

Canto davanti a tutti
e mi sento un domatore di canzoni.

Duro e senza pietà canto canzoni vere

dove la verità è impossibile da decifrare
dove bisogna buttare il sangue da tutti i pori
dove il mondo dovrebbe trovare il coraggio
d’inginocchiarsi.

(p. 83)

Sotte u saule estèive du Sud
ca spacche pure re pète
sope a le marciappìte du stradòne de Rìuve
se spannàine distèse e distèse d’aminue
ca parai ‘nu spettacule.

Tutte u paèise
adderàie d’aminue frìesceke
ed èi cu vanghetidde
staie a guardie de re maie.

U momènde ‘cchiù bbìelle
era quanne r’araie cu le pite
me mettaie cu la sande pacìienze
e stresciaie ‘nanze-e-rète a sulche a sulche.

Ere u sune de r’aminue reveltòte
ca me piaciaie de ‘cchiue
paraie ‘nu rulle de tammurre
e già da tanne me feguraie la museche
ca me senaie ind’ a la còpe
chera stèssa museche ca po’
nan-se-n’ove assiute ‘cchiue
pu’ reste de la vèite.

(p. 90)

Sotto il sole estivo del Sud
che spacca pure le pietre
sui marciapiedi dello stradone di Ruvo
si stendevano distese e distese di mandorle
che sembrava uno spettacolo.

Tutto il paese
odorava di mandorle fresche
ed io col banchetto
ero a guardia delle mie.

Im momento più bello
era quando le aravo con i piedi
mi mettevo con la santa pazienza
e strisciavo avanti e indietro a solchi a solchi.

Era il suono delle mandorle rivoltate
che mi piaceva di più
sembrava un rullo di tamburo
e già da allora mi figuravo la musica
che mi risuonava nella testa
quella stessa musica che poi
non se n’è uscita più
per il resto della vita.

(p. 91)

Pierluigi Mele, nato in Svizzera nel 1967, vive nel Salento. Scrive di sé: “So davvero poco del sud. Cerco solo di coltivare lo stupore per meglio attraversarla, questa terra. In fondo, vivere a sud è averne le tasche piene anche di dio, ma offrendogli da bere”. (p. 101)

Sarà la voglia di vivere tutto
il tempo vola a scoprirlo
solo ora. Intanto abbrutiamo,
lo specchio lo dice.
Frantumiamolo piano
e viviamo coi pezzi
Ci ha rovinato il sud,
le invettive dovute, i modi garbati
il grazie a ogni cosa, il prego nel retto.
Ma la rovina più grande
è non pregare.

(p. 107)

Francesca Pellegrino è nata “il 5 novembre 1974 a Taranto, dove tuttora vive, scrive e disegna ponti e strade per le fughe degli altri”.  (p.117)

Senza

sono rimasta senza.
tasche girate.
un cuore dibatte ali libellula.
un fiore,
uno qualsiasi dove fermarsi.

mi concedo la felicità
di caramelle alla menta.
un giro di vento
alle labbra.
un angolo d’ombra
persiane al mezzodì che fuori infuoca.
un paradiso.
una luce.
una voce senza sabbia.

questo sogno
spiccioli di corsa chissà dove
e un buco in tasca da ricucire.

(p. 128)

Pasquale Vitagliano vive a Terlizzi; “è nato a Lecce, che ha conosciuto solo a vent’anni, ma vive altrove. E l‘altrove è il segno della sua esistenza e della sua ricerca poetica, nella convinzione che la poesia, nella sua ordinaria “mostruosità”, traccia la scia tra la realtà assoluta e infiniti mondi altrove. Come una cometa nella notte”. (p.131)

Freaks

Tra fitte croci
elettriche
sotto piccoli cappelli
mormoranti,
un pallone arancione
e un coperchietto
piumato
se ne andavano a spasso
per mano.

Ho pensato un giorno
che fossero padre e figlia
o l’uomo-scimmia
con i mustacchi all’in-sù
e la donna-bambina
di un film-maledetto
FREAKS

Li ho ritrovati alla stazione
ma erano altri due,
bestiali e fumanti;
una busta in mano,
un panino e carezze
tra rutti e bestemmie.
Una razza diversa,
due alieni tolleranti
senza carta da alienati.

Due fil-di-ferro arrugginiti
che camminano attorcigliati
e taglienti, e quando sono slegati
sono lunghi e fini,
quasi trasparenti.
Siamo diversi,
ma tre per due fanno sei
e le croci sono
trecentomila e sei.

(pp. 146-147)

AA.VV., Pugliamondo. Un viaggio in versi, Edizioni ACCADEMIA di TERRA d’OTRANTO – NEOBAR, 2010.

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