Giorno: 4 Mag 2013

Andrea Longega – Caterina

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Andrea Longega  – Caterina (come le cóe dei cardellini) – Edizioni L’obliquo 2013 – € 11,00

 

Caterina è l’inserviente di un albergo di Venezia. Una signora, come tante, che tutti i giorni esce di casa e va a rassettare le stanze dove passano i turisti. Per lei, per le vite come la sua, Andrea Longega scrive un canto in versi, nella lingua della terra veneziana; lo fa col tratto leggero tipico della propria poesia, con la quale il piccolo gesto, la parola suonata dolce dal dialetto della Laguna, racconta. “Ma par chi xe / che i me ga ciapà? / no so minga la so serva  / che i me fa star qua / tuta quanta la giornada / che i me ciama a che ora che i vol / mi go le mie robe da far / na casa na vita fora da qua / go bisogno de aria, par le gambe / go bisogno de caminar – // Tuti sti ani ghe go dà / tanti schèi par niente / ai sindacati.” (Ma per chi è / che mi hanno presa? / non sono mica la loro serva / che mi costringono a restare qui / tutto il giorno / che mi chiamano all’ora che vogliono / ho le mie cose da fare / una casa una vita fuori di qua / ho bisogno d’aria per le gambe / ho bisogno di camminare – / Tutti questi anni ho dato / tanti soldi per niente / ai sindacati.)Il racconto di Caterina e un continuo fare dentro e fuori tra i gesti del rassetto e il commento in sottofondo ai clienti. Tra il modo superficiale di comportarsi degli ospiti e la vita propria fatta di stanchezza, di un lento trascinarsi, desideri e rinunce. Come tutte le vite. Il personaggio scelto dal poeta ha, nella sua semplicità, una grande capacità di osservazione, uno sguardo che sa cogliere e guardare lontano. Allora i clienti che non lasciano mance, che portano via le saponette e i profumi, che viaggiano da soli e si lavano poco, attraversano col loro fugace passaggio il lento declino che segna Venezia. La fine di un mondo dove tutto è cambiato, nonostante nulla sembri mutare da secoli. Chi può cogliere i mutamenti se non chi dentro questo mondo è nato e cresciuto. Che dello sfarzo vede solo la periferia, lo sporco di una camera di lusso, il rifiuto lasciato nel cestino. Che il declino lo sente sulla pelle, lento come il tramontare della vita o del sole a Marghera, come il brontolìo tipico dei veneziani in coda al vaporetto, a passo rapido dentro la nebbia. Le camere d’albergo sono lo specchio a cui sottrarsi e dal quale guardare gli altri e sono la finestra provvisoria dalla quale l’occhio inocula il mondo che si muove sull’acqua. “A marzo co riva quele matine / de sol ciarissimo me incanto / davanti a quel balcon che buta / in Canal Grando / sora l’acqua tuto quel sbrisegàr de luce / tagià dal nero lento de le gondole / dal zalo delicato dei vaporéti… // Co xe marzo meto zo / el sécio e la strassa / e davanti a quel balcon / me incanto.” (A marzo quando arrivano quelle mattine / di sole chiarissimo resto incantata / davanti a quella finestra che guarda / sul Canal Grande / sopra l’acqua tutto quel luccichìo / tagliato dal nero lento delle gondole / dal giallo delicato dei vaporetti… // A marzo metto giù / il secchio e lo straccio / e davanti a quella finestra / resto incantata.) Come nota Edoardo Zuccato in postfazione la levità della scrittura è la chiave d’ingresso che Longega ci consegna. Chiave che in questo caso consente a Caterina di cogliere quasi con noncuranza ogni sfumatura, riconoscere da un letto disfatto se si è fatto l’amore oppure no. La saggezza di Caterina è tutta racchiusa in una poesia che proprio la conoscenza e la saggezza pare negare. “Na serva non pol esser / più de tanto svégia / la vede quelo che la vede / più de là no la riva. / A netar  tuto el giorno le robe / la capisse solo quelo che la fórbe / e a la fin ghe vien / quasi da dir / che la vita xe quela / che tuto ‘l ben / e ‘l mal no va più in là / de do intimèle da cambiàr.” (Una serva non può essere / più di tanto sveglia / vede quello che vede / oltre non arriva. / A pulire tutto il giorno le cose / capisce solo ciò che spolvera / e alla fine le viene quasi da dire / che quella è la vita / che tutto il bene / e il male non vanno più in là / di due federe da cambiare.) Che bellezza.

Gianni Montieri

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