Mese: maggio 2013

Raffaele Ferrario – poesie inedite

biennale architettura 2010 - foto gm

exit poll
alcuni ne ostentano motivo d’orgoglio
per altri sono vanto di fede
per altri ancora bar e bestemmie
tipo davanti ai rigori di champions league

i sondaggi durante un’elezione gli exit poll
poteva bastare una didascalia ornamentale
invece della lingua non sarebbe stato più
divertente il contagio di camera e senato“?”

gli accoliti chierici attivisti sobillatori
hanno introdotto c4 dallo scavo
di una vecchia catacomba comprando
il silenzio di alcuni devoti controllori

degni del tradimento perché tengono famiglia
e non tollerano le coalizioni ridotte a merchandising
sulle pertiche rampicanti della pista innervata
dalla valanga di ski-lift costretti a ripetersi

con infinitesimale baldoria del mezzomese
cui ringhiare contro inventandosi eutanasie
ma i bambini hanno fame il gas è piombato
e la maternità un lusso da mezzoseme

non sono mai nate figlie alle figlie trentenni
maturate ai licei quelle dei professionali
la sanno già lunga per complicità e sesso
parte di loro sembra godersela bruciando

le tappe studia e fantastica l’altra parte
si applicano a indagare che cosa gli altri pensano di loro
quando fioccano gli sms impostati sul t9
dai palmari di nuova generazione con slang

kappa e spada enne a rovescio e una carovana
diurna di emoticon recente dogana clinica
in cui l’oggetto transizionale da orsetto
si è socializzato in mobile identitario

l’abat-jour accesa durante tutta la notte
perché dà sicurezza e controllo indizi precoci
di predisposizione al pensiero allentato
costano poco il crack e la metamfetamina

e non ha controvalore il declino confuso
del minorenne tra i fumi del dropout
ma la leadership è della birra in lattina
che fora il vuoto con gli apriti sesamo

gli exit poll agghindati da urne funerarie
non hanno programmi che non si possa cambiare canale
con il telecomando puntato a squarciagola
in trionfo sulla narrativa stile libero e suicida

paese di santi navigatori e poeti
anche di papi e di paolo e francesca
rosa innesta orchidea elettrificate in rosoni
di cattedrali duomi basiliche abbazie

si dice che tutte le strade portino a roma
la roma papale quella imperiale
ai tassativi bisticci dell’italiano con l’italiano
del milanese con il terrone del borgataro coatto

con lo spietato albanese del rione contro il rione
degli ultras ai derby armati fino ai denti
con le forze dell’ordine in tenuta antisommossa
oltre all’invidia e all’anarchia interpersonale

l’italiano non si fida dell’italiano e ama muoversi
per procura per carte bollate attraverso i salotti
le parrocchie la televisione o equitalia che presto
manderà il suo funzionario più abile in famiglia

l’exit poll perde contatto con il tuffo dell’exit troll
dopo l’exploit di cloro dalla piattaforma dieci metri
ogni concorrente ha votato a matita il blackout
di se stesso coi frammenti del cervello su resina e silice

***

la x e la y


la x e la y
non sono lettere dell’alfabeto inglese
ma piante antiche di corredo universale

dove l’africa è l’uovo pangeatico
e l’impero il segmento che manca
perché non sono lettere inglesi

sono alfabeti di carne
con implantologia lessicale
passaporti per geografie lontane

la x e la y
mappature del genoma umano
sopravvivono per vincoli e legami

.
non serve loro una via crucis
nessun messia o sacerdotessa
basta un generatore di calorie

.
che ne condensi la virtù e il codice
a inchiostro sullo scontrino
dal prezzo verdeggiante sul display

.
la x e la y
segni curiosi di epifanie manifeste
con il martello e con i chiodi
per aggiustare il parquet dell’apparizione

.
se la donna campa più a lungo
dell’uomo ci sarà una ragione
la ragione del segmento che manca

***

mayday
fa un brunch con la pinna del mare
mentre cucina supplì con i riccioli
della neve per l’ora del lunch

arancini volanti sono in fase di atterraggio
dal disco del sole al disco del piatto
e la terra ricambiata dà orti generosi

cloruro di sodio
farciture pèréiformi
cristalli esagonali
giardini commestibili

fa colazione con ricci di mare
e scalda latte fresco sul patibolo
raccoglie i cespi di verdure

archivia carne secca e sughi
nella diaspora con scatolette
di toner e conserve in vetro scuro

fa sera si apparecchia la cena
divora il mayday nel barattolo
e scavalca in un flash la ringhiera

***

Nota biografica:

Raffaele Ferrario è nato a Cesena nel 1971. Si è laureato in psicologia clinica e di comunità con una tesi sullo scrittore russo Fëdor Dostoevskij, dal titolo Il testo letterario come verità psicologica. Ha scritto i seguenti libri:

• Crepuscolo degli affetti (autopubblicazione, 1999)

• Embrioni (autopubblicazione, 2001)

• Il battesimo dell’istante (autopubblicazione, 2003)

• La coda della galassia (antologia, Fara, 2005)

• Renato Turci, poesie e testimonianze (curatore, Foschi, 2009)

• La Casa dell’Uccello (autopubblicazione, Tosca, 2009)

• Questo amore che non muore (autopubblicazione, Tosca, 2010)

• Manicomio (Edizioni del Leone, 2010)

• Crepuscolo degli affetti (L’arcolaio, 2011)

• 2012 Storia di un sopravvissuto (Il Violino, 2012)

• Labyrinthi (antologia, Limina Mentis, 2012)

• Borderline – Una Parigi di meno (L’arcolaio, 2012)

• Poeti di Corrente (antologia, Le Voci della Luna, 2013)

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Daniele Mencarelli – Figlio

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Parentesi del male

1)

.

Senza la parola non è mondo
e il tuo tempo procede
fa dei mesi due anni esatti,
non parli e ormai dovresti
ogni vicino s’aggiunge al pasto
dei timori scambiati con il sonno
tra padre e madre al buio d’una stanza.

2)

.
Piccoli siamo davanti ai dottori
che fanno di te un esame da studiare
meccanismo da scrutare nella mente
in ogni suo dispositivo intellettivo.
Dottori con le dita a pistola
puntate all’altezza dell’amore
del futuro fatto polvere,
felici nell’ora della loro annunciazione,
«qui non c’è bambino, ma un malato».

3)

.
Dal greco autós
la malattia di chi si basta
di chi rifiuta la parola prossimo,
malattia come un destino
senza sorprese né guarigione.
Tu dormi la notte è al principio
non sai che ai piedi del tuo letto
stanno due figure senza pace
paralizzate dal troppo movimento.
Ti scopri nel sonno
e quattro braccia partono,
nessuna bocca ha il coraggio
dire quello che gli occhi si dicono,
chi dopo nostra morte ti metterà al caldo?

4)

.
Traffico alla gola
cielo mangiato dalla notte
oltre non sai vedere,
vorrebbero le parole non dette
farsi preghiera da inizio a fine
ma ti fermi sempre al Padre
non più mio né nostro
in questo sfinito ricominciare,
quello che sai fare
è perderti alla prima luce di stella
rivelata ora che il giorno muore,
a lei dura la voce si offre
la vita del padre al posto del figlio,
tortura ogni grammo di tessuto
donami tutto il male che riesci
ma salvalo e io sarò salvo.
Ti sveglia muta sorpresa
invano tenti di capire
chi ti ha portato sotto casa.

5)

.
Lunga teoria d’ospedali
mesi tra inverno e inverno
un anno vissuto senza estate,
tutto nel mezzo è perso
trascurato ogni lavoro
come un fastidio anche la scrittura,
la vita c’ha scelto per altra occupazione
seguirti con occhi non più nostri
non più giochi insieme da volare
ma comportamenti da rileggere
spiare in cerca dell’indizio
buono a dare fiato alla giornata,
per dire a tutti vi sbagliate
questo figlio è come gli altri
è nato sano con l’amore dentro
bello nella sua corsa a sorriso pieno.

6)

.
Qui dove ho scoperto vita
sul dolore di figli sconosciuti
rivivo oggi su nostra carne,
destino di tornare a Te
Bambino Gesù dentro le tue viscere
per dare ancora voce alla speranza.
Dio è un dottore senza camice
di grazia sanno le parole
che fanno del tempo nuova vigilia,
è strano il compimento della sera
una scoperta d’aria e di colori,
la luce calda di chi spera.

7)

.
Agosto di un giorno senza fine
mare di Puglia alle finestre
un cane spelato senza coda
vaga per qualche resto,
tu lo scruti e c’è mancanza
vuoto da colmare con un suono
parola che sgorga dalla bocca
attesa come tua seconda nascita,
«cane», «cane» ripeti sul nostro pianto
sull’abbraccio della gioia che conosce
solo chi ha conosciuto massacro,
falla sentire al mondo la tua voce
l’oro del suo squillo incerto,
ammutolisci il male ricevuto
tutti gli spergiuri sul tuo destino,
nostro verbo fatto figlio
parlaci di un nuovo tempo.

8)

.
Ora che il male
è chiuso tra parentesi
mi dicono dovrei dimenticare,
cancellare la schiera di rapaci
in volo ridente sul tuo capo,
specialisti dell’infanzia
stretta in tabelle senza scampo
che adorano quando decretano
nella migliore delle ipotesi
il male: un figlio malato,
da tagliare come traguardo
sulla pelle di chi l’ha messo al mondo.
Io invece non dimentico
sto qui per ricordare
la rabbia il fuoco d’odio
non i miei ma i tuoi giorni
tolti al bene dei tuoi anni,
scrivo per quelli che verranno
uomini e donne fatti genitori
che porgeranno loro frutto,
l’amore impareggiabile di un figlio,
nelle vostre mani, vuote d’umano.

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Nota:

Figlio è il primo titolo della serie poeti.com, la nuova collana digitale nottetempo dedicata alla scrittura in versi, diretta da Maria Pace Ottieri e Andrea Amerio.

Poeti.com ospiterà autori italiani e stranieri, esordienti e affermati, classici e contemporanei pubblicati in ebook, talora arricchiti da illustrazioni e/o materiali audio/video, in vendita su tutti gli store on line. Parallelamente all’edizione digitale la collana prevede per ogni titolo un’edizione cartacea in una tiratura limitata, numerata e firmata dall’autore.

www.poetinottetempo.com è il sito dedicato alla collana.

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Daniele Mencarelli nasce a Roma, nel 1974. Vive ad Ariccia. Ha pubblicato quattro raccolte di poesie: I giorni condivisi, poeti di clanDestino, 2001, Guardia alta, Niebo-La vita felice, 2005, e Bambino Gesù, nottetempo, 2010.

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“Fratello Poeta” di Giuseppe Piccoli

Immagine 005 Titolo: Fratello Poeta

Autore:  Giuseppe Piccoli

Editore: LietoColle, 2012. A cura di Maurizio Cucchi e Maria Piccoli

Esattamente un anno fa è uscito per l’editore Lietocolle un libro che rappresenta una rarità, qualcosa di cui si sentiva la mancanza. Si tratta di Fratello Poeta di Giuseppe Piccoli, a cura di Maurizio Cucchi, e introdotto dalle profonde parole di Maria Piccoli, dottoranda di Filologia Romanza presso l’Università Degli Studi di Siena.
Questo libro rappresenta e riprova la finissima purezza del dettato poetico di Giuseppe Piccoli, autore metafisico e tragico fino all’estremo.
Nel febbraio del 1987, a soli trentotto anni Piccoli si toglie la vita nell’Ospedale psichiatrico di Napoli, dove era stato internato dopo aver compiuto un grave fatto di sangue; la premessa è doverosa per una comprensione profonda ed attuale della sua opera.

Un libro che raccogliesse in parte l’opera di Piccoli era necessario, non solo per raccontare di uno dei poeti più grandi degli ultimi trent’anni di poesia contemporanea italiana, ma anche per cercare, almeno in qualche misura, di riorganizzare e approfondire la sua opera. Lavoro non certo semplice, visto il numero di inediti ancora in circolazione. Solamente Maurizio Cucchi e Arnaldo Ederle si sono occupati di tenere in vita la memoria di questo prezioso poeta.
Maurizio Cucchi pubblica nel 1981 in Poesia Tre, Guanda Di certe presenze di tensione che dà il titolo ad un’antologia che comprende le sezioni Fratello poeta, L’uomo di trent’anni e Rassomiglianze, poi ricomposte nell’edizione del libro Fratello Poeta. Nel 1983 Cucchi pubblica nell’Almanacco dello Specchio 11, Mondadori, Foglie. Dodici poesie. Lo stesso Maurizio Cucchi con Stefano Giovanardi pubblicano Giuseppe Piccoli nell’antologia Poeti italiani del secondo Novecento, edita prima nei Meridiani Mondadori e poi in versione tascabile dei Classici Moderni; proprio quest’ultima inclusione afferma la grandezza della poesia di Giuseppe Piccoli ai più.
Arnaldo Ederle pubblica invece nel 1987 per Bertani Chiusa poesia della chiusa porta e sempre a cura di Ederle appariranno altri inediti nel corso degli anni in tre numeri della rivista “Poesia” dell’editore Crocetti.
In ultimo è giusto citare la bella analisi di Viviana Scarinci sulla poesia Lettera per una domanda di perdono dal titolo L’amore senza persona. Intorno a una poesia di Giuseppe Piccoli. La stessa Scarinci nel suo saggio descrive quella di Piccoli come “una coscienza poetica assai singolare” e ne parla come di un “moderno Orfeo”.

La prima sezione di Fratello poeta è Di certe presenze di tensione, forse quella più bella del libro, mossa da un’intensità senza confronti, nuova, dove la metafisica e la quotidianità si bilanciano nella ragione, nella fermezza della parola.
Come scrive Maurizio Cucchi “in quelle poesie circola qualcosa di misterioso, che si condensa, si raggruma, in versi di un’asciutta fisicità scandita che esprime la difficoltà dell’essere”. Proprio questa difficoltà, questa malattia rendono il verso arioso e presente.
“Baci. Ma nell’aria c’è una/ malattia dell’Essere: la chiami/ noia per ripetermi e quindi/ evadere ogni possibilità di offesa./ La chiamo “mondo” e, rinnovandomi,/ c’è questa splendida facoltà di intesa”.
Piccoli racconta di un mondo fermo, riscritto con estrema forza e chiarezza; la base è una metafisica del guardare, del credere nella poesia come realtà altra, realtà profetica e vera. Ancora Cucchi parla di “verità messianica”, intesa come motore per l’oltre, dove il dio e il poeta sono gli esseri esclusi per eccellenza, gli esseri creativi, che possono andare verso qualcosa di oscuro che tace e sedimenta nell’abisso dell’animo umano.
Allora solo la parola, solo il creare, potranno far parlare, riscoprire i veri segni, i simboli della vita e del destino di ogni uomo. “Il figlio e il dio sono sospetti:/ l’ateo del sentimento naturale/ scopre errori di cifra: si confida/ l’amico penitente, chiede un aureo consiglio./ Ma il viaggiatore conclusivo che l’ascolta, non l’attende, e si muta nell’anonima gente”o ancora una metafisica/ filosofia rinnovata che cresce nell’apertura costante del mondo, nella verità ricevuta, in quel vero vento, dietro quel velo: “Sinché resista questa scorza/ d’uomo, sin che la polpa/ non s’asciughi, apri/ la finestra sul mondo:/ perché di te sia inconsumabile/ il vero vento e la reale rosa/ bianca, dell’uno e dell’altro/ bimbo, di quelli che reggono/ il velo di Ecce Homo”.
Un’ispirazione profetica, iniziatica, che porta la conoscenza dei misteri della vita, dalla fonte da dove può sgorgare ogni cosa, alla veste, sudario di ogni sensazione, di ogni probabilità. Solo dopo aver saputo, dopo aver conosciuto la natura umana, l’uomo, il poeta, può essere di nuovo libero, solo, fuori dalla terra, unico creatore di un mondo di messaggi: “Questa fonte che lava la mia veste/ ora tu la conosci, la devi consacrare:/ e la fede tenuta alla massa della roccia rupestre/ tu la devi svuotare nell’abisso:/ in quel frastuono dell’acqua che non s’imbriglia/ tu saprai di te stessa, mi ricoglierai/ quando avvertendo il passo sino al punto,/ al primo attimo io colga una fossile conchiglia./ Tu traversando lo spazio che ti allegra/ saprai di me, della natura umana./ Ed io che allora uscirò di terra/ mi farò la mia tana e la mia vela”.

Le prime poesie di questo libro sono tutte da scoprire nei minimi dettagli: lanciano un’offerta invitante di essere lette; spingono i gradi di separazione al limite massimo. Questi versi si ascoltano in perenne pulsazione, come se mostrassero una realtà inondata di segni e ammonimenti: “Separati da un muro, l’idiota/ e l’angelo scrivono lo stesso poema,/ per venticinque anni, con grazia/ di arguzie e senno squisitamente/ demoniaco. E la stessa farfalla/ entra e esce, per ricapitolare/ la storia dei suoi voli: ma quelle/ folte rase sopracciglia dell’idiota…./ e quel verso di gufo/ che gli angeli atterrisce….”.
E ancora, la descrizione di una grazia unica e vera, un contagio che si deve muovere verso la scoperta; l’amore deve passare per altre vie ora più che mai.

Il poeta è custode della doppiezza del mondo: “Perché la grazia sia verde,/ e sia verde il contagio, avvicinati:/ io spalmo di olio le tue mani./ E per andare lontano, più lungi,/ sarò amante del dolore cristiano”.
Per questo l’amore in Piccoli raggiunge i limiti della classicità, sposandoli alla piena modernità: Ofelia, Orfeo, Narciso…,non sono solo simbologia e personaggi della mitologia, ma riescono a costituire un’attesa nel quotidiano, un riflesso taciuto e pronto per gli amanti. Ogni tempo è il nostro tempo, compreso quello di Giuseppe Piccoli: “La lebbra contro il cielo,/ la fame dentro il fuoco,/ la neve sopra la notte./ Rifinito profeta,/ fosco e tinto,/ scolpito in una ragione/ di ladre buie;/ dopo la santa colpa,/ la carne pura di Narciso/ mendica la sua puerizia./ Un palazzo di insani/è questo caffè d’inverno/ senza Ofelia”.

Le poesie tratte da Foglie. Dodici poesie sono connotate da una forte ricerca di sicurezza, nella natura, nella mite vita delle foglie, simbolo di unione e amore per la donna amata, ricercata, ascoltata nel desiderio di non esporsi, di non dirsi; in questa breve raccolta vige la regola del raccoglimento, dove la poesia di Giuseppe Piccoli sembra rilassarsi per prendere altre forme. Si delineano e sembrano prendere una “morbidezza ambigua” come scrive Maurizio Cucchi, che allenta e smuove il testo: “Come fosti figlia/ dell’azzurro e di me/ ora sei foglia/ che si assottiglia/ levigata dal vento/ che ti rovina/ nelle stanze delle maschere/ dove la porta è ferma/ come tronco d’albero/ e dentro la sua luce/è intera nera”. L’ostacolo è presente e l’attesa perenne non può essere che una promessa, un avvenire, un’ideologia dell’ascolto, verso la cosa amata: “Eri volto che recava/ al mio saluto che ti annota/ nel taccuino del tempo/ di gravi fogli-foglie/ e ti consona e ti danza/ oltre la porta segreta/ nella temuta stanza/ dove il sogno ti aspetta/ e gioventù non trema/ di ore e giorni fissi/ in un bussare alla fronte/ come un libro di chiesa./ Ma ora la tua vita è chiusa/ e la mia senza casa”.

In Chiusa porta della chiusa poesia ritornano i temi chiave della poesia di Giuseppe Piccoli, l’appuntamento metafisico con la donna ricercata, temuta come nemica ed eterna presenza irrisolta: “I capelli li dipinge lei: poi/ ci penserà il vento a denunciare/ l’ora dell’appuntamento metafisico./ E ci sono i cammei, e la toilette/ è fornita sempre di asciugamani,/ di profumi, di rivoltelle. Sei/ la nemica del tempo più breve:/ quella che non un nastro colorato/ vuole, ma tutta la collina tutta/ quanta intera di frutti”.
Ancora una volta è il poeta che conosce, che custodisce la chiave per un altro mondo, quello sbilanciato dell’immaginazione, della forma perfetta degli alfabeti, dove si nasconde costantemente la parola, la poesia stessa, dove l’offerta del poeta al mondo è totale e unica, dove il poeta stesso rappresenta il volto nuovo, l’uomo nuovo, l’Ecce Homo atteso da tanto: “Ma per chi non ha strada/ c’è la caverna dove un muto infante/ si rifugia chiamando il padrone:/ non scesi con la lampada nell’antro/ né vidi i morti fare all’amore,/ né pensai a mia madre china al cucito/ né sorpresi il maestro che disegnava alfabeti./ Ma l’angelo che il fanciullo custodisce/ era il mio seno nella casa segreta:/ io ero la chiave e l’oltremondo/ mani e piedi e bocca offerti al sacerdote.”

Le ultime due parti del libro Reale è l’altro e Inediti vari, usciti sulla rivista Poesia, a cura di Arnaldo Ederle, vengono qui riproposte in chiusura del libro; corrispondono ad un periodo inedito della poesia di Giuseppe Piccoli, anche se non riescono forse a raggiungere l’altezza della maggior parte dei testi delle altre sezioni del libro, sono sempre impregnati di una lingua nuova: “Il dono disperato della vita/ ti siede accanto, fanciulletta amica./ Così non sia per te/ il pianto delle cose,/ o mia nemica”.

C’è quasi un’impossibilità di riuscita nel descrivere un’opera poetica così particolare e piena di significati, doppi e stranianti. Non ci sono risposte precise e nemmeno nessuna ragione di vita o di riuscita; per questo restano solo le parole delle sue poesie, che forse spiegano il mistero stesso e la tragica vita di questo poeta.
La biografia di Giuseppe Piccoli non chiede, è una traversata nella poesia più vera e profonda, un istante di attesa che si propaga continuamente e non smette di esistere; manda segnali a ogni nuovo lettore che è pronto a calarsi con rispetto e responsabilità in una poesia così forte e unica.
“Verrà il colore dell’ombra/a darci pace e giustizia d’anima:/ lo sento che verrà, e sarà/ più che una biga con tanti cavalli./ Né io vile sarò: sarà un segno/ trovato nel libro tre volte aperto,/ per tre volte chiuso, quando al Signore/ tocca d’ungere d’olio il capo:/ e la grazia d’un baleno su di noi,/ sulle nostre parole temendo dette/ sulle impaurite parole che non si fanno”.

 

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Solo 1500 n. 99 – Le porte

berlino 2009 - foto gm

Solo 1500 n. 99 – Le porte 

Ci sono porte che si chiudono, porte che si aprono. Porte che restano aperte per sempre. Porte in legno, porte blindate, porte scorrevoli, a soffietto. Porte in alluminio. Porte orrende, porte rovinate e bellissime. Porte trovate in spiaggia, porte appese sopra i letti, porte che si fanno tavoli, porte che diventano comodini. Porte in restauro, porte restaurate. Porte in bianco e nero, porte colorate. Porte fatte di niente, porte sul mare. Porte sbattute dal vento, sbattute in faccia. Porte di quando uno chiude e dice: “vado via”. Porte di quando si esce, porte di quando suona la campanella e i bambini corrono fuori. Porte fatte di ciabatte o mazze di legno sulla spiaggia. Porte che era fuori o era dentro. Porte che per me era gol. Porte informatiche, porte che collegano. Porte che entrate che qui ci stiamo tutti. Porte che sono i libri, porte che aprono finestre. Porte che sono occhi aperti sul mondo, sui mondi. Porte che sono fatte di sorrisi. Porte larghe, portoni, porte strette, porte piccine delle fiabe, porte col vuoto dietro come gli incubi da bimbi. Porta Romana, Porta Ticinese, Porta Vigentina, Porta Genova. Porta Pia. Porta con la breccia, porta col lucchetto, porta a vetri: “Coraggio, guarda dentro”. Porte che scriviamoci  sopra. Porta spalancata che entra luce, che gira l’aria, che tra poco piove, che tra poco smette. Porta Capuana “che te le ricordi le pizze fritte? Io sì”. Porta che non si è mai chiusa, porta che è rimasta aperta. Porta di quando uno se ne va. Porta di quando uno torna. Porta che tanto l’indirizzo lo conosci. Porta che tu sia benvenuta.

(a NC)

Gianni Montieri

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Una poesia inedita di Francesco Paolo Alexandre Madonia (testo in francese e autotraduzione)

reversi

DÉDICACE
(à la manière de Max Elskamp)

Je jalonnerai ta vie de roses nues
qui auront un parfum de décombres

sentimentales, et qui seront froissées
comme ton humeur après un reversi.

Te souviendras-tu des choses sues?
Ou aussi bien lors, de ces enfants

qui nous apportaient renfrognés
les tristes souvenirs du midi?

De ces vastes et cruelles clartés,
te souviendras-tu, quand-même?

.

DEDICA
(alla maniera di Max Elskamp)

Costeggerò la tua vita di nude rose
che avranno un profumo di resti

sentimentali, e saranno stropicciate
come il tuo umore dopo un reversi.

Ti ricorderai delle cose sapute?
O anche, allora, di quei bambini

che ci portavano accigliati
i tristi ricordi del mezzogiorno?

Di queste vaste e crudeli chiarezze,
ti ricorderai, comunque?

.

Francesco Paolo Alexandre Madonia, ex-allievo dell’Ecole Normale Supérieure, è docente di Letteratura francese nell’Università degli Studi di Palermo e docente di Clinica psicoanalitica presso due scuole di specializzazione in psicoterapia. I suoi interessi di ricerca vanno dall’estetica (di prossima pubblicazione il volume Laideur et libertinage, Paris, Champion e il Dictionnaire de la laideur, Paris, Champion) alla psicoanalisi (codirige la “Rivista di Psicodramma Freudiano”) alla grammatica e alla storia della lingua francese (Le lingue di Francia, Roma, Carocci, 2005; Grammatica della lingua francese, Roma, Carocci, 2012).

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Bologna in lettere – Festival di letteratura contemporanea

Bologna in lettere
 
Festival di letteratura contemporanea – Numero 0
 
SABATO 8 GIUGNO 2013
Dalle 10.00 alle 23.00

Bologna in lettere

 

Programma

*
Ore 10.00 Scuola Media Dozza – Via De Carolis 23
Poesia a scuola
con Salvatore della Capa, Gassid Babilonia, Traci Currie, Giuseppe Nibali
Matteo Zattoni, Anna Franceschini, Giusi Montali, Idriss Amid, Nicolò Gugliuzza

Evento curato e condotto da Loredana Magazzeni, Pina Piccolo
*

Ore 11.30 Libreria Trame – Via Goito 3
Aperitivo letterario con Sergio Rotino, Daniele Barbieri, Elio Talon,
Lucia Guidorizzi, Antonella Barina, Leila Falà

Evento curato e condotto da Sergio Rotino
 
*
 

Ore 12.00 SPAZIO 100300 Cafè – Via Centotrecento 1/a
Full Contact
Aperitivo performativo con Alberto Mori, Martina Campi & Mario Sboarina,
Lella De Marchi, Graziano Graziani, Simone Nebbia

Evento curato da Memorie dal SottoSuono,
condotto da Martina Campi e Mario Sboarina
*

Ore 13.00 LORTICA – Via Mascarella 26
Incandescenze (Poeti alla carta)
con Ed Warner, Enrico De Lea, La minima parte (Massimiliano Bardotti),
Alessandro Assiri, Petite Paulette, Agnese Leo, Jacopo Ninni

Evento curato da Collettivo Self Poetry,
condotto da Agnese Leo, Jacopo Ninni
*

Ore 13.00 TrattoriaBaraldi  – Via del Pratello 40
Il Baratto (Poeti alla carta)
con Enea Roversi, Silvia Secco, Claudia Piaz, Rita Galbucci,
Diego Conticello, Gianluca D’Andrea, Gabriele Gabbia

Evento curato da Gruppo 77, condotto da Rita Galbucci
 
*
 
Ore 15.00 Giardini di S. Leonardo – Via S. Leonardo
Voci di strada
Primo step con
Traci Currie, Sara Brayon, Reda Zine, Luigia Bencivenga,
Enrico Simoniello, Giambattista Crea, Riccardo Paradoz

Evento curato e condotto da Vasily Biserov
 
*

Ore 16.00 Libreria Ubik – Via Irnerio 27
Il ricatto del pane (Antologia sul mondo del lavoro), CFR edizioni, 2013
con Patrizia Dughero, Francesca Del Moro, Enzo Campi, Claudia Zironi,
Antonella Barina, Claudio Bedocchi, Luca Ariano,
Gerardo De Stefano, Lucia Guidorizzi, Massimiliano Bardotti

Evento curato da Letteratura Necessaria, condotto da Patrizia Dughero

*

Ore 17.00 Libreria Delle Moline –  Via delle Moline 3
Hyle – Selve di Poesia, La Vita Felice edizioni, 2013
con Francesca Serragnoli, Gianluca Chierici, Marilena Renda,
Sarah Tardino, Mariarita Stefanini, Carla Saracino, Vincenzo Frungillo,
Franca Mancinelli, Luciano Mazziotta

Evento curato da Letteratura Necessaria, condotto da Luciano Mazziotta
 
*

Ore 17.30 SPAZIO 100300 Cafè – Via Centotrecento 1/a
Letteratura in fasce
con Veronica Tinnirello, Giusi Montali, Luca Mozzachiodi,
Francesca Mazzotta, Chiara Bernini, Gianfilippo Capotosti

Evento curato e condotto da Chiara Bernini
 
*

Ore 17.30 BAR DEI LICEI  – Via Broccaindosso 69
 A un passo dal secondo movimento
con Ugo Rapezzi, Gianfranco Corona, Simone Molinaroli, Francisca Rojas,
Roberto Righi, Domenico Segna, Claudio Comandini, Claudio Bedocchi,
Bartolomeo Bellanova, Andrea Trombini, Elio Talon, Marina Mazzolani,
Gassid Babilonia, Paolo Aldrovandi, Sonia Lambertini

Evento curato da100 Thousand Poets for Change-Bologna,
condotto da Gassid Babilonia
 
*

Sabato 8 Giugno 2013 Ore 17.45 Libreria Ubik – Via Irnerio 27
100 mila poeti per il cambiamento – Bologna – I° Movimento, qudulibri, 2013
Primo step con
Rina Xhihani, Pierluigi Tedeschi, Lance Henson, Patrizia Dughero, Luca Egidio,
Serenella Gatti Linares, Giancarlo Sissa, Idriss Amid,  Matteo Zattoni

Evento curato da100 Thousand Poets for Change-Bologna, qudulibri,
condotto da Patrizia Dughero, Pina Piccolo
 
*

Ore 18.00 Libreria Modo Infoshop – Via Mascarella 24/b
Specchio dei tempi
Canto e demolizione – Antologia di poeti spagnoli contemporanei
Thauma edizioni, 2013
con Lorenzo Mari, Serse Cardellini
In tempi ormai viciniCFR edizioni, 2013, di e con Alessandro Assiri
A seguire reading di Luca Ariano, Giorgio Bonacini, Vincenzo Bagnoli

Evento curato da Letteratura Necessaria, condotto da Vincenzo Bagnoli
 
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Ore 18.00 IBS Bookshop –  Via Rizzoli 18
Voci Salve
Presentazione del N°54 della rivista Le Voci della Luna
con Antonella Taravella, Francesco Sassetto, Sergio Rotino, Marinella Polidori

Presentazione dell’antologia Poeti di corrente, Le Voci della Luna edizioni, 2013
con Matteo Bianchi, Chiara De Luca, Raffaele Ferrario,
Alessio Casalicchio, Maddalena Lotter, Anna Bonamici

Evento curato da Le Voci della Luna,
condotto da Marinella Polidori, Sergio Rotino
 

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Ore 18.00 Libreria Igor – Via S. Petronio Vecchio 3
Parole scorrette
Serena Rossi e Valentina Gaglione interpretano
testi di Eleonora Tarabella e Massimiliano Chiamenti.
A seguire Recital letterario a tematica omosessuale con
Massimiliano Martines, Valentina Pinza, Giuseppe Nibali, Claudia Piaz,
Salvatore Della Capa, Rita Galbucci, Alessandro Brusa, Francesca Del Moro.
Accompagnamento musicale: Ensemble Altre Voci

Evento curato da Gruppo 77,
condotto da Alessandro Brusa, Francesca Del Moro
 

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Ore 18.15 Giardini Margherita
Voci di strada
Secondo step con
Reda Zine, Samuele Scagliarini, Consiglia Strazzari, Nicolò Gugliuzza
Riccardo Paradoz, Vasily Biserov, Luigia Bencivenga, Sara Brayon, Enrico Simoniello

Evento curato e condotto da Vasily Biserov
 
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Ore 18.30 Giardini del Guasto – Via del Guasto
Free Zone
con Silvia Rosa, Maurizio Landini, Chiara Daino, Gerardo De Stefano,
Antonella Barina, Diego Conticello, Gianluca D’Andrea, Gabriele Gabbia,
Silvia Molesini, Lucia Guidorizzi, Sergio Rotino, Jacopo Ninni

Evento curato da Letteratura Necessaria, Collettivo Self Poetry,
condotto da Jacopo Ninni
 
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Ore 18.30 Libreria Delle Moline –  Via delle Moline 3
Oggetti & Soggetti
con Chiara Catapano, Massimiliano Bossini, Roberta Durante,
Renata Morresi, Chiara Baldini, Salvatore Ritrovato, Michele Ortore,
Enea Roversi, Silvia Secco

Evento curato da Letteratura Necessaria, condotto da Enea Roversi
 
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Ore 19.00 L’Altra Babele – Via Gandusio 10
Presentazione della Rivista Atti Impuri N° 5-6
con Pietro Alagia, Collettivo sparajurij, Collettivo Lo spazio esposto

Evento curato da L’Altra Babele, condotto da Pietro Alagia
 

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Ore 19.00 Arena Orfeonica – Via Broccaindosso 50
Cuore di preda
Poesie contro la violenza sulle donneCFR Edizioni, 2013
a cura di Loredana Magazzeni
con Maria Luisa Vezzali, Paola Elia Cimatti, Silvia Molesini, Anna Zoli,
Serenella Gatti Linares, Loredana Magazzeni, Giovanna Iorio, Nadia Chiaverini,
Michela Turra, Leila Falà, Roberta Parenti Castelli, Mara Cini

Evento curato da Loredana Magazzeni, Gruppo 98 Poesia
con il patrocinio della
Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna
 

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Ore 19.15 Tedofra Artgallery – Via delle Belle Arti 50
Contaminazioni
con Luciano Mazziotta, Carmen Gallo, Matteo Marchesini,
Matteo Bianchi, Renata Morresi, Luca Minola,
Roberta Durante, Roberta Sireno, Anna Franceschini
Accompagnamento musicale: fab (e i fiori), Mostra Pittorica di Matteo Accarrino

Evento curato da Associazione ComPari, condotto da Anna Franceschini
 
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Ore 19.30 Circolo Arci  La Vereda – Via De’ Poeti 2/f
100 mila poeti per il cambiamento – Bologna – I° Movimento, qudulibri, 2013
Secondo step con
Roberto Righi, Domenico Segna, Antar  Mohamed Marincola, Silvia Parma,
Gassid Babilonia, Pina Piccolo, Simone Cuva, Patrizia Dughero, Nicolò Gugliuzza

Evento curato da100 Thousand Poets for Change- Bologna, qudulibri,
condotto da Patrizia Dughero, Pina Piccolo
 
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Ore 20.00 Vino al Vino – Via S. Stefano 77
Portico Poetico
con Klaus Miser, Rita Galbucci, Stefano Severi, Roberta Lipparini,
Gabriele Xella, Valentina Zerbini, Francesco Alberani, Alessandro Dall’Olio,
Daniele Barbieri, Alessandro Brusa, Nicola Bonacini

Evento curato da Gruppo 77, condotto da Alessandro Dall’Olio
 
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Ore 21.00 Circolo Arci Guernelli – Via Gandusio 6
Poesia in musica
Leit Motiv 13
con Valentina Gaglione, Il Rapsodico, Memorie dal SottoSuono,
Francesca Del Moro, Fabio Fanuzzi
Bologna 67-77
con Nicola e Vincenzo Bagnoli
Slam Session
con Chiara Daino, Enzo Campi, Lella De Marchi, Silvia Rosa,
Pierluigi Tedeschi, Raffaele Ferrario, Silvia Molesini, Antar Mohamed Marincola

Evento curato da FuZZ Studio, Letteratura Necessaria,
Memorie dal SottoSuono, condotto da Fabio Fanuzzi, Valentina Gaglione
 

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Ore 21.30 Tarcaban Cafè – Via del Pratello 96/f
In noi o in Siria muore l’umanità
con Faraj Bayrakdar, Tarek Aljabr,
Ghayath Almadhoun, Khaled Soliman Al Nassiry

Evento curato daAssociazione Almutawassit,100 Thousand Poets for Change-Bologna, condotto da Pina Piccolo, Gassid Babilonia

 

 

La pelle o la devozione all’anima di Gianmarco Busetto

ResizedImage185300-la-pelle-o-la-devozione-allanimaLa pelle o la devozione all’anima è l’ultima raccolta di poesie del poeta, performer, regista, drammaturgo veneziano Gianmarco Busetto. Cinque anni di scrittura, 42 liriche, che occupano «lo spazio della lettura e dell’ascolto», come ben dice Anna Toscano nella prefazione. Di molti ascolti infatti si nutrono questi testi, in cui riverberano poesia, prosa, teatro e cantautorato, in un continuo rimando dentro e fuori dal testo, perché l’arte di Busetto è plurima e densa, anzi densissima, e occorrono poche note per parlare di essa. Vi è una stratificazioni di immagini che prosegue la precedente raccolta Le usanze dei rivoluzionari ai tempi del coma; quelle poesie «particolari» in cui il quotidiano s’incarnava e assieme ad esso tutto ciò che lo riguardava ossia le «piccole e grandi amarezze della realtà» (Anna Toscano), qui esplodono, si fanno più ricche, si moltiplicano e con esse l’intento di Busetto, che è quello di collocarsi in una linea poetica propria, poco usale in Italia, che riesca a contenere spinte di diversa provenienza artistica appunto, e tuttavia rappresentare l’originalità di una voce che sia solo sua. In questo senso anche l’immagine di copertina Citazioni di Marina Renzi, risulta azzeccata, congeniale.
Si deve partire dal titolo, che con la “o” congiunzione disgiuntiva lancia una sfida significante; innanzitutto separa due livelli del sentire umano che son anche due sezioni distinte che contengono liriche diverse; il corpo e la mente, Busetto li identifica come a lungo disgiunti nella storia dell’Occidente, due luoghi che invece coesistono e cui lui dà – da uomo di teatro anche – sufficiente peso e caratura. Ma la “o” mette in campo un’altra sfida, quella dell’unità negata dal titolo, quella del sentirsi “voce solitaria” e “fuori dal coro”, coro non più interlocutore per l’attore-‘voce prima’ dei testi. La sezione de La pelle, tuttavia, trova sempre un tu di riferimento; c’è un dialogo a due, un dialogo che si fa vivo e vitale, non importa con chi perché è un dialogo con il corpo, fatto con la carne, è un dialogo-corpo in cui parole e voce son parole-mondo «ma le parole sono percezioni/ escono quando qualcosa c’è/ anche se non riusciamo a vederlo […]/ ma le parole non sono urlo, le parole, le vere parole/ sono la percezione che di quell’urlo fa necessità» (da Un piccolo album sentimentale sulle parole). Significativi a tal proposito i versi

sarà che ancora dovrei scivolare nella tua bocca
per ritrovare la mia voce […]
sarà che una promessa dovrebbe valere
solo nell’istante in cui la si pronuncia
che quando si torna bisognerebbe essere
almeno partiti o che
a volte, per durare
basterebbe trovare il coraggio di tornare banali

(da Sarà che ho dimenticato le sigarette/ da qualche parte prima del tramonto)

*

io indosso la solita faccia
per apparire estraneo a me stesso
ma solo vicino a te
sento il corpo come un limite

(da Qualcosa che se n’è andato per sempre)

Questa sezione è anche quella in cui il tempo trova maggior importanza, proprio perché è la sezione dell’esperienza, che si fa con il corpo e qui vige la poesia lirica, lirica-corpo.
La sezione de la devozione all’anima invece, più legata allo spazio e altrettanto vitale poiché l’anima è “sede” della vita, presentifica l’assenza di “coro” con cui interfacciarsi, e si presta ad essere maggiormente monologante; essa si fa anche contenitore di un lungo testo-suite intitolato Voci di ritorno, che fa parte anche di un’opera teatrale sul tema della follia Turning Back (Voices), che è stata portata in scena dalla compagnia Farmacia Zoo:E’ dal 2011, follia che secondo lo stesso autore «nasce tra percezione altra e vibrare comune». Un catalogo di liriche che guardano ad un’attitudine alla giustizia, dove nulla si lascia al caso ma è collocato in versi con ‘attenzione’, seguendo una linea dell’evidenza, del “far vedere” tutto, molto propria di autori che si servono di versi più inclini alla prosa, e uno su tutti è Pasolini anche se forse uno dei riferimenti più attinenti per stessa ammissione di Busetto, è il Bukowski poeta. La giustizia è letteraria e tematica insieme, e per Busetto è un canto, una ricerca, una soglia e una meta, che qui si rendono. C’è molta libertà in questi versi infatti, libertà che sta anche nell’uso della punteggiatura, uso “aperto”, e in un  a-capo prosastico. Forse qui si sente maggiormente l’importanza dell’oralità e della musica e vi è un crocevia di rimandi, a Jacques Brel, a Serge Gainsbourg, ad una buona parte del cantautorato francese del Novecento che di queste liriche è padre. Il gusto della ripetizione e dell’anafora, ma anche del silenzio, è propria di questo lavoro sull’oralità che Busetto persegue da molto tempo, anche nei reading su testi suoi e di altri, dicendo: «L’oralità è essenziale. Ma non basta. Ci vuole cura del dettaglio, amore per l’interpretazione, lucidità nella traduzione dei significati, anche fossero i propri, e capacità di perdersi, innamorandosi non di se stessi ma della vita che affiora dai testi» senza dimenticare che voce-corpo-immateriale-materia sono un tutt’uno e che, come recitava un verso della raccolta precedente «La pelle è solo l’ultimo strato dell’anima».

© Alessandra Trevisan

UNA CANZONE D’AMORE IN GENNAIO

chiamerò il tuo nome
dove il significato delle parole si sbriciola
nel suono piccolo della mia voce più fragile

ti abbraccerò dove sei più fredda,
nella stanza delle elemosine
delle bambole, delle barelle
nel giardino delle crocifissioni a colpi di neve

mi confonderò tra marmellate e pasticcini
e vodke ruvide di brindisi siberiani
salterò nella fragranza del lievito e della farina
e ancora diverrò pane per lasciarmi masticare
vino e acqua fino a lasciarmi bere

l’esistenza non sperpera coincidenze
e io sono solo troppo umano
una minuscola tenebra di bugia che
corre il rischio di credersi sole

ti prego dunque di perdonarmi se oggi
continuerò a cercarti dove sei più cieca
con il più cieco dei miei occhi

perché il trovarsi
non è questioni di sensi
ma di luce

*

UN PICCOLO ALBUM SENTIMENTALE SULLE PAROLE

oggi avrei voluto scrivere parole di rabbia
parole che non si spiegano, parole d’offesa
avrei voluto scrivere di come oggi ci sei
e domani è solo amici che piangono e
vacanze a Djerba da disdire
parole gridate, sentite, parole che nemmeno
il bianco avrebbe potuto cancellare

ma le parole sono percezioni
escono quando qualcosa c’è
anche se non riusciamo a vederlo

quando escono, loro, lo fanno per dare colore all’istante
mai al giorno prima, mai al sempre

le parole sono precise, sono sincere, sono brividi
sono febbre e colpo di tosse
le parole, le vere parole, quando escono
lo fanno per dare forma all’invisibile, mai all’assente

le parole non le puoi forzare, puoi mentire a te stesso
fingere l’urlo come un pessimo attore da teatro stabile
ma le parole non sono urlo, le parole, le vere parole
sono la percezione che di quell’urlo fa necessità

le parole vere sono quelle inevitabili

oggi avrei voluto scrivere parole che non ho
parole che ieri avevo
e che mi sono poi scappate in
pugni, canzoni di Jacques Brel
e piccoli fastidi
parole che oggi sono cadute contro l’entusiasmo
di una meravigliosa falsa primavera
di quell’illudersi anche solo per un istante
di poter abbandonare i cappotti
di quel riuscire a immaginarla vicina mentre
disegna un sole e scrive il nome di suo figlio sulla sabbia
di quel poter tornare a credere che
sotto la lana dei cappotti
non solo l’urlo e la preghiera
ma il respiro
continui a non tramontare

*

CANTO DELLA PAZIENZA

se non posso cancellare la neve
piegare le lame
se non posso spegnere tutti
gli incendi del mondo
posso comunque nutrire
cucire ferite
coprire geli
e scaldare silenzi

se non posso io cambiare
tutto quel che cambierei
se non posso potere
tutto ciò che vorrei
posso comunque consolare lamenti
accompagnare zampe fragili
stringere paure
e incoraggiarle a speranze

e se tutto quel che io posso
non basta
allora aspetteremo sera
quando il buio perde le facce
quando le vene si fanno più larghe
quando anche un perdono
è misurato
nel sussurro di un «grazie»

*

MONOLOGO DELL’INGANNO

ora qui io maledico le preghiere
le logiche di fede traditrice
maledico i riflessi di stelle sul ghiaccio
che riflettono stelle per farsi credere stelle
che come stelle brillano di fuoco
ma ghiacciano di neve nel loro essere terra

ora qui io maledico promesse, trappole e tranelli
la via che ci porta a cadere che
ha lo stesso nome della buona fede
del bisogno di credere in grandi paradisi
per motivare il vuoto di piccolissimi inferni

ora qui io maledico le delusioni del credere
per non maledire il me stesso che ha creduto

ora qui io maledico l’oggi perché
è il domani vuoto delle promesse di ieri

ora qui io maledico il troppo credere
che m’ha spinto al non credere

ora qui io mi scotto la lingua su lingue inutili
tocco la terra nera e l’acqua sporca
tocco le forme dello sporco
che mi sporcano la fronte sporca

ora qui io grido

«non lasciamoci ingannare

non lasciamoci ingannare»

ora qui io urlo

«non lasciamoci ingannare
non lasciamoci ingannare»

ora qui io dico

«come abbiamo potuto?
come abbiamo potuto
cadere nell’inganno?»

ora qui io prego che non sia
prego che se sia non veda
che se veda non possa
e che se possa sia il perdono

ora qui io prego che
malgrado tutto esista

perché il vuoto è freddo
perché la fame è tanta
che malgrado tutto esista
perché di morire solo, ho paura

gianmarco-busetto-86684Gianmarco Busetto è poeta, performer, regista e drammaturgo. Vive a Marghera (VE). Ha fondato nel 2006 la compagnia teatrale e performativa “Farmacia Zoo:E’” per la quale è autore di numerose performance e spettacoli teatrali da lui scritti e diretti tra i quali Pornografie, Oggi è solo salsa piccante, Le usanze dei rivoluzionari ai tempi del coma, Beat Improvisation, La Distanza, (Voci) Di ritorno e Religions.
Docente di Teatro e Scrittura Creativa presso varie strutture pubbliche e private, ha pubblicato: Metti un giorno una bella Signora (Pangloss, 1998); Le usanze dei rivoluzionari ai tempi del coma (Equilibri, 2009); Turning Back (Voices) – opera collettiva attorno al tema della follia.
Cd: Anche le anatre d’allevamento d’altronde migrerebbero in autunno, recital per voce e pianoforte.

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Flashback 135 – Facciate

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

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Ci sono persone nuove da salutare e altre da evitare, giorno dopo giorno, tra falsi sorrisi e domande inutili. Ci sono facciate da mostrare e pensieri da nascondere. C’è chi parla tanto e chi se ne sta in disparte senza dire nemmeno una parola, fumando un miccio o bevendo una birra. In una selva di sguardi da scambiare io osservo e faccio le mie scelte. Fuori dal locale c’è anche Santo, quarant’anni, laureato e disoccupato. Parla di cambiare le cose e poi consiglia alle altre persone di non sprecare energie per realizzare progetti per la propria città. Io ci sorrido sopra e, mentre mi chiedono cosa si potrebbe organizzare per la giornata contro tutte le mafie, mi domando se esiste davvero tutta questa differenza tra un uomo di mafia e uno che agisce come Santo.

© Marco Annicchiarico

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Enditoriale o l’arte dell’editoriale hip hop homemade. Intervista a Endi Primo

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Oggi vi presento con un’intervista che ho fatto di persona, un artista hip hop dell’underground veneto e italiano, Endiprimo. Ve ne parlo perché ha dato vita ad un progetto piuttosto originale ed interessante chiamato “Enditoriale“, che ogni mese va in onda sul suo canale youtube. Si tratta di un editoriale in rima, che rispetta l’estetica del genere cui appartiene. Alla luce di quanto si ascolta e si vede oggi in radio e in tv, credo sia utile dare importanza, in un blog indipendente quale Poetarum è, a voci altrettanto indipendenti ed autentiche, a voci che con il loro contributo alzano il livello di coscienza e di appartenenza – non sempre con orgoglio, ahimè – al nostro presente. Ho un grande rispetto per l’arte di Endiprimo, non solo perché la trovo “formalmente” validissima ma perché penso che i suoi contenuti siano importanti, e siano “detti” sempre con grande forza, la stessa forza che possiede la poesia di cui spesso qui ci occupiamo, con un’aderenza all’oggi che, come un vestito cucito su misura, possiamo indossare. Leggete, ma soprattutto ascoltate.

© Alessandra Trevisan e © Endiprimo

1. Ciao Endi! Presentati e parlaci di quando hai iniziato questo tuo percorso.

Mi presento. Ho iniziato a scrivere circa vent’anni fa e la prima cosa che ho scritto era un “non-senso” ma il senso l’ho trovato anni dopo. Avevo 12 anni. Già lì c’era questo spirito un po’ dell’Enditoriale, ovvero del descrivere tutto ciò che vedevo, e che magari non capivo subito ma poi rielaborando, rileggendo, rientrava in un contesto sempre attuale. La prima cosa che ho scritto era: «Bassano è deserta, la gente mi guarda.» che mi faceva ridere a 12 anni ma ripensandoci dopo porta con sé mille sfaccettature e significati. Avevo 12 anni ed era un’estate ‘particolare’. Poi due anni dopo, a 14 anni, ho cominciato a scrivere in rima, in metrica, e a seguire il movimento dell’hip hop, e ho continuato; non credo ci sia stato un mese consecutivo della mia vita senza scrivere almeno un testo, quindi da vent’anni a questa parte ne ho fatti un po’.

2. Passiamo all’ENDITORIALE. Siamo qui per parlare di questo. Quando e come nasce l’idea piuttosto innovativa, soprattutto nell’underground.

Ho pubblicato alcuni dischi perché avevo voglia di registrarmi e non per farli ascoltare agli altri, ed è una cosa che faccio tuttora. Però, andando al passo coi tempi, visto che c’è quest’enorme possibilità del web che funziona benissimo come ‘megafono’, ho deciso di pubblicare in rete mie tracce. Otto mesi fa è nata l’idea con Tono, che è un ragazzo di Montebelluna (in provincia di Treviso n.d.r.), che fa produzioni diverse rispetto a quelle che uso di solito. Abbiamo registrato un pezzo per gioco, e io l’ho intitolato Enditoriale. Ho iniziato a selezionare tutti i fatti d’attualità che mi colpivano: il primo pezzo era sul Governo Monti, poi ce ne sono stati altri sul mondo del lavoro, della musica hip hop e su Sanremo; e poi sulla crisi, che è un argomento che tratto spesso, sia a livello economico sia a livello “morale”. Ho scritto sul suicidio, sui suicidi che recentemente ci sono stati. E cerco sempre di alternare alcuni temi leggeri a questi, di mese in mese. L’ultimo Enditoriale parla di “web vs. vita reale” non a caso perché penso che ultimamente si tenda più a vivere ciò che si scrive che a scrivere ciò che si vive. Oggi si tende sempre più a farsi condizionare da tutti gli input continui, attivi e passivi, che si hanno dai social network, fino a che il nostro cervello non distingue più cos’è importante e reale e ciò che non lo è. Nel pezzo ho chiamato al telefono gli amici e mia madre anche, o sono andato a trovarli di persona, proprio per registrare il paradosso che viviamo.

3. La scelta dell’hip hop è strettamente legata ad una pulsione vitale perché è u genere musicale incarnato nella realtà. Tu come lo senti?

Facile. Lo sento molto naturale. A 12, 13, 14 anni, quando cerchi un’identità un po’ esterna nella quale rispecchiarsi, con la quale crescere… Quando avevo quell’età c’era stato il boom dell’hip hop in Italia (siamo nel ’92 n.d.r.); non c’era niente in tv, internet non esisteva. La prima connessione lentissima l’ho avuta almeno cinque anni dopo (circa nel 1997, ’98 n.d.r.). L’hip hop l’ho conosciuto in una Jam, ossia un concerto dal vivo; vedevo i graffiti sui muri e volevo capire cosa ci stava dietro. Io mi sono trovato naturalmente dentro quel mondo; ho iniziato a scoprirlo e ho capito che c’era una bella cultura dietro. Non mi ritengo un invasato di quelli che “i principi base sono questi e li rispetto a vita”, perché non credo a nessun dogma universale. Non riesco però a sopportare chi invece come, in questa nuova ondata mediatica, chiama hip hop tutto ciò che non lo è. Ad esempio c’è un finto tg italiano di cui non farò il nome, ma è sul canale numero 6, che diceva in questi giorni che «L’hip hop e il rap son sempre legati alla malavita.». Al di là del fatto che questo finto telegiornale dica tante cazzate, è proprio l’immagine mediatica che si vuole dare, forte, perché prende le fasce dei più giovani, quelli che hanno un’età nella quale anch’io ho iniziato. Fa un po’ ridere.

4. A tal proposito. Ricordo che in un Enditoriale hai citato la voce di Morgan che in diretta tv, sproloquiava sul “genere hip hop”…

Sì. Ha confuso hip hop e rap, e ha cercato di spiegare cosa “contiene” cosa, sbagliando. Ma soprattutto ha detto che lui ha conosciuto l’hip hop perché l’ha visto in tv e non nel Bronx… Al di là di Morgan, che è un artista che si sa vendere bene, e che non sa niente di questo genere, il punto è proprio questo presentarsi come un nuovo “tuttologo del nulla”. 

Io mi sono staccato da tutto questo. L’hip hop fa parte di me. Lo dico sempre che non lo faccio per farmi conoscere, per vendere i miei dischi. Lo faccio perché “devo”, non potrei farne a meno. E dal vivo. È un mio bisogno naturale.

5. Cosa ne pensi dell’hip hop come “genere” anche politico?

Due dei primissimi pezzi italiani che ho conosciuto sono ancora potentissimi, erano di Frankie Hi Nrg, ed erano Potere alla parola e Fight da Faida. Potere alla parola parla della capacità che ha il linguaggio attraverso il rap e quindi l’hip hop, di arrivare “diretto” come una manata in faccia; Fight da Faida parla delle mafie, ed era un pezzo che anche all’epoca aveva suscitato scalpore. Lui s’era preso anche insulti, botte, sputi.

Nei testi si deve manifestare il proprio punto di vista, politico anche. Chi arriva nel mainstream, e quindi in radio, tv, stampa, al massimo dice che “va tutto male”; l’importante è che non si colpiscano le persone. Quelli che colpiscono le persone, passano come personaggi malavitosi, deviati, che non hanno un lavoro e che si lamentano e basta. Li fanno passare come vogliono.

Io credo che chi sostiene la cultura hip hop abbia il diritto e il dovere di manifestare il proprio pensiero, perché sennò fai del rap, e metti delle parole in rima sopra una base – di gusti discutibili ultimamente -, e magari per vendere di più dici che sei hip hop, ma non lo sei.

Sì perché l’autenticità di questo genere sta nel far sentire quello che pensi.

Sì. Una voce deve essere il più originale possibile nella ricerca della metrica, del flow, dei contenuti, e deve dire “qualcosa di tuo”. Tanti – e si ritorna all’ultimo Enditoriale – si studiano un personaggio, interpretano una parte. È più importante fare delle belle foto o un video invece di curare un testo o avere l’umiltà di dire «Io non c’entro niente con ‘sto mondo, mi piacerebbe farlo ma non ne ho le capacità.» Io non l’ho mai sentito dire.

6. Tu sei nato e vivi a Bassano del Grappa, in provincia di Vicenza. Cosa ne pensi del fare musica “in provincia”, anche se forse l’Italia è tutta una provincia…?

Fare musica in provincia è una delle cose più belle per sopravvivere. La provincia non ti offre tutti gli spunti che una grande città ti dà. Si rimane autentici restando legati alle cose molto “normali”. Se io fossi andato a vivere a Milano, dove gira tutto il mondo dell’hip hop o della musica in generale, avrei iniziato a vivere una vita diversa ma molto meno autentica. Non mi sarebbe venuto in mente di chiamare mia madre al telefono per inserirla in un Enditoriale. Mi piace di più essere di Bassano e ogni mattina svegliarmi e vedere i prati e i campi, il vecchio che bestemmia al bar, l’egiziano o tunisino, kenyota o cinese o thailandese, che attraversa la strada perché sta prendendo la patente però si ritrova a Bassano del Grappa. E pensare lui [sorride] com’è finito a Bassano del Grappa? Io ci sono nato. Mi piace questo fenomeno. Restare in un luogo periferico. L’Italia è tutta così. Ovvio che non ti dà grandi palchi. Se io qui ho un seguito di venti o trenta persone, sicuramente se avessi vissuto in una città da 5 milioni di abitanti anziché 40mila magari conterei qualcosa per qualche etichetta, o riuscirei magari a fare tre serate in più, come tutti i musicisti. Ha il lato positivo e negativo. Faccio questo discorso come se avessi vent’anni perché a 33-34 come adesso, mi piace farlo proprio perché non riesco a farne a meno…

7. Quali sono stati i tuoi punti di riferimento nel tuo percorso?

I miei amici che come me continuavano a far parte di questo movimento, uno su tutti il mio amico Max. Poi la radio, quando c’erano dei programmi che si potevano ascoltare, perché che ti facevano sentire legato alla realtà e al mondo esterno e dire “oh cavolo, lo passano in tutta Italia! Allora non sono l’unico ad ascoltare questa roba!” o “Non siamo quei 30 gatti che siamo solo alle Jam”. Uno su tutti, c’ho lavorato, ed è Ice One (di Roma n.d.r.), lui da sempre. E come artisti, mi piacciono tantissimo gli OTR con Esa, che ancora adesso fa musica, alcuni pezzi dei Sottotono mi piacevano molto e tutti questi artisti ancora ci sono, e hanno gli stessi valori che io condivido.

8. Ci sono due cose che fanno parte dell’hip hop e che si distinguono, com’è anche nel jazz. Ci sono “le canzoni” e l’”improvvisazione”, che nell’hip hop è detta “freestyle”. Tu sei abilissimo in entrambe. In particolare nel freestyle, possiedi una velocità impressionante di combinazione delle sillabe per comporre estemporaneamente le rime. Una volta mi hai detto che sai contare istantaneamente le lettere che compongono una parola e una frase… Ci spieghi dunque come nascono i tuoi pezzi?

Un esperto mi ha spiegato scientificamente – ma è una cosa che io non ricordo – che questa mia attitudine ha a che fare con la velocità di azione del mio cervello. Mi ha visto contare le lettere e mi ha visto fare freestyle, ed è rimasto sbalordito. Non ricordo più nulla a riguardo: mi ha spiegato quale emisfero controlli questa cosa, ma non ricordo… Sempre a 12 anni ho iniziato a contare le lettere che compongono una parola, e a dividerle in gruppi multipli di 4. E ancora adesso ci riesco. Questo allenamento mi ha portato ad essere velocissimo nel freestyle ma è un limite nello scrivere i testi, nel senso che un testo viene bene se sono severo con me stesso. Mi serve fisicamente più tempo per scrivere di quanto invece me ne serva per comporre. Scrivo, deposito, ritocco, li butto via, ed è più difficile quando la testa pensa al doppio della velocità di scrittura.

9. Tu hai registrato alcuni album. Io ti ho conosciuto nel 2008 con Sogni a Nordest (autoproduzione come sempre). Come si passa da quel disco all’Enditoriale?

Si tratta di un libro unico, un capitolo dopo l’altro. Prima Dal tramonto all’alba del 2004, parlava di paranoie notturne; poi Giù le mani del 2007 parlava di tutto ciò che pensavo del mondo dell’hip hop in quel momento. Sogni a Nordest del 2009 parla della crisi, della perdita di denaro, e di valori che qui a Nordest erano rappresentati soprattutto dal denaro, e quindi era un anticipare i tempi, sino ad arrivare a Storie di precaria follia del 2012, in piena crisi, ed è la prosecuzione naturale del precedente album. Poi c’è stato un EP di 4 brani, Questo è il LATO “A” (si ascolta su youtube n.d.r.). L’Enditoriale dice ogni mese cosa stiamo vivendo. La cosa più bella dell’hip hop è che ti permette di dire quello che vuoi come vuoi, e poter lasciare un diario, un documento registrato.

10. Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Il primo più imminente in uscita, è un altro EP, Il piano “B” che prosegue il precedente, e parlerà di chi non è nato già con la prima chance in tasca, non agevolato, si tutti quelli che ora vengono considerati incapaci di realizzare i loro sogni, che utilizzano “il piano B” per andare avanti. Altro lavoro è con DJ Uci e Ciacca (rispettivamente dj e mc dell’hip hop veneto, n.d.r.): abbiamo in cantiere un disco, iniziato sei mesi fa, e prima o poi lo finiremo.

Ecco l’ultimo Enditoriale

  

Andrea Endi Primo è nato a Bassano del Grappa (VI) il 7.9.79. Approccia la cultura hip hop nel 1994 tramite amici e partecipa alla crew Kolpoastratto (con DJ Uci e altri); si avvicina al genere grazie anche a trasmissioni radio (Venerdì Rappa – Radio Sherwood – Radio cooperativa- one two-one two), tape sovraregistrati, fanzine fotocopiate e jam. Registra il primo tape autoprodotto nel 1998 FATTO IN CASA. A seguire nel 1999 il cd KOLPOASTRATTO, nel 2001 90 LA PAURA, nel 2003 LIBERO L’MC, nel 2004-05 DAL TRAMONTO ALL’ALBA (nella cripta) e nel 2007 Giù le mani. Come freestyler vince molti contest tra cui la “Royal Rumble” di Treviso (2006-2007), “King of the Ring” (Vicenza, 2006), “Discipline Virtù” (Schio, 2008) e partecipa a “Tecniche Perfette”, contest interregionale, arrivando secondo nel 2005 e 2006 e in finale nel 2008 a Reggio Emilia. Nel 2010 registra l’album autoprodotto Sogni a Nordest, nel 2012 Storie di precaria follia e l’EP di 4 brani Questo è il LATO “A” entrambi autoprodotti. L’ultimo progetto è ENDITORIALE. Questo è il suo canale youtube.

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Mariella Mehr: un’introduzione alla lettura

Non conoscevo quest’autrice di prosa, teatro e poesia; non sapevo quanto la sua vita fosse entrata nella sua opera. Si parla spesso di autobiografismo e di scrittura come cura per il sé: io credo che il caso di Mariella Mehr sia duplice e che la sua storia rappresenti entrambe le facce della medaglia, testimonianza e arte, ma in un solco doloroso e profondo e di enorme, sconfinata sensibilità. Ringrazio Anna Poma, responsabile scientifico del Festival dei Matti di Venezia per avermi avvicinata alla Mehr, soprattutto alla sua poesia. Gli esiti di Mehr richiamano alla mia memoria molte voci conosciute, direi Amelia Rosselli e Alda Merini, che condividono – seppur in modo laterale rispetto all’autrice svizzera -, la vicenda dell’internamento psichiatrico, subendo la follia. C’è in particolare un tema che ritorna spesso, ed è quello del lupo, che non può non farci ricordare quel testo famosissimo di Maxine Kumin, Dopo l’amore; in Mariella Mehr, il lupo non è archetipo della “donna selvaggia” (ben codificato in quel famoso volume di Clarissa Pinkola Estés Donne che corrono coi lupi), ma è associato al tema della “solitudine” (e ben lo spiega lei stessa, in una delle interviste che segnalo) probabilmente con molteplici significati di “fuori e dentro sé”, e anche “abbandono” e soprattutto “cortocircuito culturale”. Anche in Kumin, mi verrebbe da dire, riecheggia un solo-stare tutto femminile. Con questo post intendo raccogliere qualche informazione per fare accenno a quest’autrice sulla quale spero di ritornare, fare una ricognizione di materiale per (ri)diffonderla oggi e per invitarci a (ri)leggerla da domani.

© Alessandra Trevisan

2013-01-12 17.59.06

Mein Mund erwärmte sich
am Licht, er formte Widerworte.
Ich sang mein Leid und Lieb,
ich flog, mit Perlen
schwer behangen, in Glück
gewandet dem Gestirn entgegen,
das seines Schmucks bedurfte,
um für die nächsten Nächte
zu genesen.

La mia bocca si scaldava
alla luce, plasmava obiezioni.
Io cantavo il mio cruccio e l’amore,
volavo, pesantemente
adorna di perle, rivestita
di felicità, incontro agli astri,
che dei loro gioielli abbisognavano
per le notti a venire,
per guarire.

(traduzione inedita di © Anna Maria Curci, tratta dalla raccolta in tedesco e romanès Widerwelten (Contromondi), 2001)

Ci sono molte parole che tornano alla mente quando si legge Mariella Mehr, soprattutto se si leggono le sue poesie; mi riferisco a (r)esistenza ma anche libertà e bellezza. E poi impegno, costanza, immaginazione. La sua vita è stata un’esistenza-resistenza di “esilio e sradicamento”, due delle condizioni più difficili che un individuo possa attraversare, poiché si tratta di atti che investono attivamente e portano con sé conseguenze (in)volontarie.

Mariella Mehr nasce a Zurigo nel 1947, nel dopoguerra quindi, in una famiglia di etnia Jenische, nomade ma si presume anche in parte ebrea, la cui vera provenienza mista (i genitori erano polacchi) non è mai stata chiaramente riconosciuta. Allontanata subito dalla madre, entra da bambina nel programma eugenetico “Enfants de la grand-route” (o Pro Juventute) portato avanti dal governo svizzero tra il 1926 e il 1974, un capitolo controverso della storia del suo paese  e da molti considerato un genocidio taciuto, che è proseguito ben oltre quello “progettato” per eliminare gli “zingari” durante la Seconda Guerra Mondiale. Risanamento, ricovero coatto, elettroshock, carcere, terapia chimica, abuso: fino ai trent’anni quasi Mehr subisce tutte queste pratiche, passando dalle case famiglia alle cliniche psichiatriche, attraversando a pieno corpo l’orrore, la perdita della dignità individuale e soprattutto forse il confine dell’(a)normalità e della violenza.

Sopravvissuta, testimone rara e unica, dagli anni ’70 e dopo un percorso di reinserimento sociale e di studi, inizia la propria denuncia; la sua rivalsa è in primo luogo politica, affrontata da una cittadina vittima di una grave forma di segregazione forzata; la formazione della sua coscienza, i termini pratici, e giornalistico-letterari, si considera a partire dal primo libro, del 1981, steinzeit. Oggi conosce sei lingue, e in almeno tre di queste parla e/o scrive (il tedesco, l’italiano, il romanès, la lingua dei rom). Vive in Italia dal 1996. La sua vicenda, complessa e stratificata , è narrata in alcuni suoi libri (tradotti in moltissime altre lingue e diffusi nel mondo) e da lei stessa raccontata in alcune interviste. Ne segnalo almeno due di significative: una a cura di Luciano Minerva, e si può leggerla qui; ben condotta e recentissima, comparsa in rete, è invece «La lupa di Lucignano», dialogo a cura di Serena Raggi, che potete leggere qui o qui. Dell’intervista di Minerva esiste anche un video, qui. Voglio riportare un passo da questo dialogo, in cui Mehr affronta molti altri aspetti riguardanti la sua vita e la sua creatività e anche quelli dolorosi della segregazione che segna per sempre un percorso di perdita dell’Identità; tuttavia il suo sguardo-somma acutissimo sul passato ma ancorato al futuro, è segno di un’indipendenza vitale e poetica assieme: «Io sono nata in un mondo molto violento. Era la prima cosa che ho conosciuto quando ero piccola. È normale che io mi preoccupi di quello perché ha formato la mia vita, la mia forma di pensare e tutto quello. Ma oggi quella non è più la mia vita; io non scrivo più autobiografico, così. Tutti questi libri sono finzione. Oggi mi interessa la violenza in tutto il mondo perché come si potrà cambiare tutto quello, tutta questa violenza, in una forma di discutere insieme, di parlare insieme, di vedere i problemi che abbiamo assieme.». Diceva Hannah Arendt: «La libertà dev’essere rimessa al mondo ogni giorno»; quale miglior auspicio per leggere Mariella Mehr.

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Per una bibliografia delle opere reperibili e tradotte in italiano. Silviasilviosilvana, traduzione di Steinzeit (1981), di Fausta Morganti, Guaraldi Editore, Rimini 1995;  Il Marchio, Luciana Tufani Editrice, Ferrara 2001; per Effigie di Milano Labambina, 2006; Notizie dall’Esilio, 2006; Accusata, 2008; San Colombano e l’attesa, 2010.

Ringrazio Anna Maria Curci per la traduzione inedita che ci concede qui in apertura, tratta dalla raccolta in tedesco e romanès Widerwelten (Contromondi) del 2001.

Tratte invece da Notizie dall’esilio (Milano, Effigie, 2006) le liriche che seguono, con traduzione di © Anna Ruchat. Ho scelto di non postare la traduzione in lingua rom, che trovate nel volume. Dallo stesso, una nota con testi dal blog di Francesco Marotta, che segnalo qui e qui, post in cui mi son imbattuta dopo aver letto la raccolta.

*

Dir blüht noch Laub ums Herz,
und eine frische Prise Salz
haftet dir im Blick.

Von mir will keiner wissen,
wess’ Gewürz ich bin
und welcher Liebe Dauer.

Oft singt mir der Wolf im Blut,
dann wird mir warm
in einer fremden Sprache.

Licht, sag ich dann, Wolfslicht,
sag ich, und dass mir keiner komme,
das Haar zu schneiden.

In fremden Krumen keime ich
und bin mir Wort genug.
Vergänglich, sag ich mir,
denn bald hört jedes Keimen auf,

und einer jeden Stunde Rest läuft ab.

Ancora ti prospera il fogliame intorno al cuore
e una fresca presa di sale
impregna il tuo sguardo.

Di me nessuno vuol sapere,
di chi io sia la spezia
e di quale amore la durata.

Spesso canta il lupo nel mio sangue
e allora l’anima mia si apre
in una lingua straniera.

Luce, dico allora, luce di lupo,
dico, e che non venga nessuno
a tagliarmi i capelli.

Mi annido in briciole straniere
e sono a me parola sufficiente.
Effimero, mi dico,
perché presto cesserà ogni annidare,

e scorre via il resto di ogni ora.

*

Mit scheenblonden Worten,
mit Widerworten,
durch Wortadern
in den Morgen gepflügt,
gepeiningt vom Licht alsbald,
und aufgetrennt bis ins Mark.

Stürze in Rufweite
Staub auf den Lippen,
ein Hauch vorübereifernd;
rasendes Gelb überall.

Resthaut, rauh vom Winter.
Die Rauschzeichen hingestreckt,
tatenlos jedes Lanchen,
nie wird mir der Tag Gesang
(oder Gold im Geäder).

Sprich deutlich, Norne,
es fliegt sich leicht ins Verdorrte.
Ich bin mir zur Unzeit geronnene Stunde.

Con parole biondo-neve
con contro-parole
arata nel mattino
attraverso arterie di parole,
di colpo torturata dalla luce,
e scucita fino al midollo.

Cadute a portata di voce,
polvere sulle labbra
un soffio che passa con ardore;
giallo che sfreccia ovunque.

Resti di pelle, ruvida per l’inverno.
I segnali di fumo allungati,
inerte ogni risata,
mai diventa per me il giorno un canto
(o oro nelle vene).

Parla chiaro, Norna,
è facile finire volando nella terra inaridita.
Io sono per me l’ora che scorre nel non-tempo.

*

Haundsrosen,
sagen wir und lächeln,
verschenken einander Entkommen.

Haundsrosen,
Widergänger auf der Pirsch,
in rastlose Stunden versunken, ins Schattenlose,
wo sich der Schmerz vollzieht.

Mönchinnenblau färbt siche in Streifen Himmel,
verlassene Lagerstätten zeugen von Verstörung,
klagen ihr Recht auf unsere Luftwurzeln ein.

Und schau, ein Adlerpaar,
rufen wir uns zu,
und daß ein jeder Traum nach Schwingen giert,
es ihnen gleichzutun.

Ein Herz schlägt mich in Stücke.
Ist es Deines?
Was frage ich?
Es grenzt ein jedes Fragen
Nur an Dich,
bedeckt, zu grauem Staub zerrieben,
die Wunde unsrer Nacht.

Rose canine,
diciamo e sorridiamo,
ci regaliamo l’un l’altro uno scampare.

Rose canine,
controfigura a caccia,
sprofondata in ore senza riposo, in luoghi senz’ombra
dove il dolore si compie.

Di azzurro-monache si colora una striscia di cielo
i campi abbandonati testimoniano il turbamento,
rivendicano i loro diritti sule nostre radici aeree.

E guarda una coppia di aquile,
ci gridiamo l’un l’altro,
e che un sogno non vede l’ora di volteggiare,
di fare come loro.

Un cuore batte e mi fa a pezzi.
È il tuo?
Cosa chiedo?
Ogni domandare confina
solo con Te,
coperta sbriciolata in polvere grigia,
la ferita della nostra notte.

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“Tiresia” di Giuliano Mesa: un oracolo poetico e non profetico – di Andrea Accardi

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Testo rimaneggiato della relazione tenuta a Pisa il 20 maggio 2013 in occasione del “Seminario per Francesco Orlando”

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Vorrei proporre qualche riflessione sul Tiresia di Giuliano Mesa, anche se la mia analisi puntuale riguarderà solo la prima parte del poemetto. Quest’opera è costituita da cinque sezioni principali, intitolate secondo i modi antichi della divinazione: ornitomanzia (divinazione attraverso il volo e il canto degli uccelli), piromanzia (attraverso il fuoco), iatromanzia (attraverso i segni della malattia), oniromanzia (attraverso il sogno), necromanzia (attraverso i morti). Mesa ci ha fornito delle note che sciolgono l’oscurità dei versi, rivelando che ogni sezione fa riferimento a un evento drammatico della cronaca contemporanea. Nel nostro caso, cito la nota stessa, si tratta di una tragedia avvenuta nel luglio del 2000, nelle Filippine, quando «la più grande discarica di Manila frana, seppellendo Sitio Pangako («Terra Promessa»), una delle baraccopoli che la circondano, e uccidendo centinaia dei suoi abitanti, che vi sopravvivevano scavando tra i rifiuti». Ecco il testo che ci interessa:

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TIRESIA
oracoli, riflessi

(22 luglio 2000 – 24 gennaio 2001)

“devi tenerti in vita, Tiresia,
è il tuo discapito”

I. ornitomanzia. la discarica. Sitio Pangako.

vedi. vento col volo, dentro, delle folaghe.
vedi che vengono dal mare e non vi tornano,
che fanno stormo con gli storni neri, lungo il fiume.
guarda come si avventano sul cibo,
come lo sbranano, sbranandosi,
piroettando in aria.
senti come gli stride il becco, gli speroni,
che gridano, artigliando, facendo scaravento, in muta,
ascoltane la lunga parata di conquista, il tanfo,
senti che vola su dalla discarica, l’alveo,
dove c’è il rigagnolo del fiume,
l’impasto di macerie,
dove c’è la casa dei dormienti
che sognano di fare muta in ali.
casa dei renitenti, repellenti,
ricovero al rigetto, e nutrimento, a loro,
scaraventati lì chissà da dove,
nel letame, nel loro lete, lenti,
a fare chicchi della terra nuova,
gomitoli di cenci, bipedi scarabei
che volano su in alto, a spicchi,
quando dall’alto arriva un’altra fame.

prova a guardare, prova a coprirti gli occhi.

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Una prima osservazione sul ritmo. I primi tre versi sono costituiti da parole accentate sulla prima sillaba, per lo più piane (védi/ vénto/ col vólo/ déntro/ delle fólaghe), e questo ritmo incalzante sembra introdurci di colpo dentro una scena. Di quale scena si tratta? Uno stormo di folaghe arriva da lontano, e si mescola agli storni. Dopo il secondo punto, il quadro diventa più movimentato, gli uccelli si avventano sui rifiuti della discarica, in cerca di cibo. Parafrasando il titolo, nasce una sorta di ornitomachia, cozzano i becchi, gli artigli, l’aria risuona di grida. I suoni aspri e duri (sbranano, stride, speroni, gridano, artigliando, scaravento) rendono conto anche foneticamente di questa situazione. Viene in mente un grande modello novecentesco, Montale, e la sua Voce giunta con le folaghe, contenuta nella Bufera e altro, sezione «Silvae». Lì però le folaghe rimandavano a qualcos’altro, fin dal titolo: la voce che arriva simbolicamente con il loro volo è quella di Clizia («e pur son giunta con le folaghe»), una voce mentale, immaginata, che tuttavia fa risuonare una nota caratteristica dell’ispirazione montaliana. Quale? Il dubbio metafisico, la speranza trascendentale (il poeta si trova davanti alla tomba del proprio padre; Clizia stessa è ormai lontana, e come scomparsa), che non si risolve mai in certezza, né in un senso né in un altro, e che contribuisce in modo decisivo al pathos di questa scrittura. Nulla di tutto questo in Mesa: qui gli uccelli sono pura creaturalità, ci vengono cioè presentati nella loro schiettezza animale, in ogni sua espressione. Ce ne viene mostrata la ferocia, l’aggressività famelica, ma anche gli elementi di bellezza, di eleganza (piroettano in aria, formano una lunga parata di conquista). Il loro volo si spinge fino al luogo in cui compaiono gli uomini, «dove c’è la casa dei dormienti/ che sognano di fare muta in ali». Qui è come se anche il testo, fino a quel momento piuttosto frenetico, si addormentasse, si sospendesse. Questo punto deve segnare una pausa significativa, perché ci introduce nel cuore del dramma, e separa idealmente una prima e una seconda parte. Il sonno di cui si parla mi sembra qualcosa di più di un semplice sonno fisico, allude metaforicamente a una perdita della propria consapevolezza di esseri umani. Non è allora incongruo sentire un’eco rovesciata del sintagma dantesco dell’Ulisse, perché la muta in ali che non riesce (è solo un sogno) li lascia in una condizione di irrimediabile brutalità: si nutrono di ciò che viene gettato («e nutrimento, a loro»), vivono in mezzo allo scarto («nel letame»), nella dimenticanza degli altri uomini, ma anche, come detto, di sé stessi («nel loro lete»). Sono infine paragonati essi stessi a cose buttate («gomitoli di cenci»), ormai ridotti a una cattiva e degradante animalità («bipedi scarabei»). Il riferimento successivo al volo («che volano su in alto») è allora da intendersi in senso antifrastico rispetto alle ali sognate di prima: si riferisce alla salita affannosa, arrancante di questi uomini-scarabeo sulla collina di rifiuti. Mesa descrive così dei gironi infernali contemporanei, svuotati di ogni contenuto teologico: «scaraventati lì chissà da dove», non c’è nessun ordine, nessuna regola. Anche il lessico materico sembra dipendere molto dal modello dantesco e infernale, che media con l’immaginario classico. L’ultimo verso della strofa, «quando dall’alto arriva un’altra fame», può riferirsi alla fame degli uccelli, concorrenti degli uomini nell’appalto dei rifiuti, ma allude anche al crollo stesso della discarica, che finirà come sappiamo per divorarli. Si tratta comunque di una frase che mantiene un carattere vago e minaccioso a prescindere dalla nota esplicativa. A questo punto Mesa salta un rigo e aggiunge un verso in corsivo, come per farlo emergere dalla cronaca lirica dell’evento, conferendogli un valore metatestuale, di commento: ci tornerò tra poco.
Ripartiamo dall’inizio. Il testo comincia con un’esortazione, che crea subito una sorta di complicità emotività col lettore. Nasce una catena di imperativi (vedi, guarda, senti, ascoltane, senti) che si interrompe in quel punto centrale che ho indicato, per poi riprendere nell’ultimo verso in corsivo. Chi è che parla, e a chi? Non è chiaro. Potrebbe essere lo stesso Tiresia, che si rivolge all’ipotetico lettore. Secondo alcuni, sarebbero invece le vittime della Storia che chiedono all’indovino di testimoniare al mondo il loro dramma. Di certo, per capire a fondo questo testo e tutto il poema bisogna rispondere a una domanda più generale: cosa significa oggi per Mesa la metafora incarnata dal personaggio di Tiresia? Ricorro a un altro grande modello novecentesco: T. S. Eliot, e al suo testo più famoso, The Waste Land. Tiresia appare nella terza parte del poema, «The fire sermon», in quanto spettatore dell’incontro un po’ squallido tra una dattilografa e un giovane impiegato pieno di pustole. I due consumano un rapporto sessuale senza desiderarlo particolarmente né l’uno né l’altra, e ad amante partito la donna penserà quasi senza accorgersi: «I’m glad it’s over». Cos’è avvenuto? Tiresia è stato assorbito in quel grande impasto linguistico che costituisce la stoffa di quest’opera, fondata sul continuo corto circuito tra alto e basso. I simboli fondatori dell’immaginario occidentale ci vengono così presentati come ormai irrimediabilmente corrotti, compromessi, inariditi. Da veggente che era, Tiresia è stato dunque degradato a guardone. Non mi pare affatto che Mesa faccia la stessa operazione. Consideriamo in questo senso l’epigrafe: «devi tenerti in vita, Tiresia/ è il tuo discapito». Come ha giustamente notato Marco Giovenale, possiamo considerarla come il rovesciamento dell’epigrafe che Eliot stesso ha scelto per il suo poema: una citazione dal Satyricon, che ci mostra la Sibilla cumana ormai così decrepita e rattrappita da entrare in un’ampolla. Alla domanda dei bambini, «Sibilla, cosa vuoi?», la risposta è tutt’altro che sibillina: «Voglio morire». Il Tiresia di Mesa riparte da qui: no, Tiresia (o Sibilla, personaggi equivalenti), ti tocca vivere, è la tua condanna. Mesa ci dice in definitiva che una qualche veggenza è ancora possibile, ed è strettamente connessa al tema del dovere («vedi» e «devi» sono anagrammi l’uno dell’altro). Andiamo finalmente all’ultimo verso, quello in corsivo: «Prova a guardare, prova a coprirti gli occhi». Secondo Giovenale, si tratta di due momenti in sequenza: prova a guardare, e dopo che hai visto, prova, se ne hai il coraggio, a non guardare più. Questa interpretazione non mi piace, perché dà un significato moralistico a un testo che non sembra averne (Mesa è anzi molto bravo a evitare toni di quel tipo). Direi piuttosto che questo finale spinge fino in fondo il pedale dell’ossimoro tiresiaco, costituito dalla cecità che vede di più, e lo salda con il tema del dire (come già faceva il sottotitolo «oracoli, riflessi»): la seconda parte del poemetto, Piromanzia, si conclude con un altro verso in corsivo, simmetrico dunque a quello che stiamo considerando, che chiosa così: «tu, se sai dire, dillo, dillo a qualcuno». Evidentemente Mesa si sta riferendo a modi di vedere e di dire che via via siamo andati perdendo, o per meglio dire gettando. Cosa finisce oggi nelle discariche? Ci finiscono i nostri rifiuti, i nostri scarti materiali, il sintomo più evidente dell’eccesso di funzionamento del consumismo, cioè lo spreco (e variante di quello sterile-nocivo che per Francesco Orlando designa ogni rivincita di natura su cultura: questo è uno sterile-nocivo addomesticato, previsto e delimitato dall’uomo stesso). Ci finiscono gli uomini-scarabeo, gli emarginati, e dunque anch’essi gettati via dal mondo. Ma ci finisce, metaforicamente, anche qualcos’altro, ed è di questo che secondo me tutto il libro parla: il senso della tragicità del mondo, e la capacità di parlarne. Risuona insomma una critica implicita alle forme di comunicazione attuali, ipertrofiche e standardizzate, che determinano un rapporto fiduciario e inautentico col mondo; alla catarsi fasulla del sensazionalismo giornalistico, che produce assuefazione, indifferenza, e al limite cinismo. Il tema del quinto testo, Necromanzia, è un avvenimento drammatico e centrale della storia europea (le fosse comuni), e l’ultimo verso prima della fuga in corsivo comincia con un altro imperativo, «Taci»: come se la società del benessere avesse anestetizzato le proprie tragedie, parlandone il più possibile. Tiresia tira a indovinare, ma non tira a indovinare sul futuro, quanto piuttosto sul passato e sul presente, mettendo nuovamente in campo «la negatività inconsolabile e inconciliabile della vita offesa» (Paolo Zublena). Per fare questo, occorre una scelta formale decisa, che potremmo definire, in una sola espressione, la serietà del tutto. Abbiamo già visto che la degradazione degli uomini in scarabei e cenci non è affatto comica, ma appunto tragica. Si aggiunga a questo che l’espressività della scrittura non va mai sopra le righe, non abbiamo mai la sensazione di giochi sonori manieristici, fine a sé stessi. L’aspetto fonico sembra invece inseparabile da un riscatto di senso, assonanze e consonanze restano racchiuse dentro una pertinenza di significato che le giustifica («stormo con gli storni»; «nel letame, nel loro lete, lenti»). Questo non è affatto secondario, considerando che l’uso gratuito dei suoni può costituire spesso un contrappunto straniante rispetto alla materia trattata. Andrea Inglese fa un esempio da Mesa stesso, la ballata numero 11, contenuta in Improvviso e dopo; il tema è quello della tragicità nel mondo in forma di guerra ed eccidi, ma giocato «sul contrasto tra il carattere sublime dell’oggetto e il registro elementare e trivialmente melodico dell’espressione»: «muore il cavallo in guerra, dilaniato/ il fante e il cavaliere,/ il pupo senza la carne equina/ la nonnina». Quest’ultimo testo e il Tiresia sono complementari: lì si canzona (in modo appunto canzonettistico) l’apatia di massa del mondo occidentale; qui si dichiara seriamente la necessità di uscire da quell’apatia. La seconda soluzione non è scontata in un’epoca successiva alle avanguardie, che hanno spesso preferito il pluristilismo, la contaminazione, il controcanto ironico, la proposta del tragico mediata attraverso «la maschera del grottesco» (Paolo Zublena). Qui ritorna invece l’attrazione tra uno stile serio e la serietà del tema, e del personaggio principale. Il Tiresia è dunque questo: una forma solenne per esprimere un enorme represso contemporaneo, quel senso del tragico che è stato sostituito poco a poco dalla sua narrazione martellante e incolore. Ribadisco: il tragico di cui ci parla Mesa avviene nel mondo, fuori della soggettività monadica che sembra essere il nostro destino storico. Si parla molto seriamente dei propri drammi privati, interiori, mentre il racconto dei drammi collettivi viene più facilmente stemperato, o delegato al moralismo e alla retorica ufficiali. Se l’oracolo non può più predire, può però ancora dire, e lo fa proprio attraverso quei modi che sembravano essere stati accantonati. Come un oracolo poetico, appunto.

© Andrea Accardi

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Ti do la mia parola (manifestazione)

Invito-25-e-26-maggio

TI DO LA MIA PAROLA

1° edizione – 25/26 maggio 2013  Museo Del Bali’

 

LA FIDUCIA

“Ti do la mia parola” è un Progetto culturale con finalità di prevenzione del disagio sociale e psicologico.

Prevede un appuntamento annuale in cui si discute dell’Uomo, inteso come animale sociale ed individuo protagonista nella comunità. È la realtà contemporanea che vogliamo andare ad indagare, comprendere, interpretare. Una modernità strappata che ha perso sicurezza, dimenticato un comune linguaggio capace di fare società.

 “Ti do la mia parola” era una frase che consolidava.  Bastava in sé. Conferiva valore simbolico al gesto, alla stretta di mano, al patto solidale. La parola diventava azione, garantiva fiducia, certezza etica. Anche nella contrapposizione i ruoli mantenevano una solidità identitaria che costituiva il presupposto dialettico. La modernità, da un lato, ha generato una facilitazione dei rapporti, dall’altro ne ha minato le basi fondanti. Un baco, una rete bucata, un etimologia negata, questo il lascito.

Da che parte è necessario ricominciare? Quale la genesi che ha condotto a questa crisi di sistema?  Quali strumenti è necessario mettere in campo per ricostruire un linguaggio condiviso? Una psicoanalista e una scrittrice si sono incontrate e hanno individuato nella parola, nel suo uso corrente così come nel suo archetipo, uno strumento fondamentale di elaborazione, uno specchio illuminante, un grumo prezioso e complesso, per rispondere a queste domande.

La psicoanalisi fornisce una visione del soggetto, della sofferenza psicologica e del legame fra gli individui che risulta rivoluzionaria nel nostro tempo. L’epoca del computer, del consumismo imperante percorre la via di una scientificità standardizzante che nega la singolarità non solo di ciascuno ma della stessa condizione dell’uomo fra le altre forme di vita esistenti in natura. Tale singolarità si fonda sull’uso della parola, del linguaggio e di un ordine simbolico che “snatura” il corpo dell’essere umano. La parola crea una dimensione nuova che Freud ha chiamato “l’Inconscio”, un “territorio straniero interno” con cui ciascuno deve fare i conti, un’estraneità intima, che racchiude la verità del desiderio singolare di ciascuno e che spesso viene negata. L’inconscio è fatto di parole, segni, marchi linguistici lasciati all’interno delle prime relazioni. Aprire un dibattito sull’inconscio significa lavorare sulla parola e di conseguenza sul legame sociale, sulla dimensione relazionale della struttura umana…. Un punto di partenza che può aprirsi a tutti gli aspetti della vita: economico, psicologico, lavorativo, familiare, amoroso ecc

La parola è segno che nomina, che chiama, che riconosce. È necessario ritrovarla nuda e pregna, togliere la polvere dell’uso-abuso, riascoltarla senza qualunquismo e oscurantismo. La parola fonda le idee e la cultura, il comportamento sociale, la qualità delle relazioni. Prima ancora di essere comunicazione, è esistenza.

La parola poetica, che è ogni volta quella parola e nessun altra, in tutto il suo senso e in tutto il suo suono, è un viatico primario nel processo di definizione e scoperta del linguaggio.

Ogni anno verrà proposto un tema che sia un’esplorazione linguistica, e quindi sociale e culturale, a partire dalla relazione che la parola fonda tra gli esseri umani. Si incontreranno molteplici figure professionali: giornalisti, filosofi, psicoanalisti, economisti, medici, scrittori, artisti ecc.

 

Per l’anno 2013 il titolo sarà: La Fiducia

La crisi. Termine divenuto oggi di uso quotidiano per descrivere il malessere economico e sociale. Con essa si indica il “male”, essa è il male. Utilizzata come richiamo onnipotente, non lascia spazio all’azione dell’uomo. La crisi diventa il soggetto e l’alibi. Il senso etimologico del termine sta indicare in verità l’azione di cambiamento che nel corso della malattia decide la guarigione o la morte del soggetto. Ecco allora che la “crisi” non può essere considerata il passo ultimo, o la ferma statica ed immutabile di una condizione, così come oggi viene intesa, bensì la possibilità di decidere, di scegliere il cammino. Un percorso che, per essere virtuoso, necessita di complici, compagni di strada, altre parole feconde come “fiducia”, parente laica di quella fede che offre affidamento e consegna. “La Fiducia”, si declina come una necessità, un’urgenza imminente per i rapporti sociali, nel lavoro, dentro l’unità familiare.

 L’evento si svolgerà in due giornate: apertura il sabato mattina alle 10, chiusura la domenica alle 12, presso www.museodelbali.it