Giorno: 28 aprile 2013

su “John Cage” di David Sylvester (Castelvecchi, 2012)

john cage, paris 1981
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There was a German philosopher, who’s very weel known, Immanuel Kant, and he said there are two things that don’t have to mean anything: one is music and the other is laughter.
John Cage

Sono passati cento e uno anni dalla nascita di John Cage, che nel 2012 è stato celebrato ovunque nel mondo, ricordato per la sua storia, le sue opere e le sue idee che mutarono per sempre le sorti dell’arte contemporanea tutta. Ecco che Castelvecchi estrapola e pubblica la prima edizione italiana (traduzione di Adelaide Cioni) di un’intervista del 1966 per la Bbc, già in Interviste con artisti americani di David Sylvester (id., 2012): un critico, David Sylvester, e il compositore Richard Smalley in dialogo con Cage; il loro è una sorta di piccolo vademecum tascabile, un catalogo di soluzioni nelle soluzioni, per un approccio accessibile a l’enormità di questo artista, per un orientamento. Nell’esplorazione mi servirò di un video tratto da un documentario su alcuni compositori del Novecento, che trovate a piè pagina.
Molti sono i temi messi in campo, ad esempio “struttura” e “metodo”; valore o meno dell'”attenzione”; la disciplina e l’autodisciplina; la fede nel “materiale” e nel “vivente”. Cage afferma, sposta, decifra. Cage mette ordine, nell’arte e nella vita. Voglio soffermarmi su tre di essi.
Un’immagine pregnante che figura in tutta la conversazione è quella del suo maestro Schoenberg, che indica in una “matita-gomma” l’estremità che cancella come più importante di quella che scrive, un’immagine che Cage mette in discussione completamente. Cage indica nel proprio statuto come fondamentale la responsabilità di accettare le conseguenze di ciascuna azione artistica, anche le più devastanti, affermando la necessità di esplorazione e di documentazione delle fasi che portano alla composizione dell’oggetto artistico. Cage condivide con Duchamp, Mirò e Jasper Johns (qui) la necessità di rendere visibile (udibile?) la fattività dell’arte; Cage “cancella con la matita”. Questa assunzione non di verità ma di “direzione” ha molto a che fare – anche, credo – con l’allontanamento da un sistema di pensiero occidentale, che vede la validità in tutti i campi del pensiero di una lettura obbligatoriamente freudiana, da cui il processo creativo non è esente.
Rimozione e cancellazione, che vivono in un “tempo-spazio” i cui confini sono labili già nel ’66 e ancora di più e sempre più lo sono oggi, nel nostro mondo liquido; il tempo di Cage è sempre spaziale, così come il “suono” è “fatto”. Dice Cage nel video che qui sotto posto, citando ancora una volta Duchamp:

La musica è un’arte spaziale. Lui fece un’opera intitolata Sculpture Musicale, che significava “suoni diversi provenienti da direzioni differenti” e duraturi, che producessero una scultura che fosse “sonora” e che “rimanesse viva”.

Sebbene il video sia del 1991, credo che il concetto di durata delle musica nel tempo-spazio sia qualcosa di postulato e visibilmente comprensibile già venticinque anni prima.
Infine, Cage affermando la necessità di operare in un tempo (artistico) che debba essere letto come “spazio” (virtuale) fa riferimento (probabilmente per la prima volta) all’utilizzo del “silenzio” nel suo processo di composizione. Se la musica classica aveva e ha pretese di eternità e di cura nella ricerca di un suono puro, decifrabile, nell’utilizzo consapevole di ciò che è classificato, ecco rovesciato un paradigma. Perché per Cage il silenzio è qualcosa che accade, libero dall’intenzione, poiché

ci sono sempre dei suoni. Il silenzio non è dato al mondo. […] Quello che cambia fra il silenzio e il rumore, è lo stato di non intenzionalità (p. 41)

Le persone si aspettano che ascoltare sia [anche] un più-che-ascolto; perciò qualche volta parlano di “ascolto interiore” o del “significato del suono”. Quando parlo di musica le persone pensano si tratti di suono, ma [per me, suono] non significa nulla e non è “interno” è solo “esterno”. [significa] essere [anche] inutile (da Écoute di Miroslav Sebestik)

Cage ci lascia un Corpus che appare ai suoi occhi nel ’66 come un libro in prosa, uno zibaldone che si può anche non leggere. Cage lo paragona a Finnegans Wake, un’opera di difficile comprensibilità, sulla soglia di un’inutilità utile o di un’utile inutilità dell’arte, che ancora oggi ci parla.

**Tratto dal documentario Écoute di Miroslav Sebestik, 1992 con John Cage, Luciano Berio, Knud Victor e molti altri.

(c) Alessandra Trevisan

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