Giorno: 25 aprile 2013

‘Dopo cena’ – un resoconto breve, di Maddalena Lotter

DOPO CENA

Dopo una attenta prima perlustrazione del luogo riconosco quello che mi aspettavo di vedere: grumi umani. I bicchieri di plastica sparpagliati per tutto il campo sono molti di più delle persone affollate a coaguli intorno ai baretti, dal cui interno viene emanata quella luce-Caravaggio, soffusa ma densa, seducente, protettiva, una luce di donna. Il mio amico e io facciamo gli occhi a fessura e cerchiamo gli amici in mezzo a questo bidone di gente. Vedo M che ci viene incontro dal bar dove ti cacciano dietro superalcolici a un euro, le sorrido, prendo la borsa e me la metto a tracolla insieme allo strumento e raggiungiamo i nostri. ‘Cosa bevete?’ Mi chiede L. Un bianco, dico. Questa sera non voglio bere. Penso che sto bevendo troppo ultimamente, e poi ho un po’ di pancia, mi guardavo stamattina allo specchio mentre sceglievo come vestirmi per il concerto. Quindi ordino un bianco.
M e L tornano con la roba da bere e ci guardiamo per un po’ nelle palle degli occhi, dopo il cin cin. ‘Come è andato il concerto?’ Domanda una delle due. Benissimo, il posto era stupendo, e poi era una giornata splendida, rispondo. E’ vero, conferma lui, il mio collega, il mio preferito fra tutti, quello che suona con la facilità di quando parla. Hai ascoltato quel link che ti ho postato stamattina? Gli chiedo. ‘Il quartetto di Ravel?’ Sì, quello. ‘Stupendo’, dice, ‘e poi che colori riescono a fare? Non sembrano neanche umani!’ È vero, rispondo. Da un angolo del campo, là in fondo, un ragazzo urla ‘dio cane!’ e lo urla fortissimo, tanto che mi rimbomba nella testa per quasi un minuto. Arriva P, un’amica di L e comincia a raccontarci del fatto che non ce la fa a studiare per il prossimo esame di non-so-che-cazzo; ha una maglia fucsia super aderente ai bordi della quale esce la sua carne, srotolandosi in due braccia e in dita con le unghie lunghe e colorate. La guardo mentre parla e la disprezzo, un po’ perché lei ha la maglia fucsia e un po’ perché io sono stronza.
Una ragazza nel frattempo si sente male fuori dal bar dove ci siamo accampati anche noi e comincia a vomitarsi sulle scarpe: qualcuno le regge la testa, qualcun altro ride, lei stessa un po’ ride e un po’ vomita insieme. Poi dice ‘no fioi domani devo andare al lavoro!’ Mi guardo le scarpe e guardo quelle del mio preferito. La ragazza ha ripreso a vomitare, qualcuno le ordina un bicchiere d’acqua di rubinetto. Mi avvilisco. Mi avvilisco così tanto che ho bisogno di pensare a tutte le cose belle che faccio per tirarmi fuori da quella sensazione di fiacchezza che mi ha presa in pochi minuti; penso al concerto di oggi che è andato bene, penso a domani che farò lezione di strumento, penso alla mia amica B che è astemia e penso ai tramonti in fondamenta della Misericordia. Quella di solito è la mia ultima spiaggia, se penso all’aria fresca della fondamenta di solito sto meglio subito, come quando d’estate sniffo un po’ di essenza di rosmarino per tirarmi su la pressione.
Il mio preferito domanda se vogliamo qualcos’altro da bere. Ma sì, dico, una birra. Poi la finisco perché ho sete e allora ne ordino un’altra, questa volta vado a prendermela io perché comincio ad annoiarmi a stare lì impalata, però non voglio fare la snob e non mi lamenterò, piuttosto bevo, anche se non devo bere troppo. Mentre esco con la seconda birra decido che dopo quella tornerò a casa, anche se è presto. Dirò che sono stanca. Posso dirlo perché ho la scusa che oggi ho fatto un concerto, sono salva, diranno ‘ok’, nessuno mi tratterrà qui.  ‘Ghe sboro!’ Grida sulla porta del bar una ragazza così truccata che non riesco a capire come sia fatto il suo viso. Una sua amica la prende per mano e la trascina dicendole che ‘non è niente’. Non so cosa.
Il mio preferito si sta stufando, proprio come me, allora attacca a giocherellare con varie cosette dell’Iphone; mi mostra questo e quello. Ha gli occhi vivaci e mi ci tuffo con amore, lo seguo dentro ogni applicazione, guardo la sua bocca mentre mi spiega come funziona un programma per modificare le facce delle persone che hai fotografato; poi ci stufiamo anche di quello e cominciamo a parlare di libri, poi passiamo a criticare gli altri o a dire quanto li amiamo. Ogni sera abbiamo un’opinione diversa sulle stesse persone.
Tra dieci minuti vado a casa. Comincio ad accusare un lieve mal di testa che non ho, chiedo agli altri di andare a sederci da qualche parte, su una panchina, o per terra. Ci sediamo per terra dove non ci sono bicchieri o vomito o altro. Mi accendo una sigaretta offertami da L. Io non fumo, non me ne frega niente e neanche mi piace, però ogni tanto quando non so cosa fare mi metto in bocca una sigaretta così almeno per quei tre minuti ho un ruolo: quella che sta fumando. L mi racconta delle recenti scopate. Io rimango ad ascoltare, diligente. Non racconto le mie, le tengo nella custodia che ho sotto la pelle, tra gli organi, dove raccolgo di solito la bellezza e il dolore e i valori eterni.
‘Devo fare una pisciata immensa’ dice M, e io la accompagno così mi sgranchisco. Odio stare ferma in piedi perché mi viene il mal di schiena, ma neanche di quello voglio mai lamentarmi perché odio le persone che si lamentano e mi danno fastidio le persone che hanno male da qualche parte. Poi all’improvviso M dice di avere una fitta a una scapola da due giorni, e io respiro a fondo, quasi sollevata perché ora sono legittimata anche io a svelare che ho un po’ di dolore ai lombi. Ci guardiamo in faccia per sentirci complici. ‘Sei giù di morale?’ Chiede M mentre usciamo dal cesso del bar; per terra ci sono le impronte grigiastre di varie scarpe e nell’aria un odore di tante pipì del sabato sera tutte diverse, tutte mescolate. No, sono solo un po’ stanca ma sto bene, dico. Credo sia la frase che ripeto più spesso di sera quando siamo in campo e non so come spiegare il mio sconforto.
Usciamo, torniamo dagli altri e mentre camminiamo mi chiedo se ce l’ho io o ce l’hanno loro, la tristezza.
Ordiniamo tutti insieme un giro di shot e li mandiamo giù d’un fiato come a stringere un patto. Cominciamo a cercare il contatto e io che sono riservata ma magnanima do un bacio a stampo a quelle persone che mi sono più amiche fra i presenti, così, per sentire l’appartenenza; me li abbraccio un po’ tutti, comincio a spargere sentimento e a dire cose con scioltezza. Dopo il secondo giro di shot ci vogliamo davvero bene. Poi tiro fuori la mia scusa, li saluto tutti e vado a casa e mi lavo i denti prima di infilarmi a letto. Domani sera non esco, mi dico. Leggo una poesia, poi metto la sveglia.

ML

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foto di Maddalena Lotter

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