Giorno: 23 aprile 2013

IL SENSO DELLA PERDITA – Contropoetica

di Daniele Ventre

1.

Tu dici che le idee sono passate
nel gaio tritacarne degli eventi
fra il tramonto del segno e l’implosione:
che non esiste timbro
alla nota del buio.
Non resta che il mostrare – un’ostensione
di pisside fra esausti paramenti
a ricantarci il vuoto della notte.
Né so per tempo che si possa dare:
non c’è canto o ragione
fra le voci dei naufraghi interrotte
a un grido muto d’incubo.

2.

Ma la parola che scorreva prima
nel chiacchierio fluente del ruscello
ora è ferma nel bianco della polvere.
Così fermavi fra il bisturi e il marmo
la dissezione dei sussurri verdi:
forse intendi che il graffio alla parete
non abbia segno o voce, negli intonaci
sfarinati al dissolversi dei muri.

Troppo senso è passato nel clamore
che inscrive il buio in echi di grammofono
e la tua comunione è un gioco avaro
di mode, che si nutre del suo specchio.
Eppure non ha forza la ragione
che nella plastica imprigiona il senso
dei bastioni di porfido abbracciati.

3.

In fondo non rimane
di noi che un grido a un angolo di via,
un graffito sul tufo
eroso sotto un ponte
di tangenziale, un’eco
d’incontro occasionale,
una riserva di bottiglie vuote
qualche disco rigato, e quel che vale
d’un palco mal frequentato: un diario
balbettato dal senso del divario.

4.

A chi guarda si mostra per mostrare
quel che c’è da vedere in dissolvenza,
purché voglia guardare.
Essere è percepirsi:
prodigiosa sentenza
del riferirsi solo per ferirsi.

5.

Se lo sguardo che incontri sulla strada
ti domanda ragione dei tuoi passi,
questa ragione non si può donare,
se non è chi ti guarda a riannodare
negli incontri la via d’un’esperienza.

Non intendo però questa parvenza
di idea dopo ogni idea, di cui si parla:
questo agire e vedere e percepire
oltre il gesto, oltre gli occhi e dopo il senso:
l’alterità di qualche esigua traccia
all’ombra d’un trascorso che s’affaccia
per memorie elettive ebbre di incenso.

6.

E tu che ti ostinavi nel riflesso
della finestra a cui ti rispondevi,
non ti stupire, se non comprendevi
l’oltre del cielo nell’occhio perplesso.

E tu che non guardavi altro che il vento
della nube passata oltre il tuo vetro
liquido, come puoi tirarti indietro
dall’ombra del tuo spettro sonnolento?

Ora nel raddoppiarsi del segreto
che ti canzona pallido di specchi
non ti ritrovi, se non nel divieto

di volare oltre il muro in cui ti specchi,
quasi che un corpo tu non gli conosca,
prigioniero in cristalli urto di mosca.

7.

Tu dici di mostrare del carattere
in quest’arguzia dell’evento critico
e tuttavia potremmo andarci a sbattere
nel segno d’un impatto monolitico.

Ripeti – è troppo facile da ammettere –
che ad oggi il circondario è un po’ falotico,
che il nostro lo si può già qui dismettere
per qualche spezia di colore esotico.

Eppure il fondamento indissolubile
ci lega ancora a questa tempra storica
del qui, dell’ora, a un’ovvietà insolubile.

Perciò non sento l’albagia disforica
che soffi a noi dalla provincia eclettica
con vele gonfie d’alterigia scettica.

8.

La memoria che i volti ti inquadrava
dal campo lungo dell’impermanenza
è sfumata a un futuro d’apparenza
nel torpido incrostarsi della lava.

Dalla forma passata oltre la forma,
oltre il contorno consegnato ai volti,
non sembra che la storia ormai ci ascolti
nel buio di memorie che ti sforma.

9.

Per contro chi si muove oltre i frammenti
negli anni delle scie di là dai monti
(la ricerca di folle e di tesori)
sembra che qui per destino t’incontri
fisso sull’orizzonte dei commenti.

10.

Ripetizioni futili di stringhe
comiche in teorie del quasi tutto
dalla fluidodinamica del rutto
s’agglomerano in brecce di puddinghe.

È vano interloquire alle lusinghe
di chi ricanta monocorde il lutto
in retroguardia e ci rimane brutto
da post-pubere gonfio di meringhe.

Intanto in un sussulto ideomotorio
da sedute spiritiche al piattino
sfumano via gli amici della staffa.

Saggi e santi spurgato il colluttorio
cantano salmi a collo di giraffa
lasciati alla deriva del destino.

11.

Se lascio a metà testo metà testa
forse è meglio distinguere il canale
nella roccia intrusiva del banale
camminando più oltre a mezza festa.

E però non sarebbe eco da nulla
se intendessero come sa di sale
la pagina che chiude il buon manuale
ingiallito e corroso a bordo culla.

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Goliarda Sapienza – ‘le certezze del dubbio’ e la narrativa lirica

Anche la puntualità rigorosa di Roberta è identica a quella che aveva in carcere. Qualcuno che non conosce il carcere potrebbe dire: bella forza essere puntuali in un posto dove tutto è tenuto in piedi e sotto chiave da orari precisi, serrature e chiavistelli! Ma non è così. Solo in quel posto scoprii che c’è un’altra puntualità non temporale ma interna, rispondente alle esigenze emotive e spirituali delle compagne: quando spegnere la propria luce se l’altra ha troppo sonno, non far raffreddare il caffè che l’altra gentilmente t’ha preparato, eccetera. Puntualità mistica che probabilmente muoveva i gesti dei frati nelle cento abbazie che ancora s’ergono alte, improvvise isole di silenzio fra le montagne del nostro Sud e che ancora, specialmente al tramonto, vibrano di quella puntualità magica quasi ultraterrena.
(da Le certezze del dubbio, Einaudi)

Goliarda Sapienza è sicuramente una riscoperta per l’Italia. Un anno fa lessi quello che viene considerato il suo capolavoro, il romanzo postumo L’arte della gioia (Einaudi) e ne rimasi incantata, nel senso vero e proprio di quello che una magia, un sortilegio artistico, può provocare nel suo fruitore. La prosa di Sapienza è strana, o almeno io amante di Dickens e Yourcenar – ovvero di una prosa ‘piana’ – l’ho da subito percepita come particolare e a volte addirittura minacciosa: la scrittura di Goliarda Sapienza è imprevedibile, irrequieta e ustionante, un po’ come quando un tizzone incandescente salta fuori dal caminetto. Non uso a caso quest’immagine del fuoco, perché proprio di fiamma si nutrono le parole di Sapienza, parole stregate, estremamente seduttive: «La rivedo com’era là, evocata dallo sguardo ironico della luna, questa luna che per me resta sempre il regno di tutte le cose che non sappiamo: una zona di dubbio gelido che vaga senza requie in cielo e in qualche parte remota del mio organismo sussurrandomi misteri, ricordi di riti atroci, formule magiche, alchimie insondabili» (da Le certezze del dubbio, prima pubblicazione 1987, Einaudi 2013).
La luna. Sì. A volte penso che gran parte della narrativa italiana potrebbe essere incolonnata in versi. L’Italia non è la patria del romanzo, ma questo ci ha permesso di sviluppare un altro modo, più viscerale forse, di scrivere in prosa. Ho come la sensazione che la nostra sia spesso stata una narrativa lirica; penso alle splendide novelle di Verga, ai Malavoglia pure, ai Vicerè, a Il Gattopardo, alla prosa sanguigna che da sempre ha contraddistinto la nostra tradizione, quel nostro modo di concepire anche il romanzo corale come una tela di vissuti singoli, soggettivi. Non credo di esagerare nel dire che tutti i protagonisti della narrativa italiana rivelano un io lirico.
Così poetica è anche Anna Maria Ortese nei racconti de Il mare non bagna Napoli, e penso anche alla più contemporanea Michela Murgia nel suo Accabadora, tutte trame queste in cui i vissuti dei personaggi si mescolano all’intensità della Storia, alle radici di un’Italia che, pur frammentata, conserva i più profondi ricordi d’Europa (e del mondo?).

NZO

Le certezze del dubbio è un romanzo sul senso dell’amicizia, sì, ed è forse qualcosa di più: è la prova di come un’amicizia (quella fra Goliarda e Roberta) a volte lasci convivere aspetti più profondi e vertiginosi, nella creazione di un ibrido d’amore e odio e affetto e riconoscimento di sé nell’altro/a: «Mai la vicinanza carnale di una donna, delle tante da me amate mentalmente, aveva risvegliato i miei sensi. E perché, natura maligna, mettermela sotto il naso proprio quando, appagata dall’incontro con un uomo (o ne è proprio questa la causa), avevo riposto il mio lato omosessuale nel cantuccio sereno della sublimazione dove, a dispetto di tutte le mode, c’è anche felicità?» (pag. 88). Leggendo questo passo me ne è venuto in mente un altro di Simone de Beauvoir ne I mandarini: «per diventare analista, ho dovuto farmi analizzare; m’è stato trovato un complesso edipico piuttosto pronunciato, una netta aggressività nei riguardi di mia madre, qualche tendenza omosessuale convenientemente liquidata. […] Eccomi dunque, chiaramente catalogata; eccomi adattata a mio marito, al mio mestiere, alla vita, alla morte, al mondo, ai suoi orrori.»
Sembra a volte che di libro ne sia stato scritto uno solo in tutta la storia della letteratura mondiale.
Questo romanzo di Sapienza e in generale tutta la sensibilità che la scrittrice ha rivelato nei suoi scritti (anche Il vizio di parlare a me stessa merita di essere letto), affrontano le difficoltà dell’essere umano nel cercare di definire il proprio posto. Liberi, non liberi, liberati? Le donne del carcere di Rebibbia, dove Sapienza trascorse un periodo della sua vita, sono lo specchio di un’umanità confusa, irrequieta è il termine; donne che una volta uscite non sanno più dove andare e come ci si muove nel mondo, donne che nemmeno prima sapevano. Donne smarrite che cercano significati e li divorano: «Tu sai quasi tutto, Goliarda, almeno per quello che riguarda le emozioni del profondo. È questo che mi ha sempre attratto in te. Se credessi agli antichi riti cannibaleschi ti mangerei tutta per impossessarmi di questa tua qualità» (pag. 97).

© Maddalena Lotter

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