Giorno: 20 aprile 2013

Quid urinariorum – giusto due righe (post di natàlia castaldi)

courtesy of Matteo Bertelli, 2013

courtesy of Matteo Bertelli, 2013

L’ottusità del PD nel non riconoscere in Rodotà la volontà dei suoi stessi elettori, rappresenta e ci racconta, oltre al suo suicidio ormai conclamato, il totale distacco di un partito inesistente dalla realtà; la dimostrazione che non esiste un gruppo che nell’eterogeneità sia capace di concepire un’unità di scelta, la più semplice, quella più a portata di mano, anzi direi servita su un piatto d’argento e a gran voce dall’intera rete e dalle piazze.
Questo significa due cose:
1) che il PD non è in grado di misurare il polso del proprio stesso elettorato e del Paese intero;
2) che la gravità di questo dato supera il grottesco – che emerge e viene ovviamente sottolineato -, rivelandosi sintomo stesso di una malattia terminale che sta mandando in malora l’intero sistema-nazione.
Incaponirsi a non votare Rodotà affermando che non è possibile scegliere un candidato espresso dalle “Quirinarie” e dalla rete che delegittimerebbe il valore della libera e autonoma scelta parlamentare (SIC!?!), – come riferito oggi stesso da Scalfarotto (PD – di fazione renziana) – supera qualunque esempio di idiozia politica cui finora abbiamo dovuto assistere.
Un candidato come Rodotà non esce a caso dalle quirinarie né dalla rete, è il risultato di una volontà di pulizia, cambiamento e laicità, che non appartiene a Grillo né ai grillini (cui lo stesso Rodotà non ha mai risparmiato aperte critiche, ravvisandone la pericolosità), ma alla società civile tutta; nascondere la testa sotto la sabbia e non accettare un dato di rinnovamento e una richiesta di pulizia che viene dal basso, come questa, oggi significa aver tagliato definitivamente il cordone tra politica e elettorato, che viene direttamente regalato e consegnato al populismo e allo sbando.
La riesumazione di Napolitano e la prospettiva di un governissimo Amato, è quanto di più aberrante si possa palesare o auspicare come realtà prossimo ventura.
Questa responsabilità del PD resterà nella storia peggiore dell’Italia.

presidente

Gli amanti di Magritte

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Se fosse vivo, oggi, René Magritte come disegnerebbe Gli amanti? Come nelle due versioni del dipinto, sempre con un lenzuolo sulla testa intenti in un bacio o uno accanto all’altro, oppure come Admira e Bosko a Sarajevo, abbracciati e mano nella mano a terra, colpiti da un cecchino dei primi anni novanta?

Admira & Bosko

Ad ascoltare il secondo disco del partenopeo Roberto Giordi, intitolato appunto Gli amanti di Magritte, viene da pensare che li avrebbe dipinti divisi tra l’amore e la guerra, le due tematiche dell’album, le stesse che hanno conosciuto i due amanti della ex Jugoslavia, musulmana lei e serbo lui.

Dopo la buona prova d’esordio di Con il mio nome, Giordi pubblica per l’etichetta MareMosso un disco che continua il percorso tracciato con il primo lavoro e che si arricchisce di collaborazioni di tutto rilievo. Dai testi del fidato Alessandro Hellmann, alle musiche di Fabrizio Gatti e del catanese Rosario Di Bella (La via del deserto, C’era un prato e La musica è finita), dal missaggio di Gigi De Rienzo (produttore di Irene Grandi e bassista di Pino Daniele) al duetto con Ziad Trabelsi dell’Orchestra di Piazza Vittorio.

Il disco è una discesa a tutto tondo nei sentimenti della vita quotidiana, tra le rovine di un ipermercato e la gente chiusa in bolle d’aria (Baciami adesso), dove il cielo è per chi vola via (Tu appartieni a me).

La cover Era d’estate (di Sergio Endrigo) divide il lavoro in due parti, come si diceva prima, passando da racconti d’amore a racconti dal sapore di guerra. C’è spazio anche per un frammento di Tacito, musicato dallo stesso Giordi.

Gli amanti di Magritte è un disco ricercato nel quale si può trovare molto mondo arabo. La tracklist, Habibi jesce sole (una via di mezzo tra la canzone d’autore e la tradizione araba) e La via del deserto, cantata insieme a Yasemine Sannino, sono i valori aggiunti di un bel disco. Che si chiude con la versione strumentale de Gli amanti di Magritte, suonata dal jazzista Natalio Mangalavite.

E che mi fa pensare a quei due corpi stesi al sole per otto lunghi giorni sul ponte Vrbanja, per metà ancora caldi d’amore e per metà ancora divisi dalla guerra.

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo