Giorno: 19 aprile 2013

diverse scritture – Francesco Dal Corso (post di natàlia castaldi)

di Francesco Dal Corso
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Settembre o della tarda estate.
Quando le ombre incominciano
________________a scalpitare
Un po’ più in là stregarsi d’incanto
Quando la luna acquista fierezza
_________________soldo nel cielo reclino
Raccolgo le forze, non ancor dissipate
Quando arriva settembre e il meglio
_______________________dell’estate.

Calpestava il riverbero di mezzogiorno
a torso nudo, sfidando sassi glabri
______________________e antichi
mio figlio e l’ultimo resto di un’estate
______________________  lontana
ora che la soglia viene, resistendo all’enigma.

Luccica di irriverenza, partorisce
e sfregia la quotidiana inclemenza.
Lidi lontani e vette immote
________________ed il tornare.
Non canta lodi, solo improvvide trasformazioni.
Senza di essa non saprei che dire, né vivere.
Un vero spasso, la poesia.

Nulla accade all’improvviso
se non per noia, per finta, a tradimento.
Nulla accade dietro l’angolo
se non nei sogni o in racconti mediocri.
Nulla accade davvero
lontano dalle scene, in cui si va
______________________e si viene.

L’ultima sigaretta, quella del condannato
e ad occidente la Luna e Venere, a capolino
sotto le nuvole.
Gracchiai qualcosa, nel respiratore.

Ero uno di loro, un tempo.
Conoscevo i destini del mondo,
provavo gioia e disperazione.
Mi accadde di guarire, separati
_______________il bene e il male.
Un naufragio di onnipotenza.

Sarei tornato in compagnia degli altri,
a patto che si levassero di torno.

Un tempo scrivevo al passato, terra di
_________________malinconiche aspirazioni.
Poi sono venuto al presente ed ho incontrato
superbia, ira e desiderio.
Ho tentato infine le vie del futuro
prendendo alla sprovvista i delitti dell’accadere.

Voglio raccontare la realtà prima che essa accada
Voglio aggredirla, travolgerla, vituperarla.

Non faccio sconti, questa volta.

La mamma che avrei voluto me lo diceva spesso: non accontentarti, figlio mio, io mi arrampicavo sugli alberi prima di diventare un disegno nel volume della tua infanzia.

Arrancando tra le strofe se ne scoperchia tutta la fragilità, il loro transitare lungo la faglia tra luce e ombra. Ogni capitolo ha bisogno di incoscienza, per sopravvivere. E una volta scritta la parola ‘fine’ non c’è nulla in grado di salvare l’epoca del sublime.
Non saprei cosa aggiungere, senza lasciar accampare il superfluo.
E non se ne va più via, una volta che gli si concede una mezza riga.

La certezza che vi sia qualcosa, che non lasci soli uno specchio d’acqua o un brano di cielo.
Un barlume di salvezza, simile allo sguardo dell’animale quando ci si strappa i capelli, o come la scritta su di un muro che recita: la lettera.
E ne abbiamo di francobolli da leccare, sperando in una risposta.
Il tonfo delle buste, nella cassetta della posta, lascia scivolare le disperazioni lungo lo specchio dell’anima.

Lo appese alla volta celeste, dimenticandosi delle rivoluzioni degli astri.
Il secchio della speranza toccò terra prima che le nuvole scendessero all’altezza delle sue abitudini.
Tonfo sordo, divenendo sasso.
Il mondo, lungo l’orizzonte, ancor più bello e dolente.

Una conchiglia, incastonata nel cavo dell’ascella.
Al risveglio vi ritrovai l’ora legale,
nascosta tra cristalli liquidi.
Immaginando di scorgere la luna del giorno
prima, sorseggiando un bicchiere d’alba,
puntellai di pericoli le rotaie del quotidiano.

In prossimità del margine, prestare attenzione.
Facendosi margine, aver cura di tralasciare ogni cosa.
Avendo fiducia che tutto, infine, troverà il suo posto.

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Francesco Dal Corso

courtesy of Francesco Marini

Francesco Dal Corso è nato a Mestre il 2 aprile del 1973 e vive in provincia di Venezia con la sua famiglia. Una laurea in filosofia e una passione per l’astronomia, nel suo cursus studiorum. A partire dal 2010 inizia a scrivere secondo una forma minima di costanza, pubblicando alcune cose dapprima sulla piattaforma Splinder (paroleinlontananza) e migrando poi su allorizzonte.wordpress.com. Condivide con Francesco Sarti il “progetto” Feritoie (feritoie.wordpress.com).

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Rispolverando i Sepolcri – di Andrea Accardi

foscolo

Se davvero esiste un nucleo fondativo, un centro propulsore dell’ispirazione di ogni grande autore, nel caso di Ugo Foscolo è senz’altro questo: la perfetta convergenza tra un immaginario d’epoca e un immaginario personale. La nascita su un’isola greca, la partenza definitiva e la formazione del mito privato segnano cioè un percorso esistenziale che rispecchia gli imperativi estetici del neoclassicismo: il recupero degli ideali antichi coinciderà dunque in Foscolo coll’andare a ritroso nella propria biografia. Il tema soggettivo dell’esilio si innesta così su una mitologia collettiva, in qualche modo complicandola: la nostalgia personale enfatizza infatti il rimpianto delle età perdute, così come il sentimento sempre più doloroso della scissione produrrà presto la transizione al romanticismo. L’originalità di Foscolo va rintracciata in questa nota intima, che risuona dentro la valorizzazione più austera dei valori classici, e lo rende un autore ricco, refrattario alle catalogazioni rigide: neoclassico, ma già romantico; composto, ma ferito. Come Leopardi più tardi sarà illuminista e romantico al tempo stesso.

Quest’idea di un ibridismo foscoliano è particolarmente valida se parliamo dei Sepolcri. Dal punto di vista dell’argomentazione, il carme ha da subito un andamento classico, che corrisponde alla figura retorica della correctio: Foscolo pone all’inizio un concetto, per poi capovolgerlo alcuni versi dopo. All’ombra dei cipressi e dentro le urne, è forse meno tremendo il sonno della morte, per i defunti stessi? Nient’affatto, non lo è, e tra l’altro neppure le tombe sfuggono alla forza devastatrice del tempo che passa, anch’esse vengono modificate e lentamente distrutte: «e l’uomo e le sue tombe/ e l’estreme sembianze e le reliquie/ della terra e del ciel traveste il tempo» (vv. 20-22). Mi dissocio qui da Pagliaro, secondo cui «la determinazione genitivale è da prendere in senso soggettivo: quello che la terra con i suoi terremoti e i suoi sconvolgimenti, il cielo con l’azione delle forze atmosferiche abbiano risparmiato». In realtà si tratta piuttosto di un genitivo oggettivo: ciò che della terra e del cielo appare nel breve tempo umano è comunque poca cosa, reliquia rispetto all’eternità, un’eternità non più metafisica, ma storica. Al verso 23 la correctio agisce: davanti al sepolcro, i morti continuano a esistere nel ricordo dei vivi, e chi resta gode ancora della presenza e dell’esempio di chi non c’è più. Sono queste le corrispondenze di amorosi sensi, Foscolo tiene duro sul materialismo. Lo fa in modo ancora più evidente molti versi dopo: «e chi sedea/ a libar latte e a raccontar sue pene/ ai cari estinti, una fragranza intorno/ sentìa qual aura de’ beati Elisi» (vv. 126-129). La similitudine («qual») parla chiaro: non ci sono più paradisi, è una risonanza tutta interiore e psicologica. Siamo già sulle soglie dell’analogia moderna.

Altrove Foscolo indulge al gusto pre-romantico per il paesaggio notturno, cimiteriale, cosparso di rovine: un nuovo tipo di Sublime europeo, che caratterizzerà il romanzo gotico. Una cagna si aggira affamata tra le tombe, mentre un’upupa balza fuori improvvisamente dal teschio in cui si era nascosta per evitare la luce della luna (vv. 78-86). L’immagine funeraria dell’upupa (che per Montale diventerà «ilare») è mediata dal Parini della Notte, ma alle spalle di entrambi c’è l’atmosfera dei Notturni di Young. Quando invece i morti venivano ancora seppelliti dentro le chiese, l’odore della decomposizione si mescolava all’incenso; i muri delle case erano decorati con pitture macabre; madri in preda a incubi si svegliavano così di soprassalto, per stringere i propri figli neonati (vv. 104-114). Sono tutte aperture, messe per così dire fra parentesi, verso altre possibilità di scrittura. Nella parte finale del carme campeggiano invece figure della classicità, soprattutto di matrice omerica. In particolare Cassandra diventa la vera portavoce del poeta, il suo doppio lirico. Nell’invocazione accorata della profetessa si nasconde quella di Foscolo stesso, soprattutto nella ripetizione patetica della medesima frase: «Proteggete i miei padri» (v. 275 e v. 279). Se l’imperativo plurale si rivolge a una comunità coesa nella cultura, temprata dai valori classici, la nota intima del possessivo sembra invece segnalare quell’interferenza col biografico di cui ho parlato all’inizio. I «padri» di tutti sono anche le radici personalissime di qualcuno. In un solo verso Foscolo ci fa intravedere il passaggio imminente dalla poesia civile all’individualismo romantico.

© Andrea Accardi

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