Giorno: 18 aprile 2013

Mattonelle di Marianna Garofalo

berlino 2011 - foto gm

A mio fratello,

MATTONELLE

È una questione di posizione. Dipende dal modo in cui inclini il piede verso la parte esterna così da non cadere. Cadere, puoi cadere, sia inteso. Il vero problema è che non devi toccare le linee. Se sei piccolo come Andrea allora puoi cadere bene perché è facile riuscire a centrare il punto senza toccare la linea. Se sei grande come me allora diventa più complicato ed è tutta una questione di allenamento.
Dicevo del piede. Il piede, per non perdere l’equilibrio, devi posizionarlo in maniera mai definitiva e lasciarti la possibilità di piegarlo leggermente a destra o a sinistra, verso l’interno o verso l’esterno, come meglio credi e come senti che non cadrai. Attenzione però alle caviglie. Se muovi male il piede puoi anche ritrovarti a terra senza rendertene conto. Andrea una volta è rimasto con la caviglia fasciata per una settimana intera e i primi giorni doveva tenere la gamba su una sedia, come faceva la nonna, quando si gonfiavano le vene.
A volte sei fortunato e le linee si distanziano di parecchio, altre volte invece le linee si susseguono in maniera continua e allora quello che devi fare e saltellare con dei piccoli balzi finché non arrivi alla fine del percorso. Se le linee sono distanti invece ti conviene fare delle lunghe sforbiciate, allargando il passo più che puoi, ma saltare mai, perché è pericoloso.
Gianni non sopporta che gli venga detto cosa fare per questo preferisce girare come un cretino intorno a noi, prendendoci in giro. La verità è che Gianni non sa non toccare le linee e per questo finge di non divertirsi. Io sono molto brava, Andrea anche, e gli altri bambini del Parco non se la cavano male. Gianni invece non scende mai da quella mountain bike, ci gira solo attorno e cerca di farci sbagliare. A me sembra uno squalo, di quelli che si vedono in televisione, che girano affamati intorno alle barche. Gianni lo chiamo “Gianni lo squalo” e da quando nel Parco si è sparsa la voce tutti lo chiamano così. Gianni lo ha saputo ed è contento perché lo squalo fa paura a tutti. Per me resta sempre un cretino perché lo squalo non attacca mai e se lo fa è quasi sempre per colpa dell’uomo. Lui invece attacca sempre perché è più grosso e ha la mountain bike nuova. Quelli come Gianni a scuola vengono bocciati perché sono scostumati e non studiano e pensano che essere bocciati è bello. Una cosa è certa: quello che per Gianni è bello, per me è scemo.
Non lo faccio solo nel Parco, giù nel cortile. A volte mi ritrovo a farlo per strada, mentre vado a scuola, quando andiamo a trovare mia zia, quando finisce il latte e mi mandano al negozio a prenderlo. Non tocco mai le linee che delimitano il confine tra una mattonella e l’altra. Andrea a volte quando camminiamo si accorge che lo sto facendo e inizia a farlo anche lui. Certe volte immagino cosa sarebbe la vita senza le linee. Cosa sarebbe il pavimento senza le mattonelle, o il pavimento senza il pavimento. Come potrei sapere quali sono gli spazi in cui mi è concesso di cadere. Quanto posso allungare il mio passo. Quanto posso piegare il mio piede e le mie caviglie senza farmi male. Quanti saltelli devo fare prima di arrivare alla fine del percorso e restare ferma.
Una volta l’ho detto anche ad Andrea questo pensiero e lui si è messo a ridere e ha detto che le linee non potrebbero non esistere e che se non ci fossero le linee create dalle mattonelle o il pavimento senza il pavimento, come dico io, potremmo inventarcele e pensarle fino ad arrivare a vederle, come funziona con la linea del calcio, quella del fuorigioco, quella che non si vede ma c’è, c’è così tanto che alla fine la riesci a vedere anche tu e l’arbitro, ma non sempre, aggiunge Andrea. – Io la linea del fuorigioco non la vedo Andrea, te l’ho spiegato un sacco di volte, me l’hai spiegato anche tu, ma io non la vedo, e se non la vedo per me non c’è, la vedi solo tu e l’arbitro, ma l’arbitro non sempre –

Quando Andrea si è messo davanti a me non avevo idea di quello che stesse per accadere. Ho stretto i pugni e tirato le braccia vicino al petto, poi ho chiuso gli occhi strizzandoli così forte che quando li ho riaperti vedevo tutto nero e pensavo di essere diventata cieca. Andrea era a terra, sdraiato e si toccava le costole perché gli faceva male, Gianni si era allontanato di poco con la bici e ora restava fermo a guardarci.
Voleva investire me con la bici perché gli avevo detto di lasciarci in pace mentre provavo a saltare l’ultima mattonella senza toccare le linee. Gianni allora ha preso la rincorsa e mi ha puntato ma Andrea si è messo davanti e alla fine si è preso la bicicletta di Gianni addosso al posto mio.

Sono subito arrivati i grandi e urlavano come dei pazzi, mia zia aveva visto dal balcone e adesso piangeva. Andrea era ancora a terra, Gianni fermo sulla mountain bike, rivolta verso di noi. Io vedevo ancora male, come degli strani puntini neri e fosforescenti che ballavano davanti ai miei occhi.

Andrea da quel giorno è il mio eroe. Nessuno può dire o fare niente di male ad Andrea perché io lo uccido. L’ho scritto anche nell’androne del palazzo, in maiuscolo, con il pennarello rosso, così sembrava sangue, ma l’amministratore si è arrabbiato e anche la nostra vicina di casa, così l’hanno dovuto coprire con la pittura. Io però se voglio lo riesco ancora a vedere. Mi siedo sullo scalino di fronte, fisso il punto in cui l’ho scritto per alcuni minuti e dopo poco mi appare la scritta. Come succede con la linea del fuorigioco. Allora ho capito che vedere cose che non si vedono, come per esempio le linee, dipende dal fatto che devi volere bene a quella cosa che non vedi. Come ne voglio io ad Andrea e come ne vuole Andrea alla linea del fuorigioco o a tutto quello che riguarda il calcio.

Andrea è il mio eroe, e non solo perché si è messo davanti alla bicicletta. Quando Gianni l’ha fatto cadere è riuscito ad entrare tutto nella mattonella grande del cortile. Me ne sono accorta non appena i puntini neri e fosforescenti sono spariti e io ci vedevo di nuovo. Poi gli altri lo hanno spostato, urlavano, calpestavano linee, su linee, su linee. E le facevano calpestare anche ad Andrea, ma state sicuri che se Andrea fosse stato in piedi da solo non le avrebbe neanche sfiorate.
Andrea quando cade, o inciampa o perde l’equilibrio, riesce sempre a non toccare le linee e uscire fuori. Andrea le linee le vede sempre.
Mica come l’arbitro.

(c) Marianna Garofalo

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Stefano Raimondi – Per restare fedeli

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STEFANO RAIMONDI – PER RESTARE FEDELI – TRANSEUROPA 2013

Lo scrittore americano Philip Roth, in un’intervista, parlando del proprio dolore, fisico e morale, patito in un periodo abbastanza lungo, disse di aver preso quella sofferenza e riversata per intero su uno dei protagonisti del suo romanzo Everyman: una donna. In poesia è difficile che esistano dei personaggi inventati, ma esistono il dolore e l’abbandono. La poesia è lo strumento, addirittura il personaggio su cui riversare (e con cui raccontare) il disagio. Per restare fedeli di Stefano Raimondi è una raccolta che mette in versi due dolori e due abbandoni: quello affettivo (e personale) e quello della guerra (o universale) o di altri fatti tragici, rendendoli un momento unico. «[…] Quando sento il bollettino di guerra non capisco se \ stiano parlando anche di me da quando sei andata, o di \ entrambi, dal nostro luogo d’abbraccio, perso per sempre. \ Qui i bombardamenti mi avvengono con le stesse \ scadenze di Baghdad: tra un allarme e l’altro si corre a \ vivere, a fare scorte provviste. […]». In questo testo Raimondi lo dice chiaramente. Chiarezza che attraversa tutta la raccolta. Le parole scelte non sono casuali e mai superflue. Spesso sono ripetute, perché è così negli abbandoni, le cose si ripetono. Così come i gesti e gli stati d’animo. La percezione della sofferenza si assomiglia: dal teatro di guerra alle mura domestiche. Il poeta, naturalmente, si guarda bene dall’affermare che il dolore di una guerra, dei morti, delle bombe, possa essere uguale a quello di una mancanza personale, affettiva. Quello che fanno queste poesie è  mettere insieme, come su un binario, due situazioni lontane, ma che per forza di cose si toccano, si mischiano e segnano, nell’esperienza del poeta. Raimondi si guarda allo specchio ma nel riflesso non vede solo se stesso, l’angoscia personale non lo esclude dal mondo, lo rende maggiormente partecipe al dolore collettivo. «La guerra e l’abbandono stanno facendo opere. \ Quali riconoscere? \ Si tengono lontani i bambini dai confini: \ fanno paura ai sogni, alle trincee bruciate \ ai sì. Ci sono vicende umane che partono \ da qui, storie che sanno cosa prevedere. \ Fanno trincee i bambini: le fanno con gli stracci \ e le tengono, le lavano come ci fossero \ solo madri da coprire.»  I micro testi posti in esergo alla maggior parte delle poesie (caratteristica di Raimondi) sono tratti da quotidiani e periodici di informazione, quasi come se contestualizzare, anteporre la cronaca all’attacco dei versi, garantisse al poeta il distacco necessario per gestire il dolore e l’abbandono, senza cedere alla retorica. Stefano Raimondi cerca l’ordine (tanto caro a Giudici), di mettere le cose a posto, laddove farlo è più difficile (se non impossibile) – tra il caos delle bombe e della solitudine. La scrittura è animata da musicalità e ottimo controllo metrico. Rigore metrico di cui il poeta non è schiavo, per fortuna, troviamo anche poesie che vanno decisamente verso la prosa, conservandone la sintesi necessaria. La poesia di Raimondi è attenta al mondo ed è figlia dei suoi maestri: Sereni, Porta, De Angelis, ma è soprattutto sua, bella e riconoscibile. Poesia che non fa sconti. La lettura di questo libro è intensa ed emotivamente faticosa, non è una passeggiata ma l’arricchimento intellettuale e d’animo è garantito. «È il mattino che fa incoscienti e sani. \\ C’è una dolcezza sotto questo tetto \ che non sa dell’abbandono, neppure \ tra la spellatura, i disastri. \ Si sentono i rumori, fuori \ che circondano, che continuano a cadere \ e il nostro buio vicino continua a costruire. \ Chi abiterà per primo la stanza, tu o io? \ È la paura e la grazia di una tenda \ − spostata vicino alle macerie, vicino \ a chi cerca qualcosa, qualcuno con le mani \ tagliate, bendate – a scavare.»

(c) Gianni Montieri

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LETTERA APERTA DI UN CITTADINO AL SEGRETARIO DEL PARTITO DEMOCRATICO, PIERLUIGI BERSANI

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Gentile segretario Pierluigi Bersani,
chi Le scrive è un semplice cittadino Suo elettore, accorto e memore di quanto la storia di questo Paese gli ha riservato nella sua politicamente trista esistenza. A mano a mano che si rincorrono voci, senza smentite, intorno alle strategie che Lei sta mettendo in atto al fine di eleggere il nuovo Presidente della nostra Repubblica, aumenta il mio disgusto nei confronti della modalità strategica e tattica del partito per cui ho votato e che Lei guida.
Non Le è sufficiente che lo schieramento, sfrangiato e convulso, del Movimento 5 Stelle proponga un nome che, se non erro, ha ricoperto la carica di presidente del partito in cui affonda le sue radici la formazione di cui Lei è attualmente, transitoriamente e ancora per poco leader? Sul nome di Stefano Rodotà convergono non soltanto consensi, ma anche speranze, da parte di chi sa riconoscere la limpidezza e l’autonomia di giudizio, la tutela dei valori costituzionali, l’etica personale fattasi pubblica, l’assoluta assenza di ambiguità, la marcata esperienza personale. Lei si ostina a trovare un accordo così detto “di larghe intese”, escludendo a priori la possibilità che le larghe intese si facciano con un movimento che rappresenta un terzo dell’elettorato italiano e che urla il suo disagio rispetto proprio ai tatticismi e alle trovate old style in cui Lei si sta rivelando magistrale, come il Suo referente più vicino, Massimo D’Alema. E’ abbastanza scandaloso che, al netto di qualunquismi a cui, in quanto intellettuale, non partecipo, ci si ritrovi a ragionare intorno a ex socialisti antiabortisti che effettuarono un autoritario e per nulla autorevole prelievo forzoso e diretto dai conti correnti degli italiani, oppure a una figura angosciantemente legata a un passato che il popolo dei Suoi votanti rigetta come scarto dell’ultima rovinosa stagione democristiana.
Che Lei non chiuda da subito la partita sul nome di Stefano Rodotà è una ragione di più per astenersi dal votare il partito che Lei, tra qualche mese, fortunatamente o meno, smetterà di guidare, e rispetto al quale lascia tuttavia una premessa imprescindibile: una sorta di angoscia e ambizione corrosiva che si esplica in ritologie asfissianti e ormai postume. La Sua figura esprime talvolta una rudimentalità simpatica, spesso invece una abominevole consustanzialità con tecniche che non hanno nulla dell’avanguardia sociale e sono bensì votate a esprimere una sentenziosità reazionaria e stomachevolmente imbelle. Si legge secondo i segni di un qualunquismo, che appartiene a segretari che L’hanno preceduta alla guida del partito (mi riferisco al signor Walter Veltroni), la consultazione di parti sociali sincronica a quella dello scrittore Roberto Saviano, non interpellato quanto alla cultura, della quale il partito è evidente non sa che farsene, bensì quanto alla legalità, con mossa apparentemente furbetta e invece patentemente populista, generica, superficiale e dannosa. Spiace per Lei e per i Suoi ragionamenti che una parte della popolazione non sia così intrusa di feltro nei lobi cerebrali da non capire le strategie di sopravvivenza che Lei e i Suoi alleati interni di partito state mettendo in atto.
Le chiedo di ravvedersi, di ascoltare i Suoi alleati, di compiere una scelta che non ci faccia morire democristiani e berlusconiani, di arrischiare un atto di coraggio che i Suoi simpatizzanti realizzano in carne e ossa e sangue ogni dì, mentre i Suoi vicini di scranno no: scelga il nome di Stefano Rodotà e dia una prospettiva di futuro a questo Paese stremato e indocile, bellissimo e assai contestabile, inquieto e a suo discapito tragico.
Cordialmente,
lo scrittore Giuseppe Genna