Giorno: 15 aprile 2013

Ruggine di Marilena Renda: il purgatorio perenne

di Luciano Mazziotta

ruggine

A partire dal Tiresia di Giuliano Mesa (2001), la scrittura poematica ha vissuto una rinascita nella letteratura italiana del nuovo secolo. Nell’arco di dieci anni si sono susseguiti, per fare solo alcuni esempi, Cefalonia di Luigi Ballerini (2005), Le api migratori di Andrea Raos (2007), Neon 80 di Livia Riviello (2007), Ogni cinque bracciate di Vincenzo Frungillo (2008), e da ultimo Ruggine di Marilena Renda, pubblicato per Le voci della luna ad agosto 2012.
Intento della Renda è quello di “narrare” le vicende accadute a Gibellina, sua città natale, a seguito del terremoto del Belice nel ’68. Benché si tratti di un tema così “reale” e vicino alla biografia dell’autrice, la poetessa sfuma la storia e il linguaggio, parlando con una “lingua cieca” (tipica degli indovini) e dando così l’impressione di affrontare l’argomento come una profezia retrospettiva. Gibellina, centro nevralgico del poema, viene sfumata anch’essa: per “denominarla” si utilizza sempre un “sinonimo favolistico”, Gibilterra, come per collocare la città in uno spazio sì più distante, ma anche più carico di significati storico-mitologici, in modo tale da conferirle maggiore autorevolezza letteraria.
Gibilterra è dipinta come uno spazio che, se in un “prima” solo accennato appariva una tranquilla città del sud Italia, dopo il terremoto diviene un luogo dalle tinte “cupe”, le cui caratteristiche non possono più mutare. Gibilterra sembra essere condannata ad una condizione “ontologicamente” purgatoriale. Non è certo un caso che il poema non usi affatto l’imperfetto narrativo. Il tempo di Ruggine è solo il tempo presente. Che si tratti di “presente” storico è indubbio, ma la sostanza è molto più profonda: l’autrice descrive le azioni, utilizzando solo il verbo presente, per significare che il male purgatoriale “è” ormai connaturato nella città di cui sta scrivendo. In questo modo le condizioni della città appaiono come immutabili e senza possibilità di “rivincita”.
Il male è nella storia “che siamo noi quella tempesta, che tempesta // è questa storia”. Questa tempesta, che implica anche il perenne stato di “tremore” in cui si trova quella terra, è storia corale: “l’io ricostruito è un pomo secco, smangiato”, e l’unica alternativa per rifuggire dalla scrittura diaristica degli eventi è dare spazio al “noi” .
Nello scontro titanico con la physis non ci sono né eroi né colpevoli ma i “personaggi” che popolano il poema sembrano delle semplici comparse, le cui vite vengono appena accennate: compaiono per pochi versi, molto spesso non più di una strofa pentastica, e poi svaniscono. Già Elio Pagliarani, ne La ballata di Rudi, ad esempio, aveva fatto prova dell’entropia dei protagonisti: nel suo secondo poema, infatti, vi sono delle sezioni in cui, nel giro di poche righe, si trovano, secondo la tecnica dell’accumulo, più di dieci attori. Nel lavoro della Renda l’entropia e l’assenza di un personaggio centrale, oltre ad avere una sua pregnanza strutturale, ha un significato “allegorico”. La dispersione dei nomi nell’arco del poema può infatti significare sia un dato esperienzale, in quanto l’autrice quei personaggi e quei nomi li conosce e li conosceva davvero, sia, allegoricamente, lo stato di confusione e di dispersione degli abitanti della città dopo l’intervento del terremoto, unico vero protagonista-agens.
È il terremoto infatti che, quasi umanizzato, secondo uno schema “tragico”, agisce, modificando il paesaggio in cinque fasi, la perizia della descrizione delle quali ricorda le trattazioni antiche delle metamorfosi degli uomini in bestie. Una volta che il terremoto ha agito su quel “noi” prima “unitario” e ora “disperso”, non c’è più spazio che sia integro e “familiare”. Le baracche stesse, chiamate a supplire “temporaneamente” l’assenza di dimore dopo la catastrofe, ed il cui ruolo è tematizzato nella terza parte del poema, hanno un carattere ambiguo. Nido apparente e fonte di meraviglia per la “bambina” i cui occhi, quasi fossero “crisoliti”, si illuminano al loro interno, le case di amianto non concedono fuga dal purgatorio: esse sono “casa che offende e difende”, o ancora casa che “non protegge e non punisce”. Lo stato purgatoriale ineluttabile della città, inoltre, rende eccezionali i protagonisti di quella “bufera”: incolpevoli e passivi nei confronti della “natura-agente”, gli abitanti di quel purgatorio sentono la colpa nei confronti delle vittime, in quanto solo a loro è concessa la possibilità di camminare, ancora, “la terra che non trema”.

[Già su Semicerchio. Rivista di poesia comparata, XLVIII (2013/1)]

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