Giorno: 14 aprile 2013

Nadia Agustoni, Il mondo nelle cose

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Nadia Agustoni, Il mondo nelle cose

Nota di lettura di Anna Maria Curci

Dire il mondo e non farne parte, antica e sempre rinnovata coscienza;  trovarsi, stupefatti e quasi fatti a brandelli, tra i respinti e imboccare la strada in salita di chi rinomina le cose:  in queste due voci si rivela Il mondo nelle cose di Nadia Agustoni.

Due voci descrivono stati, esprimono posizioni, fanno scorrere immagini note e inusuali insieme, narrano eventi e capovolgimenti; sono quelle di Venerdì e Crusoe. Due identità universali, scelte con la consapevolezza della loro forza simbolica, che nel guardare in volto la contemporaneità acquistano, conquistano un senso nuovo.

La strada intrapresa è additata nel componimento-preludio, quando c’è chi va nel buio in alto. Chi va nel buio in alto scorge cose che altri non vogliono vedere, che nessuno dice: “la vita è perché i temporali fanno questo spavento/nessuno lo dice/i morti graffiano il vento sulle mani, portano cose/portano giorno prendere viso braccia”.

La visione non resta inerte, allo sguardo disincantato sulla quotidianità – tonnara di “ogni santo giorno” – affianca l’azione,  breccia e disegno nel futuro, decide di scrivere col gesso e coi secchi – questo è il titolo della sezione che precede il canto-racconto delle due voci.

La prima delle due voci presenta sé stessa come Il mondo che non c’è, Venerdì e sceglie un altro ancora tra i tempi e i modi del verbo che si alternano nella raccolta, dispiegando ciascuno la loro pienezza espressiva. Dopo l’infinito di quando c’è chi va nel buio in alto,  il duetto di presente e  futuro di scrivere col gesso e coi secchi, è l’imperfetto indicativo a caratterizzare la presentazione di venerdì: “la vita era torace e ossa/andavano magri(al controcanto di fabbriche”.  Nel “controcanto di fabbriche” si coglie il richiamo al Taccuino nero di Nadia Agustoni. Il passato, tuttavia, cede subito il posto al presente, chiaro, quasi programmatico del testo successivo, composto di brevi e incisive asserzioni: “chiama le cose senza appartenere alle cose”, per passare, poi, nel brano che segue, al futuro anteriore che così conclude: “avrà salito il buio”.

È dalla voce di Venerdì che sentiamo fare riferimento ai cani, che si manifestano in questa raccolta in modi e funzioni diversi: ultimi da evitare, come nell’evangelica formula della parola-pane, che non deve essere data in pasto ai cani; cerberi temibili; affidabili custodi, nucleo del mondo in due sillabe: “nel parterre di un ipermercato/un contuso Venerdì/tra réclame e luci elettriche/sbircia toilette per cani/e dice “cane” il mondo”. In un passaggio, a Venerdì si fa riferimento come a un “cane angelo”.

Di Venerdì, ‘migrante permanente’, per coglierne l’essere con un ossimoro,  si narra all’imperfetto l’errare e si conferma al presente lo ‘scandalo’ dell’alterità, l’alternativa del margine perenne, nel ‘j’accuse’ che evita toni striduli e  che trae la propria forza dal semplice porsi di fronte, dal guardare in faccia le barriere di colore e aspetto mutevole, continuamente innalzate. “e il mondo innalzava poster/annunci di marketing/made in Italy:/capiva? non ci sono parole/ma lo specchio/con quello che non sai/del giorno”.

Il ‘passatore’ del Peso di pianura, la raccolta precedente di Nadia Agustoni, ha lasciato il testimone del suo “cantare confine”, che qui attraversa la luce artificiale di autogrill e ipermercati, si impregna dell’odore di autostrade, ma non dimentica i valichi dell’Appenino e si fa sorprendere, squarcio inatteso e preparato allo stesso tempo, dall’azzurro del cielo di Vicchio.  L’indizio è consistente e rimanda a Barbiana e a Don Milani; manifesta l’intenzionalità della scelta di un linguaggio chiaro e privo di fumi e va collegata al duplice desiderio di scegliere la chiarezza per dire la complessità e di farsi  parola-opera per gli ultimi del mondo: “con dieci dita intrecciava pianura/e alfabeti”.

A Venerdì risponde – a distanza: Nadia Agustoni decide di non far duettare le due voci –  Crusoe, “l’uomo libero sconfitto”, come i versi di Josif Brodskij scelti come esergo della sezione a lui dedicata dichiarano esplicitamente. Di Crusoe si dice in apertura: “conosceva la fine come nei muri anneriti/ e nel bianco”. La sconfitta lo ha reso breccia: “stava come una breccia, apriva il mondo”. Crusoe ha “gesti di agrimensore” e, come  l’agrimensore K. del Castello di Kafka, al quale il pensiero corre immediatamente, è Landmesser, vale a dire colui che ha scelto di misurare la terra, di non perdere mai il contatto con essa, ma viene trattato come Landstreicher, vagabondo senza fissa dimora,  migrante, estraneo, precario: “a febbraio era un migratore”. Nel rovesciamento dei ruoli e nell’assunzione della sconfitta non come termine, ma come constatazione di responsabilità e punto di ripartenza, c’è tutto il senso della nuova libertà – l’uomo libero che accetta la sconfitta e che non imputa ad altri la colpa dei versi di Brodskij.

La ripartenza prende le mosse dal contenuto scarno delle tasche, “torsoli di mela e il disegno di un pesce” per “salvarsi dal silenzio”. È “il mondo nelle cose”, titolo della raccolta che viene ripreso nel  testo: “il mondo nelle cose fino alle parole. nei canali trovava detriti,un abbandono più duro della terra”. La ripartenza non dimentica il passato; fa tesoro, anzi,  della memoria. In questo passaggio, riferito a Crusoe, ritornano presenze evocate nell’apertura della raccolta: “conclusa con le pietre l’assenza/si ricredeva sui morti:/saranno nel vento di oggi/o attaccati agli spini/e il silenzio è quel viola delle labbra/il disuso”.

Assumono un ruolo significativo, in tale contesto, l’alternanza di modi verbali – infinito e indicativo – e l’avvicendarsi dei tempi all’indicativo:  presente, imperfetto e passato remoto, che rievocano, descrivono, rivelano, gettano ponti con il futuro: “quel futuro lo scriveva“.

Il componimento Corpo Nostro PPP,  tributo a Pasolini, forte della chiarezza dello sguardo e della capacità di indignarsi, giunge a conclusione di un percorso che intende affermare la pluralità di voci, che non vuole fermarsi alla solitudine coatta dell’esclusione o all’altrettanto coatta narcosi, che decide di parlare e agire in piena consapevolezza del pericolo di silenzi e cantilene indotti: “vita e lingua dove sono vita/e lingua e la cura è cura/del proprio tempo”. È impossibile definire oscura questa affermazione, che si nutre di un ragionamento rigoroso e, al tempo stesso, di una chiara assunzione di impegni.

Nadia Agustoni sceglie un linguaggio semplice per dire la complessità. L’accessibilità del linguaggio è un merito conquistato a dispetto di chi facilita in apparenza e banalizza nella sostanza. Il mondo nelle cose si percorre in volo e si torna a ripercorrere per scelta, soffermandosi ogni volta su un aspetto nuovo, diverso. Le vicende e le visioni esposte, narrate, rivelate dalle due voci coinvolgono chi legge e, per moto naturale, si identifica con una di esse oppure, a seconda delle situazioni, con l’una o con l’altra. Il mondo nelle cose, tuttavia, non si limita a fornire un approdo, efficace e sicuro, allo slancio di universalità, ma articola e argomenta un invito ad aguzzare lo sguardo e, di conseguenza, a operare scelte.

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In Apulien, 10 – Antonio Caiulo

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In Apulien, 10 – Antonio Caiulo

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate.

Anche la decima tappa – come era già avvenuto per la terza – sosta a Brindisi, la città di Antonio Caiulo, che qui ambienta  il suo primo romanzo, Il respiro del cervo, del 2006. Già il titolo allude alla città e, come fa notare Ettore Catalano nel suo saggio La scrittura letteraria nell’Alto Salento: narrativa, teatro e poesia in terra di Brindisi,  nel capitolo dedicato alla narrativa brindisina, “alla volontà protagonistica di cambiamento della città di Brindisi e della sua ribellione a ulteriori processi di degrado ambientale e sociale”. Nel presentare il romanzo, Catalano ricorre alle categorie di “legal thriller” e “romanzo di formazione”, mettendo in guardia, tuttavia, dalla tentazione di limitarsi a “leggere il romanzo solo come un opportuno contributo alla lotta della popolazione brindisina e delle sue istituzioni politiche per una nuova immagine industriale e produttiva della città”. Il romanzo rinuncia, questa la tesi di Catalano, a “uno schermo produttivo globale, una sorta di ideologia del progresso e del bene contrapposti in modo manicheo al male”. Il suggerimento di Catalano sembra adattarsi perfettamente al brano che segue e che estende a più ambiti, partendo da una metafora simile,  le considerazioni formulate da Enzensberger in un noto passaggio del suo libro La grande migrazione:

Chi scende dalla metropolitana è più importante di chi sale. Molto di più. Lo si capisce dallo sguardo che perfora quello di chi deve salire. Uno sguardo molto più interessato al muro che sta dietro, mentre l’altro cerca di incrociarne gli occhi nella speranza di essere ricambiato. E questo senso di inferiorità svanisce non appena ci si trova in mezzo ai propri pari… non tutti però. I propri pari sono coloro che sono saliti alla stessa stazione, anche se non si sa quando andranno via, se prima o dopo, e già questo crea altre gerarchie, anche se sconosciute. Nei confronti di chi c’è già ed è seduto, il senso è di superiorità perché, questo è già stanco, mentre il nuovo arrivato può affrontare il viaggio con maggiori energie. Se poi chi è salito scende prima di chi c’era già, allora chi c’era è uno sfigato cronico, costretto a vivere in metropolitana tutta la vita, impossibile da immaginare al di fuori di quell’habitat.

Chi scende dal taxi, al contrario, è meno importante di chi lo deve prendere, forse perché questo ha avuto la fortuna di averne trovato uno, o perché chi lo lascia, poi, deve andare a piedi. O forse ancora perché chi scende deve pagare e si vede il gesto, mentre l’altro non si sa ancora, certo è che non si vede che paga.

Chi va in nave è un romantico ed è simpatico, mentre chi prende il treno va incontro alla fortuna e gli deve andare bene per forza; il viaggiatore del treno è tutti noi.

È in aeroporto che gli antipatici emergono in tutta la loro virulenza.

Chi arriva ha un passo svelto, lungo, sicuro, riposato, la testa ben dritta sul busto e non c’è nessuno al mondo migliore di lui. È insopportabile, specie verso chi, al di là delle transenne e delle porte scorrevoli, attende. Coloro che attendono e che non arrivano e non partono, sono gli sfigati per eccellenza, che vagano e vivono in una sorta di limbo fra i privilegiati appena arrivati e coloro che devono partire. Anche questi sono abbastanza antipatici ma non tanto, forse perché non si sa come andrà il volo. Sono quasi antipatici, possono anche suscitare molta simpatia, specie se il loro volo è in ritardo.

In tal caso, meritano grande comprensione e tutti fanno il tifo per loro, specie se vengono inquadrati mentre bivaccano sulle scomode poltroncine nei pressi delle uscite dove una fresca hostess fornisce spiegazioni irrazionali sui ritardi.

 (da: Antonio Caiulo, Il respiro del cervo, Edizioni Giuseppe Laterza, 2006)

Anche nel romanzo L’amore tra due lune, pubblicato nell’anno in corso, 2013, Antonio Caiulo conferma scelta per un genere che per comodità definiamo “giallo” (l’inchiesta è indubbiamente terreno noto all’autore, che svolge la professione di avvocato), abilità nel costruire una macchina narrativa su più piani,  percezione attenta del “magma incandescente di comportamenti” (Catalano per Il respiro del cervo). Un altro tratto della scrittura di Antonio Caiulo che si ritrova qui è lo sviluppo di metafore a considerazioni ‘universali’. Soste per la riflessione o squarci lirici, non sono mai semplici divagazioni, ma aspirano a farsi porta di accesso alla comprensione, lume nel guazzabuglio oscuro, non di rado “livido” e contraddittorio:

“Vi ha mai parlato del volo, degli uccelli?”

“Ascoltandola mentre ne parlava io ho volato con lei” Chissà da quanto tempo Daniele aveva voglia di dire questa cosa; pronunciò quella frase come se fosse rimasta sulla punta della lingua per giorni, mesi ed anni; ma lui era un duro, e un duro non vola. Ma i suoi occhi e la sua espressione, in quel momento, erano talmente incantati da credere che avesse volato sul serio.

“Una sera…” Daniele si riimpossessò della scena “mi disse che i gabbiani volano aspettando sulla punta delle ali l’armonia di una nuova corrente d’aria e, quando la ascoltano scivolare delicatamente fra le estremità delle piume, virano verso essa lasciandosi trasportare dal vento senza fatica e planano così, dolcemente, alla ricerca di una nuova corrente. E quel volo inutile, che non ha un inizio e non ha un fine, può durare ore, giorni, perché non stanca, perché non c’è battito di ali, ma solo spinta del vento. Quando me lo diceva, sentivo il vento sfiorarmi il viso e, soffiando sui polpastrelli, mi sembrava di comporre una melodia sulla tastiera di un pianoforte. Sentivo ciò che lei mi descriveva. Ed ero convinto che lo avesse fatto. Una volta mi disse che aveva volato per ore ed ore sfiorando il mare perché al tramonto, voleva essere nel punto esatto in cui il sole andava a dormire per vederlo ribollire del suo calore e tuffarsi. E, mi disse che volando a pelo d’acqua si era bagnata il viso degli spruzzi del mare, ma alla fine ci era riuscita e si era tuffata nel mare color arancio nell’esatto momento in cui il sole  si inabissava. Era caldo, mi disse, le aveva ricordato il tepore del grembo materno”

 (da: Antonio Caiulo, L’amore tra due lune, Progedit 2013)

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Antonio Caiulo è nato a Brindisi, dove vive e svolge la professione di avvocato. Tra le prove narrative che hanno preceduto la pubblicazione del romanzo Il respiro del cervo vanno menzionati i racconti della raccolta Della Pioggia e del Bel Tempo (Firenze Libri 1998) e di Retrogusto (Il Grifo, Lecce 2000), insieme ai racconti apparsi sulla rivista “incroci” nel 2004: L’Ulivo e Movimento semplice. Dal racconto L’Ulivo è stato tratto  un cortometraggio che si avvale della regia di Daniele Botteselle e che è  giunto in finale nell’edizione 2008 del festival internazionale del cortometraggio Salento Finibus Terrae.

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Tutte le citazioni riferite a Ettore Catalano provengono dal volume Letteratura del Novecento in Puglia, Progedit 2009, p. 254

I brani tratti dai romanzi di Antonio Caiulo appaiono per gentile concessione dell’autore, che ringrazio.

©Anna Maria Curci

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