Giorno: 12 aprile 2013

Recensione a “Teresa la ladra” – con un’intervista a Dacia Maraini

Teresa la ladraPer entrare in sintonia fisica con un libro, prima di leggerlo, tendo a toccarne la grana della carta. Nel caso di Teresa la ladra, appena uscito per la collana “Il teatro di Dacia Maraini” della Giulio Perrone Editore, mi bastano gli occhi: in copertina, una Giovane donna seduta di Schiele mi guarda, intensa e arruffata, aggrappata al suo stesso ginocchio; e se ho ricordi della Teresa di Memorie di una ladra, da cui il monologo è tratto, non mi è difficile vederli riverberati in quegli occhi di adolescente. Occhi che tornano sulla copertina del cd allegato, in cui le musiche di Sergio Cammariere e la voce di Mariangela d’Abbraccio permettono in parte di godere dell’esperienza dello spettacolo teatrale – per la regia di Francesco Tavassi – recentemente tratto dal libro.

Teresa la ladra è, infatti, un adattamento per il teatro del celebre Memorie di una ladra, romanzo di Dacia Maraini del 1973, nato a sua volta da un’inchiesta sulle carceri femminili che portò l’autrice all’incontro con quella che sarebbe stata la protagonista e voce narrante del libro. “L’ho incontrata in un carcere nel 1969, le ho parlato per due minuti e ho capito che era il personaggio che cercavo”: così l’autrice riassume l’incontro con Teresa Numa. Durante l’inchiesta, racconta ancora Dacia Maraini, era vietato porre domande alle detenute; lei avrebbe cercato Teresa una volta uscita dal carcere (dove la donna scontava una pena per piccoli furti), avendo, incontrandola di nuovo, la conferma del suo sentire. Dalle conversazioni con lei avrebbe tratto quello che Pier Paolo Pasolini definì “romanzo picaresco e non romanzo di formazione”: il fresco racconto in prima persona di una donna abile e vispa, abituata alle miserie, ai bombardamenti e alle violenze delle reclusioni, ma anche al più quotidiano stillicidio dei piccoli sguardi giudicanti, eppure in qualche modo refrattaria all’angoscia, e pronta a tenere dritta la schiena:

La sera torno a casa e dico a Sisto: “Lo sai che il sor Alfio mi è saltato addosso? Mi ha pure messo dei soldi in mano, ma io gliel’ho ridati; io non ci torno più da quel lurido!”.
Pensavo che subito mio marito diceva: “Ora vado e lo meno!”. Invece mi guarda con la bocca aperta e poi mi fa: “E tu abbozza!”. Dico: “Come abbozzo? Io non abbozzo per niente; non mi va!”. Dice: “Devi sopportare, se no come viviamo?”. E con questo si alza e se ne va.
Al lavoro non ci sono più andata. Il sor Alfio l’ho piantato e non ho neanche chiesto la liquidazione. Subito con Sisto è cominciata la discordia. “Se non lavori, non ti posso mantenere”, diceva. “E tu come fai?”, gli dicevo.
Intanto il figlio, siccome a Roma non lo potevamo mantenere, se l’erano ripreso le sorelle di Sisto. Quando potevo, andavo a trovarlo. Loro mi guardavano male perché dicevano che io ero imperfetta e che loro erano perfette, perché loro sapevano stirare i polsini e i colletti senza le pieghe, e io no.

Da un’inchiesta a un romanzo quindi, e da un romanzo a un film, e ora un monologo teatrale – o, per meglio dire, un “monodramma”. Un viaggio di progressiva “asciugatura”, con un risultato che sembrava già inscritto nel punto di partenza.

Sì, non è stato difficile passare dal romanzo al teatro perché c’era già la “voce” di Teresa nella narrazione. C’era la sua ironia, la sua intelligenza da analfabeta dal pensiero profondo, c’erano il suo candore e la sua allegria.

“Candore” mi sembra una parola chiave. Nel tempo, lei ha usato due termini di paragone molto interessanti: il Lazarillo de Tormes per la stesura del libro, e proprio il Candide per l’incontro con Teresa.

Se vogliamo c’è anche un poco de La Celestina di De Rojas e forse anche di Moll Flanders di De Foe. Tutte le mie letture picaresche che ho tanto amato. Il mondo degli esclusi, dei perdenti di genio, delle donne soprattutto che resistono, nonostante tutto, alle avversità, trovando il modo di “arrangiarsi” arlecchinamente.

Difatti è nato anche un bel legame emotivo. Tra l’altro lei ha raccontato di molti “tentativi di regalo” da parte di Teresa, frutti di piccoli taccheggi come delle calze, o una confezione di biro. Questo, soprattutto, mi ha colpita, come modo spontaneo e geniale di oggettivare un patto. Dietro la scatola di penne c’è tutto il vostro incontro, il vostro fare ed essere l’una per l’altra: “tu mi sei amica e dai voce alla mia storia con il tuo strumento, che è la scrittura; io ti sono amica e ti procuro ciò che più ti rappresenta con una mia abilità, il taccheggio”.

La sua analisi è perfetta. Ma io allora non ci pensavo, e non potevo accettare un regalo rubato, altrimenti sarei diventata complice del furto. Anche se Teresa aveva un modo innocente e gentile di rubare, per cui era difficile giudicarla. Le volevo bene per questo.

Tornando al libro. Il tono è la sua più grande forza: deve essere necessario un grande controllo della scrittura per arrivare a un dettato così credibilmente semplice, soprattutto nella forma “condensata” del monologo. Quanto è dipeso dal punto di partenza – la testimonianza orale – e quanto da quello di arrivo – la necessità del ritorno al parlato con la recitazione?

Le due cose si sono incontrate per strada. Il parlato era già nel libro anche se aveva tempi più lunghi e ondulati. In teatro il parlato si è contratto, ma ha mantenuto il ritmo dei passi e del respiro della protagonista del racconto.

Riguardo allo spettacolo teatrale, è stato detto che la cifra generale del ritmo (quindi linguaggio, ma anche musiche, movimenti sulla scena) è quella dell’Andante mosso. Un bel cortocircuito con la natura di Teresa, che è quella del cammino.

Sì, credo che il regista Francesco Tavassi abbia trovato il ritmo giusto nel continuo movimento di Teresa, che anche sul palco cammina in continuazione, come faceva nella vita. Una donna randagia, sempre in fuga, sempre impaurita ma anche ribalda e scanzonata.

Tutto, infatti, contribuisce a questa atmosfera: la voce aspra e dinoccolata di Mariangela D’Abbraccio (bravissima nel piegare la gamma di registri vocali per adattarla ora al racconto, ora alla tenera requisitoria, ora al canto), le musiche di Sergio Cammariere, che sottolinea con le sue milonghe e i tango-vals l’andamento picaresco e nomade delle esperienze di Teresa, e un testo pulitissimo, fermo e lieve, felice come una chiacchiera, come il lasciarsi raccontare una storia.

(c) Giovanna Amato

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