Giorno: 9 aprile 2013

Claudio Damiani – La comunità (poemetto inedito)

biennale architettura 2010 - foto gm

LA COMUNITÀ
di Claudio Damiani

Vedi, amore mio, tutti gli uomini sono vissuti
e hanno avuto un loro tempo
e tutti gli animali e tutte le cose
perché anche le cose hanno una loro vita
e nelle altre galassie dell’universo
una quantità impressionante di uomini
e di animali e di cose sono vissuti,
hanno avuto il loro tempo,
e anche noi adesso abbiamo il nostro tempo, io e te,
e lo lasceremo, il nostro tempo,
e, detta così, la cosa potrebbe mettere ansia
perché, ecco: «è il nostro turno
dobbiamo essere bravi, è il nostro momento,
ora o mai più, ci dobbiamo giocare tutto
in questo istante!» ebbene allora tientelo
il nostro tempo! dico io, non me ne frega niente
e ne possiamo anche fare un bel falò
del nostro tempo. Ma non è così, amore mio
perché dopo di noi ci saranno altri uomini
altri animali e cose
e ci sarà qualcosa di noi anche in loro
come qualcosa di noi era stata
in tutti quelli che sono vissuti
prima di noi. Allora, se è così,
il nostro tempo è più tranquillo
perché abbiamo ricevuto dei semi
e ne mettiamo altri, insomma non siamo soli,
questo ti voglio dire, non siamo soli io e te,
ma a una comunità molto grande apparteniamo, il cui numero
mette un po’ paura, ma non dobbiamo avere paura,
dobbiamo imparare a convivere
con i numeri molto grandi
e con grandezze molto piccole
che necessitano di numeri molto grandi, anche loro.
Perché questo è il nostro stato:
siamo un numero molto grande
che può far paura, nel nostro numero è Dio
in qualche modo, e un valore molto piccolo
è ciò che è nostro e solo nostro di individui,
il valore individuale potremmo dire
che, in quanto piccolo, è però un valore
che nullifica ogni nichilismo,
che dà a te, amore mio, e a me
un’unicità che ci fa divini
e te che tante cose hai che sono appartenute
a donne del passato, e del futuro,
pure hai qualche cosa che non ha avuto nessuna
e mai nessuna avrà per tutto il corso del tempo
e quel qualcosa mi sta davanti ora
e quasi mi brucia la sua luce,
ma anche le cose che sono appartenute
alle altre donne, a altri animali e a altre cose
che sono state e saranno
anche quelle le bacio, anche quelle mi sono care
e sono davanti a me ora, come un giardino,
un paradiso di tutte le bellezze
io le vedo tutte, una per una, e una per una le bacio.
«Ma, amore mio – mi dici tu – che vuoi dire
quando dici: “Il nostro numero fa paura”
e quando dici poi che ha a che fare con Dio?»
«Ti rispondo subito, per quel che posso: fa paura
perché è un numero molto grande
ma per quanto grande non possiamo dire infinito,
un numero molto preciso, a noi ignoto, ma preciso
che contiene tutto il tempo e tutto lo spazio
per questo ha a che fare con Dio
e incute paura perché se da soli siamo ben poco
tutti insieme mettiamo invece terrore.»
«E che intendevi quando dicevi che ognuno di noi
è divino?» «Anche questa è una domanda difficile
che mi fai, e cercherò di rispondere per quanto mi è possibile:
ognuno di noi porta qualche cosa
anche solo una goccia d’acqua nel mare della vita,
questo qualcosa è solo dell’individuo,
e è ciò che di per stesso fa avanzare il tempo,
essendo il tempo solo e non altro che evolvere
verso una fine essendo partiti da un inizio.
Se poi alla fine ci sarà un nuovo inizio
non me lo domandare perché questo non lo so.»
«Che vuoi dire quando dici che quel qualcosa
che è in me e è solo me, solo mio,
tu lo vedi e la sua luce ti brucia?»
«Dico così ma in realtà non lo vedo,
solo so che c’è, lo penso
e anche solo il pensiero m’acceca.»
«E quando dici: “possiamo stare tranquilli”,
che cosa intendi, che possiamo fare quello che ci pare?»
«Meno che mai, dobbiamo essere sempre buoni
questa è la prima cosa, ma anche questo, senza ansia,
sapendo che siamo in buone mani, e che la grande comunità
ci vuole bene e noi vogliamo bene a lei.»
«E i cattivi, come facciamo coi cattivi?»
«I cattivi ci saranno sempre, ma noi dobbiamo fare
come prima cosa di non essere noi cattivi,
di combattere il male, e di seguire il bene,
questa è la prima cosa per chiunque
voglia sapere.» «E cosa intendi quando dici
che abbiamo ricevuto dei semi?
Intendi la procreazione, per la qual cosa chi non procrea
non spinge il tempo, e dunque non è individuo?»
«No bella mia, sbagli se pensi così
e so che non lo pensi, ma lo dici solo per farmi parlare.
La generazione non c’entra un bel niente.
Noi riceviamo dei semi ma poi
creiamo un semino nuovo, quello siamo noi
è il nostro essere, il nostro esistere, se vuoi,
che spinge il tempo, che lo crea anche, si può dire.
Ma adesso tesoro, che ho risposto alle tue domande
e che sembra tutto chiaro, adesso devo confessarti
che si apre come una grande macchia di nero
nel mio pensiero, perché, sì, possiamo stare più tranquilli
perché siamo legati alla comunità, non siamo soli,
ma anche la comunità muore quando giunge al fine,
o potremmo pensare che giunta al fine dell’evoluzione
dal big bang fino alla materia e alla vita
sempre più cosciente e sapiente, tutto l’insieme rivive
in un solo corpo senza più tempo e spazio
e quello che noi eravamo stati, rotelle
di un ingranaggio di una grande macchina
quello per sempre siamo, tutte rotelle connesse
che girano insieme in un’eterna danza.»
«Ciò che mi mancherà – dici tu –
sono proprio le mancanze di questa nostra vita,
le attese e le speranze, le cadute e i riavvii,
mi mancherà questa casa, mi mancherà questa terra
e tutto quello che non so e che non ho visto,
mi mancherà la paura, questo terrore di spegnermi
come una candela giunta all’esaurimento,
mi mancherà la prigione della vita, e il non sapere il giorno
dell’esecuzione, mi mancherà il nostro stato di umili,
abbandonati al volere di Dio. Sai che mi mancherà, amore mio?
mi mancherà questo potere, nel terrore della morte,
scacciare via il pensiero come si scaccia una mosca.»
…………………………………………………[«Amore mio, hai ragione
sento anch’io questo, lasciare il mondo è terribile
e un’angoscia adesso mi prende, nera,
lasciare quello che stavamo facendo, interromperlo,
e tutto di noi svenduto all’asta, disperso,
se solo ciò che rimane di noi è quella cosa così piccola
che ha spinto il tempo, quella goccia nel mare.
Ci mancherà questo poter dire: “la morte verrà
ma non ci pensare ora, pensa a altro”
come bambini che pensano: “ci penseranno i nostri genitori”,
questo nostro metterci nelle mani di Dio,
consegnarci a Lui, è questo che ci mancherà?
Ma adesso ascolta, prendiamo una pausa, può darsi
che domani, a mente riposata, capiremo meglio qualcosa
e saremo meno tristi, meno oppressi,
guarda le nuvole tinte di rosa per il tramonto
e il cielo farsi quasi violetto, più acceso
e bruno insieme, e noi qui su questa terrazza seduti
mano nella mano, beviamo questo vino che brilla nei bicchieri.
Non sembra che tutto si ricomponga
in un’unità meravigliosa
come abbiamo pensato?
Che niente muoia, ora che viene la notte
e tutto si accende di una luce eterna?»

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(c) Claudio Damiani

 

Nota: Il poemetto è uscito anche sull’ultimo numero di Nuovi Argomenti per info Qui

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