Giorno: 5 aprile 2013

La mia Milano

foto di Uliano Lucas

foto di Uliano Lucas

LA MIA MILANO

In versi di qualche anno fa scrivevo: «Io Milano l’ho imparata il sabato / nei passi lasciati ai bordi del Naviglio». Il vero contenuto di quei versi mi è tornato in mente in questi giorni, per via della scomparsa di Enzo Jannacci. Chi mi conosce bene sa anche quello che quei versi non dicono. Degli anni in cui me ne andavo in giro per la città, tenendo sotto il braccio, erano giorni senza borse alla moda, le poesie di Raboni, di Pagliarani, di Giudici, di Sereni e altri. Stavano sempre con me, certo per l’amore che per quei testi provavo, perché consideravo quei poeti veri Maestri, non ancora di scrittura; ignoravo a quei tempi che avrei provato più avanti a scrivere. Furono maestri di vita. Imparavo la Milano di Giudici. Andavo a toccare con le mani i muri delle case dei Navigli, Le case della Vetra di Raboni. Volevo sapere com’era stata Milano prima che io la conoscessi. Allora prendevo il tram e giravo a caso: il 29, il 30, il 9, il 33. Il 24 e giù verso Viale Ripamonti con La ragazza Carla. La 54 o la 61, per arrivare in fondo a viale Argonne, dove passava la E e dove stava la casa di quell’amore perduto, raccontato in quella splendida poesia di Pagliarani. Imparavo Milano così, perché volevo che Milano diventasse la mia città e perché ciò accadesse, dovevo conoscere il più possibile quello che c’era stato prima di me. La Milano del dopoguerra con quelle poche luci (Le luci di Milano poca cosa, lo so – un magistrale incipit di Giovanni Raboni). Poi c’erano i fornai, le città passano dall’odore del pane. L’odore che veniva dalle botteghe dei Prestinée era diverso da quello di Napoli o di Parigi. Pane del luogo, odore del luogo. Un odore indimenticabile come quello della nebbia mista al ferro che senti passando sotto il ponte della Ghisolfa. O quello di ruggine che arriva passando sopra il ponte di Greco. I miei poeti e le mie passeggiate mi insegnavano Milano. Poi c’erano i racconti dei vecchi, la Baggio dei miei zii, il Giambellino di Gaber. Immaginavo fumose sale da biliardo piene di gente e poi vedevo quelli che la mattina andavano in fabbrica. Le luci negli appartamenti che si accendevano alle cinque, alle sei. Flash in mezzo al buio. Donne e uomini alle fermate degli autobus, stretti nei cappotti, negli impermeabili. Pensavo che uno che esce al mattino presto con il freddo e l’umido – pensavo e lo pensavo in bianco e nero – dovesse per forza combinare qualcosa di buono. Naturalmente non è così, o meglio non è sempre così. Ma pensarlo mi piaceva, mi pareva di essere arrivato nel posto giusto. Poi c’erano gli amici. Il jazz, San Siro. Con Bruno e Walter (che adesso gioca a golf, come cambiano le cose) andavamo a sentire la musica dal vivo al  Capolinea (che ora non c’è più). Durante i concerti mi distraevo e decoloravo la sala, vestivo tutti come se fossero gli anni cinquanta o sessanta, e mi guardavo nella vecchia Milano insieme a loro, ascoltando jazz. E c’erano le canzoni e per me, più di tutte, c’è stata Vincenzina davanti alla fabbrica di Enzo Jannacci. Quel brano, scritto per “Romanzo popolare” di  Monicelli, mi ha raccontato quello che volevo sapere di Milano in pochi minuti. La fabbrica, gli operai, i padroni, il calcio, il freddo, il disagio, il lavoro. Tutto scritto e cantato in quella lingua masticata e unica di Jannacci, l’amarezza e l’ironia. La sintesi perfetta: «Zero a zero anche ieri ’sto Milan qui / ’sto Rivera che ormai non mi segna più, / che tristezza il padrone non ci ha / neanche ’sti problemi qua». Tutti loro, tutti insieme: i due Giovanni, Elio, Vittorio, Giorgio, Enzo e altri, mi hanno insegnato Milano, ognuno alla propria maniera. Un poco per volta, un sabato dopo l’altro.

© Gianni Montieri

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1978

di Domenico Caringella

1978

Gli chiese di aprire le tende e spalancare le finestre. Voleva la luce. Sempre. La inseguiva. Doveva, voleva vedere, capire. Le notti le chiamava buio, e le mattine la illuminavano. Così, fecero l’amore in silenzio sul letto dei genitori di Ramon, inondato di sole, con le voci sguaiate del barrio che si arrampicavano sulla ringhiera del balcone e si affacciavano nella stanza.
Ramon. Avevano camminato in parallelo senza mai toccarsi, per più di dieci anni. Fino a quella mattina assolata e rumorosa in cui erano crollate le difese, svanito l’arrocco. La foto sul comodino – la barba perfetta e la divisa dell’uomo che teneva in braccio Ramon bambino, la piccola scritta “Buenos Aires 1978” stampigliata in basso a sinistra, il poster di Kempes, sullo sfondo che correva nel verde e nell’arancione dopo il gol della gioia che nascondeva l’orrore e le torture – risucchiò la luce del giorno in un buco e le tolse il fiato.
In un attimo, uno solo, ripensò alle grida che talvolta le rimbombavano senza preavviso nella testa; capì, ricordò, che forse sua madre era quella donna dai capelli corvini, colorata di sangue, che la guardava, legata ad una sedia, da una porta socchiusa e che aveva colonizzato i sogni di molte delle sue notti; riconobbe l’uomo della fotografia che si allontanava dalla sedia e chiudeva quella porta, come il ragazzino che correva nel corridoio e che le aveva chiesto di giocare a nascondino nell’appartamento accanto. Aveva una piccola cicactrice a forma di mezza luna sulla guancia sinistra quel bambino, la stessa di chi ora le stava respirando addosso. Rise per non piangere.

Rifacciamolo Ramòn. Ti prego amore mio – disse allegramente

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titoli di coda: play & listen

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