Giorno: 3 aprile 2013

Su La Violata

LA VIOLATAda ilrestodelcarlino.it

LA VIOLATA
da ilrestodelcarlino.it


Quando i media, vogliono riportare un caso di violenza su una donna, la notizia viene spesso accompagnata da un’immagine che si è oramai standardizzata. Una ragazza, leggermente sfocata, occhi coperti dal braccio, spesso a terra, appoggiata ad un muro. Un’immagine impersonale, il cui messaggio di impotenza, terrore e solitudine è estremamente immediato e non lascia dubbi.
Ad Ancona nei pressi dell’imbocco della galleria San Martino, a pochi passi dalla Mole Vanvitelliana, a fine marzo viene inaugurata una statua dello scultore Ippoliti “…dedicata alle donne vittime di violenza”.Il fatto è che tale opera ha scatenato una forte opposizione multi-genere con la promozione di una petizione per la rimozione e eventuale collocazione in altra sede, ripulita da ogni riferimento alla violenza di genere.
Cerchiamo però di affrontare il problema e capire a cosa siamo di fronte.


Il nome dato alla statua, la “Violata”, è un appellativo che non dovrebbe lasciare dubbi. Nasce però quasi spontanea (almeno a me) una domanda e mi chiedo cosa troviamo nel 2013 di veramente nuovo e sconvolgente che non sia già stato “violato”, nella rappresentazione di una donna con i vestiti strappati che lasciano apparire seni e sedere. Perché il “locus” reale e non simbolico della violazione: il centro di una sessualità malamente desiderata, aggredita e vilipesa, resta pudicamente nascosto allo sguardo? Quale censura, dato il presupposto, potrebbe mai negare una tale rappresentazione?
Forse, malevolmente, si è cercato un compromesso, lasciandola sospesa nell’immaginario grazie alla location, proprio all’ingresso di una galleria?
In fondo è arte ed è anche possibile che Courbet e l’ignoto scalpellino della chiesetta di Corsignano (SI) non abbiano insegnato nulla e ancora, appunto nel 2013 la rappresentazione della femminilità, che dovrebbe quindi riportarci immediatamente alla naturalità di un’ identità esistente resti sottesa allo stereotipo della malizia e del vedo e non vedo. In un’epoca in cui “tette e culi” rappresentano il biglietto da visita e l’accesso alla carriera, che resta allora a ricordarci l’idea della violazione? I vestiti strappati? L’immancabile borsetta ancora stretta nella mano stile “die with your boots on”, oggetto che strizza l’occhio alla retorica del martire guerriero, alla stampella di un Toti, pronta per essere scagliata contro l’oppressore? Furbescamente e non a caso ci raccontano che in realtà il messaggio (ma allora è pubblicità, non Arte), della statua sia la rappresentazione della dignità e della fierezza della donna violentata che si rialza. Ma allora, non solo cade, sprofonda, si sotterra la minima ambizione ad essere opera d’arte, nel momento in cui il messaggio immediato, banale, oggettuale, mi viene raccontato e soprattutto imposto a giustificare un atto simile. Ma poi, si cade definitivamente nel retorico, perchè da parte di un’amministrazione comunale non c’è nulla di più ipocrita, nulla di più retorico, nulla di più consolatorio che la “rappresentazione” sociale e politica della dignità e della fierezza. Niente di più rassicurante per una società, culturalmente artefice e responsabile di un atto così iniquo, che il vedere una donna “violata” rialzarsi nella solitudine più totale e girarsi per ricominciare. Niente di più rassicurante che mettere la violenza sulla donna alla stregua di una sfiga capitata alla poveretta di turno invece di avere il coraggio (e se l’arte non ha coraggio, che arte è?) di porre l’accento sul dramma sociale e quindi cittadino che ciò rappresenta. Una notte qualcuno ha posto simbolicamente un accappatoio; tacciato sul quotidiano locale come atto di censura (il riferimento al mutandaggio censoreo su Michelangelo risulta esilarante) in realtà si è voluto spostare retoricamente di nuovo, svilendo (ma guarda…) il senso di un gesto a mio parere assolutamente artistico, azione situazionista di rispetto nei confronti di chi aveva subito una tale violenza e che non si è rialzata per “merito” di una città e che anzi adesso si trova costretta ad interfacciarsi quotidianamente con la stessa “lacerazione e solitudine”. Io la statua l’ho vista e dopo una trista visita alla Mole vanvitelliana, capolavoro dell’architettura italiana, pochi metri più avanti. Viste le condizioni in cui versa, forse sarebbe meglio cominciare a recuperare altrove la dignità della città, recuperando spazi utili alla socialità alla conoscenza reciproca, alla cultura, uniche “terapie” verso un male che è sociale e non casuale.

per chi volesse firmare la petizione

https://www.facebook.com/notes/cristina-babino/petizione-per-richiedere-la-rimozione-della-statua-violata/10151191934697537


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Solo 1500 n. 91: Andrea è in ritardo e Quella volta al bar

berlin - gm

Solo 1500 n. 91: Andrea è in ritardo

Andrea è in ritardo. Probabile che abbia pensato di trovarsi a Londra e di dover salire su una Metropolitana normale. Invece, si trova ad Aversa e deve venire a Giugliano. La domenica se perdi un treno, ti tocca aspettare mezzora quello successivo. In ogni caso, poi arriva ed esce dall’uscita sbagliata. Non ha molto tempo, ci avviamo chiacchierando verso un bar non troppo distante. In una  piazza troviamo un bar che pare abbia un secolo anche se, immagino, non abbia più di venti o trent’anni. È orribile. Andrea (improvvisamente intraprendente) guarda dentro e dice: “Mi pare che sopra ci sia una saletta”. Sto per fargli cenno di proseguire verso un locale migliore, quando un tizio apre la porta e intima: “Potete entrare!” Siamo fottuti. Ordiniamo due caffè all’anziana che sta dietro al banco, che ci guarda come se fossimo due alieni o due pazzi (e non sa che scriviamo). Chiediamo di poter salire in saletta, ci fa cenno di sì. Accendono le luci e saliamo lungo una scaletta a chiocciola tra le più infime della storia. Giunti al piano superiore ci accorgiamo che c’è un solo tavolo, verde, con quattro schermi da computer fissati sopra. Videopoker, nessun dubbio. Il caffè, ovviamente, fa cagare. Mentre ci sprechiamo nel nostro repertorio battutistico, in cui arriviamo a sostenere che potrebbero scambiarci per finanzieri in borghese e, di conseguenza, farci sparire (di sicuro hanno dell’acido da qualche parte), riusciamo a parlare anche di poesia. Sarebbe, questo, un aneddoto da raccontare una volta diventati famosi. Se lo racconto adesso ci sarà un perché.

(c) Gianni Montieri

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Solo 1500 n . 91: Quella volta al bar

Pur di rivedere Gianni Montieri sono disposto perfino a farmi un viaggio da Aversa a Giugliano (una fermata di metro in tutto, ma quando hai l’orientamento scarso qualsiasi spostamento sembra un viaggio). Il paese di Gianni è in pratica accanto a quello della mia ragazza. Scendo, esco, è l’uscita sbagliata, rientro, eccolo. Come me lo ricordavo, in faccia una simpatica palla di pelo brizzolata. La voce è quella che un mio amico diceva per il primo De Gregori, una voce «di pèsca». Cappotto, sciarpa e coppoletta. Passeggiamo per Giugliano, il tempo non è molto, di sera ho la nave. Camminiamo chiacchierando e schivando l’immondizia per terra. É terribile, ma anche quella è diventata paesaggio, casa. Ci fermiamo al primo bar, e forse era meglio il secondo. Sguardi torvi, una signora dietro il banco, un tizio ci indica una saletta in alto. Saliamo, un tavolo con quattro computer, probabilmente per giocare a poker. Poco spazio anche per appoggiare il caffé. Siamo decisamente fuori posto, e si capisce che per entrambi è il modo migliore. Gianni Montieri è un funzionario statale che scrive poesie, praticamente combatte la burocrazia dall’interno. Io ho finito un dottorato mettendo la giacca quattro volte in tutto. Sono cose da rivendicare queste, altroché. Adesso stiamo parlando di letteratura in mezzo a quattro schermi da videopoker, mentre al piano di sotto probabilmente ci hanno preso per matti. Anche quel bar non sarà più lo stesso dopo di noi. Forse.

(c) Andrea Accardi

 

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