Giorno: 2 aprile 2013

Ravaioli (quarta e ultima parte) – di Stefano Domenichini

parigi 2010 - foto gm

STORIA RAGIONATA DEGLI ANNI OTTANTA (quarta e ultima parte)

 

Don’t worry, be happy. E se hai nostalgia degli hippy, ci sono i party a tema. La y diventò di gran moda. Stava bene con tutto e metteva allegria. Hippy Happy ebbe un buon successo come marca di un bagnoschiuma rigenerante a base di spremuta di pompelmo. Il popolo dialogava con mantra natalizi: dove andray? Dove sey stato? Non say quanto tycapysco, anche yo adoro andare al caldo per Natale.

Anche il linguaggio si prese la sua fetta di libertà. Grammatica ed etimologia diventarono plasmabili. Parole tristi e menagrame ritrovarono nuove energie. Solidarietà, ad esempio. Diventò un concetto talmente sentito che non lo si voleva sprecare. Così si andava per le spicce. A una faccia nuova veniva domandato subito che auto aveva, per non correre il rischio di solidarizzare, tipo trovarselo a cena, con un sopravvissuto all’anno zero che viaggiava ancora a metano.

Con Ravaioli si andava sul sicuro. Aveva raggiunto la vetta più alta dell’immaginario collettivo contemporaneo, simbolo di imprendibilità e fascino: la targa Escursionisti Esteri (sigla EE). Aveva guardato dall’alto anche quelli targati Principato di Monaco o San Marino e discorreva alla pari con i diplomatici sul potere afrodisiaco dell’impunibilità.

Ora però aveva smesso di giocare alle macchinine. Era diventato Onorevole. La sua impunibilità era diventata una garanzia a difesa della democrazia.

Lui e il tipo in canotta erano partiti per la capitale con un programma preciso: restare a Roma pochi mesi, spaccare il sistema e tornare al nord da eroi.

Ravaioli, dopo cinque anni, ancora si godeva il sole di aprile a un tavolino difronte al Pantheon, con l’auto blu incastonata all’angolo di Via delle Colonnelle come un diamante ammirato da tutti. Il tipo in canotta era tornato a casa quasi subito, in un rigurgito di maleodorante coerenza mista a quella nostalgia che, a volte, azzoppa i centravanti brasiliani. Non trascorse molto tempo che il tipo in canotta telefonò a Ravaioli per dire che era pentito, che non si divertiva più a girare i bar del varesotto, che la gente era diventata aggressiva, gli chiedevano in continuazione di mandar via i negher, ma a lui di mandar via i negher non importava niente, non avrebbe neanche saputo da dove cominciare, a lui interessava solo tornare a Roma, che dopo aver ravanato un po’ di donne a Roma, le contadinotte della Brianza gli mettevano tristezza con quell’odore di scantinato umido che avevano e poi gli serviva uno stipendio che i figli crescevano con lo sguardo un po’troppo ebete per essere solo questione di adolescenza e a casa avevano scoperto che non faceva il medico, che non era neanche laureato.

E Ravaioli lo aiutò, perché nel frattempo aveva conosciuto il Perdente e se ne era innamorato. Non ebbe il minimo dubbio fin dal primo momento che lo vide: quell’uomo impersonava l’essere perfetto immaginato dalla sua mente quando, da visionario, aveva concepito il nuovo mondo.

Il Perdente sembrava l’imitazione di un calzone farcito preparata per gioco dal figlio di un pizzaiolo. Era volgare, chiassoso e ignorante come una marmitta forata. Quando voleva comunicare con qualcuno, lo incantonava e gli raccontava barzellette. Ma era enormemente ricco e aveva tutti ai suoi piedi. Viveva in un perenne trionfo sancito da scribi e donne prezzolati, da colonnati d’oro e vulcani telecomandati, da cantanti e attori falliti tra nasi da aquila e casevianello, da tutoni sintetici raggomitolati su divani in attesa del perizoma e del bicipite unto. Seminava privilegi, schiavitù dorate e assegni di sostentamento. Le barzellette non gli bastavano più. Cominciò a lanciare peti nauseabondi e a godere dei milioni di persone che accorrevano per essere visti mentre annusavano. C’erano Presidenti del Senato e della Camera, c’erano ex lottatori armati delle prime linee in lotta continua, don mariani, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà, tutti metalli vili tramutati in oro dal Perdente. Il Perdente era il bancomat illimitato che tutti avevano sognato dopo che Ravaioli aveva cambiato il mondo. Il Perdente aveva vinto, e questo è tutto.

Ravaioli lo capì subito: il Perdente era fatto dell’antimateria che aveva prevalso nel Big Bang da cui tutto era ripartito negli anni ottanta. Il Perdente era il filo del telefono attraverso il quale Ravaioli raccontò l’esaltazione per la sua serata in Sardegna. Era la Vanda e Laprisca. Era il geghegé. Era la banca dove ti senti come a casa tua. Era il carpe diem, l’amnistia perenne. Era la pubblicità ininterrotta. Era l’Offerta Pubblica d’Acquisto. Era quello che è bella anche Stefania Craxi, era la laurea per diritto. Era il Geografo Junior e il Gattologo. Era la pancia che parlava. Era la mattanza di polvere e seta. Era la fuga dei cervelli. Era il culo sodo e senza cellulite. Era il vigore sessuale. Era il bigottismo morbido delle grandi aspettative. Era quello che ce l’ha duro. Era la Confederazione Elvetica. Era una pizzeria di Caronno Pertusella. Era Eros Zaffaroni. Era quello che si fidava di sé stesso solo perché era ricco.

Il Perdente diventò il bosone che accentrava le particelle rivoluzionarie: gli costava un botto, ma finalmente gli anni ottanta diventavano un sistema. Qualunque sciocchezza, nefandezza o sopruso veniva lanciato a volo d’angelo dal palco e il pubblico lo afferrava entusiasta e lo innalzava a simbolo di libertà. L’assuefazione alla ricchezza potenziale attraversava veloce la tangenziale del buon senso, verso l’orgia infinita, poco più in là, a un passo, seducente e irraggiungibile.

Le cose erano state rimesse in ordine. Ciascuno aveva il suo posto, la mafia, gli stilisti, l’opposizione. Anche i detrattori stavano bene: quelli che la domenica sera predicavano il tempo che fa, i giornalisti in esilio a Parigi, i comici che rendono scherzosa la rabbia. Tutta gente pulita e ben profumata, ammorbidenti che ciondolavano come pendole, rumori di fondo, metronomi della democrazia.

Ravaioli aveva smesso di contare. La sua ricchezza erano i tacchini che guardavano verso il cielo con le bocche spalancate a raccogliere la manna finanziata dal loro futuro. Ravaioli sentiva che prima o poi sarebbero affogati, ma non si preoccupava più di tanto: ormai era fatta, erano geneticamente modificati e anche con la gola strozzata non avrebbero più rinunciato alla festa mobile, al tuttocompreso, al charter, al sonounalucertolaestobenesoloalsole.

Avere un inno con un giro armonico semplice. Incontrarsi eleganti a Piazza San Babila in favore di telecamere. Acclamare un uomo issato su un predellino. Non rendersi più conto che quell’uomo è la parte di sé stessi che ha perso. E sentirsi al sicuro, che Lee Oswald e GavriloPrincip non ci sono, sono a palazzo a falsificare bilanci e a truccare i conti, in odore di bonus e incentivi, nell’anarchia in grisaglia del tutto tranne le regole.

Fu così che Ravaioli, un sabato sera di primavera, si trovò seduto accanto a Tronchetti Provera nella tribuna VIP dello stadio gremito per la stracittadina. Tronchetti si era alzato per salutarlo. Ravaioli pensò alla Vanda, alla notte in cui fecero l’amore tre volte, unilateralmente eccitati dall’incontro con quell’uomo che ora gli stringeva la mano. Per un meccanismo di associazione mentale che lo accompagnava da tutta la vita pensò anche a Laprisca. Sentì una nostalgia che lo imbarazzò. Come se rimpiangesse le sfacchinate con i cataloghi patinati dei cancelli automatici. Si concentrò sul fatto che la Vanda aveva quasi trent’anni in più. Aveva aperto una music life beach nei lidi ravennati. Ravaioli aveva sistemato anche Laprisca: le aveva fatto avere una concessione per acque minerali che lei faceva amministrare al marito, mentre soggiornava per lunghi periodi in posti dove la luce solare esaltava le rotondità dei pettorali dei giovani indigeni.

Ravaioli si sedette. Gli parve di aver riacquistato la serenità, ma non riusciva a seguire la lettura delle formazioni perché Tronchetti Provera lo incalzava con un’OPA ostile che non si capiva da chi e quando dovesse essere lanciata. No, proprio non riusciva a trovare la concentrazione, né sulla partita, né su quell’uomo che lo importunava con i target e le convenienze.

Allora decise di estraniarsi, di lasciare andare i pensieri. In un attimo rivide una valigia sul letto e lui e la Vanda che preparavano i bagagli per la vacanza.

[fine]

(c) Stefano Domenichini

 

 

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