Mese: aprile 2013

Cartoline Persiane#1 – di Andrea Accardi

GOVERNO:  VOTO ANCHE TEST PER GOVERNO, QUOTA 330 PER RISPOSTA A COLLE

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Caro Rhédi, ti scrivo di nuovo dall’Occidente e dall’Europa. É incredibile il modo in cui percepiamo il Tempo: mi sembrano passati secoli dall’ultima volta. Mi trovo a Roma, ho passeggiato tra i fori imperiali, lungo il fiume, davanti al Colosseo ho visto dei pretoriani, ero convinto che non ce ne fossero più.
Sai che qui oggi è nato il nuovo governo? Pare che a gestire la faccenda sia stato il Presidente della Repubblica rieletto, un uomo di ottantotto anni… Allora è vero che la medicina occidentale è progredita enormemente! Se un uomo di questa età può assumere di nuovo un incarico così lungo e importante, e nessuno se ne stupisce, vuol dire che ormai la vecchiaia è stata sconfitta o quasi…
Il governo di cui ti parlo sarà costituito dalle due fazioni che sulla carta sarebbero l’una contro l’altra, da vent’anni… Insomma, in Italia la politica ha degli ideali così alti che riesce a trascendere le differenze particolari. Non posso che ammirare l’equilibrio e l’armonia che la democrazia produce: in questo abbiamo ancora molto da imparare. Non stupirti, Rhédi: spesso il despota è il primo a interrogarsi circa il proprio potere assoluto.
Durante il giuramento, io ero poco distante, ho sentito come uno sparo. Probabilmente era il colpo a salve che annunciava i fuochi d’artificio.

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Teresa Ciabatti – Il mio paradiso è deserto

ciabatti

Teresa Ciabatti – Il Mio paradiso è deserto – Rizzoli
euro 17  e-book 11,99

 

 

Pastorale Italiana, avrebbe potuto intitolarsi così il nuovo romanzo di Teresa Ciabatti. Il riferimento a Pastorale Americana di Philip Roth sarebbe stato parziale, naturalmente, le due storie sono molto diverse, eppure ci sono similitudini, assonanze. In Pastorale Americana Roth partiva dalla classica famiglia americana. Il quadretto perfetto. Quadretto che poi riduceva a brandelli come il Sogno americano. Il miglior Roth, probabilmente. Teresa Ciabatti racconta la storia della famiglia Bonifazi, in un tempo – il nostro – in cui il Sogno italiano (se mai c’è stato) ha fatto le valigie da un pezzo. La ricchezza smisurata dei Bonifazi è già maceria. La loro perfezione da rotocalco è già rovina. Attilio Bonifazi, il patriarca, l’uomo che arrivando dal nulla è diventato uno dei più potenti d’Italia. Ha il controllo totale dello smaltimento dei rifiuti e della politica. Non ama perdere e non sa perdere. Tutto si può risolvere col potere. Sua moglie Luisa, di nobili origini, ancora bellissima. Gli occhi chiusi su ogni cosa. Né tradimenti, né scandali, né traumi devono scalfire la dorata patina familiare. Pietro, il figlio maggiore. Laurea a Oxford, talento, fidanzata bellissima: sembrerebbe l’erede ideale. Presto si scoprirà che di ideale in questa storia non c’è niente. Pietro e la sua fragilità, la sua sconfinata debolezza. Arriviamo a Marta, la figlia minore. La protagonista. L’adorabile, terribile Marta. Marta è stata una bambina bellissima ora è una ragazza obesa. Obesa per necessità, ogni strato di grasso la allontana dai genitori. L’amore diventa odio. Il suo peso è il suo potere. La sua ribellione è diventare altro dalla sua famiglia. Il contrario dello chic. A differenza della figlia dello Svedese di Pastorale Americana, che riversava il suo odio, la sua ribellione, in un atto terroristico, Marta è l’atto terroristico. Marta è il napalm della famiglia Bonifazi, è la verità. Marta è il danno ed è il cuore. L’attentatore e la vittima. Marta ama, Marta odia. L’autrice è bravissima a raccontare una storia che è devastazione di affetti ma non è (per fortuna) saga familiare. A lasciar intravedere le rovine di una nazione senza aver bisogno di narrarla . Il mio paradiso è deserto è proprio un libro sugli affetti, di come la loro difficile gestione possa danneggiare le vite, dando luogo a un processo irreversibile; di come il concedere tutto corrisponda, spesso, al togliere qualcosa. Ci sarà un momento, nel romanzo, in cui verrà scattata una foto: il ritratto della famiglia perfetta. Lo scatto includerà Luisa, Attilio, Marta, Pietro e Roxy (il cane). La foto sarà pubblicata su un periodico importante, deve essere il più finta possibile. Tutti sanno che qualunque posa adotteranno il risultato sarà un falso. Falso che sarà compiuto con i ritocchi al computer sui contorni di Marta. Teresa Ciabatti racconta la verità, tutto quello che resta fuori dalla fotografia. A paradiso deserto, a regno distrutto, avvertiremo un istante di leggerezza. Qualcosa che somiglia al respiro.

Gianni Montieri

 

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da “Diario di una vacanza” (inediti)

di Francesco Filia

“Perdoneranno l’insolenza della nostra gioia solo
———————————————————–quando saremo morti,
o quando, prima, avremo implorato.” E adesso posso dirlo, adesso
posso dirlo adesso
adesso..ancora non comprendo, lo giuro,
in cosa consista
—————-guarire.
Eccomi sono qui, sono ora, sono tuo, sono
nell’immenso di queste pareti, nella gloria
di quest’erezione. Giace
l’arsura straziata dei corpi. Anche tu, come
tutte
te ne vai senza guardare
un’ultima volta, quella, la sola
che veramente conti. Ma io
ti guarderò, tu lo sai, fino alla fine, con la mestizia
e gli occhi da incubo di un reduce.
Ogni istante respiro un fiato sempre
più corto e spasmodico, solo così
nell’asma di una fine, solo ora sarò
diventato perfetto. L’indifferenza
della terra sputa sangue, acuta luce
tra nubi e rami. La cellula malata del cielo
è infetta dal mio guardare, dall’impuro cercare
cercarti, saperti, qui, assente,
incombente.
Ecco siamo qui, non oltre, non
ancora ma qui sì, ridotti, armati di un amore
che è furia che divora le cellule, diaccio
nel cielo tra queste dita. Ho ripreso
a bere, a sorsi grandi come l‘incendio
della gola, non abbiamo altro da dirci
se non raccontare la storia, il fronte nero
dei morti, i fantasmi
di ciò che non abbiamo voluto abbastanza
di questo ritorno sfiorato
di un’angoscia che ci consegna ogni giorno
di più a questa fine: disarmati, ritornati,
——————————————-sterminati.



*



Mi chiedi di quand’ero bambino, non so per quale
curiosità, per sentirmi più tuo, ma non so cosa posso
dirti dell’atrocità di ogni infanzia, del mio specifico
orrore, della presenza asfissiante di stanze vuote,
di un davanzale troppo largo per poter volare.
Mi lascio accalappiare dal tuo volere, come il cane
che sono e provo a parlarti di me, mentre tento
di succhiarti il seno e di nuovo
non so cosa dire, addento l’aureola del capezzolo
e trasformo il rosa latte in purpureo viola, turgido
di quel desiderio che la fa da padrone, che ci nutre
dei suoi avanzi. E mentre parlo so di non saper
altro di quel che sono se non un’immagine, fissa,
di me che emergo bambino dalle onde
e poche parole di una poesia scritta non so
neanche come quando e che ora provo
a ricordare a riesumare in una perdita
di memoria..mi pare si chiamasse..sorrido mentre
provo a ricordare, perché vedo l’attesa nel tuo
sguardo..mi pare si chiamasse Cavallone
Felicità ininterrottamente provata
per un attimo
addentare l’aria che precipita in gola
nella gola di un’origine che rampolla
inesprimibile, in un culmine di gioia.
Trattenere il fiato e tuffarsi nell’onda
che travolge e riempie la bocca di sale
gli arti frustati che volteggiano.
Stupefatti in terra stremati la osserviamo
allontanarsi nella risacca.
Tutto qui. La voce si spegne lentamente, quasi
esitando e abbasso gli occhi nel rossore delle guance
intuisco il tuo sorriso che coglie il mio d’imbarazzo
ecco in questa poesia, orribile spiegarla,
c’è solo il tentativo di nominare l’attimo
in cui un desiderio si manifesta in quella
pienezza, nel suo potere che ci sbaraglia, il segreto
accordo tra un gesto e l’immenso che ci travolge
e poi resta solo quel mormorio del mare tra i ciottoli
in riva ai nostri piedi, quel richiamo da un’origine
remota, una gioia – quella gioia – che ci nomina
e in ultimo, ora, non mi resta che sprofondare
nell’incavo immenso tra i tuoi seni.



*



L’ultima estiva gioia, agosto accampato negli sguardi
è già al capo di quest’inverno, dove il terrore
si fa cristallo, gelo di una forma. Riappari
nei miei giorni vuoti, in un vuoto di memoria
nella mancanza di un inizio. Appari in strade sconnesse
tra basoli lavati via da una pioggia che continua
a cadere muta a parlare non so di cosa, solo
di un altro precipitare nel tuo sguardo inerme.
Non so trovare similitudine, è questa disperata ricerca
che mi porta intorno a te – ritorno – non una parola
che sia essenziale riesco solo a seguire i tuoi passi
in un vortice di visi, in questo spaventare spaventarti
spaventarmi di me fuori di me oltre questo stare qui
in una tensione irrisolta tra cielo e grondaie
di uno schifo mai spiegato. Grondo dagli zigomi
un desiderio che mi avvince ammazza nelle carni
nell’attrito bruciante della cartilagine
di queste ginocchia crollate. E ora lo so
vorrei morderti dilaniare quello che di te
non potrò mai avere, raggiungere l’estremo nord
della tua anima. Di quello che qualcuno potrà
nominare malattia o eterna promessa
è che a me appare destino inanimato fato, silenzio
di pietra che brilla, che sanguina.
E poi un’ora accadrà che io varcherò aprirò quella porta lascerò
questa stanza -vortice e oblio- e tornerò dove non sono mai stato.

Francesco Filia vive, insegna e scrive a Napoli, dov’è nato nel 1973. Sue poesie sono presenti in numerose riviste e antologie tra cui Il miele del silenzio, a cura di Giancarlo Pontiggia (Interlinea, 2009). Ha pubblicato i poemi in frammenti Il margine di una città (Il Laboratorio, 2008) e La neve (Fara editore, 2012) come vincitore del concorso “Faraexcelsior” 2012. Collabora al blog http://www.nellocchiodelpavone.blogspot.com

su “John Cage” di David Sylvester (Castelvecchi, 2012)

john cage, paris 1981
Layout 1

There was a German philosopher, who’s very weel known, Immanuel Kant, and he said there are two things that don’t have to mean anything: one is music and the other is laughter.
John Cage

Sono passati cento e uno anni dalla nascita di John Cage, che nel 2012 è stato celebrato ovunque nel mondo, ricordato per la sua storia, le sue opere e le sue idee che mutarono per sempre le sorti dell’arte contemporanea tutta. Ecco che Castelvecchi estrapola e pubblica la prima edizione italiana (traduzione di Adelaide Cioni) di un’intervista del 1966 per la Bbc, già in Interviste con artisti americani di David Sylvester (id., 2012): un critico, David Sylvester, e il compositore Richard Smalley in dialogo con Cage; il loro è una sorta di piccolo vademecum tascabile, un catalogo di soluzioni nelle soluzioni, per un approccio accessibile a l’enormità di questo artista, per un orientamento. Nell’esplorazione mi servirò di un video tratto da un documentario su alcuni compositori del Novecento, che trovate a piè pagina.
Molti sono i temi messi in campo, ad esempio “struttura” e “metodo”; valore o meno dell'”attenzione”; la disciplina e l’autodisciplina; la fede nel “materiale” e nel “vivente”. Cage afferma, sposta, decifra. Cage mette ordine, nell’arte e nella vita. Voglio soffermarmi su tre di essi.
Un’immagine pregnante che figura in tutta la conversazione è quella del suo maestro Schoenberg, che indica in una “matita-gomma” l’estremità che cancella come più importante di quella che scrive, un’immagine che Cage mette in discussione completamente. Cage indica nel proprio statuto come fondamentale la responsabilità di accettare le conseguenze di ciascuna azione artistica, anche le più devastanti, affermando la necessità di esplorazione e di documentazione delle fasi che portano alla composizione dell’oggetto artistico. Cage condivide con Duchamp, Mirò e Jasper Johns (qui) la necessità di rendere visibile (udibile?) la fattività dell’arte; Cage “cancella con la matita”. Questa assunzione non di verità ma di “direzione” ha molto a che fare – anche, credo – con l’allontanamento da un sistema di pensiero occidentale, che vede la validità in tutti i campi del pensiero di una lettura obbligatoriamente freudiana, da cui il processo creativo non è esente.
Rimozione e cancellazione, che vivono in un “tempo-spazio” i cui confini sono labili già nel ’66 e ancora di più e sempre più lo sono oggi, nel nostro mondo liquido; il tempo di Cage è sempre spaziale, così come il “suono” è “fatto”. Dice Cage nel video che qui sotto posto, citando ancora una volta Duchamp:

La musica è un’arte spaziale. Lui fece un’opera intitolata Sculpture Musicale, che significava “suoni diversi provenienti da direzioni differenti” e duraturi, che producessero una scultura che fosse “sonora” e che “rimanesse viva”.

Sebbene il video sia del 1991, credo che il concetto di durata delle musica nel tempo-spazio sia qualcosa di postulato e visibilmente comprensibile già venticinque anni prima.
Infine, Cage affermando la necessità di operare in un tempo (artistico) che debba essere letto come “spazio” (virtuale) fa riferimento (probabilmente per la prima volta) all’utilizzo del “silenzio” nel suo processo di composizione. Se la musica classica aveva e ha pretese di eternità e di cura nella ricerca di un suono puro, decifrabile, nell’utilizzo consapevole di ciò che è classificato, ecco rovesciato un paradigma. Perché per Cage il silenzio è qualcosa che accade, libero dall’intenzione, poiché

ci sono sempre dei suoni. Il silenzio non è dato al mondo. […] Quello che cambia fra il silenzio e il rumore, è lo stato di non intenzionalità (p. 41)

Le persone si aspettano che ascoltare sia [anche] un più-che-ascolto; perciò qualche volta parlano di “ascolto interiore” o del “significato del suono”. Quando parlo di musica le persone pensano si tratti di suono, ma [per me, suono] non significa nulla e non è “interno” è solo “esterno”. [significa] essere [anche] inutile (da Écoute di Miroslav Sebestik)

Cage ci lascia un Corpus che appare ai suoi occhi nel ’66 come un libro in prosa, uno zibaldone che si può anche non leggere. Cage lo paragona a Finnegans Wake, un’opera di difficile comprensibilità, sulla soglia di un’inutilità utile o di un’utile inutilità dell’arte, che ancora oggi ci parla.

**Tratto dal documentario Écoute di Miroslav Sebestik, 1992 con John Cage, Luciano Berio, Knud Victor e molti altri.

(c) Alessandra Trevisan

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Bertolt Brecht, A chi tentenna

 

An den Schwankenden

Du sagst:
Es steht schlecht um unsere Sache.
Die Finsternis nimmt zu. Die Kräfte nehmen ab.
Jetzt, nachdem wir so viele Jahre gearbeitet haben,
Sind wir in schwierigerer Lage als am Anfang.

Der Feind aber steht stärker da denn jemals.
Seine Kräfte scheinen gewachsen. Er hat ein unbesiegliches Aussehen angenommen.
Wir aber haben Fehler gemacht, es ist nicht mehr zu leugnen.
Unsere Zahl schwindet hin.
Unsere Parolen sind in Unordnung. Einen Teil unserer Wörter
Hat der Feind verdreht bis zur Unkenntlichkeit.

Was ist jetzt falsch von dem, was wir gesagt haben,
Einiges oder alles?
Auf wen rechnen wir noch? Sind wir Übriggebliebene, herausgeschleudert
Aus dem lebendigen Fluß? Werden wir zurückbleiben
Keinen mehr verstehend und von keinem verstanden?

Müssen wir Glück haben?

So fragst du. Erwarte
Keine andere Antwort als die deine.

A chi tentenna

Tu dici:
Le cose nostre si mettono male.
Il buio aumenta. Scemano le forze.
Adesso, dopo aver sgobbato così tanti anni
Stiamo messi peggio che all’inizio.

Il nemico invece è più forte che mai.
Sembrano cresciute le sue forze. Ha assunto un sembiante imbattibile.
Ma noi abbiamo commesso errori, non si può più negare.
Il nostro numero si assottiglia.
Le nostre parole d’ordine sono nel caos. Una parte dei nostri termini
Il nemico l’ha stravolta fino a renderla irriconoscibile.

Che cosa è falso, adesso, di ciò che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto?
Su chi facciamo ancora affidamento? Noi rimasti, siamo scagliati fuori
Dal fiume vivente? Resteremo indietro
Senza capire più alcuno e da nessuno compresi?

È necessaria a noi la buona sorte?

Così tu domandi. Non aspettarti
Nessun’altra risposta che la tua.

Bertolt Brecht
(traduzione di Anna Maria Curci)

La traduzione di Ruth Leiser e Franco Fortini (“A chi esita”) è nella raccolta: Bertolt Brecht, Poesie e canzoni, Einaudi, Torino 1959, pp. 130-131). In rete è possibile leggerla anche qui.

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Demetrio Stratos e l’oltre-voce: per un ricordo appassionato

demetrio-stratos

Questo è un post in memoria di un artista che ha cambiato la Storia, evolvendo la tradizione e abbracciando l’innovazione, dando perciò l’occasione a chi è venuto dopo di spostare i confini di un sapere su cui si discute da millenni. Su Demetrio Stratos si è detto moltissimo e sembra non si sia mai detto abbastanza, tanto è grande il bacino di scoperte che lui ha fatto, più o meno consapevolmente, attorno al tema della voce-tutta. Pochi giorni fa, sarebbe stato il suo compleanno.
Molti esperti dibattono su Stratos da tempo e io non credo di aggiungere nulla su di lui, ma spero di ritornare con più calma e profondità sull’argomento Voce. Nello scrivere vorrei riallacciarmi a qualche osservazione sollevata da Stefano Brugnolo in questo lungo articolo pubblicato a marzo su Poetarum: qui si è parlato della voce della canzone anche in termini di specificità come ‘portato’ del vocalico. Ecco cosa Stratos ha lasciato a tutti noi: un’eredità enorme e importante su questo, problematizzando la Voce, in termini novecenteschi. Per non dimenticar(lo), eccomi a ricordar(lo) oggi.

(c) Alessandra Trevisan

Demetrio Stratos (22 aprile 1945 – 13 giugno 1979) è stato un “genio” secondo il significato kantiano di questo termine, poiché ha arricchito il campo di indagine riguardante “la voce”. La sua vita artistica si è svolta dentro la ricerca, sconfinando in più campi dal musicale al teatrale, dal popolare all’avanguardia all’inaudito, arrivando a comprendere e ‘dire’ come lo strumento-voce richieda la partecipazione di tutto il corpo per esistere e rendersi performante. Ha rivoluzionato il progressive rock italiano con la sua rara sensibilità, servendosi delle possibilità del vocalico non-significante, proseguendo forse in una direzione iniziata dal jazz, soprattutto dal Free Jazz nato nei primi anni ’60, in cui la voce si faceva carico d’essere anche veicolo di significati ‘politici’. Lo dico ipotizzando, poiché mi rendo conto che la “canzone” di protesta fosse già nata, che il folk e il cantautorato mondiale l’avesse già esplorata prima dell’avvento-Stratos, eppure con lui ci inoltriamo in un terreno in cui convergono l’una e l’altra esperienza; quando parlo di Free Jazz parlo di strumenti melodici (i fiati, il sassofono di Ornette Coleman) che diventano “voci”, e lasciano impronte udibili, significanti e significative.
Dagli Area a John Cage, da Antonin Artaud a Suonare la voce e Cantare la voce: Stratos ha reso necessaria un’analisi dello strumento-voce prima sconosciuta, non raggiungendo tuttavia esiti comprensibili da subito, ma captando che il luogo di esplorazione e il momento fossero quelli giusti e in qualche modo rendendo pensabile ed immaginabile una strada, sempre ‘fluida’ ma praticabile. Problematizzando e allargando il campo di azione del vocale, ha concesso risposte ai generi musicali più svariati, anche nascenti oggi. Ancora una volta utilizzerei l’etichetta “contaminazione” perché non c’è nulla di più chiaro per definire il suo lascito e gli esiti connessi. Mi viene in mente a tal proposito, uno straordinario progetto di sonorizzazione dello spazio, in cui la voce partecipa: SPARK OF KNOWING The Roden Crater project (Maria Pia De Vito, Eivind Aarset, Michele Rabbia, Anja Lechner, Maurizio Giri) 2011. Ancora oggi la strada-Stratos-e-oltre è percorribile, e musicologi, esperti, studiosi del suono, si interrogano sulla sua figura, validando e aggiungendo di continuo e pertinentemente nuovi significati e possibilità al vocalico artistico e non solo.

Essenza del vocalico; (s)comparsa della voce; voce-‘prima’; voce-sesso, voce-soffio (Derrida), voce-specchio (Lacan); possibilità armoniche della voce; il silenzio, il rumore, il bisbiglio, la lallazione, il frammento, il suono, l’urlo. Voce frantumata, piena, ‘originaria’, spaziosa, semantica, funzionale. Voce soprattutto come veicolo espressivo di un sé e di un oltre-sé. La voce ha una pluralità di connessioni con la nostra quotidianità prima che con l’arte; fa parte della nostra vita perché è lo strumento con cui comunichiamo (non l’unico ma quello principale), attraverso la parola; è archetipo del linguaggio; ci rappresenta in senso antropologico e sociale: tutto ciò non può non intervenire creativamente, non può cioè non avere delle conseguenze sul piano artistico. La voce è l’unico “strumento-umano” propriamente detto; è l’unico che abbia una connessione così forte con il nostro corpo e con la nostra psiche. La voce è “corpo”; la voce è semasoma. La voce ci rappresenta singolarmente come esseri umani più che ogni altro strumento, proprio perché proviene da noi internamente. Ed è anche l’unico “strumento musicale” che non possa essere tenuto in mano o per meglio dire che possa esistere “fuori di sé” soltanto in un momento secondo, e dunque il cui studio – in tutte le accezioni – sia difficile proprio perché portatore di significati plurimi e complessi da analizzare, che devono tener conto di numerose discipline. Stratos ci ha fatto capire che la voce non è (solo) gesto: può diventarlo certo nella ‘proiezione’ fuori di sé, ma ‘è’ o ‘viene’ o ‘vive’ sempre ‘prima’; è anticipatrice, “cosa” ancestrale. Stratos è tornato indietro ed è contemporaneamente andato avanti, ricucendo il filo della tradizione vocalica dell’Oriente con quella dell’Occidente: ha fatto assumere di nuovo alla voce un ruolo fisico-spirituale, un ruolo ‘ulteriore’; ha fatto della sua una voce che potesse avere anche valenze etnologiche, essere ponte culturale, calandosi tuttavia nel suo tempo e nella sperimentazione, incarnando l’io-soggettivo occidentale e allo stesso tempo l’io-molteplice orientale. Nella voce di Stratos si compenetrano piani d’indagine dal forte significato simbolico-culturale; per citarne uno importante, che apre molto considerazioni che non intendo approfondire qui, Gianni-Emilio Simonetti afferma:

Demetrio Stratos ha colto nella voce l’estetica del vuoto che attraversa l’arte moderna e oltrepassa il culto del realismo

coniugando secoli di filosofia e arte, da Platone sino a Nietzsche, Barthes, Derrida (p. 69, volume Feltrinelli sotto citato).

La sua discografia solistica in questo senso parla. La (sua) voce è una cabina di controllo, è un detonatore di tutto ciò che siamo, è ‘praticamente’ sede del significante e non-significante assieme, paradigmatica in termini estetici e sostanziali assieme.

Stratos ha saputo governare sapientemente questo strumento dalla “cabina di controllo” e ha in qualche modo fotografato questo sapere per tramandarlo a chi è venuto dopo, e può considerarsi un esempio unico in Italia. Nel suo solco, s’inseriscono oggi senza dubbio John De Leo e Maria Pia De Vito. Fuori dall’Italia moltissimi artisti percorrono quel solco, non attribuibile solo a Stratos ma frutto di una compagine di strade che s’intersecano: un esempio che desidererei diffondere e che sento prossimo a quanto detto finora, è quello di Sidsel Endresen.

Su Demetrio Stratos e attorno a tutti questi temi segnalo i seguenti volumi: Demetrio Stratos e il teatro della voce di Andrea Laino (Casanova e Chianura Edizioni, 2009), La voce Stratos film di Luciano D’Onofrio e Monica Affatato con allegato il volume Oltre la voce (Feltrinelli, 2010), Demetrio Stratos: gioia e rivoluzione di una voce di Antonio Oleari (Aereostella, 2009), Essere voce. Viaggio nella vocalità: dal gioco a Demetrio Stratos di Luca Pessina (Aereostella, 2011).

Una conferenza che si è tenuta presso la Biblioteca Civica di Marghera nel luglio 2009, a poco più di trent’anni dalla morte di Stratos, con l’intervento di Giò Alajmo, Patrizio Fariselli, Gianfranco Bettin, Graziano Tisato, Antonio Oleari, si può riascoltare qui.

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Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 56541

L’io dell’assenza. La poetica ablativa di Enrico Testa

Ablativo

L’io dell’assenza. La poetica ablativa di Enrico Testa 

Dopo la pioggia la terra
è un frutto appena sbucciato

 Giorgio Caproni

Nel 2001, in un articolo apparso sul “Corriere della sera”, l’autore di Salutz – in occasione dell’uscita de La sostituzione – definiva Enrico Testa «un poeta che con una discrezione pari al talento si ascrive a buon diritto fra le voci più attendibili della generazione che si affaccia alla maturità». Ancor prima, nel 1994, sempre Giovanni Giudici su “L’Unità” recensiva In controtempo, trovando già nel poeta il segno di originalità che lo distaccava da un’impronta caproniana assegnatagli in precedenza in virtù della prima raccolta Le faticose attese (San Marco dei Giustiniani 1988, plaquette ormai quasi introvabile) dove troviamo una presentazione netta e trasparente di Caproni. Infatti non senza sorpresa il poeta e traduttore livornese nella presentazione – ormai divenuta un adagio per chi si avvicina ai versi di Enrico Testa – dice: «è raro, anzi rarissimo che un dottore di poesia riesca a essere anche poeta». Per tornare a Giudici, non vi sono dubbi: l’autore «testimonia di un forte e originale talento» fatto di «rigore e suprema pazienza». Del tema della pazienza poi, Cesare Viviani ebbe modo di fornire degli spunti in un suo articolo (Poesia, fascicolo n. 27, 1990) individuando in Testa un’attitudine del quotidiano capace di svelare tanto il lucore verbale indicato da Caproni quanto il silenzio, il non-detto che ritorna in superficie come esperienza mortale, umana. Nel cursus finora sommariamente abbozzato, si arriva a Pasqua di neve (Einaudi, 2008), l’esito più verticale della sua scrittura.

Nei suoi versi è ravvisabile un’attenzione e una misura non derivate, come qualcuno vorrebbe far credere, dalla sovrapposizione dell’oggetto di studio sull’atto creativo, cioè della critica sulla scrittura. Il suo stile non rivela una poetica dell’abbondanza, ma non è minimalista; tende al dissolvimento della soggettività, ma non ne annulla la dizione; trasmette il sentimento, ma con una verità denudata del suo residuo patetico. Testa possiede insomma quel raro equilibrio che lo allinea alla schiera dei poeti capaci di ascoltare la voce interna delle parole. Forse, anzi senza dubbio questa dimensione dovrebbe aiutarci a riscoprire la reale icona del poeta in genere, a mio parere da lui incarnata, un poeta non adulato o annebbiato dalla sua stessa figura, disilluso e tuttavia con speranza, intriso di una quotidianità significativa, che crede nella proprietà musicale e rivelatrice delle parole, tenendosi fuori dalla pervasiva e «orrenda babele di chiasso e di chiacchiere» già presente dagli anni ’90.

Con Ablativo, edito nella bianca Einaudi, Testa raggiunge un livello di stabilità all’esito verticale detto pocanzi. La raccolta, nella sua struttura a sezioni, ricorda Pasqua di neve, quasi a volerla indicare come il suo più corporeo proseguimento – le sezioni Al Giardino botanico in Pasqua di neve e Molo di Alcantara in Ablativo sembrano partire da reminiscenze affini – e declina i motivi umani del caso latino, l’allontanamento dal possesso in prima persona singolare verso altre direzioni. Geografie lontane e interiori, persone ed echi rafforzano la loro presenza nella memoria, luogo privilegiato dove si tocca l’evocazione e l’epifania o, volendo prestarci due termini corrispettivi da Adam Zagajewki, dove si raggiunge «l’estasi e l’ironia». Ablativo è il caso, ablazione è l’atto della rimozione, il processo di evanescenza in cui il soggetto è capace di determinare volti diversi dal proprio: presenta il “noi” nell’espressione corale di un destino comune (“siamo finiti in questa foschia | che nasconde tranelli e dirupi»), svincola con il “tu” nell’avvio di un dialogo («leggevi, da ragazza, i romanzi di Bassani: | il giardino, l’airone, gli occhiali d’oro»), si fonde negli eventi più personali («Quando mi portavi per mano | sentivo grattare sul palmo. | A volte ancora oggi | sento lo stesso raspìo | anche se la mia mano è vuota | e la tua è solo cenere […]») oppure rifugge nella citazione («[…] è soltanto lo sbriciolarsi dell’umana malinconia nell’odore dei millenni che si respira all’improvviso»). Tutto per depistare dal sé con la sincera intenzione di far emergere sentimenti e stati d’animo, legandoli alla dimensione loro propria.

Il culmine del non-io è pertanto l’io dell’assenza, un io non desideroso di parlare di sé, bensì con lo sguardo proteso all’esterno, al ‘fuori da sé’, per recuperare dei segnali che giustifichino l’esistenza e il parlare dei e con i morti: «Qui, dove stiamo | immobili ad aspettare | creduli e fiduciosi | nel chiuso dei nostri forti | – noi, la parte viva dei morti».  La consecuzione dei temi – caratterizzanti di un ormai consolidato mondo poetico – quali la perdita, il tentativo di dialogo, il significato dell’assenza, il ripercorrere degli attimi legati a fregi e scene di vita famigliare e personale, vengono qui coniugati con un ossigeno non diverso ma più esteso, più ampio; il dubbio o l’improbabilità di riscatto preconizzato nella raccolta precedente in Ablativo ritrova una seppur tenue speranza.

Nello spostare il punto di osservazione verso l’altro, i suoi versi conferiscono universalità ai gesti e alle esperienze, mettendole alla portata della nostra coscienza:

«ecco i dormienti sfiniti
sempre in allerta
ammucchiati nei campi
o rinchiusi negli aeroporti
o accucciati in fosse
– cacciati dai loro frettolosi
appena tiepidi giacigli»

Il poeta spoglia il suo «asfodelico sé» e circoscrive un’immagine narrante la cui finalità sarà di riscoprire la figura evocata o trovare un indizio, una breccia nella comprensione di un evento:

«[…]
siamo finiti, la sera,
in una chiesa per la veglia pasquale.
Buio fitto all’entrata
da non riconoscere volto o figura.
Poi, piano piano, le candele
si sono accese l’una dall’altra.
Un’allegoria scaltra
ma anche una breccia
nel muro della giornata.»

Non manca, qui per la seconda volta, il riferimento ad una congenialità ripescata nei versi di Philip Larkin – in precedenza il testo tradotto in Pasqua era Aubade, qui troviamo The Mower – nel ricordare la necessità di un valore umano («dovremmo essere l’uno dell’altro attento | e gentili anche, finché c’è un po’ di tempo»). L’osservazione, il dato considerevole nello stile di Testa, tesa a rubare colori e sfumature, si apre verso una quiete e una visione inattese. I colori, presenti in particolare nella sezione Breve escursione in Sudamerica, diventano qui fuggevoli indizi, l’esotismo del luogo si sviluppa in spazi aperti e tonalità, troviamo «non più muraglie, ma orizzonti | che hanno in sé il grigio e il giallo | e una traccia sottile di azzurro» (lo spettro cromatico non ospita più solo il grigio, come aveva correttamente indicato in precedenza Massimo Raffaeli) e inoltre insinua nella coscienza del poeta una sintonia proiettata nella semplicità dei gesti dei sudamericani. Persino qui viene rafforzato il significato della memoria, poiché il rischio è presto detto, «il seme del papavero germoglia ovunque». La sezione forse più illuminante riguardo le sue intenzioni creative è Grammatica, segnala una predilezione di poesia vicina alla vita reale nella metafora – metapoetica mi sento di aggiungere – dei «mattoni cotti | nella fornace comune»:

«sto per i nomi propri
di persona e di luogo
(Giovanni Francesca
Rupanego Calacoto)
per i forse e i qualcosa
per i proverbi,
anche banali o insulsi,
e i modi di dire antichi:
le concrezioni geologiche della lingua
di cui (se mai c’è stato)
s’è perduto l’inventore,
per i mattoni cotti
nella fornace comune
e non per i fragili e raffinati vasi
foggiati dal ceramista solitario
nel suo studio»

In altre parole la raccolta di Enrico Testa conferma un’urgenza: la poesia ha bisogno di raccogliere momenti, liberare i giorni dalla polvere, attuando quell’opera di scavo utile per sublimare l’esperienza, per rivelarla nella sua ombra come nella sua luce.

© Davide Zizza

Biografia

Enrico Testa è nato nel 1956 a Genova. Laureatosi con una tesi sulla lingua degli ermetici minori, insegna Storia della lingua italiana all’Università di Genova. Si occupa in prevalenza di lingua letteraria. Per Einaudi ha curato il Quaderno di traduzioni di Giorgio Caproni (1998) e l’antologia Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000 (2005). Tra i suoi saggi: Lo stile semplice. Discorso e romanzo (Einaudi 1997), Per interposta persona. Lingua e poesia nel secondo Novecento (Bulzoni 1999), Montale (Einaudi 2000), Eroi e figuranti. Il personaggio nel romanzo (Einaudi 2009), Una costanza sfigurata. Lo statuto del soggetto nella poesia di Sanguineti (Interlinea 2012). Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Le faticose attese (San Marco dei Giustiniani 1988), poi per Einaudi le raccolte poetiche In controtempo (1994), La sostituzione (2001), Pasqua di neve (2008) e il recente Ablativo (2013).

Riferimenti nell’articolo

1. Giovanni Giudici, Rime alla deriva, articolo apparso sul Corriere della sera il 1 settembre 2001, p. 33
2. Giovanni Giudici, Versi controtempo, recensione apparsa su L’Unità il 12 settembre 1994 nella rubrica Libri, p. 8
3. Cesare Viviani, Enrico Testa. Un’idea della pazienza, su Poesia numero 27, 1990, p. 49
4. Massimo Raffaeli, Disincanto in grigio, su Bande à part, Gaffi, Roma 2011

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‘Dopo cena’ – un resoconto breve, di Maddalena Lotter

DOPO CENA

Dopo una attenta prima perlustrazione del luogo riconosco quello che mi aspettavo di vedere: grumi umani. I bicchieri di plastica sparpagliati per tutto il campo sono molti di più delle persone affollate a coaguli intorno ai baretti, dal cui interno viene emanata quella luce-Caravaggio, soffusa ma densa, seducente, protettiva, una luce di donna. Il mio amico e io facciamo gli occhi a fessura e cerchiamo gli amici in mezzo a questo bidone di gente. Vedo M che ci viene incontro dal bar dove ti cacciano dietro superalcolici a un euro, le sorrido, prendo la borsa e me la metto a tracolla insieme allo strumento e raggiungiamo i nostri. ‘Cosa bevete?’ Mi chiede L. Un bianco, dico. Questa sera non voglio bere. Penso che sto bevendo troppo ultimamente, e poi ho un po’ di pancia, mi guardavo stamattina allo specchio mentre sceglievo come vestirmi per il concerto. Quindi ordino un bianco.
M e L tornano con la roba da bere e ci guardiamo per un po’ nelle palle degli occhi, dopo il cin cin. ‘Come è andato il concerto?’ Domanda una delle due. Benissimo, il posto era stupendo, e poi era una giornata splendida, rispondo. E’ vero, conferma lui, il mio collega, il mio preferito fra tutti, quello che suona con la facilità di quando parla. Hai ascoltato quel link che ti ho postato stamattina? Gli chiedo. ‘Il quartetto di Ravel?’ Sì, quello. ‘Stupendo’, dice, ‘e poi che colori riescono a fare? Non sembrano neanche umani!’ È vero, rispondo. Da un angolo del campo, là in fondo, un ragazzo urla ‘dio cane!’ e lo urla fortissimo, tanto che mi rimbomba nella testa per quasi un minuto. Arriva P, un’amica di L e comincia a raccontarci del fatto che non ce la fa a studiare per il prossimo esame di non-so-che-cazzo; ha una maglia fucsia super aderente ai bordi della quale esce la sua carne, srotolandosi in due braccia e in dita con le unghie lunghe e colorate. La guardo mentre parla e la disprezzo, un po’ perché lei ha la maglia fucsia e un po’ perché io sono stronza.
Una ragazza nel frattempo si sente male fuori dal bar dove ci siamo accampati anche noi e comincia a vomitarsi sulle scarpe: qualcuno le regge la testa, qualcun altro ride, lei stessa un po’ ride e un po’ vomita insieme. Poi dice ‘no fioi domani devo andare al lavoro!’ Mi guardo le scarpe e guardo quelle del mio preferito. La ragazza ha ripreso a vomitare, qualcuno le ordina un bicchiere d’acqua di rubinetto. Mi avvilisco. Mi avvilisco così tanto che ho bisogno di pensare a tutte le cose belle che faccio per tirarmi fuori da quella sensazione di fiacchezza che mi ha presa in pochi minuti; penso al concerto di oggi che è andato bene, penso a domani che farò lezione di strumento, penso alla mia amica B che è astemia e penso ai tramonti in fondamenta della Misericordia. Quella di solito è la mia ultima spiaggia, se penso all’aria fresca della fondamenta di solito sto meglio subito, come quando d’estate sniffo un po’ di essenza di rosmarino per tirarmi su la pressione.
Il mio preferito domanda se vogliamo qualcos’altro da bere. Ma sì, dico, una birra. Poi la finisco perché ho sete e allora ne ordino un’altra, questa volta vado a prendermela io perché comincio ad annoiarmi a stare lì impalata, però non voglio fare la snob e non mi lamenterò, piuttosto bevo, anche se non devo bere troppo. Mentre esco con la seconda birra decido che dopo quella tornerò a casa, anche se è presto. Dirò che sono stanca. Posso dirlo perché ho la scusa che oggi ho fatto un concerto, sono salva, diranno ‘ok’, nessuno mi tratterrà qui.  ‘Ghe sboro!’ Grida sulla porta del bar una ragazza così truccata che non riesco a capire come sia fatto il suo viso. Una sua amica la prende per mano e la trascina dicendole che ‘non è niente’. Non so cosa.
Il mio preferito si sta stufando, proprio come me, allora attacca a giocherellare con varie cosette dell’Iphone; mi mostra questo e quello. Ha gli occhi vivaci e mi ci tuffo con amore, lo seguo dentro ogni applicazione, guardo la sua bocca mentre mi spiega come funziona un programma per modificare le facce delle persone che hai fotografato; poi ci stufiamo anche di quello e cominciamo a parlare di libri, poi passiamo a criticare gli altri o a dire quanto li amiamo. Ogni sera abbiamo un’opinione diversa sulle stesse persone.
Tra dieci minuti vado a casa. Comincio ad accusare un lieve mal di testa che non ho, chiedo agli altri di andare a sederci da qualche parte, su una panchina, o per terra. Ci sediamo per terra dove non ci sono bicchieri o vomito o altro. Mi accendo una sigaretta offertami da L. Io non fumo, non me ne frega niente e neanche mi piace, però ogni tanto quando non so cosa fare mi metto in bocca una sigaretta così almeno per quei tre minuti ho un ruolo: quella che sta fumando. L mi racconta delle recenti scopate. Io rimango ad ascoltare, diligente. Non racconto le mie, le tengo nella custodia che ho sotto la pelle, tra gli organi, dove raccolgo di solito la bellezza e il dolore e i valori eterni.
‘Devo fare una pisciata immensa’ dice M, e io la accompagno così mi sgranchisco. Odio stare ferma in piedi perché mi viene il mal di schiena, ma neanche di quello voglio mai lamentarmi perché odio le persone che si lamentano e mi danno fastidio le persone che hanno male da qualche parte. Poi all’improvviso M dice di avere una fitta a una scapola da due giorni, e io respiro a fondo, quasi sollevata perché ora sono legittimata anche io a svelare che ho un po’ di dolore ai lombi. Ci guardiamo in faccia per sentirci complici. ‘Sei giù di morale?’ Chiede M mentre usciamo dal cesso del bar; per terra ci sono le impronte grigiastre di varie scarpe e nell’aria un odore di tante pipì del sabato sera tutte diverse, tutte mescolate. No, sono solo un po’ stanca ma sto bene, dico. Credo sia la frase che ripeto più spesso di sera quando siamo in campo e non so come spiegare il mio sconforto.
Usciamo, torniamo dagli altri e mentre camminiamo mi chiedo se ce l’ho io o ce l’hanno loro, la tristezza.
Ordiniamo tutti insieme un giro di shot e li mandiamo giù d’un fiato come a stringere un patto. Cominciamo a cercare il contatto e io che sono riservata ma magnanima do un bacio a stampo a quelle persone che mi sono più amiche fra i presenti, così, per sentire l’appartenenza; me li abbraccio un po’ tutti, comincio a spargere sentimento e a dire cose con scioltezza. Dopo il secondo giro di shot ci vogliamo davvero bene. Poi tiro fuori la mia scusa, li saluto tutti e vado a casa e mi lavo i denti prima di infilarmi a letto. Domani sera non esco, mi dico. Leggo una poesia, poi metto la sveglia.

ML

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foto di Maddalena Lotter

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Solo 1500 n. 94 – Caro Rodotà

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Solo 1500 n. 94 – Caro Rodotà

Che tu sia una persona normale? Che ne dici Rodotà? Potrebbe essere questa la risposta? Normale nel senso di essere fuori dai giochi di potere, dalle dinamiche di partito, dagli scambi e dai favori. Normale tipo onesto. Un caso eccezionale. Del resto, ricorderai, ti fregarono pure l’altra volta quando avresti dovuto fare il Presidente della Camera. E chi ti preferirono di grazia? Giorgio Napolitano. Ma farle fuori in privato le vostre questioni personali? Scherzo, dài. Che queste mezze seghe non ti abbiano ancora perdonato le dimissioni di allora? Non so sai. Sono congetture le mie, perché le ho pensate tutte. Ho pensato che, stupidamente, non ti votassero perché ti aveva proposto Grillo. Poi ho pensato che fosse per i troppi cattolici presenti nel Pd, sai come gli stai sul cazzo a quelli, ma quanti sono? Per me al Conclave erano di meno. Poi, ovviamente, ho pensato a D’Alema e a come ammazzarlo. Ho pensato a Bersani, alla telefonata che non ti ha fatto. Ha imparato a nostre spese che gli stronzi che ti votano ogni tanto devi ascoltarli. Ma nessuno ti ha chiamato, qualcuno chiamava tua figlia. Gesù, come i ragazzini: “Che fa tuo padre? Si ritira?”. Mi dispiace Rodotà di sicuro avresti impedito il governissimo, le pastette. Gli Amato e i Quagliariello. Magari avresti sciolto le Camere nel Diritto o nell’acido. Non lo so ma mi saresti piaciuto. Un ragazzino di settantanove anni. Ho votato Vendola due mesi fa ma cosa cambia? Tu eri l’ultima possibilità del PD, per quanto mi riguarda. Giocata male, molto male. Vabbè, ciao.

(c) Gianni Montieri

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IL SENSO DELLA PERDITA – Contropoetica

di Daniele Ventre

1.

Tu dici che le idee sono passate
nel gaio tritacarne degli eventi
fra il tramonto del segno e l’implosione:
che non esiste timbro
alla nota del buio.
Non resta che il mostrare – un’ostensione
di pisside fra esausti paramenti
a ricantarci il vuoto della notte.
Né so per tempo che si possa dare:
non c’è canto o ragione
fra le voci dei naufraghi interrotte
a un grido muto d’incubo.

2.

Ma la parola che scorreva prima
nel chiacchierio fluente del ruscello
ora è ferma nel bianco della polvere.
Così fermavi fra il bisturi e il marmo
la dissezione dei sussurri verdi:
forse intendi che il graffio alla parete
non abbia segno o voce, negli intonaci
sfarinati al dissolversi dei muri.

Troppo senso è passato nel clamore
che inscrive il buio in echi di grammofono
e la tua comunione è un gioco avaro
di mode, che si nutre del suo specchio.
Eppure non ha forza la ragione
che nella plastica imprigiona il senso
dei bastioni di porfido abbracciati.

3.

In fondo non rimane
di noi che un grido a un angolo di via,
un graffito sul tufo
eroso sotto un ponte
di tangenziale, un’eco
d’incontro occasionale,
una riserva di bottiglie vuote
qualche disco rigato, e quel che vale
d’un palco mal frequentato: un diario
balbettato dal senso del divario.

4.

A chi guarda si mostra per mostrare
quel che c’è da vedere in dissolvenza,
purché voglia guardare.
Essere è percepirsi:
prodigiosa sentenza
del riferirsi solo per ferirsi.

5.

Se lo sguardo che incontri sulla strada
ti domanda ragione dei tuoi passi,
questa ragione non si può donare,
se non è chi ti guarda a riannodare
negli incontri la via d’un’esperienza.

Non intendo però questa parvenza
di idea dopo ogni idea, di cui si parla:
questo agire e vedere e percepire
oltre il gesto, oltre gli occhi e dopo il senso:
l’alterità di qualche esigua traccia
all’ombra d’un trascorso che s’affaccia
per memorie elettive ebbre di incenso.

6.

E tu che ti ostinavi nel riflesso
della finestra a cui ti rispondevi,
non ti stupire, se non comprendevi
l’oltre del cielo nell’occhio perplesso.

E tu che non guardavi altro che il vento
della nube passata oltre il tuo vetro
liquido, come puoi tirarti indietro
dall’ombra del tuo spettro sonnolento?

Ora nel raddoppiarsi del segreto
che ti canzona pallido di specchi
non ti ritrovi, se non nel divieto

di volare oltre il muro in cui ti specchi,
quasi che un corpo tu non gli conosca,
prigioniero in cristalli urto di mosca.

7.

Tu dici di mostrare del carattere
in quest’arguzia dell’evento critico
e tuttavia potremmo andarci a sbattere
nel segno d’un impatto monolitico.

Ripeti – è troppo facile da ammettere –
che ad oggi il circondario è un po’ falotico,
che il nostro lo si può già qui dismettere
per qualche spezia di colore esotico.

Eppure il fondamento indissolubile
ci lega ancora a questa tempra storica
del qui, dell’ora, a un’ovvietà insolubile.

Perciò non sento l’albagia disforica
che soffi a noi dalla provincia eclettica
con vele gonfie d’alterigia scettica.

8.

La memoria che i volti ti inquadrava
dal campo lungo dell’impermanenza
è sfumata a un futuro d’apparenza
nel torpido incrostarsi della lava.

Dalla forma passata oltre la forma,
oltre il contorno consegnato ai volti,
non sembra che la storia ormai ci ascolti
nel buio di memorie che ti sforma.

9.

Per contro chi si muove oltre i frammenti
negli anni delle scie di là dai monti
(la ricerca di folle e di tesori)
sembra che qui per destino t’incontri
fisso sull’orizzonte dei commenti.

10.

Ripetizioni futili di stringhe
comiche in teorie del quasi tutto
dalla fluidodinamica del rutto
s’agglomerano in brecce di puddinghe.

È vano interloquire alle lusinghe
di chi ricanta monocorde il lutto
in retroguardia e ci rimane brutto
da post-pubere gonfio di meringhe.

Intanto in un sussulto ideomotorio
da sedute spiritiche al piattino
sfumano via gli amici della staffa.

Saggi e santi spurgato il colluttorio
cantano salmi a collo di giraffa
lasciati alla deriva del destino.

11.

Se lascio a metà testo metà testa
forse è meglio distinguere il canale
nella roccia intrusiva del banale
camminando più oltre a mezza festa.

E però non sarebbe eco da nulla
se intendessero come sa di sale
la pagina che chiude il buon manuale
ingiallito e corroso a bordo culla.

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Goliarda Sapienza – ‘le certezze del dubbio’ e la narrativa lirica

Anche la puntualità rigorosa di Roberta è identica a quella che aveva in carcere. Qualcuno che non conosce il carcere potrebbe dire: bella forza essere puntuali in un posto dove tutto è tenuto in piedi e sotto chiave da orari precisi, serrature e chiavistelli! Ma non è così. Solo in quel posto scoprii che c’è un’altra puntualità non temporale ma interna, rispondente alle esigenze emotive e spirituali delle compagne: quando spegnere la propria luce se l’altra ha troppo sonno, non far raffreddare il caffè che l’altra gentilmente t’ha preparato, eccetera. Puntualità mistica che probabilmente muoveva i gesti dei frati nelle cento abbazie che ancora s’ergono alte, improvvise isole di silenzio fra le montagne del nostro Sud e che ancora, specialmente al tramonto, vibrano di quella puntualità magica quasi ultraterrena.
(da Le certezze del dubbio, Einaudi)

Goliarda Sapienza è sicuramente una riscoperta per l’Italia. Un anno fa lessi quello che viene considerato il suo capolavoro, il romanzo postumo L’arte della gioia (Einaudi) e ne rimasi incantata, nel senso vero e proprio di quello che una magia, un sortilegio artistico, può provocare nel suo fruitore. La prosa di Sapienza è strana, o almeno io amante di Dickens e Yourcenar – ovvero di una prosa ‘piana’ – l’ho da subito percepita come particolare e a volte addirittura minacciosa: la scrittura di Goliarda Sapienza è imprevedibile, irrequieta e ustionante, un po’ come quando un tizzone incandescente salta fuori dal caminetto. Non uso a caso quest’immagine del fuoco, perché proprio di fiamma si nutrono le parole di Sapienza, parole stregate, estremamente seduttive: «La rivedo com’era là, evocata dallo sguardo ironico della luna, questa luna che per me resta sempre il regno di tutte le cose che non sappiamo: una zona di dubbio gelido che vaga senza requie in cielo e in qualche parte remota del mio organismo sussurrandomi misteri, ricordi di riti atroci, formule magiche, alchimie insondabili» (da Le certezze del dubbio, prima pubblicazione 1987, Einaudi 2013).
La luna. Sì. A volte penso che gran parte della narrativa italiana potrebbe essere incolonnata in versi. L’Italia non è la patria del romanzo, ma questo ci ha permesso di sviluppare un altro modo, più viscerale forse, di scrivere in prosa. Ho come la sensazione che la nostra sia spesso stata una narrativa lirica; penso alle splendide novelle di Verga, ai Malavoglia pure, ai Vicerè, a Il Gattopardo, alla prosa sanguigna che da sempre ha contraddistinto la nostra tradizione, quel nostro modo di concepire anche il romanzo corale come una tela di vissuti singoli, soggettivi. Non credo di esagerare nel dire che tutti i protagonisti della narrativa italiana rivelano un io lirico.
Così poetica è anche Anna Maria Ortese nei racconti de Il mare non bagna Napoli, e penso anche alla più contemporanea Michela Murgia nel suo Accabadora, tutte trame queste in cui i vissuti dei personaggi si mescolano all’intensità della Storia, alle radici di un’Italia che, pur frammentata, conserva i più profondi ricordi d’Europa (e del mondo?).

NZO

Le certezze del dubbio è un romanzo sul senso dell’amicizia, sì, ed è forse qualcosa di più: è la prova di come un’amicizia (quella fra Goliarda e Roberta) a volte lasci convivere aspetti più profondi e vertiginosi, nella creazione di un ibrido d’amore e odio e affetto e riconoscimento di sé nell’altro/a: «Mai la vicinanza carnale di una donna, delle tante da me amate mentalmente, aveva risvegliato i miei sensi. E perché, natura maligna, mettermela sotto il naso proprio quando, appagata dall’incontro con un uomo (o ne è proprio questa la causa), avevo riposto il mio lato omosessuale nel cantuccio sereno della sublimazione dove, a dispetto di tutte le mode, c’è anche felicità?» (pag. 88). Leggendo questo passo me ne è venuto in mente un altro di Simone de Beauvoir ne I mandarini: «per diventare analista, ho dovuto farmi analizzare; m’è stato trovato un complesso edipico piuttosto pronunciato, una netta aggressività nei riguardi di mia madre, qualche tendenza omosessuale convenientemente liquidata. […] Eccomi dunque, chiaramente catalogata; eccomi adattata a mio marito, al mio mestiere, alla vita, alla morte, al mondo, ai suoi orrori.»
Sembra a volte che di libro ne sia stato scritto uno solo in tutta la storia della letteratura mondiale.
Questo romanzo di Sapienza e in generale tutta la sensibilità che la scrittrice ha rivelato nei suoi scritti (anche Il vizio di parlare a me stessa merita di essere letto), affrontano le difficoltà dell’essere umano nel cercare di definire il proprio posto. Liberi, non liberi, liberati? Le donne del carcere di Rebibbia, dove Sapienza trascorse un periodo della sua vita, sono lo specchio di un’umanità confusa, irrequieta è il termine; donne che una volta uscite non sanno più dove andare e come ci si muove nel mondo, donne che nemmeno prima sapevano. Donne smarrite che cercano significati e li divorano: «Tu sai quasi tutto, Goliarda, almeno per quello che riguarda le emozioni del profondo. È questo che mi ha sempre attratto in te. Se credessi agli antichi riti cannibaleschi ti mangerei tutta per impossessarmi di questa tua qualità» (pag. 97).

© Maddalena Lotter

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IL CERVO APPLAUDITO di Leopoldo Maria Panero

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Autore: Leopoldo Maria Panero

Titolo: Il cervo applaudito

Introduzione e traduzione: Ianus Pravo

Editore: Edb Edizioni, 2013

È uscito da poco per l’editore milanese Edb, nella collana “Poesia di ricerca”, diretta da Alberto Pellegatta, il nuovo libro di Leopoldo Maria Panero Il cervo applaudito. Introdotto e tradotto da Ianus Pravo, il libro è inoltre arricchito da due disegni di estrema raffinatezza firmati da Massimo Dagnino.

Il cervo applaudito è un’opera molto particolare: un’opera “dettata” dall’autore stesso a Ianus Pravo durante i loro incontri a Las Palmas di Gran Canaria, l’esilio solare dove da più di dieci anni Panero vive, ospite dell’ospedale psichiatrico. È solo da qualche anno che il pubblico italiano di poesia conosce meglio l’opera di Panero; sono stati pubblicati per l’editore romano Azimut Narciso nell’accordo estremo dei flauti nel 2005 e Dal manicomio di Mondragon nel 2007, sempre a cura di Ianus Pravo, che ne ha tradotto i testi. Un paio di anni fa è invece uscito Peter Pan non è che un nome per l’editore “Il Ponte del Sale” con traduzioni e curatela di Sebastiano Gatto e Ianus Pravo.  Nel 2011 è inoltre stato pubblicato il libro Senz’arma che dia carne all’imperium da Società Editrice Fiorentina, che contiene alcune poesie inedite in Italia di Leopoldo Maria Panero e di Ianus Pravo. In ultimo, è apparso nel mensile di Crocetti “Poesia”, Luglio/Agosto 2012 N. 273, un bellissimo saggio e traduzione di Alessandro De Francesco alla poetica della “crudeltà” di Panero.
Il cervo applaudito si conferma una piccola novità editoriale: il libro infatti è inedito sia in Italia che in Spagna.

Coglie nel segno l’incipit dell’introduzione al volume di Ianus Pravo, che cita il verso di T.S. Eliot, tratto da i Quattro Quartetti, «In my end is my beginning»: nessun altro poeta contemporaneo come Panero conosce e soffre l’impossibile identità artistica, incarna la figura del poeta prosciugato del suo stesso senso, la non figura. Proprio lo stesso Panero parla di sé, di come «Noi, gli scrittori ultimi o postumi, non siamo altro che correttori di bozze»: quindi si tratta di scrivere il già detto, la grande parola, il grande “Poema”, l’ultimo.
Panero è un maestro della citazione altrui, lo fa continuamente con frasi o autori come Pound, Yeats, Eliot, Novalis, Whitman, Dante Alighieri, Gimferrer, che sicuramente vivono nella sua tensione poetica, nel suo dizionario del plagio.
«Figura di Dio / un porco tra i rami / un porco che cade una volta ancora / al suolo sospirando / ferito dalla freccia del silenzio / Chi si aggirò tra viola e viola, lo disse Eliot, / facendo enorme la primavera / e distruggendo il sogno.»

La riscrittura è anche questo: è ordinarsi nel caos, è riproporre costantemente la propria fine attraverso tortura, crudeltà e follia. «Che pesci boccheggiano sulla spiaggia / invocando un fiume che non esiste / e disfacendo il dolore in piccole lamine /che solo sanno piangere / come il freddo nella tomba / la tomba perfetta del poema / fatta solo per urlare /per giocare con le dita della notte / e ricordo mia madre che morì senza le sue tette / e che il signore del mare accarezza / cercando una rovina più compiuta della rovina / più crudele del verso / che invoca se stesso / e ormai non piange.»

Nella sua poesia Leopoldo Maria Panero non solo cita, ma intesse una scrittura accesa, moderna; la riscrittura riparte anche da qui, dall’inglobare ogni cosa, ogni riferimento, ogni influenza. Nei testi, la forza e il magma surrealista rimangono la fonte principale dell’autore: il suo sguardo sul mondo, il suo andare oltre, verso il “poema”, verso questa Babilonia di significati e precisione: «Oh diamante ancora intatto / di cui sono il ricordo / perché sono solo il ricordo di me stesso / sulla sottile riva mi attraversano gli elefanti / e come un elefante cresce il poema / e come un serpente si contorce nella mia mano / cercando un palazzo che non esisteva / ed ero solo nella mano che scrive / dicendo / Dio vive nel palazzo della mia mano / nell’ombra crudele della mia mano / che aizza i suoi cani / come Diana i suoi cani / Diana sa la mattina per quanto valgono i suoi cani.»

La libertà del verso di Panero spazia da testi lunghi, complessi, che sono pura materia lavica e fantastica, alla precisione millimetrica di testi molto più brevi, che rendono ancora di più l’idea della mostruosità della mente umana, di quell’applicazione che il reale ha sul surreale, sul non visto, sull’immaginato. «Il mio grande amore si chiamava Maiz Blanco / fu torturata e stuprata sulle colline / vicino al lago dove bevevano gli elefanti / e una voce sputa nel mio cervello / la parola ieri.»
Questo è un percorso nel buio più profondo della mente, nella propria rovina e in quella del mondo, che può procedere nel sottosuolo dello spirito, sfinito, schiavo delle manie e delle sensazioni. «Il bambino è lo schiavo dell’uomo / e l’infanzia è soltanto / una rovina tra le mie labbra / tra le mie labbra chiuse alla vita.»
E ancora: «Una mano scrive sull’agenda / domani ucciderò una donna / e leccherò la capigliatura / morta della sua testa / e farò canzoni per spavento dell’uomo / e parlerò all’udito delle ceneri / che non mi ascoltano.»

C’è un continuo ribaltamento del soggetto, uno straniamento che non ha conclusione, nemmeno alla fine della poesia, nel punto di termine. I significati dell’opera di Panero vanno oltre la pagina, oltre la calligrafia stessa e oltre tutte quelle regole che reggono la letteratura, e la fanno schiava della retorica e della stagnazione formale.
«Walt Whitman è una donna che cade sopra il poema / e striscia lungo il verso / come ogni mattina / per parlare all’udito del sole / all’udito atroce del mattino / che non mi aspetterà.»
Leopoldo Maria Panero combatte contro se stesso, contro la sua stessa opera, che non vale il silenzio delle biblioteche e nemmeno il silenzio dei manicomi; perché la sua poesia è resistenza pura, continuo oltraggio ai doveri della vita, alle regole imposte, che sono strumenti e offese alla libertà della parola.

Per questo il non luogo della mente, dove si muove la poetica di Leopoldo Maria Panero, è una regione sconosciuta, sola, che non può essere affrontata con la ragione. Viene dalle profondità, si sposa con gli effetti delle parole, resta sulla pagina come l’ultima frase, come il “poema” da riscrivere, che conosce solo i territori più stretti e ostici. Il cervo è la figura chiave, la metafora, il simbolo dell’altezza estetica, della bellezza che non può guarire l’uomo e i suoi mali. La vera e unica bellezza dell’essere. «Il poema è un lago / dove finisce il cervo / applaudito soltanto dalla pagina / dalla pagina in silenzio dove muore il cervo / il cervo atroce della pagina / dove non ci sono io né c’è l’uomo.»

In questa perdita totale di se stessi, Panero chiude, lascia che il mondo si spieghi da sé, senza congetture e proclami, senza misure e limiti. Non c’è nessuna ragione per andare avanti, non c’è nessuna volontà di voler essere salvati, rimane solo la forza del pensiero, la parola viva, libera e il cadavere di se stessi da guardare con estrema osservanza.
«Non c’è misura, non c’è limite / dove non c’è nessun luogo / e dove il tempo non ha tempo / e il cadavere è / verde / Oh Alighieri, mon semblable, / mon frère che vuoi volere il crocifisso / e non sai sapere la volontà che muore / come un pane tra le labbra.»

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