Giorno: 26 marzo 2013

Ravaioli (terza parte) – di Stefano Domenichini

berlin 2010 -foto gm

 

STORIA RAGIONATA DEGLI ANNI OTTANTA (terza parte)

 

C’erano una volta due paesini. Erano talmente vicini che uno dei due leggeva l’ora sul campanile dell’altro. Gli abitanti del paesello orologizzato non ci dormivano la notte. Un sopruso bello e buono. E che cazzo, se lo facessero da soli il loro quadrante. Prima di diventare matti davvero, decisero di togliere l’orologio dal campanile. E lo fecero. La terapia funzionò. Un orgoglio allegro tornò a scorrere per le vie del borgo. E siccome una cura azzeccata è un bendidio glassato, i paeselli non si fermarono, fino ad avere ciascuno il suo ente di protezione del presepe tradizionale, il suo aeroporto e la sua Università.

Basta ascoltare la pancia, e i problemi si risolvono [la pancia era diventata la piazza, tra il cardine e il decumano; tutto si svolgeva lì, a pochi centimetri dal fico ruminale e dal foro boario. Tutti si convinsero che era comodo parlare e ascoltare con la pancia, che è un po’ come masturbarsi un orecchio o masticare con l’incavo posteriore del ginocchio. Chi sapeva parlare alle pance fu eretto a genio della comunicazione].

Ogni campanile un’Università (con i baroni, i dottorandi, i baretti, le feste) e tutte le Università in competizione tra loro per tirar su più studenti possibile. La richiesta non mancava. Orde di diplomati agognavano la laurea. Si trattava solo di attirarli. Nacquero così offerte formative interessantissime e di ampie prospettive. Ad esempio, potevi diventare Geografo Junior con una bella laurea in Scienze Geografiche. Oppure ti graduavi in Scienze Statistiche per Decisioni e da lì aprivi una partita IVA e ti mettevi a fatturare a tutti quelli che ti chiamavano perché erano in giro, gli scappava e non sapevano dove farla (in alternativa, potevi optare per un call center 892424: pronto sono Luciano, come posso servirla?).

Molti prediligevano offerte più orientate al sociale, come la laurea in Scienze dell’Allevamento, Igiene e Benessere del Gatto e del Cane o in Scienze del Fiore e del Verde. Ne uscivano gasatissimi, con piglio da luminari, per accorgersi che gli unici sbocchi professionali erano da infermiere presso veterinari dai modi spicci o da commessi nelle serre ai bordi della statale.

Fior di laureati abbandonati dalle istituzioni, ecco come si sentivano, con tutti i sacrifici che mammamiadammicentolire e l’angelo custode del sangiovannibosco che ci aiuta anche quando non ne abbiamo bisogno e poi io con che faccia ci torno a casa se faccio da commesso al fiorista miliardario che però dice sempre che gli manca la sua zappa? Così partivano. Andavano a Londra, Parigi, New York e si mettevano a fare lavori che qui si cospargevano di bialcol solo a sentirli nominare; camerieri, gelatai, portapacchi motorizzati e si facevano strada, aprivano ristoranti, catene di lavanderie, ecoinquinatori a energia immobile, ma quando transitavano in patria, di passaggio, avevano sempre una lacrimuccia per quella cultura da gattologi che nessuno aveva saputo valorizzare.

Nacquero così i cervelli in fuga e, quasi contemporaneamente, arrivarono i marziani.

A Ravaioli, lì per lì, i marziani non è che diedero troppo da fare. Certo, non erano come nei fumetti e nei telefilm del suo immaginario infantile, ma il fatto che non mangiassero pantegane vive o non gli uscissero dalla pancia parassiti xenoformi non lo deluse più di tanto. Strani, a dire il vero, un po’ lo erano. I primi marziani si addensavano ai semafori con un secchio e uno spazzolone. Stavano sempre lì.

Ciò che inquietava Ravaioli era il loro sguardo. Era vuoto, imbambolato; non davano mai una soddisfazione. Una sera che aveva bevuto, all’incrocio tra la Filippetti e la Ripamonti, Ravaioli provò a dare cinquantamila lire a un tipo secco che strofinava di mancino. Niente. Non guardò neanche, prese su e sparì. E vabbè che sei alieno, pensò Ravaioli, ma cazzo, ti ho mollato la cinquanta e non dici neanche grazie? Si aspettava, non dico che si prostrasse, ma almeno che lo invitasse a cena per fargli conoscere la famiglia. E invece niente, nanca un plissé.

Poi arrivarono i neri, e a quel punto lì non si poteva più fare esperimenti: bisognava schierarsi. I neri hanno questa cosa qui: è secoli e secoli che vanno dappertutto a far irritare i bianchi che, applicando rigide regole della zootecnia, si considerano razza superiore. Sembra lo facciano apposta, i neri, a farsi trovare ovunque.

Un conto è andare a vederli in Kenya o in Giamaica, provare il loro vigore sessuale, un conto è scovarli apposta, di notte, in qualche zona fiera, per vedere se è vero che hanno culi sodi e senza cellulite, ma ritrovarseli intorno mentre si portano a scuola i bambini beh, è francamente una seccatura. L’imbarazzo rischiava di scalfire la compattezza della rivoluzione basata su grandi aspettative e, pertanto, impossibilitata a occuparsi di dettagli. Per asfaltare il futuro, non ci si poteva distrarre. L’ideale era lasciarsi trasportare dal soffice bigottismo che caratterizza le epoche di espansione: tutti fanno tutto, ma si schierano contro chi lo fa.

Ravaioli fiutò l’aria e decise: entrò in politica.

Cominciò a finanziare un tipo che gli aveva presentato un cliente. Era uno che la mattina era di poche parole; dopo colazione diceva solo due cose: “Sono un medico. Vado a lavorare”. Uscito di casa, dimenticava subito gli studi interrotti di medicina e gli veniva la logorrea; si metteva in canotta e cominciava a girare i bar del varesotto. In poco tempo diventò un’attrazione. Alle nove e trenta era già ciucco, ma non quel ciucco che ti fa diventare meditativo e, a volte malinconico no, lui esaltava gli avventori che entravano e uscivano con concetti chiari e semplici tipo: “se ce l’ho duro io, potete averlo duro anche voi”.

Verso le quattordici e trenta cominciava a parlare della Svizzera a cui voleva annettersi, lui, il bar dove si trovava e tutti quelli che gli offrivano un altro giro. Fino a che gli arrivò una raccomandata dall’avvocato Armbruster di Berna che lo diffidava, per conto della Confederazione Elvetica, a fare uso del nome della sua assistita durante i quotidiani sproloqui. Ravaioli cominciò a frequentarlo assiduamente, anche perché il tipo, oltre a tirare su un sacco di contadinotte fresche e disponibili, aveva fondato un partito che doveva liberare il popolo dai partiti.

Ravaioli trovava la cosa facile ed entusiasmante. Le platee erano piene di gente che aveva munto tutto il giorno od otturato denti in bocche devastate o scaricato frutta dai camioncini e aveva, di conseguenza, poca voglia di ragionare. Niente contraddittorio. Bastava andare lì e dargli adrenalina sotto forma di giuramenti, duri e puri e tasse da eliminare.

Una sera si trovarono in una pizzeria di Caronno Pertusella per provare delle ampolle che dovevano servire per un rito al Dio Po. Senonché decisero di testarle con una grappa di Chardonnay. All’uscita Ravaioli era dritto il giusto. Gli era anche presa male, aveva lo stomaco in fiamme. C’era buio, freddo e l’acidità bruciava la sua proverbiale sicurezza. Gli si fece sotto un tizio che prima era dentro il locale, guardava, ma si teneva in disparte. Si chiamava Eros Zaffaroni, figlio di partigiano, lavorava come magazziniere in una ditta farmaceutica della zona. Sbarrò la strada a Ravaioli, lo fissò e disse:

–          Lo sa lei che ci ha su un orologio che costa più del mio stipendio annuale?

Ravaioli si sentì improvvisamente solo. Essendo un entusiasta, pensò che un pugno allo stomaco forse gli avrebbe fatto bene alla digestione.

–          No, guardi, si sbaglia, è stato un regalo, cioè non è mio…

Zaffaroni lo interruppe. Fece una smorfia che poteva anche  essere un sorriso, e disse:

–          No, guardi lei. Non mi fraintenda, il mio è un complimento. Mi fido di lei che ha avuto successo. La voterò sicuramente.

Ravaioli capì che era fatta. Si andava a Roma.

***

[fine parte terza]

 

STORIA RAGIONATA DEGLI ANNI OTTANTA _ prima parte

STORIA RAGIONATA DEGLI ANNI OTTANTA _ seconda parte