Giorno: 23 marzo 2013

Nocturnes #5: ‘Voice’, Toru Takemitsu

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Con questo numero della rubrica Nocturnes vorrei osare, andare un po’ oltre il legame ‘classico’ che per secoli ha accompagnato la parola poetica al linguaggio musicale, amalgamandosi sotto diverse forme (il madrigale, l’opera, il lied romantico ecc.) per arrivare ai giorni nostri a un concetto forse meno sistematizzato di questo legame. Analizziamo la partitura di ‘Voice‘ (titolo emblematico direi) di Toru Takemitsu, scritto per flauto solo, nell’anno 1971, e quindi nella produzione pienamente matura del compositore giapponese, già entrato in contatto con figure quali Igor Stravinskij, John Cage per la musica aleatoria (vedi scuola di Darmstadt: ‘La parola d’ordine a Darmstadt era – libertà -‘, scrive il musicologo Alex Ross); analizzando ‘Voice’ dunque ci troviamo di fronte a un curioso e innovativo modo di intendere il legame fra testo e musica: le parole vanno a integrarsi con il tessuto musicale ricamando frasi di linguaggio musicale e parlato insieme: l’interprete, il flautista cioè, è tenuto a recitare durante l’esecuzione un testo che si ripete, a frammenti, lungo tutto il percorso musicale, e che nella sua versione integrale è: ‘Qui va la? Qui que tu sois, parle, transparence!’ Who goes there? Speak, transparence, whoever you are!‘. Mi piacerebbe potervi mostrare qui la partitura che ho ora sotto gli occhi, ma è un processo che non mi è possibile. Nella legenda al brano, fra le varie indicazioni, si legge: ‘Le texte est tiré de “Proverbes faits à la main” de Shuzo Takiguchi avec la permission de l’auteur’, un appunto interessante per conoscere la natura del testo. Takiguchi è un poeta surrealista del primo Novecento e Handmade Proverbs to Joan Miro è una raccolta del 1970 che contiene il testo scelto per la composizione musicale (Takemitsu scrive ‘Voice’ l’anno seguente).
La frase è inquietante, suggerisce una presenza quasi spettrale, ultraterrena, che si inserisce nella maglia di note. Qui va là? esordisce il flautista e più avanti, in un percorso di salti cromatici e di sfumature di colore tipiche anche del Takemitsu sinfonico (si ascoltino i lavori per orchestra, dal Requiem a Spirit Garden), ecco il secondo intervento vocale: Qui que tu sois, parle, transparence! un invito a rivelarsi, al riconoscimento, all’agnizione in senso greco. Mi piace pensare che in quella ‘trasparence!‘ vi sia lo specchio in cui l’artista riconosce se stesso nel processo creativo (nel frattempo infatti il flautista sta anche suonando, si sta cercando nel suono, come già accadeva per il fauno di Syrinx, di Debussy).
E’ quello di Takemitsu un riconoscimento spettrale, certamente, perché espressione dell’inconscio. Ma la trasparenza è qualcosa che rievoca anche luce, limpidezza, candore, e in questo senso mi piacerebbe leggere le parole del poeta Takiguchi che collaborò con molti pittori e compositori del suo tempo, nel tentativo di dare voce a un’immagine o a un suono: la ricerca dell’identità passa nell’incontro di più arti. Parola e musica, da sempre, e qui nuovamente, si trovano insieme a cercare l’uomo.

Scelgo qui di postarvi solo una parte del brano eseguita dall’immenso Emmanuel Pahud; lascio a voi scegliere altre interpretazioni da ascoltare, in youtube ce ne sono varie.

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