Giorno: 15 marzo 2013

Inno ps.omerico a Demetra

demetra

Bella di chiome, Demetra, dea grande, incomincio a cantare,
lei e la figlia di snelle caviglie, che Aidòneo aveva
presa con sé (gliela offrì Cupo-tuono, l’ampio-veggente
Zeus, derubando Demetra aurea-spada, ricca di frutti)
mentre con figlie sinuose d’Oceano stava giocando:
gemme coglieva per sé, rose e croco e belle viole,
su un prato morbido, e insieme le iridi con i giacinti,
e quel narciso, che Terra, piacendo a Chi-molti-riceve,
fece a un comando di Zeus, per tutti un prodigio a mirarsi,
per gli immortali, gli dèi, nonché per le genti mortali,
dolo ammirando e prezioso alla giovane occhi-gentili;
dalla radice del fiore crescevano cento corolle;
dolci fragranze esalò: tutto, in alto, il cielo spazioso,
tutta la terra gioì, e il salato flutto del mare.
E la fanciulla stupì, si tese con ambe le mani
per afferrare il bel gioco; si schiuse la terra, ampia via,
nella pianura di Nisa, ne uscì sui cavalli immortali
Chi-molti-accoglie, il glorioso di nomi, il re figlio di Crono.
Contro la sua volontà la rapì sul carro tutt’oro,
via la portò che piangeva; levò un acutissimo grido,
ella, chiamando suo padre, il Crònide, l’ottimo e sommo.
Fra gli immortali nessuno e nessuno poi fra i mortali,
il suo gridare sentì, non gli olivi ricchi di frutti,
solo la figlia di Perse, colei che ha pudichi pensieri,
Ècate chiara di veli, aveva sentito dall’antro,
e d’Iperíone il figlio stupendo, il sovrano dio Sole,
lei, la fanciulla, chiamare il Crònide padre; era assiso,
questi, in disparte dai numi, nel tempio ov’è spesso invocato,
e riceveva graziose offerte da genti mortali.
Lei, suo malgrado, per cenno di Zeus, sui cavalli immortali,
se l’era presa il glorioso di nomi, il fratello del padre,
Chi-molti-accoglie, Chi-molti-assoggetta, il figlio di Crono.
E fino a quando la terra e il cielo trapunto di stelle
scorse, la dea, e poi il mare dai gorghi violenti, pescoso,
e le faville del sole, e fu certa di rivedere
la degna madre e le schiere dei numi di stirpe immortale,
la confortò nel gran cuore speranza, ancorché nell’angoscia;
quando discese sotterra, levò un acutissimo grido,
e riecheggiarono i picchi dei monti e gli abissi del mare
della sua voce immortale e la udì la nobile madre.
Aspro dolore le invase il cuore ed intorno alle chiome
gli incorruttibili veli strappò con le stesse sue mani,
e si coperse ambedue le spalle d’un funebre manto,
peregrinò sulla zolla e sull’onda, simile a uccello,
alla ricerca; e però a farle verace racconto
no, non si spinse nessuno fra i numi e le genti mortali,
e fra gli uccelli nessun messaggio verace a lei venne.
Per nove giorni, reggendo accese le fiaccole in pugno,
da quel momento, Deò sovrana percorse la terra,
non una volta d’ambrosia e nettare dolce da bere,
si satollò, nell’affanno, né immerse in lavacri le membra.
Come fu giunta per lei la decima nitida Aurora,
Ècate incontro le venne, reggendo una torcia nel pugno,
a ragguagliarla le disse parola e spiegò la sua voce:
“Dono d’estate, Demetra, ah, sovrana ricca di doni,
chi dei celesti, dei numi, o chi fra le genti mortali,
t’ha trafugata Persèfone, ed ha contristato il tuo cuore?
Io l’ho sentita gridare, né ho visto però coi miei occhi,
chi fosse mai; te ne reco in fretta l’annuncio verace”.
Ècate disse così, né a lei con parole rispose,
quella figliola di Rea la bella di chiome, e al suo fianco
mosse con fretta, reggendo le fiaccole accese nel pugno.
Giunsero infine dal Sole, vedetta di uomini e numi,
s’ersero innanzi ai cavalli; poi chiese, la splendida dea:
“Sole, tu serba rispetto a me dea, se mai nel passato
o con parola o con atto nell’animo e in cuore ti piacqui.
La figlia mia, dolce gemma che io partorii, chiaro viso,
sì, il suo gridare angosciato nell’etere limpido ho udito,
quasi subisse violenza, né ho visto, però, coi miei occhi.
Dunque tu stesso –sì, tu dall’etere splendido, infatti,
posi lo sguardo dei raggi sul mare e su tutta la terra–
parla sincero, se mai vedesti la mia creatura,
chi, defraudandomi, a forza e contro sua voglia l’ha presa
e se ne fugge, chi fu, tra gli dèi, tra genti mortali”.
Disse così; l’Iperiònide a lei con parole rispose:
“Figlia sovrana di Rea la bella di chiome, Demetra,
tutto saprai; serbo a te gran rispetto e sono pietoso:
per la figliola di snelle caviglie hai tu angoscia e non altri,
fra gli immortali ne ha colpa, che Zeus, Chi-le-nubi-raduna,
egli che all’Ade la offrì, la chiamasse florida sposa,
a quel fratello di sangue; fra tenebra cupa di nebbie,
la trascinò coi cavalli, la prese che forte gridava.
Dea, quest’acerbo tuo pianto tu frenalo; non t’abbisogna,
struggerti invano d’immenso rancore; oh, non è di te indegno
genero, fra gli immortali, Aidòneo, Chi-molti-assoggetta,
quel tuo fratello di sangue e congiunto: sorte d’onore
ebbe, allorché da principio fu il tutto diviso in tre parti;
vive fra quelli su cui per sorte egli regna sovrano”.
Come ebbe detto, incitò i cavalli: svelti, al richiamo,
trassero, simili a uccelli ali-tese, l’agile carro.
Ma ben più atroce, più cane, il cruccio a lei scese nel cuore.
Dunque da allora, adirata col Crònide nero di nembi,
s’allontanò dai concili di dèi, dall’Olimpo elevato,
fra le città, fra le pingui campagne degli uomini errava,
la sua beltà lungo tempo occultando; nell’incontrarla
uomo non la ravvisò, no, né donna snella di cinto,
prima che fosse venuta in casa di Cèleo animoso,
ch’era in quel tempo il sovrano d’Eleusi odorata d’incensi.
Presso quel pozzo Partenio, dove acqua attingevano all’ombra
i cittadini (cresceva al di sopra un ramo d’olivo),
lungo la via s’era assisa e si macerava nel cuore,
simile a vecchia già avanti degli anni, e che ormai sia lontana
dal generare e dai doni d’Amica-di-serti, Afrodite:
balie così, per i figli, i principi fonti di legge,
hanno, nonché dispensiere, in dimore fervide d’echi.
Ecco, la videro, allora, le figlie di Cèleo eleusino,
mentre per l’acqua sgorgante venivano, sì da portarne
dentro le brocche di bronzo alle care case del padre,
quattro fanciulle nel fiore degli anni e parevano dee,
tanto Callídice quanto Cleisídice e Demo l’amata,
e poi Callíroe, colei che fu la maggiore fra tutte;
né la conobbero: è arduo ai mortali scorgere i numi.
Avvicinatesi a lei, parlarono alate parole:
“Vecchia, chi sèi, e di dove, fra gli uomini, fra i primigenii?
Dalla città perché mai fuggisti lontana e alle case
più non t’accosti? Là donne per sale ammantate dall’ombra
vivono, della tua stessa età, e più giovani donne,
che con parole e con gesti a te si farebbero amiche”.
Questo ella disse e la dea sovrana, in parole, rispose:
“Figlie, chiunque voi siate, in mezzo alle tenere donne,
io vi saluto; sì, a voi lo dirò: né è poi sconveniente,
visto che m’interrogate così, quel ch’è vero, narrarlo.
Deo è il mio nome: ché questo mi impose la nobile madre;
Ora da Creta fin qui sui dorsi spaziosi del mare
giungo –né io lo volevo: per forza, nolente, costretta,
uomini m’hanno condotta, predoni; ecco, infine, che essi
spinsero l’agile nave a Tòrico, dove le donne
in terraferma accalcate discesero e insieme anche loro
si prepararono il desco alla nave, ai cavi di poppa.
L’animo mio non curava, però, quel banchetto di miele,
no, di nascosto balzai sulla terraferma nerigna,
e dai superbi padroni fuggii, non avessero mai
altro guadagno da me, vendendomi senza comprarmi!
Quindi arrivai fino a qui, vagando; e però non so nulla,
né quale sia, questa terra, né poi quale gente ci viva.
Ora per voi gli dèi tutti che hanno dimore in Olimpo
abbiano in serbo mariti legittimi, diano a voi i figli
che i genitori hanno grati; ma siate pietose, fanciulle,
ditemi tutto con piena chiarezza, a che io sappia bene
–siatemi amiche, voi, figlie –a casa di chi potrò andare,
d’uomo o di donna, così che per loro possa adempire
io di buon grado i lavori adatti a una donna, a un’anziana;
ben cullerei fra le braccia un bambino nato da poco,
ben saprei fargli da balia e poi custodire le case,
e preparare, nel chiuso di talami ben costruiti,
letto ai padroni, nonché vegliare i lavori di donne”.
Disse la dea e all’istante rispose Callidice, intatta
vergine, lei, fra le figlie di Cèleo prima in bellezza.
“Nonna, da umani dobbiamo, sia pur con angoscia, costretti,
cedere ai doni dei numi, ché sono di molto i più forti.
Ma ti dirò con chiarezza e ti farò i nomi di tutti
gli uomini che fra di noi hanno gran potere ed onore,
quelli che sono eminenti fra il popolo e salvano i veli
della città, con i loro consigli e le rette sentenze.
Savio d’ingegno com’è, Trittòlemo, e Díoclo con lui,
quindi Polísseno e insieme a lui l’impeccabile Eumolpo,
Dòlico infine, nonché il nobile nostro parente:
tutte le loro consorti sorvegliano casa, in faccende;
certo, nessuna di loro, appena t’avesse veduto,
disprezzerebbe il tuo aspetto o ti scaccerebbe di casa,
anzi ti riceveranno: a una dea somigli, davvero.
Dunque, se vuoi, resta qui, fin tanto che a casa del padre
non giungeremo, e diremo alla madre snella di cinto,
a Metaníra, ogni cosa, con cura, così che ti inviti
a presentarti da noi, senz’andare a casa d’un altro.
Suo prediletto, ella cresce, nel ben costruito palazzo,
l’ultimo nato, un bambino, a lungo sperato ed atteso.
Se lo saprai allevare e verrà nel fiore degli anni,
chi ti vedrà, facilmente, in mezzo alle tenere donne,
t’invidierà: tale prezzo darà, ella, in premio alle cure”
Disse, e la dea le accennò col capo: esse, allora, felici,
d’acqua riempirono e indietro portarono i lucidi secchi.
Già alla gran casa del padre eran giunte e in fretta alla madre
dissero quello che videro e udirono. In fretta, a sua volta,
ella ordinò che a chiamarla corressero, a prezzo infinito.
Come cerbiatte o vitelle saltellano, nella stagione
di primavera, se appena han sazi del pascolo i cuori,
proprio così, sollevando i lembi alle amabili vesti,
sull’incavata carraia correvano, e intorno le chiome
simili al fiore del croco balzavano sopra le spalle.
Scorsero presso la via la gloriosa dea, dove prima
l’abbandonarono; allora alle care case del padre
l’accompagnarono; e dietro, sia pur macerandosi in cuore,
ella incedeva, col capo velato, ed intorno il suo peplo
nero ondeggiava, seguendo quegli agili passi di dea.
Giunsero presto alle case di Cèleo alunno di Zeus,
attraversarono il portico –assisa, la nobile madre
lì le attendeva, a un pilastro di quel ben costrutto palazzo,
col nuovo fiore al suo seno, il bambino; presso di lei
corsero; venne alla soglia, la dea, e col capo il soffitto
quasi toccò e le porte riempì di splendore divino.
N’ebbe la donna rispetto e stupore e smorto terrore;
ecco che dunque dal trono s’alzò, l’invitò, che sedesse.
La donatrice di messi, Demetra, la ricca di doni,
non accettò, tuttavia, di sedersi al lucido trono,
se ne rimase in silenzio, e tenne abbassati i begli occhi,
fino a che, saggia di probi pensieri, a lei Iambe non porse
solido seggio, e poi su vi distese un candido vello.
Vi si sedé, quella dea, ma il velo serrò con la mano,
e su quel seggio gran tempo restò, macerandosi, muta,
né di parole né d’atti porgeva ad alcuno il saluto:
senza sorridere, priva di cibo nonché di bevanda,
stette –soffrì nostalgia per la figlia snella di cinto–,
fino a che, saggia di probi pensieri, a lei Iambe non volse
molti motteggi, scherzando, e forzò la chiara sovrana
ad un sorriso, ed al riso, ad avere l’animo lieto
(Iambe per sempre, da allora, le fu graditissima in cuore).
Poi Metaníra una coppa di vino soave di miele
piena le offrì; rifiutò, la dea: le era illecito, disse,
bere del vino rossigno e chiese piuttosto che offrisse
acqua e farina mesciute, da bere con morbida malva.
Ella mescé il ciceone, lo diede alla dea, come imposto;
ne affermò il rito, accettando, Deò, la sovrana di molti.
Prima fra loro parlò Metaníra bella di cinto:
“Donna, salute: non credo, non già, che da vili parenti
sia nata tu, ma da nobili; irradi dagli occhi il rispetto
e quella grazia che sono dei principi mastri di leggi.
Pure, da umani dobbiamo, sia pur con angoscia, costretti,
cedere ai doni dei numi: è il giogo che abbiamo sul collo.
Ora che sèi fra di noi, avrai tutto quello che ho anch’io.
Tu alleverai il mio bambino, che tardi, contr’ogni speranza
diedero a me gli immortali, ed a cui va tutto il mio amore.
Se lo saprai allevare e verrà nel fiore degli anni,
chi ti vedrà, facilmente, in mezzo alle tenere donne,
t’invidierà: tale prezzo offrirei, compenso alle cure”.
Disse di contro perciò Demetra la bella di serti:
“Donna, salute anche a te, ti rechino bene gli dèi.
Accoglierò di buon grado il bambino, come m’imponi.
Lo alleverò, né già credo che per la follia d’una balia
un maleficio potrà fargli danno o un’erba maligna:
so d’un antidoto assai più valido d’ogni veleno,
al maleficio luttuoso so opporre una buona difesa”.
Quindi, ciò detto, l’accolse nel seno odoroso d’essenze,
fra le sue braccia immortali, e fu lieta in cuore la madre.
Dunque il rampollo di Cèleo longanime, Demofoonte
splendido, che partorì Metaníra bella di cinto,
ella educò nel palazzo; egli crebbe simile a un dio
senza mangiare mai pane o suggere latte: sì, Deo,*
quasi egli fosse progenie di un dio, con ambrosia l’ungeva,
dolce spirando su lui, e se lo stringeva al suo seno,
come tizzone lo offriva a notte alla forza del fuoco,
ai genitori celandosi; a quelli sembrò gran prodigio,
come crescesse precoce, eguagliasse i numi in aspetto.
Certo l’avrebbe poi reso immune a vecchiaia, immortale,
se, nella propria follia, Metaníra bella di cinto,
che la spiò nella notte, nel talamo dolce d’essenze,
non li vedeva: gemé, si batté su entrambe le cosce,
tanto tremò per suo figlio, e fin troppo in cuore fu folle,
quindi, con voce di pianto, parlò con alate parole:
“Ah, figlio mio, Demofonte, in un grande fuoco ti cela,
questa straniera ed infligge a me lutto e lugubri pene!”
Sì, così disse, piangendo, e l’udì la splendida dea.
Dunque con lei s’adirò, Demetra la bella di serti,
e quel bambino che in casa già nacque contro ogni speranza,
con le sue braccia immortali da sé lo respinse ed al suolo,
fuori del fuoco, lo pose, assai incollerita nel cuore;
subito rimproverò Metaníra bella di cinto:
“Uomini privi di senno, inabili nel prevedere
ogni destino di bene o di male che vi raggiunga:
ecco che tu per la tua pazzia, troppo folle sèi stata!
Sappia però, giuramento di dèi, l’acqua amara di Stige,
che il figlio tuo l’avrei reso immune a vecchiaia, immortale
tutti i suoi giorni, e così gli avrei dato onore infinito,
ora non più gli è concesso sfuggire alla morte, alle Chere.
Pure avrà sempre infinito onore, perché m’è salito
sulle ginocchia, perché ha dormito fra le mie braccia.
E di stagione in stagione, per lui, al passare degli anni,
giovani fra gli Eleusini, in guerra, in terribile lotta
sempre, nei giorni futuri si combatteranno fra loro.
Sono Demetra la chiara d’onori, colei che procura
per immortali e mortali supremo conforto e dolcezza.
Ma tutto il popolo presso la rocca e l’impervia muraglia
m’erigerà un gran sacrario e poi, all’interno, anche un’ara,
sulla collina elevata che sopra Callícoro sorge;
v’insegnerò io in persona i miei riti, sì che in futuro
li celebriate piamente e così plachiate il mio cuore”.
Come ebbe detto, la dea, mutò di statura e figura,
e si svestì di vecchiaia, bellezza a lei intorno si effuse;
una gentile fragranza dai pepli odorosi d’essenze
si diffondeva; un chiarore di dea dal suo corpo immortale
prese a brillare, le chiome sugli òmeri scesero, bionde,
come d’un guizzo di lampo s’empì quella solida casa.
Poi se ne uscì dalle sale; la donna sentì le ginocchia
sciogliersi, muta rimase gran tempo, e nemmeno pensava
a sollevare da terra il bambino, il suo prediletto.
Ma le sorelle ne udirono allora la voce pietosa,
fuori dai letti ben fatti balzarono; ed ecco che una
strinse il bambino al suo seno, prendendolo fra le sue braccia,
l’altra avvivò poi la fiamma, la terza coi morbidi piedi
corse e scortò via la madre dal talamo dolce d’essenze.
Poi, affollandosi intorno, lavarono il bimbo scalciante,
con ogni cura; e però non più s’addolciva di cuore,
già, ché badavano a lui ben peggiori balie e nutrici.
Tutta la notte la dea gloriosa eran tese a placare,
e dal terrore tremavano; appena fu sorta l’aurora,
diedero nunzio verace a Cèleo vasta potenza,
su quel che impose la dea Demetra, la bella di serti.
Egli chiamò in adunanza la gente dai vasti confini,
e un opulento santuario ordinò d’erigere e un’ara
sulla collina elevata, a Demetra bella di chiome.
Essi obbedirono in fretta, ascoltarono la sua voce,
come egli impose, l’eressero; e sorse, in virtù della dea.
Come compirono tutto, conclusero quella fatica,
se ne tornarono ognuno a casa; e la bionda Demetra
dentro sedendovi, allora, lontana da tutti i beati
stette –sentì nostalgia per la figlia snella di cinto.
E spaventoso, il più cane, su terra nutrice di molti,
ella per gli uomini rese quell’anno e la terra altro seme
non rilasciò: li nascose Demetra la bella di serti.
Molti pieghevoli aratri invano i buoi trassero ai campi,
molto orzo bianco poi cadde a terra, e restò senza frutto.
Tutta periva la stirpe degli uomini nati a morire,
per la dolente penuria, e il glorioso onore di doni
e sacrifici svaniva, per quanti han dimore in Olimpo:
Zeus tuttavia vi pensò, meditò rimedio in cuor suo.
Iride, l’ala dorata, da prima egli inviò, che chiamasse
bella-di-chiome, graziosa d’amabile aspetto, Demetra.
Questo le impose; ella a Zeus, al Crònide nero di nembi,
ben si piegò, con i piedi in fretta percorse il cammino.
Dunque raggiunse la rocca d’Eleusi odorata d’incensi,
vide così, nel sacrario, Demetra la nera di pepli,
e dispiegò la sua voce e le disse alate parole:
“Il padre Zeus, che ha infinita sapienza ti chiama, Demetra,
a presentarti alle schiere dei numi di stirpe immortale.
Vieni, che questa parola di Zeus non rimanga incompiuta!”
Disse così, nel pregarla, né a lei tuttavia piegò il cuore.
Ecco che il padre i beati, i numi che vivono sempre,
tutti da lei li mandò; giungendo in alterna vicenda,
la supplicavano, offrivano immensi e bellissimi doni,
fra gli immortali scegliesse gli onori per lei più graditi.
Ma non riusciva nessuno a piegarle il cuore e la mente,
tanto in cuor suo s’adirava; spregiava aspramente i consigli.
E ripeteva che mai sull’Olimpo dolce d’incensi,
ritornerebbe, né più ridarebbe frutto alla terra,
prima d’avere rivista con gli occhi la bella sua figlia.
Ma non appena l’udì, Cupo-tuono, l’Ampio-veggente,
Zeus, verso l’Erebo inviò l’uccisore d’Argo, Aurea-verga,
che con sue blande parole potesse convincere l’Ade
a ricondurre fra i numi, da tenebra cupa di nebbie,
verso la luce, la chiara Persèfone, sì che la madre,
vistala con i suoi occhi, infine cessasse dall’ira.
No, non fu Ermes restio, ma subito in grembo alla terra
in un baleno calò, lasciando la sede d’Olimpo.
E ritrovò quel sovrano all’interno delle sue case:
era disteso sul letto insieme alla sposa pudica,
che s’angosciava e voleva sua madre –e la madre, lontana,
contro i beati, gli dèi, concepiva fiero consiglio.
Avvicinatosi, disse il potente uccisore d’Argo:
“Ade, nerigno di chiome, che regni sovrano sui morti,
ordina Zeus genitore che d’Erebo tu riconduca
presso i celesti la chiara Persèfone, sì che la madre
con i suoi occhi la veda ed agli immortali condoni
l’inesorata sua collera e l’ira: ah, gran fatto ella pensa,
spegnere esangui le stirpi degli uomini nati da terra
dentro la terra celando i semi, estinguendo gli onori
degli immortali: ira truce la domina, né fra gli dèi
più ricompare, in disparte, nel tempio odorato d’incensi
anzi dimora, abitando l’impervia fortezza d’Eleusi”.
Sì, così disse, e sorrise Aidòneo, quel re degli estinti,
pur con il ciglio, e restio non fu al cenno di Zeus sovrano.
All’animosa Persèfone allora sollecito impose:
“Torna, Persèfone, là da tua madre nera di pepli
e nel tuo petto conserva sereni il tuo cuore e la mente
e non covare sconforto nell’animo, troppo più d’altri.
Fra gli immortali sarò per te non ignobile sposo,
come fratello di Zeus tuo padre; ah, se qui rimanessi,
tutte le cose che vivono e strisciano domineresti,
fra gli immortali i più grandi onori ne riceveresti,
chi t’offendesse ne avrebbe la pena per tutti i suoi giorni,
chi non volesse d’offerte saziare la collera tua,
non celebrasse i tuoi riti, offrendoti doni dovuti”.
Sì, così disse e gioì Persèfone ricca di senno,
rapida sorse, per sua letizia: egli allora di furto
fece mangiare a lei il chicco dolcissimo di melagrana
e si guardò ben accorto, affinché per tutti i suoi giorni
non seguitasse Demetra onorata, nera di pepli.
Ecco che allora sul carro tutt’oro i cavalli immortali
si preparò ad aggiogare, Aidòneo che molti assoggetta.
Ella sul carro salì e il possente uccisore d’Argo
strinse, al suo fianco, le briglie, le redini, con le sue mani,
e fra le sale li mosse; volarono docili i due.
Svelti gli immensi cammini compirono, no, non il mare
non la corrente dei fiumi, non valli ammantate dall’erba,
non le giogaie impedirono il corso ai cavalli immortali,
essi al di sopra dei monti tagliavano il cielo profondo.
Dove la bella di serti Demetra attendeva, li spinse,
presso il sacrario odorato d’incensi: e Demetra, al vederli,
come impazzita balzò per il monte ombrato di selve.
Ma a lei di fronte Persèfone, appena ebbe visti i begli occhi
della dea madre, ecco, allora, lasciando quel carro, i cavalli,
corse, balzò, ed a lei s’aggrappò gettandosi al collo.
Questa, benché fra le braccia stringesse la cara sua figlia,
subito in cuore temé l’insidia, ebbe forte tremore
e dall’abbraccio si sciolse e chiese, con queste parole:
“Figlia, mentre eri laggiù non avrai di certo toccato
cibo? Non chiuderlo in petto, ma parla, a che entrambe sappiamo.
Se così è, ritornata quassù, via dall’Ade aborrito,
presso di me, con tuo padre, il Crònide nero di nembi
fra gli immortali, fra tutti, avrai onorata dimora;
o tornerai, altrimenti, di volo giù in grembo alla terra,
là d’anno in anno vivrai per un terzo delle stagioni,
per i due terzi con me ed insieme agli altri immortali.
Quando la terra di fiori odorati, primaverili,
d’ogni semente fiorisca, da tenebra cupa di nebbie,
tu tornerai, gran prodigio ai numi, alle genti mortali.
Con che malia t’ingannò, fiero, il dio che molti riceve?”
Ecco che a lei la stupenda Persèfone disse di contro:
“Sì, certamente, a te, madre, ora io svelerò tutto il vero.
Quando arrivò da me nunzio il veloce uccisore d’Argo,
spinto dal Crònide padre e dagli altri Figli del Cielo,
sì che io uscissi dall’Erebo, e tu mi vedessi con gli occhi,
e perdonassi agli eterni la collera e l’ira tremenda,
ecco che io mi levai in letizia; ma Ade di furto
del melograno mi diede il chicco che è dolce a mangiarsi,
contro la mia volontà mi costrinse a forza a mangiarne.
Come per trama sottile del Crònide, sì, di mio padre,
m’abbia rapita e involata e sia sceso in grembo alla terra,
ti narrerò, tutto quanto dirò quel che tu mi domandi.
Ecco che noi tutte insieme in mezzo ad un prato stupendo
–con me Leucippe, nonché Fenò, ed Elettra ed Ïante,
Mèlite ed Íache e poi Rodea e Callíroe, e ancora
c’era Melòbosi e Sorte e Ocíroe occhi-gentili,
quindi Criseide, nonché Ianira ed Acaste ed Admete,
Ròdope ed anche Plutò, e desiderata, Calipso,
Stige ed Urania, e con lei l’adorabile Galassaure,
Pallade pronta in battaglia e Artèmide saettatrice–,
noi giocavamo, tendendo le mani agli amabili fiori
croco soave mischiando e iridi e insieme giacinti
e le corolle di rose e i gigli, un prodigio a vedersi,
e quel narciso che offrì pari al croco Terra spaziosa.
Ecco che lieta lo colsi, allora, e la terra al di sotto
si spalancò, ne balzò, fiero, il re che molti riceve.
Sotto la terra così mi rapì, sul carro tutt’oro,
contro la mia volontà –un acuto grido levai.
La verità tutta quanta, sia pur con angoscia, t’ho detta”.
Dunque per tutto quel giorno, a lungo, con cuore concorde,
dandosi l’una con l’altra nell’animo e in cuore conforto,
si circondavan di cure –il cuore guarì dalle angosce.
L’una dall’altra ebbe gioia e gioia donò l’una all’altra.
Ecate chiara di veli, in quella, ad entrambe fu presso,
con ogni cura onorò Core, nata a Demetra augusta:
sin da quel tempo la dea sovrana le è amica e compagna.
Nunzia fra loro da Zeus cupo-tuono, l’ampio-veggente,
venne Rea bella-di-chiome –Demetra la nera di pepli
ella guidasse alle stirpi dei numi: accettò Zeus d’offrirle
tutti gli onori che avesse voluto fra i numi immortali
e stabilì che però sua figlia, al passare d’ogni anno,
la terza parte vivesse fra tenebra cupa di nebbie,
ma le altre due con la madre e con gli altri i numi immortali.
Disse –né già fu restia, la dea, ai comandi di Zeus.
Ecco che Rea con un balzo calò dalle cime d’Olimpo
quindi su Rario planò, su zolle di terra feconda
prima, ma allora non era feconda, ah, fin troppo tranquilla,
senza germogli, era inerte: celava la bianca farina
per volontà di Demetra di bella caviglia: ben presto
tutta doveva però fiorire di spighe distese,
a primavera avanzata, e nel piano i solchi opulenti
germoglierebbero in spighe da stringere insieme in covoni.
Ed a quel luogo per primo dall’etere limpido venne
e si rividero allora con gioia, eran liete nel cuore.
Subito disse così Rea chiara di pepli a Demetra:
“Qui, figlia mia, chiama te Cupo-tuono, l’Ampio-veggente,
Zeus, perché torni alle stirpi dei numi: ha accettato d’offrirti
tutti gli onori che tu sceglierai fra i numi immortali;
e stabilì che però tua figlia, al passare d’ogni anno,
la terza parte vivesse fra tenebra cupa di nebbie,
ma le altre due insieme a te ed agli altri i numi immortali.
Questo annunciò che avverrà: così t’accennò col suo capo.
Torna, però, figlia mia, obbedisci, no, non serbare
ira fin troppo inflessibile al Crònide nero di nembi.
Fa’ rampollare per gli uomini in fretta un fecondo raccolto”.
Disse –né già fu restia Demetra la bella di serti
Subito fece spuntare dall’aie feconde il raccolto.
Tutta di foglie e di fiori allora la terra spaziosa
si caricò: la dea venne fra i re che amministrano il giusto,
prese a indicare a Trittòlemo e a Dìocle sferza-cavalli
ed alla forza d’Eumolpo e a Cèleo sovrano d’armate
il compimento dei riti, e svelò i misteri per tutti,
sì, per Trittolemo e per Polìsseno e Diocle stesso,
sacri, che no, non è dato intendere, né profanare
né rivelare: timore di dèi frena grave la voce.
È fortunato chi assiste ai riti, fra gli uomini in terra:
chi di quei riti è all’oscuro, il profano, no, non ha pari
fato, nemmeno da morto, fra tenebra sordida, mai.
Ma non appena ebbe tutto mostrato, la splendida dea,
se ne tornò sull’Olimpo, al consesso degli altri numi.
Stanno lassù le due dee, con Zeus, il signore del lampo,
ambe temute e onorate. Felice è davvero, colui
che le due dee hanno caro, benigne, fra gli uomini in terra:
nella sua grande dimora inviano, al suo focolare,
Pluto, colui che dispensa ricchezza alle genti mortali.
Dee che abitate la terra d’Eleusi odorata d’incensi,
Paro lontana fra i gorghi e Antrone l’impervia di rupi,
Deo sovrana, signora di messi, tu, ricca di doni,
e tu non meno al suo fianco, Persefone, figlia stupenda,
per il mio canto benigne donatemi dolce ricchezza
Te io ricordo, o Demetra, ed insieme un’altra canzone.

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“Sino a che morte non” (di Domenico Caringella)

sino a che morte nonracconto inedito
di Domenico Caringella

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“And you can send me dead flowers every morning
Send me dead flowers by the mail
Send me dead flowers to my wedding
And I won’t forget to put roses on your grave“
(M.J. – K.R.)

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Iniziavano sempre insieme, ma ogni volta era Liberty a svegliarsi per primo. Allora sbarrava gli occhi per riempirseli, per riempirsi, di luce e di realtà. Poi si sedeva e scuoteva la testa e il resto del corpo. Fingeva di credere alla sensazione che quel movimento servisse davvero a scrollarsi di dosso il miliardo di gocce di sudore che gli raggelavano la pelle e a spezzare le catene che lo avevano tenuto fino ad un momento prima. Il rituale, comunque non gli risparmiò l’ultima allucinazione, quella delle dieci Cadillac piantate nella sabbia per metà, come frecce, tra il bagnasciuga e la coperta che quella notte aveva tenuto lui e Susan al riparo dal vento che arrivava dall’oceano. Erano l’esatta copia di quelle del Cadillac Ranch di Amarillo, in un giorno lontano un secolo, dove lui e Sue avevano fatto la loro strana luna di miele e la consegna della prima partita di roba con cui alla fine si erano pagati il viaggio e la baldoria.
Liberty non seppe dirsi allora se erano stati i ricordi a plasmare la visione o se non era stata la visione invece, a fargli ricordare
Il sole era ancora basso sull’orizzonte e la sabbia era umida. Rabbrividì una, due, tre volte. Prese un lembo della coperta e lo sistemò meglio sulle spalle della donna. Quando la stagione si faceva più calda, accadeva spesso che lasciassero il seminterrato di La Jolla e finissero per farsi sulla spiaggia davanti.
Prima di muoversi, attese che si svegliasse anche lei e che riuscisse a mettersi seduta e a focalizzare lo sguardo su di lui.
– Sue, tu sei un fiore appassito. Questo sei – le disse
– E tu un fottuto giardiniere distratto
– Sembra a te. Di acqua non me ne hai mai chiesta
– Forse è vero. Ma non mi ricordo tante di quelle cose ormai… Allora sei stato un giardiniere senza troppa fantasia. Se non ti ho chiesto acqua è perché avevo bisogno di altro. E comunque anche tu in un bel mazzolino non faresti una gran figura. Guardati, cazzo… fai schifo
– Divorziamo a questo punto.
– Siamo arrivati a quel punto Liberty? Pensi sia così? Sei sicuro?
– Sì. Non ci sono altre strade. Per oggi almeno, amore. Possiamo resistere però, o tentarci. Non so se ce la faccio però. Non so so se ce la fai tu.
– No, io non ce la faccio.
E dicendolo Susan allungò la sinistra a Liberty che intanto si era alzato di scatto, si era scrollato la sabbia dalla camicia e dai pantaloni – che portava arrotolati sopra le caviglie – ed era rimasto in piedi accanto a lei, dando le spalle all’oceano. Lui le prese la mano, le sfilò piano l’anello e se lo mise in tasca.
– Vai tu. Io voglio restare a guardare il mare. E poi il sole ha appena iniziato a scaldarmi – disse Susan fissandolo dal basso verso l’alto.
– Tra un po’ sarà pieno di gente qui. Passerà anche la pattuglia – rispose senza convinzione Liberty
– Correrò il rischio. E poi ci conoscono ormai. Tutti. Soprattutto loro.
Lui le passò una mano tra i capelli come si fa ad un figlio che non è più un bambino. Susan fece un gesto, come di disappunto, di fastidio, per cacciare la mano che l’accarezzava. Ma Liberty era già distante. Lo sentì canticchiare come al solito “Take me down little Susie, take me down, I know you think you’re the queen of the underground”, mentre avanzava a fatica traballando sulla sabbia. Mise la spiaggia tra lui e le case di la Jolla e i grattacieli ancora più lontano sullo sfondo, e poi sparì.

Quando arrivò sulla strada Liberty piegò verso l’interno dell’abitato. Prima di arrivare al parcheggio del centro sportivo si fermò davanti alla vetrina di un negozio di animali. La sua immagine riflessa si sovrapponeva a quella di un grosso cane di una razza di cui non rammentava il nome, da aggiungere all’elenco senza fine di ricordi, dettagli, disegni, volti e desideri finiti nel cesso in cui si stava trasformando la sua memoria. Usò la vetrina come avrebbe fatto con uno specchio. Ogni giorno gli sembrava di riconoscersi meno; ogni giorno spariva un pezzo e ne trovava un altro al suo posto. Ma cresceva anche il sospetto che mano a mano che cambiavano le linee di confine e le strade della sua faccia, diventasse più chiaro e spaventoso come e di cosa fosse fatto dentro. Iniziava ad apparirgli la propria struttura interiore e l’inequivocabile fragilità e miseria del tutto.
Alla fine, come al solito, semplicemente si diede un’aggiustata ai pantaloni e alla camicia, e prima di riprendere il cammino si inventò l’ennesimo sorriso che quella merda di California gli chiedeva con inopportuna gentilezza.

Il centro sportivo a quell’ora era ancora chiuso, così nell’area antistante non si trovavano le auto dei clienti; ma il parcheggio comunque era pieno di quelle degli abitanti della zona. Liberty adesso era ormai tornato nel pieno controllo di sé; attese che l’unica persona in vista, una donna anziana che camminava a passo spedito con un gatto in braccio, gli passasse davanti e si allontanasse direzione Pacifico, quindi puntò una Sebring bianca, la macchina che tra quelle posteggiate si candidava più delle altre a passare inosservata. Si inginocchiò accanto all’auto, all’altezza della fiancata sinistra. Dalla borsa di cuoio calcinato dal sole che portava a tracolla tirò fuori un grosso sasso; si tolse la camicia, l’avvolse intorno alla pietra e con un colpo secco e silenzioso frantumò il vetro del finestrino, quanto gli bastava per infilare una mano all’interno e far scattare la serratura della portiera. A fare il resto ci mise molto meno di un minuto
L’aria che entrava dal finestrino mentre correva sull’interstate con l’azzurro della San Diego Bay a destra e i grattacieli lontani del centro a sinistra era calda già a quell’ora, eppure Liberty sudava freddo e tremava; soltanto il pensiero di quanto fosse vicino il prossimo buco lo manteneva calmo e concentrato sulla strada e sul percorso che lo avrebbe dovuto riportare alla fine sulla spiaggia e da Susan. “Starà tremando anche lei a questo punto” pensò Liberty mentre piegava a sinistra per Mission Bay Drive tra il Pacifico e la laguna, puntando a sud est verso le verticali di cemento dello skyline.
Prima di andare a fare la spesa dallo “Spagnolo” a Balboa Park, fermò la Sebring in Redwood Street e a piedi raggiunse il “Caliph” sulla Quinta.
Dentro era buio come al solito. Due uomini sui cinquanta ballavano piano, stretti stretti, probabilmente seguendo una musica che riuscivano ad immaginare soltanto loro. Si sentivano distintamente lo strisciare dei loro stivali sul pavimento e il fruscio della scopa con cui invece danzava la donna delle pulizie per cancellare le tracce che la notte si era lasciata dietro prima di andare via.
Liberty salutò il barman e si sedette al banco. Prese l’ultimo George Washington stropicciato che gli rimaneva in tasca e chiese una birra. La Bud e Jimmy “il Fungo” arrivarono quasi insieme. Liberty guardò Jimmy, che aveva preso uno sgabello e lo aveva spinto accanto al suo, e poi la birra. Poi di nuovo Jimmy. Alla fine decise per la Bud. Diede un sorso lungo quanto la metà del boccale. Poi mise la mano in tasca. Tirò fuori l’anello che aveva sfilato dall’anulare sinistra di Susan sulla spiaggia solo mezzora prima, e fece lo stesso con la sua fede d’oro. Le dita gli si erano assottigliate, asciugate, come il resto del corpo, e il cerchietto venne via senza alcuna fatica. Strinse le due fedi nella destra e le rovesciò sul banco accanto a quello che restava della birra e davanti a Jimmy.
– Fedi – disse come se fosse un invito, e con un’aria che voleva forse essere solenne.
– Vedo – rispose l’altro
– Quanto si meritano queste, Fungo? – gli chiese.
Jimmy, dopo aver piegato la testa verso il banco per esaminare quello che gli veniva offerto come una specie di tesoro, da una tasca interna della sua giacca lacera tirò fuori un rotolo di dollari di vari tagli tenuti insieme da un elastico. Ne prese alcuni, li contò e li posò sugli anelli.
– Sono la mia e quella di Susie, Jim – disse a quel punto Liberty, fissandolo, e la sua voce era già diversa: aveva qualcosa di commovente e allo stesso tempo meschino – E poi lo sai che consumiamo solo eroina rosa, di quella che arriva dalla Birmania. Che ci faccio con quelli?
– Mi ricordo che mio padre usava una crema da barba fichissima che si chiamava Burma Shave. Però non so se venisse dalla Birmania, dalla Thailandia…o da Disneyland – disse il Fungo e mentre lo diceva rideva, scoprendo una fila di denti guasti che facevano sembrare quelli di Liberty delle perle. Smise di colpo, come aveva iniziato, e subito dopo prelevò dal rotolo altre due banconote, le sbattè sopra le altre, ritirò gli anelli come un croupier, girò i tacchi e si diresse verso l’uscita.
Liberty, i pezzi di carta con le facce dei presidenti in mano, si alzò anche lui e gli gridò dietro.
– Fungo aspetta…Un’ultima cosa.
– Fa presto cazzo. I soldi sono quelli e non ho altro tempo da perdere. Che c’è allora? – rispose Jimmy che si era fermato e voltato verso di lui
– Gli anelli.
– Gli anelli? Quindi?
– Secondo te… li fonderanno insieme..? O no?

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TTITOLI DI CODA: play & listen

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