Giorno: 13 marzo 2013

Poesie inedite

di Daniele Ventre

Se la mente sapesse abbandonarsi
a un orizzonte verde di colline
(niente effetti di sponda fra le sbarre),
l’avrei più lieve il giorno a tollerarsi.
Ma il gioco delle sorti ripetute
non dà scampo alle argute geometrie:
al canto delle dee, che sulle vie
del tempo ti segnò con voci mute,
filando il fuso antico eterne trine.

*  *  *

1.

Inutile sperare che la voce
incatenata per i segni astuti
passi di là dai mucchi di rifiuti
elevati sul baratro feroce.
Non vedi il fiume sporco sulla foce
concrescere di fango negli imbuti
del tempo e come livido ti muti
legato all’ovvietà della tua croce?
Adesso che decanta senza scopo
nelle clessidre il fiotto delle idee
per te che non intrecci il prima al poi,
lascia posare quegli occhi di topo
fiochi alla luce delle stanche dee
nel seguire un oblio d’inghiottitoi.
(altro…)

Filippo Tuena – Ultimo parallelo

ultimo parallelo

Filippo Tuena – Ultimo parallelo – Il Saggiatore

Pag. 294, 15,00  e-book 5,99

 

Ultimo parallelo è un libro ipnotico. Ipnotico e meraviglioso. È un libro difficilmente collocabile. Non è un saggio, non è un romanzo, non è un racconto di viaggio, o meglio è tutte tre le cose. È un Hors Catégorie come certe vette diventate celebri per i traguardi ciclistici, quando c’era ancora il ciclismo, s’intende. Filippo Tuena racconta la storia della spedizione al Polo Sud del Capitano Scott e dei suoi compagni, spedizione in cui morirono lo stesso Scott e gli uomini che fecero le ultime miglia con lui. Questi uomini cominceranno a morire quando giungeranno all’ultimo parallelo. La scoperta di essere stati preceduti dalla spedizione norvegese di Amundsen fiaccherà le ultime energie, mentali soprattutto. Energie che avrebbero dovuto sostenerli nel viaggio di ritorno. Ma questo libro non è la storia di una sconfitta perché se Scott e i suoi uomini morirono fu soprattutto per una serie di scelte tecniche sbagliate, come quella di preferire i pony ai cani da slitta. La solitudine e il senso del vuoto del sentirsi dispersi in un luogo estraneo e irreale sono resi talmente bene dall’autore che ogni tanto si perde il fiato leggendo, e, come la voce fuori campo che accompagna i viaggiatori, pare di trovarsi  lì. Di avere, in qualche modo, partecipato al viaggio. Chi parla fuori campo è qualcuno che non c’è, qualcuno che c’è stato prima. Quella voce risuona come un canto tra le pagine. Suona come il Blizard che sferza quelle terre di nessuno a volte e altre come una nenia sussurrata al riparo precario delle tende. “Erano gentlemen che avevano qualcosa da dimenticare piuttosto che da conquistare e che andavano a consumare i loro desideri ai confini del mondo.” E ancora: “Erano questi gesti che me li rendevano vicini perché erano uomini che recitavano addii. Avevano una singolare predisposizione a dire addio.” L’addio, dunque, l’addio che comincia con la partenza da casa e si diluisce lungo il percorso fino al suo consumarsi. Un addio struggente e doloroso disegnato sul bianco, segnato da bandierine lasciate lungo il percorso, firmato passo dopo passo dagli scarponi sul ghiaccio. Chi parte per un viaggio del genere non lo fa per brama di conquista, lo fa per cercare (inconsapevolmente), e questo libro insegna che ciò che cerca è qualcosa di piccolo, interiore, che – forse – potrà apparire solo in mezzo al nulla, nella terra dove il tempo si ferma. Il libro uscì per Rizzoli nel 2007 e vinse il Premio Viareggio, la scelta de Il Saggiatore di ripubblicarlo è stata encomiabile, speriamo generi emulazione per altri libri meritevoli di una riedizione.  Giunti alla fine della storia si resta smarriti per un bel pezzo, come ipnotizzati, appunto. A lungo  resteranno in fondo al cuore frasi  come questa: “e i versi dei poeti amati che durante le marce avrebbero recitato a bassa voce.”

Gianni Montieri

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Solo 1500 n. 88: Li ho visti

tram milano - foto google

Solo 1500 n. 88: Li ho visti

Li ho visti questi cento tizi eletti in Parlamento, li ho visti in Corso di Porta Vittoria, davanti al Tribunale di Milano. Li ho visti a pochi metri da Piazza Cinque Giornate. Le ho viste nei loro tailleur. Li ho visti nei loro completi blu. Nelle loro facce grigie. Li ho visti puntare il dito  in faccia ai giornalisti, a mo’ di “non ti azzardare”. Ne ho visto uno dire: «Sono sereno.» Ne ho visto una dire: «Lei che ne sa del fatto che non fosse la nipote di Mubarak.» Ne ho sentito uno al microfono ribadire una serie di principi, di rispetto delle Istituzioni, di difesa della Costituzione. Lo ribadiva mentre faceva il contrario. Lo ribadiva e aveva un’aria peggiore di Lazzaro prima dell’ordine: “Alzati e cammina”. Li ho visti tutti e provato pena per noi. Nonostante tutto non ci meritiamo quest’arroganza, quelle facce. Nonostante tutto non ce li meritiamo, ho pensato. Non voglio questa gente davanti al Tribunale della mia città. Allora ho immaginato che passasse lì davanti il Tram n. 27, che qualcuno li caricasse tutti, che il tram proseguisse la sua strada solita ma che poi lungo binari immaginari andasse oltre. Oltre Mecenate, oltre la Est. Giù fino al carcere di Opera, anzi no più in là verso la Ovest fino all’inceneritore Amsa. A quel punto loro sarebbero scesi dal Tram spaventati, consapevoli di dover morire carbonizzati, ma noi li avremmo guardati negli occhi e gli avremmo detto: “Niente paura”. Poi li avremmo lasciati lì in mezzo alla monnezza tutta la vita ad aspettare un turno che non sarebbe mai venuto.

Gianni Montieri

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