Giorno: 10 marzo 2013

Il sangue

courtesy of Mario Curci

courtesy of Mario Curci

racconto inedito
di Domenico Caringella


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Il corteo ha attraversato lentamente la strada maestra, quella che dal molo incastrato nella scogliera percorre il paese, lo taglia in due, e prima di morire sale fino alla ferrovia. Adesso si sta arrampicando sulla collina, verso il bastione di pietra che domina la baia, il “balcone di Dio” come lo chiamano da sempre i pescatori, dove come un faro senza luce la vecchia chiesa gotica vigila sul paese adagiato sotto di lei e sfida la massa d’acqua che miscredente le si apre davanti.
Su un versante del picco la roccia promette uno strapiombo e invece degrada con dolcezza fino a una spiaggia di sabbia scura. Sul declivio, in mezzo all’erba c’è il cimitero. Per tutti è semplicemente il cimitero della vecchia chiesa, è una sua costola, ma io ho sempre pensato a un processo di conquista, una sorta di odiosa annessione e che sia stata lei, la dimora di dio, a trovarlo sulla sua strada e a prenderselo per sé, senza chiedere il permesso a chi già riposava sotto quel pezzo di terra che in un ciclo senza inizio e senza fine il mare inumidisce e il vento asciuga. E tra poco, la terra, la chiesa, le tombe, il vento e il mare si prenderanno il corpo di mio padre.
Mi è bastato uscire sul sagrato dopo la esequie e iniziare la marcia verso l’ultima meta, per capire che questo non è un funerale. Piuttosto è un carosello, una parata. Una festa forse. La metà del paese era nella cattedrale; gli altri si sono uniti dopo, durante il cammino. Ho visto chiudere negozi, sentito le serrande abbassarsi; bambini che giocavano da un secolo lasciare i cortili e continuare a farlo in coda alla fila, che si allungava a perdita d’occhio; le donne uscite finalmente sulla strada, fuori, con i vestiti che avevano indosso, tutte insieme.
E per la prima volta i muri colorati delle case del posto dove sono nato e da cui non mi sono mai allontanato, mi è sembrato che sorridessero della stessa incontrollabile e crudele allegria che stava riscaldando i cuori di tutti, di tutti nessuno escluso.
Io ero in testa alla processione, insieme a mio zio, muto come sempre. A mio zio e al parroco, che ora tace – nemmeno il bisbiglio di una preghiera evocata per abitudine – e stringe il rosario tra le mani come un trofeo o un’arma, con la stessa violenza e la stessa aria di trionfo con cui ha parlato durante il rito, in cattedrale. Le soppeso adesso quelle frasi, mentre procedo accanto a lui e solo adesso riesco a dare loro una misura e una forma. Non è stata un’omelia la sua, né un saluto; è stato togliersi un sassolino dalla scarpa, una spina dal fianco; e ha guardato ognuno dei presenti fisso negli occhi, cercando un cenno di assenso. E ognuno ha risposto a quello sguardo con il suo, lo so, in un unico e lunghissimo respiro. Il respiro che avrebbe tirato per conto suo, da sola, mia madre se ci fosse stata ancora. Non avrebbe pianto una lacrima, proprio come me, per tutto il male che ha provato e visto, ma al contrario mio avrebbe mantenuto intatto il disprezzo, con le spalle dritte e rivolte tutto il tempo alla folla feroce che arranca felice dietro alla bara e alla fine di Malagamba, Malagamba l’usuraio, il giudice senza toga e senza dio, Malagamba il padrone di ogni mattone e di ognuna delle vite e delle morti di questo borgo schiacciato come una noce tra il mare e la roccia.
Sono io che apro la strada, immediatamente dietro al feretro appoggiato sulle spalle di sei uomini infilati in abiti colore della pece e dalle mani guantate di bianco. Se quella non fosse la divisa dell’impresa, penserei che i guanti siano un filtro, un modo per restare immuni e al sicuro dall’uomo che stanno accompagnando, come se gli riuscisse di far paura anche da morto.
Quando siamo arrivati fuori dal centro, allo scalo dove si trova la piccola stazione e da dove parte il largo sentiero che sale sul costone e porta in cima, dove attendono la chiesa e il cimitero sul mare, le case che ci siamo lasciati dietro erano vuote. Il paese si è trasferito qui. E quasi nessuno ora si risparmia l’ascesa sullo sperone di roccia sino alla rupe della chiesa gotica e la scollinata verso il camposanto.
La tomba che ha scelto mio padre è uguale a tutte le altre, ma distante. E’ l’ultima, quella che lui ha fatto scavare nel punto più vicino al mare, quasi sul bordo della scarpata che separa la montagna dalla spiaggia nera. Non gli hanno potuto dire di no, nessuno gliene ha mai potuto dire uno e chi l’ha fatto subito dopo è partito.
Quando calano la bara nella fossa e due dei sei uomini in nero si tolgono i guanti, impugnano le pale e prendono a coprirla di terra, io mi trovo a non essere più il primo, perché piano piano mi faccio risucchiare verso la folla alle mie spalle da una strana forza a cui non mi oppongo in alcun modo. Indietreggiando, mi rendo conto però che non c’è nulla che mi attira indietro, quanto qualcosa davanti a me che mi respinge. Continuo a camminare a ritroso sino a quando rimango da solo. C’è una calca variopinta intorno alla tomba. Sembrano tutti sospesi sul ciglio della scarpata, pronti a rotolare a valle alla nuova frustata del vento, che in questo momento, aderendo a una sorta di tacita congiura, ha smesso improvvisamente di soffiare. E’ quella la vera celebrazione per tutti quanti, Malagamba che finisce sottoterra. Attendono che la tumulazione abbia termine, che venga stesa sul terreno ancora smosso e non perfettamente appiattito la lapide sulla quale sarà semplicemente inciso il nome del morto, per tornare alle proprie case e alle proprie faccende, più leggeri e più sicuri; e più cattivi. I bambini, intanto, continuano i loro giochi rincorrendosi tra le croci sul pendio.
E io guardo il cielo grigio azzurro, il mare, l’ultimo rifugio di Malagamba, annichilito dalla mia mancanza di dolore, eppure con il rammarico di continuare a provare per mio padre qualcosa così tanto distante e differente dall’odio che ha cercato e si è meritato fino all’ultimo minuto della sua strana vita.

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