Giorno: 8 marzo 2013

Oggi i vivi si danno alla macchia (di Salvatore D’Angelo)

courtesy of Eric Lusito

courtesy of Eric Lusito

di Salvatore D’Angelo

Oggi i vivi si danno alla macchia
i volti cari gli amici gli estranei
l’uomo sul fondo il corvo che gracchia
sulle distese di vani terranei.

Per le strade vuote fa mulinello
– e fugge – il vento dalle finestre
murate a oriente sulle ginestre
marine ora fiorenti – il martello

la falce la stella – luce del giorno
e quant’altro che già sa d’impossibile
eppure tutto dal netto contorno
pare che non muoia – inestinguibile.

“I will survive” poi cantano in coro…
Qual è la notte che porta ristoro?

Eclogae – Frammenti (Parodie inedite)

 

 

ecloga 1ecloga

di Daniele Ventre

1. FRAMMENTO DI ITLODEO E FILALETE

Scena: una vetrina di fiori finti

ITLODEO

Tu, Filalete? Tu qui? Non credevo avessi piacere
di fiorerie pullulanti di plastica… Dove l’hai messa
l’anima che t’insegnò: “Sarà di Filonda la mandria?”
l’anima che ti dettò: “Sarà il gregge di Melibeo?”
Forse fra questi bijoux contraffatti, in mezzo alle foglie
false di carta velina, fra i ninnoli, stampi di serie,
penduli sopra gli abeti ecologici delle feste?

FILALETE

Caro Itlodeo! Questa pace il registratore di cassa
l’ha fatturata per noi, fantasmagorie d’algoritmi
a calcolare gli introiti, le vendite. Quanto a Filonda,
della sua mandria ne fa scatolame a norma di legge
in un bazar d’Alessandria. Però Melibeo fa di meglio:
dopo lo sfratto è migrato in Britannia; adesso mi scrive
che le sue capre non ha da piangerle –la poesia
è poesia, ma le capre ci puzzano… Caro Itlodeo,
ora non servono più, queste voci sparse fra i vuoti,
sillabe perse fra nudi silenzi. E del resto a sentirle
abbandonate nel buio, deprimono: portano scritto
dentro la loro matrice genetica l’agro destino
(livida futilità) d’un amore un po’ solitario.

ITLODEO

Come puoi dire così, Filalete? Ancora ricordo
quanto piaceva alle selve imparare dalla tua voce
la melodia della quieta volubilità d’Amarilli,
o l’armonia della danza umbratile di Galatea.
Ogni sussurro o fruscio o liquido soffio di brezza,
ogni leggero sorriso di fonti era voce al tuo sogno.
Solo in quel tempo ho vedute le selve animarsi di ninfe.

FILALETE

Sogno rimase, Itlodeo. L’immagine delle creature
passa in un vano brillio di memorie: al sogno non resta
carne. Col tempo le voci si perdono –solo conosci
trame di diafani volti tra futili pirotecnici
Poi ti guarisce l’età, nell’animo: cresci e d’un tratto
sai che le ninfe gentili non furono che desideri
ad animare una muta natura, un brusio senza scopo;
senti, nel tempo, che il mondo non muta a un mutare di voci.
Tu l’hai covato fin troppo nell’animo, come un ragazzo,
questo animarsi del mondo in un luccichio di non-senso:
vecchio Itlodeo, nel tuo nome tu l’hai, questa scia di non-senso.

ITLODEO

Tu l’hai covata fin troppo nell’animo, questa vecchiaia
delle parole e dei sogni. E non sai che inganno e non-senso
hanno più spesso saggezza, che un registratore di cassa?

FILALETE

Ora mi ripeterai che l’amante inganna l’amato
e chi si lascia ingannare sa più di chi sfugge all’inganno
e chi ha saputo ingannare dà più di chi ignora l’inganno.
Io non so altro che questo: una fioca voce di canti
vale di fronte all’immenso procedere dell’ingranaggio
meno d’un giunco piegato di fronte alla truce tempesta.
Caro Itlodeo, cambieresti anche tu, se solo pensassi
alla potenza spiegata nell’interminato bagliore
delle città nella notte, brillanti in un vuoto di stelle
ad offuscare le stelle, a incantare un cielo di latte,
a trasformare la luce in nebbia. E vedresti le vite
all’improvviso mutare e assumere giorno per giorno
innumerevoli forme bellissime, nell’aggregato
della materia biotica e abiotica, lungo una trama
limpida d’informazioni animate in fibre di luce.
Sì cambieresti anche tu, Itlodeo: vedresti le vite
interconnesse alla fine in un corpo mistico, acceso,
interfacciate in un canto, in un golfo mistico arreso
all’armonia del controllo per la melodia delle forme
innumerevoli, vive, bellissime. Questa ragione
ora governa la terra: non servono più le parole.

ITLODEO

Forse io davvero l’avrò, nel nome, una scia di non-senso:
la verità ch’è il tuo nome s’è persa in un gorgo d’oblio.
Altro vedevo in quel tempo, nei boschi animati di ninfe.
Altro vedresti di nuovo, se tu ricucissi i tuoi canti
sulle tue toppe sdrucite, e lasciassi questa ragione
muta di futilità e il registratore di cassa.
Ora non vedi nemmeno l’immagine della ragione
che innumerevoli forme animate in fibre di luce
intesserebbero ancora in un corpo mistico, vivo
d’una coscienza remota, se tu ritrovassi i tuoi canti,
se non li avessi scordati e gettati all’onda del tempo,
persa memoria e visione del mondo, a un rancore di Muse.
Va’, Filalete, per te pregherei, vedessi tu il segno
della natura profonda e l’inganno dolce del senso
farsi ben più verità che la tua matrice d’oblio.
Quando vedrai le tue forme esplodere senza contorni
nella foschia del grigiore e ottundersi l’aria di nebbie
tossiche, quando vedrai che i tiranni muti del mondo
protenderanno le grida in artigli contro le vite,
comprenderai che le capre non puzzano: solo quel giorno
comprenderai che nel vuoto lasciato alle gore di fango,
labili di vacuità, le parole servono ancora
a suscitare dal vuoto un bosco animato di ninfe.

* * *

2. FRAMMENTO DI ITLODEO

Scena: un locus amoenus ad usum legentis

Si consumava Itlodeo, cantando alle selve Amarilli
–solo alle selve virtuali, poiché non ne restano tanti,
nel circondario, di boschi animati, alberghi di ninfe.
E non aveva fortuna nemmeno a passare fra i boschi
dei narratori: quei boschi ormai li frequentano in troppi
(e più che altro maldestri scopofili). «Forse dovrei
anche cambiare linguaggio, adattarmi ai tempi, seguire
l’onda nel modo che è giusto, un cheese alle foto di gruppo,
essere pronto, adeguarmi all’attimo. Solo sorrisi:
“Il paradosso: pensate, basatevi sul paradosso.
Siete invitati a una festa, ma non conoscete nessuno?
Voi sorridete con grazia, apritevi senza esitare:
sorrideranno anche gli altri” così mi incantò il terapista.
E tuttavia non è un’arte che amo –e ce n’è poi di gente
che nelle feste e nei giri più chic fa sorrisi a comando,
giovani eterni, amicizie di plastica, buoni per tutto
nella città della gioia, in cui non c’è posto per gente
fatta di carne e di sangue. Ah, se tu volessi, Amarilli,
ritorneresti da me, troveresti senso e ragione
nella stanchezza che a volte ti prende al mattino per l’afa,
nella tristezza che a volte ti vela i tuoi occhi alla sera:
non fingeresti per noia un’eternità che non hai.
Sì, cederesti al peccato dell’essere quello che sei.
Non troveresti le ninfe quaggiù, né le piogge di fiori:
non ti dirò che gli dèi hanno amato i boschi anche loro:
oggi non ne ho più di boschi e di dèi da offrirti al bisogno.
Non troveresti da me neppure un musetto di Musa,
Qui non ho altro che selve di immagini, tutti gli dèi
sono fuggiti dal mondo. Non amano cenere e chiasso,
né fantasie di sterminio. Una voce autentica, invece,
questa davvero saprei donartela, chiara Amarilli».
Sì, così disse Itlodeo, cantando Amarilli graziosa
e gli stormivano intorno volubili boschi virtuali
e la regia fu contenta «Lasciamola, questa è perfetta!
Solo, le luci, più basse le luci, un po’ più d’atmosfera
e la colonna sonora, i sistri agitati dal vento.
Ora la pubblicità». Così recitava Itlodeo
dentro uno studio di via Teulada i bucolici amori,
quanto soffrì per la dolce volubilità di Amarilli
–e ne fu lieto quel giorno il pubblico divoratore,
lo spettatore spietato, lucifuga lurco di lutti.

Roberto Ceccarini – variazioni di rotta da una stanza invernale – collezione privata – (post di natàlia castaldi)

Variazioni di rotta da una stanza invernale

Variazioni di rotta da una stanza invernale

Somiglianze –

qualche volta succede che torna il principio dell’irrazionalità: “quando un corpo (un’anima) vuole risorgere, non importa il luogo”, sotto quale cielo o bagliore prenda forma, non importa a che punto del proprio tempo siamo, se abbiamo conosciuto una morte interiore o abbiamo indossato per sopravvivenza un uniforme. dovremmo abitare il coraggio e lasciare che accada ciò che deve accadere. le tende possono nascondere il passaggio dei pescherecci, le crepe più verdi e vive del mare, tutte le nostre somiglianze.

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questa casa di montagna con le mura scrostate
e grigie, con le finestre rotte, il tetto diroccato,
l’erba dirompente nel pavimento.
questa casa di montagna che qualcuno a suo tempo
avrà vissuto e amato, sembra non averne più ,
ma si tiene in piedi e guarda dignitosamente il panorama.

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ora che l’estate sta per spaccarsi
hai escogitato un passo
che non ingombra,
una voce sussurrata
come un bacio in punta di bocca
che si fa spazio dove spazio è nome
appena un attimo prima della stupidità
di una città vuota e il respiro
cauto delle ginestre nel cortile

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– Viaggio del (non) cambiamento –

chissà se tra noi esisteranno segreti
(è normale che esistano segreti tra gli amanti)
e se ci sbottonassimo in questa notte
colma e slabbrata come il bocchino
di uno strumento a fiato?

sul margine del boccaporto
di un amore a tratti straripante
e trafelato, tra le auto di un parcheggio,
una luna d’occidente
imprudentemente sta alla finestra,
scruta tutta la rovina di un bacio.

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restare nella promessa – esili –
agganciati ad un gancio
cercando la benedizione
di un passaggio di consegne
che finalmente affranchi,
o almeno l’obiettività di un oggetto
che ci osservi fino al buio
smarritosi sotto le lenzuola.

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– Utopia di un Inverno –

finestre dove stiamo affacciati
tu sopra, io sotto.
finestre di nessuna ragione
finestre che assolvono,
che guardano nella notte ipermetrope.

riconoscere le nostre voci
che salgono e scendono veloci,
ballare un tango
rallentando.

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tenuto il tempo, tenute le braccia
aperte come un’assoluzione,
abbiamo osservato assolversi le cose,
tutto quel rumore che fa la casa vuota.

bisognerebbe riempire la periferia
dei luoghi, amore mio, con qualcosa
di meno vuoto e spaventoso.

******

poi capita che dopo il colpo, il cuore non trovi casa
e si avvii verso un corridoio senza muri né stanze
miri a quella terraferma mite chiamata vento estivo,
alla restituzione incondizionata di tende bianche
o acqua di fonte nella brocca, organze, frutti incantati.

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Riscontri

non hai nessuna ragione per crederci
ma alzi lentamente un braccio,
allunghi il collo, la testa,
come cercassi la superficie.
tiri fuori un piede,
appresso
subito
l’altro.
muovi il corpo, fino ad accostarti
pigramente a chi ti assomiglia
a chi ti sta frugando
nel cuore.

qualcosa, di lato, cede
ogni tanto o cade,
ma non si cancella,
non cancella.

*********

chiedimi dello strappo
dopo la nomina del tuo nome,
della casa che per un istante è stata vera,
dello squarcio della parola che ha battuto
nel palato, proprio sotto la lingua
in cerca di una pianura inabissata
sotto la mattonella tiepida del pavimento.
qui, dove le cose, una volta tanto,
trovano scampo, non temono.

*********

ora ogni porta è un’uscita,
una via di fuga
nella via crucis della casa.
scrivere poesie è come fare
un buco nell’aria, cercare
un passaggio invisibile
verso una meta sognata,
è come mandare a qualcuno
messaggi in bottiglia.
amore mio, oggi tremo
come se nella testa
ci fosse una guerra,
un gioco crudele
di bombe e fucili.

*******

arriva una voce sconosciuta dal piano
di sotto e tutto si rompe come una sfera
di cristallo sotto un piede.
l’appartamento per un attimo si spettina
e il tuo volto appeso a un sogno diventa piccolo.
noi così stretti e superstiti facciamo ritorno
da una domenica veloce e già lontana.

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quando le stanze resteranno
vuote e i divani verranno vestiti
da teli bianchi e stanchi
mi verrà sicuramente da pensare:
“non in questa vita…
non in questo avamposto”.

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Roberto Ceccarini

Roberto Ceccarini

Roberto Ceccarini è nato a Latina nel 1967 e tutt’ora vi risiede. È presente in varie antologie poetiche, tra le quali Il segreto delle fragole 2008, Lietocolle Editore, e Vicino alle nubi sulla montagna crollata, Campanotto Editore. Nel 2008 pubblica per i tipi de L’Arcolaio, collana “i germogli”,  la sua prima silloge Giorni manomessi, con la puntuale prefazione a cura di Giacomo Cerrai.
È stato fondatore e gestore del litblog Oboesommerso, all’interno del quale ha curato e portato avanti il “progetto lettura”, dando voce alla poesia italiana contemporanea. Ha abbandonato il progetto lettura dal momento della dolorosa scomparsa dell’amico e maestro Luigi Di Ruscio, lasciandoci tutti doppiamente orfani.

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