Giorno: 5 marzo 2013

Fuoco su Napoli di Ruggero Cappuccio (pensando alla Città della Scienza)

Foto di Livesicilia.it

Foto di Livesicilia.it

XVI da (sud) in caso di morte

La morte a noi ci è sempre stata intorno
sepolta a tradimento sotto casa
aggiunta lentamente al nostro cibo
sui nostri pochi alberi, le panchine
le vecchie linee dei tram interrotte
binari arrugginiti, treni troppo lenti.

***

Ieri notte un incendio ha distrutto la Città della Scienza di Bagnoli (Napoli). Non è ancora ufficiale ma l’incendio sembrerebbe di natura dolosa, sei i punti d’innesco. L’ennesimo passo avanti per la distruzione pianificata di Napoli. Guardando le immagini e leggendo i primi articoli mi è tornato in mente il libro di Ruggero Cappuccio “Fuoco su Napoli” di cui scrissi per la rivista QuiLibri un paio d’anni fa. Con gli altri redattori abbiamo pensato di pubblicare qui oggi quella recensione, perché fantasia e realtà, a volte si somigliano così tanto che distinguerle appare difficilissimo. Sono sovrapposte.

Nota: Per contribuire alla ricostruzione di Città della Scienza è disponibile il conto corrente, intestato a Fondazione Idis Città della Scienza – IBAN IT41X0101003497100000003256 – causale Ricostruire Città della Scienza – questo è l’unico conto corrente dove esprimere il vostro sostegno.

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Ruggero Cappuccio – Fuoco su Napoli – Feltrinelli 2010

“Al massimo tra cinque mesi Napoli finirà di esistere. Al massimo tra cinque mesi Napoli non ci sarà più”. Questo è l’incipit di “Fuoco su Napoli” il bel romanzo di Ruggero Cappuccio. È un incipit inquietante e bellissimo, l’autore ci fa entrare a Napoli dalla porta principale. Quella dell’eterno contrasto fra bellezza e disfacimento. La linea della sospensione perenne. La storia ci ha insegnato che a Napoli si vive così, in attesa che qualcuno ci salvi prima che qualcosa ci distrugga. La frase che apre il libro, se ci pensiamo un momento, è applicabile alla realtà in maniera critica. Nel senso che sono molte le questioni sociali che contribuiscono a rinchiudere Napoli in una gabbia costruita col malaffare, l’incuria, il lasciar perdere. Una gabbia pronta a esplodere. Cappuccio usa la realtà, la porta all’estremo, e inventa un romanzo duro e illuminante. Diego Ventre, il protagonista principale, racchiude in sé le due anime della città. Quella affascinante dell’arte, della bellezza, della cultura, dell’intelligenza vivace, è racchiusa nel Ventre avvocato ricco e brillante. Quella cupa, violenta, che controlla interessi economici, che delira per il potere, è rappresentata, stavolta, dal Diego Ventre avvocato (sempre) ma di camorristi, dal Diego che diventa lui stesso capo occulto di uno dei due clan camorristici maggiori. Nulla si muove in questa Napoli se Diego Ventre non vuole. Esercita un controllo politico/economico pressoché totale. In città sta per accadere qualcosa, i Campi Flegrei erutteranno e Napoli verrà pressoché cancellata. Naturalmente Ventre questo lo sa per tempo, e tenta di estendere il suo controllo sulla calamità che arriverà. Si organizza, muove i fili della più grossa compravendita immobiliare che sia mai stata concepita e progetta – a livello internazionale – la Ricostruzione della città. Il delirio di onnipotenza, il suo primo errore. Il secondo: l’innamorarsi, qui saranno un classico come la gelosia e di nuovo la voglia di controllo assoluto, la sete di vendetta, il dolore, a portarlo in basso. Tra gente viscida, uomini di potere, rispetto e guapparia, amore, una donna bellissima, una che lo è stata, nobili decaduti, Napoli fa la sua parte, aspetta la sua fine. “Cazzo. Bordello. Caffè. Ho fatto uno studio. Veramente. E’ una cosa seria. Sono le tre parole più usate a Napoli. Che cazzo stai dicendo, addò cazzo vai, nnun ce scassà  ‘o cazzo, ma che cazzo, ma chi cazzo se crede d’essere. È succiesso ‘nu burdello, abbiamo fatto ‘nu burdello, ma che è stu burdello […]. Pigliate ‘nu cafè, pigliammoce ‘o cafè,[…] è cosa ‘e cafè.[…] Poi, riflettete sulla parola sfaccimma: per dire che uno è un uomo da niente si dice che è uomo di sfaccimma. per dire che un uomo è dotato di straordinaria intelligenza si dice che è uno sfaccimma. Stessa parola per concetti opposti. Il regno dell’ambiguità. Voi mi dovete dire come deve funzionare una città dove le parole d’ordine sono queste da secoli e secoli”. Frasi pronunciate da un vecchio camorrista con tono da filosofo. Frasi che ben descrivono un certo modo di fare, di vivere, dei napoletani e di Napoli. Cappuccio governa una scrittura secca, veloce. Il linguaggio è curato, preciso. I personaggi sono riusciti, ben tratteggiati, dai protagonisti fino a quelli minori. Un romanzo scritto da chi conosce bene le dinamiche della città e dei suoi abitanti. Una storia inventata che cattura e regge fino alla fine. Quando saranno passati i cinque mesi cosa resterà di Napoli? Chi si salverà fra i protagonisti? Chi ha amato di più o chi non lo ha fatto per nulla?

Gianni Montieri

Pas de deux # 4

berlino 2011 - foto gm

Due poeti contemporanei scelgono un testo di un autore straniero e lo traducono per Poetarum Silva. Un confronto sulla traduzione tra diverse sensibilità. Un’occasione per scoprire poeti che non si conoscono o riscoprirne altri con un vestito nuovo. I post non avranno cadenza regolare, perché soggetti alle tempistiche dei traduttori invitati, ma ci auguriamo che diventino un appuntamento abbastanza regolare. Per il quarto numero Paola D’Agostino e Giacomo Sandron hanno tradotto un testo di Susana Araújo.

:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::: La redazione

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DÍVIDA SOBERANA

A Topix agrega títulos de todo o mercado, nós
somos o produto humano desperdiçado. Esta
mesa tem abas que se fecham (assim como
eu desarmo): sentamo-nos sobre a toalha
inteira, falando nessa língua vossa
(estrangeira).

Até à noite em que não valerá a pena.
Desvalorizada a morte é uma pedra (ou
será moeda) lançada pela janela. O Estado
inclina-se para a frente e na calçada jazem
corpos desempregados.

A gargalhada de amigos, ignorante e alienígena,
não tem tradução. Apesar disso, procuras cego a
tua audiência fiel e bêbada. Eu olho para o prato:
um caroço de azeitona no centro dos nossos
valores.

Enquanto o meu país se desmorona, guio-vos em
roteiros de lazer, fantasia que me reverte para
outro copo, outra
nação.

Aqui (no rectângulo da nossa agregação),
somos a esfera indirecta do Fado
côdea de pão em mesa molhada,
peso morto sem obrigações nem
garantias.

(poesia tratta da Dívida Soberana, Lisboa, Mariposa Azual, 2012)

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Traduzione di Paola D’Agostino

Debito sovrano

Il Topix aggrega titoli di tutto il mercato, noi
siamo il prodotto umano sperperato. Questo
tavolo ha ribalte che si chiudono (come
io abbasso le armi): ci sediamo sulla tovaglia
intera, parlando in quella lingua vostra
(straniera).

Fino alla notte in cui non ne varrà la pena.
Svalutata la morte è una pietra (o
forse moneta) lanciata dalla finestra. Lo Stato
si china in avanti e sul selciato giacciono
corpi disoccupati.

L o sghignazzare di amici, ignorante ed alieno,
non ha traduzione. Ciò nonostante ricerchi, cieco, la
tua audience fedele ed ebbra. Io guardo nel piatto:
un nocciolo d’oliva al centro dei nostri
valori.

Mentre il mio paese crolla, vi guido in
itinerari di piacere, fantasia che mi converte in
altro bicchiere, altra
nazione.

Qui (nel rettangolo della nostra aggregazione),
siamo la sfera indiretta del Fado
crosta di pane su tavola bagnata,
peso morto senza obbligazioni né
garanzie.

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Traduzione di Giacomo Sandron

DEBITO SOVRANO

Il Topix raccoglie i titoli di tutto il mercato, noi
siamo il prodotto umano sprecato. Questa
tavola ha ripiani che si chiudono (così come
io butto le armi): ci sediamo sulla tovaglia
intera, parlando questa lingua vostra
(straniera).

Fino alla notte in cui non varrà la pena.
Senza valore la morte è una pietra (o
sarà moneta) lanciata dalla finestra. Lo Stato
si prostra e sulla strada stanno buttati
corpi disoccupati.

La risata di amici, ignorante e aliena,
non ha traduzione. Ciò nonostante, cerchi cieco il
tuo pubblico fedele e ubriaco. Io guardo nel piatto:
un osso d’oliva al centro dei nostri
valori.

Mentre il mio paese si sgretola, vi guido in
percorsi di piacere, fantasia che mi riporta a
un altro bicchiere, altra
nazione.

Qui (nel rettangolo della nostra riunione),
siamo l’orbita tortuosa del Destino
crosta di pane su tavola bagnata,
peso morto senza obblighi né
garanzie.

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Susana Araújo è autrice del libro di poesia Divida Soberana (Mariposa Azul, 2012); la prima versione (inedita) del libro è stata finalista al Prémio Revelação della APE (Associação Portuguesa de Escritores) nel 2010. Ha scritto il testo teatrale “O Ringue”, messo in scena dalla compagnia Última Cena. Ha pubblicato poesie, racconti e saggi su riviste letterarie portoghesi e inglesi. Ha studiato teatro e lavorato come attrice fino al 1997, anno in cui si è trasferita in Inghilterra. Ha studiato letteratura all’Università di Lisbona, specializzandosi in seguito a Warwick e conseguendo il dottorato nel Sussex. Dal 2008 lavora come ricercatrice al Centro de Estudos Comparatistas dell’Università di Lisbona dove insegna e coordina il progetto CILM – Cidade e (In)segurança na Literatura e nos Media.