Giorno: 4 marzo 2013

Il poeta ostinato – su Carte da Sandwich di Attilio Lolini (recensione di Renzo Favaron)

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Il poeta ostinato – Su Carte da sandwich di Attilio Lolini (Einaudi 2013)

A volte, leggendo Carte da sandwich (Einaudi, 2013), si ha l’impressione di trovarsi alle prese con qualcuno che c’è senza esserci e, in pari tempo, che non c’è, essendoci. Ripensando alla precedente raccolta di Attilio Lolini (Notizie dalla necropoli), ci si ritrova in maniera ancor più persistente a diagnosticare uno stato apparente di allucinazione. Si è scritto “apparente”, non perché la percezione appare disturbata, ma in quanto è la realtà stessa a essere assente, come inghiottita da un buco nero di proporzioni cosmiche. Un esempio? Eccolo: «un vuoto nulla / ascolta / un infinito niente». E, insistendo su questo esempio, se ne trova una traccia anche nella sezione della raccolta (Imitazione) in cui l’autore omaggia alcuni “grandi” (Goethe, Larkin). Tuttavia è il poeta da cui F. Schubert ha attinto per il suo Winterrreise, quel Wilhelm Müller – ora quasi obliato – che ci riconduce e porta a sentire le pulsazioni di un cuore in inverno, a cui è correlativamente associato un paesaggio totalmente bianco, una landa sinistramente abbagliante su cui svetta un perturbante edificio: «ma il mondo è ora un lenzuolo / la strada sepolta dalla neve // Una folla di malati l’attraversa / bianca città dalle strade / che salgono e scendono / come scale della torre murata.» Eppure questa immagine non la si deve collocare come termine e tappa finale, al contrario: appartiene alla sensibilità musicale di Attilio Lolini e la si può considerare come una sorta di personale archetipo. Sintomaticamente in ciò è rintracciabile anche un gusto nutrito nel tempo e fedelmente professato, ma ineluttabilmente avvertito come insufficiente a mantene un aplomb letterario che ormai non sarebbe che il bagaglio di una maschera. Scrive l’autore: «Montale perdoni / stanno sparendomi / i coglioni.»

Così Attilio Lolini si presenta con tutto il suo carico d’anni, un uomo acciaccato nel corpo e alle cui idee riserva una rappresentazione senza sconti. Anzi, come chi sa che il prezzo è sempre più alto del previsto, la partita tra sé e il mondo è giocata senza risparmiarsi e l’affondo finale non può avere per obiettivo che una compiuta e totale tabula rasa: «la rivoluzione non era / dietro l’angolo // vanno distrutte / anche le rovine.»

In questo Klima a cui sembra non esserci scampo, viene da domandarsi, cosa è ancora così solido e capace di sostenere e resistere agli urti? L’autore non è tanto ingenuo da credere che la parola sia salvezza o che lo sia un al di là promesso da qualche dottrina. No, è qualcosa di più prosaico e ordinario (se uno non lo avesse compreso spuntandola su quanto di brutale e doloroso ci riserva il diuturno tran tran). Vale la pena riportarli questi versi e considerarli un insegnamento prezioso: «Perso l’equilibrio / barcollo nel marciapiede / ostinato nelle abitudini / nostre sole religioni.» Ancora una volta, riandando a quanto si scrisse a proposito di Notizie dalla necropoli, Attilio Lolini recupera una figura musicale, l’ostinato, quale tratto che ne caratterizza la cifra poetica e stilistica. Lui stesso sembra darcene una conferma intitolando Giorni di repliche una sezione della raccolta, dove è più esplicito il richiamo a un tempo-ritmo che torna su se stesso e si ripete. Si noterà, però, che l’ostinato del poeta senese è ben diverso da quello della tradizione musicale, dal momento che non corrisponde a un disegno d’accompagnamento ma è, se così si può dire, in primo piano e non relegato al mero ruolo di inciso.

In questo modo, verso dopo verso, Carta da sandwich va componendo una tela di scansioni fonico/ritmiche persistenti, cioè concentrate e che non è azzardato paragonare a veri e propri graffiti sonori. Essenziale, ma al tempo stesso incisiva, come la parola che incarna e interpreta, la poesia di Attilio Lolini conferisce dignità agli aspetti più semplici, ma non per questo banali, dell’esistenza e dell’esistere. Valga per tutte la composizione (Fermacarte) con cui si chiude la raccolta, omaggio all’amato (dall’autore e dallo scrivente) Philip Larkin: «Ricorda le stanze, le tende / la finta stanchezza dell’alba // gli oggetti che spiano / portaceneri e fermacarte // come sono sereno / come sono disperato // non riesco a dormire / mi addormento di colpo.»

(c) Renzo Favaron

Nota: Renzo Favaron su “Notizie dalla necropoli”