Giorno: 3 marzo 2013

rimbaud rimbaud rimbaud di Patti Smith, part. II

Ci sono molti modi per raccontare una vita, e per raccontare una vita d’arte. Steven Sebring con Dream of life (2008) ha compiuto un atto semplice, che nella sua semplicità porta in sé qualcosa di rivoluzionario: ha montato ‘esperienze’ private e pubbliche, elementari e complesse, in fotogrammi-collage, che seguono la narrazione a parole e immagini del “sogno di vita” di Patti Smith. Il video che chiudeva il post di ieri questo ci dice: che i più grandi mutamenti partono dal fare esperienza, mettere in relazione la nostra curiosità con le cose, concretamente; la vita della Smith è costellata di ribellione, fermento, evoluzioni. Si potrebbe – come ben ha fatto Ruggero Marinello nel volume legato al dvd Feltrinelli, 2009 – affermare che quella della poetessa, cantante e molto altro è stata una “vita di sogni”, una carriera che si è sempre intersecata ad uno sguardo molto personale sulle cose del mondo, e qui si comprendano gli ideali e le posizione politiche, l’immaginazione e gli esiti artistici. Una “vita di sogni” dove questi sostituiscono – o anticipano – in un gioco di visioni, la vita stessa, o fanno pensare ad una continua sovrapposizione di verità ideali e reali. E la parola “sogno” è un motivo ricorrente per Patti Smith – come abbiamo visto già nella prima parte – anche in poesia, ed è altresì un motivo che crea un senso di appartenenza ai suoi testi, siano essi canzone o liriche. Vi è in essi un’essenzialità di visione molto peculiare, pur nella complessità d’interpretazione. Patti Smith sottrae per dire, dice poco e dire – quindi – tutto, come nella strofa di rimbaud dead in cui l’arto del poeta si muove e vive di vita propria, nel “puro spazio”, e la faccia è divenuta “incorporeal full of grace/immateriale e piena di grazia”, che è anche un verso che può definire interamente la poetica di Patti Smith.

Patti-Smith-Rimbaud

he is thirty-seven. they cut off his leg. the syphilis oozes.
a cream virus. a mysterious missile up the ass of an m-5.
the victim suffers soul-o-caust. his face idiotic and his marvelous
tongue useless, distended.

rimbaud. no more the daring young horseman of high
abyssinian plateau. such ardor is petrified forever.

his lightweight wooden limb leans against the wall like a
soldier leisurely awaiting orders. the master, now amputee,
just lies and lies. gulping poppy tea through a straw –
an opium syphon. once, full of wonder, he rose in hot
pursuit of some apparition – some visage. perhaps harrar a
heavy sea or dear djami abandoned in the scorched arena-
aden. rimbaud rose and fell with a thud. his long body
naked on the carpet. condemned to lie there at the mercy
of two women stinking of piety. rimbaud. he who so worshiped
control now whines and shits like a colic baby.
now appointed now basket case wallowing in rice waste.
now muscular tongue now dumb never to be drunk again.
save tea time when he pulls the liquid in. gasping it deludes
the bloodstream. conscience abandons him. he’s illuminating
kneeling climbing mountains racing. now voyager
now voyeur. he notes it all. very ernest surreal oar. his
artificial limb lifts and presses space. limb in a vacuum.

does rimbaud beckon?
no he’s gazing

in the wall is a hole. duchamp thumbprint pin light fraction.
an iris opening. gradually we see the whole thing.
everything opens unfolds like a breugal. it’s a holiday…

it’s a wedding feast…

they’re roasting pigs and apples apron. the odor is rising.
it’s sunday it’s manet it’s picnic in the grass. it’s a seurat
time it’s light time it’s the right time for romancing for
canoeing and for dancing.

and rimbaud’s limb, being so caught up, goes be-bopping
out the door into the forest through the trees – raga rag in
the grass overturning picnic baskets whizzing past church-
yard gates right in step it genuflects then aims and leaps
over the scene over the rainbow out of the canvas into space
pure space – as remote and colorless as dear arthur’s face.
a face made incorporeal full of grace. sunken eyes –
those cobalt treasures closed forever.

clenched fist relaxed wrist
his pipe turned in. . .

out in the garden the children are gathering.
it’s not a whim. they are accurate immaculate,
as cruel as him.
they sing:
legs can’t flail
cock can’t ball
teeth can’t bare
baby can’t crawl
rimbaud rimbaud facing the wall
cold as hail dead as a doornail

sudden tears!

rimbaud dead, in Babel, (1974-1978) G. P. Putnam’s Sons, NYC e in Early Work, 1970–1979 (1994) W. W. Norton & Company, Inc. NYC.

rimbaud_pattismith73

ha trentasette anni. gli hanno tagliato un gamba. gocciola sifilide. un virus crema. un missile misterioso su per il culo di un m-5. la vittima subisce animicidio. la sua faccia idiota la sua lingua meravigliosa, ammosciata.

rimbaud. non più l’audace cavaliere dell’acroco abissino. quel genere di veemenza è impietrita per sempre.

il suo arto di legno leggero è appoggiato alla parete come un milite indolente in attesa degli ordini. il maestro, ora mutilato, solamente bugie su bugie. sorbisce tè al papavero con la cannuccia – sifone d’oppio. un tempo, gonfio di meraviglia, si alzava a seguire qualche apparizione – dei volti. forse harar un mare grosso o la cara dyami abbandonata nell’infuocata arena-aden. rimbaud ascese e cadde con un tonfo. il suo lungo corpo nudo sul tappeto. condannato a giacervi alla mercé di due donne fetide di pietà. rimbaud. lui che tanto adorava il controllo ora rantola e s’incanta come un pupo con le colichette. ora eletto ora mutilato sguazzante negli scarti del riso. ora lingua muscolosa ora muta da non bere mai più. salvo all’ora del tè quando succhia il liquido. boccheggiando illude il flusso sanguigno. la coscienza lo abbandona. sta illuminando prostrandosi scalando montagne galoppando. ora viaggiatore ora voyeur. trascrive tutto. veramente franco remo surreale. l’arto artificiale si solleva e preme lo spazio. arto nel vuoto.

rimbaud ammicca?
no sta guardando fisso

c’è un buco nella parete. duchamp impronta digitale spillo luce frazione. un’iride si apre. via via vediamo l’intera cosa. tutto si apre si dispiega come in un bruegel. è un giorno di festa…

stanno arrostendo il porco e un grembiale di mele. l’aroma si diffonde. è domenica è manet è picnic sull’erba. è il tempo di seurat tempo soave giusto tempo per romanzare per vagare in canoa e per danzare.

e l’arto di rimbaud, così coinvolto, esce dall’uscio a passo di be-bop nella foresta tra gli alberi – raga-rag, in mezzo all’erba rovesciando cestini del picnic sfrecciando oltre il cancello del cimitero tiene il passo si genuflette poi mira e balla sulla scena sopra l’arcobaleno fuori della tela nello spazio nel puro spazio – remoto e incolore come la faccia del caro arthur. una faccia fattasi immateriale piena di grazia. occhi infossati – quei tesori di cobalto per sempre sbarrati.

pugno chiuso polso rilassato
la sua pipa rivoltata…

fuori in giardino si raccolgono i bimbi.
non è un capriccio. sono accurati immacolati,
crudeli come lui.
cantano:
le gambe non abbracciano
il gallo non galleggia il fallo non balleggia
i denti non si scoprono
il bebè non gattona
rimbaud rimbaud davanti al muro
freddo come una tempesta morto come la morte

d’improvviso le lacrime!

*Harar è una città dell’Etiopia orientale indicata come “città dei santi”.
**dyami può riferirsi alla cultura persiana o essere un termine gergale di cui si dice qui.
***Pieter Bruegel – credo si intenda qui – è un pittore fiammingo.

in Il sogno di Rimbaud, Einaudi, Torino, 1996 a cura di Massimo Bocchiola, a cui si deve l’efficacia della resa in italiano. Qui con poche variazioni mie.

Le capitali – di Andrea Accardi

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Ci sono città che hanno troppe consonanti
nei menu e sui cartelli.
Altre che viste da lontano
sembrano cantieri aperti
dove cresce inumano
il Tempo degli altri.
Ma tu non avrai paura delle capitali
saprai tenere assieme i fili della metro
farai la spesa in posti solidali
difficilmente ti guarderai indietro.
Non c’è niente di straordinario
se stai bene da una parte
starai bene ovunque.
Com’è vero anche il contrario.

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