Mese: marzo 2013

Alcune poesie da “Mappa del nuovo mondo” di Derek Walcott (post di natàlia castaldi)

Derek Walcott

Derek Walcott

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Derek Walcott nasce ai Caraibi nel 1930 e vive tra Boston e Saint Lucia. Nel 1992 è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura.
Le poesie che seguono, sono tratte dalla raccolta Mappa del mondo nuovo pubblicata da Adelphi, con testo a fronte. Le traduzioni sono a cura di Barbara Bianchi, Gilberto Forti e Roberto Mussapi. [nc]
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"Mappa del nuovo mondo" di Derek Walcott

“Mappa del nuovo mondo” di Derek Walcott

STELLA

Se, alla luce delle cose tu scolori
vera, eppure debolmente sottratta
alla nostra determinata e giusta
distanza, come la luna lasciata accesa
tutta la notte tra le foglie, possa
tu invisibilmente allietare questa casa;
o stella, doppiamente compassionevole, venuta
troppo presto per il crepuscolo, troppo tardi
per l’alba, possa la tua pallida fiamma
dirigere il peggio in noi
attraverso il caos
con la passione del
semplice giorno. (altro…)

“A una madre” di Sonia Caporossi

Tramonto in versi di un iconoclasta
Quando l’astro dell’estro muore nell’ombra
Del suo prosastico baluginare
Io mi rispecchio in te
Frammento affabile infranto
Di immagini anamorfiche
A cui rassomigliare
Io mi rifletto in te
Lo specchio spocchioso che spacco
Ogni giorno ed ogni sera
Per non rassomigliarti più.

Alba in versi di un valentiniano
Quando il maglio del mostro sorge nell’ombra
Dal mio poetico pinnacolare
Nel plasma sanguigno di un fitto dolore
Io mi ritrovo in te
Amica che ammara al riflusso dell’onda
Di un cieco vagare per mari d’intesa
Nel bieco pleroma dei miei troppi Dei
Passati di moda, diversi dai tuoi
Gli stessi che invoco ogni giorno ed ogni sera
Per non ritrovarti più.

Mattina in parole di un ateo stilita
Nel suo filosofema blasfemo e personale
Nell’iperuranio dei fiumi eraclitei
Che scorrono incessanti
Come un tempo inesaudito
Io mi ricerco in te
Barbelo castrata da istanti reclusi
In cui non condividi più con me che il tuo rimpianto
Di non essere mai stata altro che una vera Madre
Io mi riposo in te
Il seno sensato del mondo che hai sul petto
Che soltanto, microcosmo, mi appartiene
In cui verso la mia fronte ogni giorno ed ogni sera
Per non riposare più.

Serata di silenzi di un cristiano secolare
Che prega il suo Signore scismatico e caduto
Rinnovandomi ferite sempre nuove
Per il senso di disfatta dell’averti conosciuta
Solo ora, solo adesso
Nel riflesso dello specchio
Nella cerca del riposo
Nella tua sostanza sovrana che trapassa le mie ossa
Che si chiude sulla carne come il fuoco della Forma
Quando informa il marchio a fuoco
Scabro e inciso sulla piaga
Del tuo calco di tristezza

Notte serena di un putto raffaelita
Io mi ristringo in te
Nell’anelare di un accolito all’icona
Che trasmuta la Bellezza in rimbrotti di Sostanza
Perché la Forma tu già me l’hai data
E nell’attesa della tua morte
più null’altro esiste al mondo
Tranne il pensiero della prossima brace
Tranne la stretta delle tue mani chiuse.

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Sonia Caporossi (Tivoli, 1973). Docente, musicista, musicologa, scrittrice, poetessa, critico letterario; si occupa inoltre attivamente di estetica filosofica e filosofia del linguaggio, ultimamente nell’ottica di una ridiscussione metodologica del costruttivismo.  Suona il basso elettrico nel gruppo di art – psychedelic rock Void Generator, con cui ha pubblicato Phantom Hell And Soar Angelic (Phonosphera Records 2010) e Collision EP (Phonosphera 2011) ed è presente nelle compilation Fuori dal Centro (Fluido Distribuzioni 1999) e Riot On Sunset Vol. 25 (272 Records, USA, 2011). Nel 1997 ha partecipato insieme ai Wellen alla colonna sonora del cortometraggio di Domenico Liggeri “Blue(s)” presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. È stata direttore e caporedattore del sito aperiodico Terra Di Poiesis, la cui esperienza è ormai chiusa. Ha collaborato con numerosi saggi di musica elettronica, psichedelica, krautrock e kosmische musik alla rivista specializzata Musikbox e ha pubblicato prose, poesie, saggistica letteraria, filosofica e storiografica su vari blog e riviste cartacee e telematiche, fra cui Storia & Storici, La Recherche, Fallacie Logiche, Scrittori Precari, WSF, Verde ed altre. Insieme ad Antonella Pierangeli dirige il blog Critica Impura ed ha pubblicato a quattro mani l’ebook Un anno di Critica Impura, Web – Press Edizioni, gennaio 2013, che raccoglie una silloge riveduta e corretta degli articoli e dei saggi usciti durante il primo anno di vita del blog.

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Federico Scaramuccia – Come una lacrima

Federico Scaramuccia - Come una lacrima

Federico Scaramuccia – Come una lacrima

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In Come una lacrima (collana “i miosotìs“, Edizioni D’If) si assiste a un dramma in due atti sul dolore che (ar)resta, il dolore centrato sull’11 settembre 2001, il dolore reale delle vite spezzate e il dolore virtuale che è stato trasmesso e mediaticamente manipolato in tutto il mondo: un’onda d’urto emotiva e un ritorno di fiamma ripresi e diffusi dall’ “anaeuforico” occhio televisivo, e al tempo stesso filtrati dall’impalpabile e diafana boule de neige della lacrima (la macchina da presa per eccellenza) che tiene in scacco la globalità.

Daniele Ventre

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Come una lacrima
(duemila uno)

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PROLOGO
gente di corsa al principio del giorno
non ne attende l’arrivo né il ritorno

*

si dondola al vento ormai in panne

in trionfo sul tempo uno sciame
di fiamme che irrompono dentro
un vento di rame e di piombo

*

GUARDA LASSÙ QUALCOSA MACCHIA IL CIELO
buca l’azzurro lasciando una traccia
non nuvola per ora appena un velo

come una lacrima che non si stacca
appanna gli occhi in volo all’orizzonte
appena uno sguardo sulla minaccia

CORO
un segno lontano forse una faccia
chi col dito puntato all’orizzonte
fa cenno con la mano chi si sbraccia

*

GUARDA POSA IL VOLO ECCOLO ECCO ATTERRA
posa il volo ma non abbassa le ali
si posa prima di toccare terra

ancora in volo prima che si incagli
si posa solo quando il cielo splende
quando con rabbia ne brilla la carica

CORO
abbraccia la morte piegando le ali
si avvinghia alla vita mentre si arrende
con rabbia che avvolge ma non si scarica

(UN’ECO CHE DEFORMA IN SOTTOFONDO)
(le braccia storpie piegano sui tagli)
(blindano la vita che si distende)
(che si contorce come in gabbia invalida)

*

GUARDA CHE TUFFO NEL VUOTO CHE STILE
si gettano in braccio al vento un impulso
un tuffo forse cento forse mille

è il corpo che suda stretto nel morso
della fiamma è la sua pelle che gocciola
è carne viva che chiede soccorso

CORO
ancora un sorso ho sete ancora un sorso
ancora un soffio ho fiato ancora soffoco
ancora un morso ho fame ancora un morso

*

GUARDA CHE PECCATO IL CIELO SI COPRE
è il giorno che si annebbia e si dissolve
è la sua luce svanita che soffre

che sfuma in una nuvola di polvere
sepolta sotto un cumulo di cenere
come una lacrima che non si assorbe

CORO
in cielo un’immensa nube di polvere
rimane sospesa densa di cenere
e stinta la fiamma non si dissolve

*

GUARDA CHE NOTTE CHE LUCE LE TENEBRE
è una notte bianca priva di stelle
è il giorno avvolto nel sonno che geme

scosso da un brivido sotto la pelle
è un incubo l’inferno all’improvviso
una luce soffusa un fior di scheletro

CORO
la notte fonda ha i nervi a fior di pelle
qualche volta si accende all’improvviso
sono grida però non sono stelle

*

CONGEDO
come una lacrima rimane un velo

*

un tonfo le fiamme l’incenso

immondo rimane un silenzio
e in grembo giù in fondo una fame
le fiamme che dentro confondono

*

RIPRESA
non ancora sereno ancora un velo
una buca in terra una macchia in cielo

*

non resta nulla soltanto un rottame
un’ombra netta dalle forme vane
si pianta nel petto come una croce
piega a terra il viso spezza la voce
un grido confuso un silenzio rotto
un pianto che soffoca nel singhiozzo
un pugno insulso che stringe con rabbia
che si sbriciola come fosse sabbia
uno sfogo convulso che congela
un nodo che si scioglie come cera
è il cielo in fiamme che continua a fremere
la vita che ritorna a terra in cenere
si dondola nell’aria un poco stanca
finché non si posa soffice e bianca
scende lentamente senza riposo
ancora calda si appiccica addosso
si attacca alla pelle come una macchia
come un vento freddo un soffio che graffia
come una lima che va avanti e indietro
piccole schegge impazzite di vetro
affonda nella carne sfregia il volto
che ammutolisce restando in ascolto
reso al silenzio da un groppo alla gola

[…]

un filo di voce a torto compressa
un soffio appena una voce sommessa
una voce roca che toglie il fiato
un filo ben stretto come un cappio
una voce che lotta che gorgoglia
che a volte si blocca e avvolta si imbroglia
la fiamma incerta che dal ventre guizza
che trova un varco che appena si drizza
la punta che trema e balbetta stanca
che vibra nell’aria come una lancia
è un cratere buio che ancora fuma
che nasconde la luce che imprigiona
come lo sguardo che ancora si annebbia
che nessuna lacrima ormai raffredda
una pioggia calda che non si estingue
che annaffia gli occhi e concima le lingue
che bagna la terra e secca nel fango
come un naufragio un abbraccio che strangola
un dolore sordo che non ascolta
condanna chiunque e sotterra la colpa
una bocca ingorda giudice e boia
si apre e non parla poi si chiude e ingoia
fra le macerie spunta solo un fiore
un fiore reciso senza colore
fra le macerie solo un fiore posa
una pianta rossa forse una rosa
è un sepolcro che rimbomba di colpi
bussano alla vita sperando ascolti
non è più il crollo né il cielo che piange
è il fronte che esplode della falange
che fa silenzio che in ombra si infrange
che monta a neve che in onda rifrange
la voce raccolta nella preghiera
che si alza in volo che in aria dispera

[…]

i corpi gettati come rifiuti
lasciandosi andare freddi e fonduti
corpi che sfilano reflussi d’ossa
che in fila scorrono dentro una fossa
la bocca socchiusa ancora rimastica
a piccoli morsi come un elastico
è il ventre che scalcia e quasi si strappa
un dolore che squarcia e non si spacca
la rabbia gravida prima del parto

[…]

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Federico Scaramuccia

Federico Scaramuccia

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FEDERICO SCARAMUCCIA è nato a La Spezia il 14 marzo 1973. Attualmente vive a Milano e insegna in una scuola media dell’hinterland. Presente in volumi e riviste con testi critici e poetici, ha pubblicato alcuni libri di versi, tra cui Come una lacrima (d’if 2011), vincitore del premio di letteratura “i miosotìs”. Ha inoltre curato l’edizione critica delle Rime di Gaspara Stampa, in uscita entro la fine del 2013 per la Società Editrice Fiorentina.

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La felicità del giorno prima – di Milena Prisco

foto di Antonio La Grotta

foto di Antonio La Grotta

La felicità del giorno prima

Il giorno perfetto

Ore nove e ventiquattro del nuovo giorno. Potrei avere tanta paura, potrei abbracciare il cuscino e non alzarmi. Testa sotto il piumone potrei piangere e sentire quel cuscino avere la forma di un corpo di uomo, con la presa dei muscoli delle braccia a tenermi stretta al sicuro. Potrei ma non lo faccio. Qualcuno dal mondo dei morti ha disegnato per me questo giorno perfetto con sessanta minuti  in più per l’ora solare, con il silenzio delle domeniche d’autunno, con la pioggia fitta e verticale, con un freddo inaspettato caduto dal Monviso, con la mia solitudine cercata. Oggi mi vesto di rosso e voglio vivere di rosso a cominciare dalla colazione con uno yogurt di ciliegie rosse, da domani potrei non riuscire a vedere colore neanche in un acquario di pesci pagliaccio.

Dalle pillole quotidiane ho imparato l’ordine dal mattino, il controllo della mia distrazione che sa ancora di sogno dopo il suono della sveglia e l’elenco di sventure del primo telegiornale: mi adeguo rispettosa anche stamane, una subito prima e l’altra subito dopo la colazione. Un’ora in più per vivere da sola il decimo giorno dell’attesa e devo partire a gambe larghe con il rito di disinfestazione delle mie parte basse. La tintura marrone diluita nella soluzione del flacone spara tutta la sua amarezza che diventa bruciore, fiamma ossidrica, fiamma che mangia le pareti della piaga nel collo dell’utero, dove la spruzzo attraverso questo tubo duro che mi penetra da dieci giorni ogni santo mattino. Mi dico: mi sta curando. Mi dico: il bruciore sta disinfettando la lacerazione. Mi dico: mi sta pulendo dal burro degli ovuli di ogni sera prima. Mi dico: mi sta mangiando le cellule morte che vogliono mangiarsi le vive. Mi dico: non sarà niente. Da dieci giorni la mia rosa-vagina ha perso la morbida classe della sua natura, è una bocca slabbrata e macchiata di marrone, occasionale passaggio del tubo che sale per venti centimetri lungo il canale senza farmi godere, senza farmi pulsare le vene nel collo, senza aprirmi le branchie del seno come in ogni solita notte d’amore affamata di respiro. Ho smesso di guardarla tanto mi fa pena, da dieci giorni non la depilo neanche tanto mi fa schifo.

Devo oggi godermi il tempo senza un pensiero ed allungarlo fino alla stanchezza estrema del mio corpo quando la notte sarà veramente notte.

Vado a memoria per trovare il capo in questo bordello di pezze sparse e sovrapposte. Comincio dal rosso della mia camera da letto, sepolta dopo l’armadio esploso, le scatole aperte e svuotate con la frenesia per quella gonna nera longette smarrita nell’ultimo cambio di stagione. L’ho voluta e bramata e trovata all’ultimo minuto utile prima che partisse il treno per Milano giovedì mattina, di corsa preso al volo con ancora la parte larga della cravatta che mi pendeva sotto il nodo, con ancora il mascara da spazzolare sulle ciglia sudate come il mio corpo per l’indecisione di questo tempo di merda che il venticinque di ottobre ancora non sapeva se accaldarmi o raffreddarmi.  Riparto da lei, dalla longette che ripongo per un paio di stagioni come una veste sacra, mi ha nascosto i dolori venerdì mattina, mi ha slanciato sui tacchi con la mia solita scioltezza nel parlare ad un pubblico che l’ha ammirata per quello che era: la mia eleganza, la mia forza di bastare a me stessa quando mi sento bella. Ti ricordi mamma quando mi raccontavi delle lacrime di quella mattina quando a soli due anni con un pianto disperato ti feci capire che volevo indossare un altro vestitino? Certo che ti ricordi. I want to break free. Mi fa troppo ridere l’interno rosato del video con Freddy Mercury vestito da donna, la ballo con Ciro in braccio mentre lo stanno dando, oggi proprio tutto torna.   

Non sto invecchiando o forse sì, sento questo un controsenso se guardo nel bianco e nero di quella specie di polaroid quella massa più chiara di utero che si direbbe strozzata e ferita nel suo collo. Io non mi sento niente a parte il bruciore della tintura marrone sulla lacerazione, che mi dura solo qualche ora fino a mezza mattina. Io non capisco se il mio corpo si sta consumando, fra dieci giorni compie il suo trentottesimo compleanno, i fatti medici direbbero di sì ma io non ci credo, io non mi sento niente. Non morirò fra due o tre anni, ho troppe cose da fare, quella piaga non è un tumore ma solo il finale di una storia d’amore, o solo il tradimento dovuto alla perdita di un lavoro decennale, o solo il tormento per un’amicizia sbattuta e buttata in un cesso. Io non mi sento niente, da due settimane ho smesso di godere non per sintomatologia ginecologica o prescrizione medica ma per libera scelta: era una storia finita; a pensarci ora sembra quasi una convergenza astrale o un richiamo ancestrale alla mia carne ferita, che solo le mie mani possono toccare e penetrare per curarne la piaga giorno dopo giorno.

Torno al rosso della mia stanza.

Metto un pantalone sgargiante che ha la sfrontatezza dei vent’anni napoletani, mi sta ancora e sorrido. Mi spoglio e mi peso, ho la stessa carne di dieci anni fa e me ne vanto allo specchio. Mi vesto di nero elegante da sera, il lungo è sempre bello. Mi spoglio e guardo il seno, è sodo come dieci anni fa con la sua forma e il suo peso che sta tutto nella mano di un uomo: mi piace tanto quando viene mangiato da una bocca che affamo. Mi vesto da avvocato e mi trasformo in un attimo. Mi vesto di vesti destrutturate, ormai le amo mi danno il senso del vento in una forma di stoffa. Mi spoglio e mi metto nuda davanti allo specchio. Come sempre non mi piaccio a parte braccia, collo, spalle, schiena, viso e ascelle buone a tenere calde le mani di un altro. Ciro mi guarda, me lo prendo in braccio, lo stringo è caldo, mi piace sentirlo sulla pelle, si accuccia sul mio seno, lo bacio, lo carezzo e gli parlo paroline senza un senso e lui mi fa fusa. Su tacchi dieci sostituiscono le sete d’estate con le lane del prossimo lungo inverno, per un attimo alzo la testa al soffitto quattro metri centro volta: ma quale inverno? potrei non star bene, potrei dovermi curare, potrei dovermi operare, potrei dovermi fermare, potrei soffrire ma questo è il meno perché sopporto il dolore senza una soglia. È il telefono che squilla, è mamma come sempre a mischiare la cronaca politica a vicende familiari, lamentele su mio fratello sempre assente e tutto questo al tempo “… fa freddo, piove tanto, ieri sera è andata via anche la corrente, tu come ti senti oggi, hai dormito bene?” Le rispondo appena e poi ridiamo delle gelosie di Ciro verso Oscar il Telegattone, adottato senza il suo consenso. Mamma non sa niente. Sono invecchiata: ho la capacità maniacale di sdoppiarmi con lei e papà per tenerli al riparo da ogni mia preoccupazione, ci riesco ormai senza nessun senso di colpa. Le lascio un bacio.

In fondo il rosso mi vuol bene e non mi fa pensare.  

Oggi mangio sugo al pomodoro, mezzo cotto e mezzo crudo ma non ho il basilico. Lo metto subito a preparare per cambiare stanza, prendere una boccata di verde e viola nella mia cucina che è sempre assolata anche quando fuori piove. Lo mangio a crudo sul pane nero con un filo di olio, lo mangio mentre lo preparo e rido con cento cose contemporaneamente nella testa e ce ne è una, una sola che il mio ottimismo ogni tre giorni non sa contagiare: è l’ira funesta che mi piglia la pancia a pensare che c’è una sola percentuale che è un tumore a strozzarmi la vita nel collo dell’utero. Una sola percentuale a cui non credo, che non vedo, su cui sputo sopra ma che è talmente distruttiva per quell’istante che dura un anno di sconforto e che apre porte di pronto soccorso, lacci emostatici e flebo, ferite da leccare, dolori e pressioni, preoccupazioni e commiserazioni, finte parole e cordoglio, preghiere e rosari, un utero marcio, un utero asportato, un utero di troppo, un utero da dimenticare come il seme delle mie ovulazioni come il sogno segreto di fare un bambino tutto mio, solo mio, che abbia la mia pelle, il colore castagna dei miei occhi e il desiderio di finire ogni anno d’estate con un tuffo nel mare. È un corto circuito che mi blocca impotente. Non so da quanti minuti sono qui a fissare il vuoto, il pomodoro frigge troppo per essere di prima cottura. Ho perso la cognizione del tempo. Torno nel rosso che forse è meglio.

Questo è il mio giorno ideale, ho un’ora in più per vivere e programmare le cose che farò e che faranno migliore il mondo. Non è pazzia la mia, io lo so che posso ancora provare e che passato questo periodo di merda potrò riuscire a cambiare l’approccio di una certa finanza al sociale. Le teorie esistono, le bisogna applicare. Mi siedo al mio unico tavolo e in inglese spiego al mio pubblico immaginario i meccanismi, il piano di crescita per una finanza sostenibile e lo faccio mettendomi su una t-shirt da notte la collana di turchese il mio amuleto portafortuna. Poi attacco in napoletano a parlare di businèss, il pubblico mi capisce. Nessuno osa obiettare, sento la gente applaudire, nessuno può smentire, deridere, sminuire la potenza di ogni mia parola. Io lo so che c’è un Dio che mi sta guardando e che sa che non sto vaneggiando ma passo solo in rassegna i prossimi anni e quello che desidero fare, lui mi guarda e sorride dandomi le spalle con il culo scoperto, proprio come nella Cappella Sistina di Michelangelo.  Smetto il comizio e mi fermo a pensare.

Neanche so quanti sono i risultati delle analisi che domani mi dovranno dare, l’elenco era esauriente ha detto la dottoressa. Li prenderò alle diciassette e scatterò per un consulto dai medici, poi riposerò tutto nella busta di plastica fino al prossimo anno che impone alle donne la cadenza dell’esame coatto che scongiura la morte del nostro apparato almeno per un altro anno.  Non ho mai capito la matematica e i suoi segni, confondo il maggiore dal minore, a stento so collegare sulle pagine dei referti i numeri della colonna di sinistra con quelli di destra. I numeri di domani si accavallano, si sbiadiscono, si dilatano se provo a legarli come ora, ora che, invece, sto solo lacrimando inavvertitamente mentre spolvero le cornicette sul soppalco. C’è Didi da piccolo, com’ era bello. Ho da fare troppe cose con lui, gli ho appena dato da leggere Il vecchio e il mare, Fahrenheit e La fattoria degli animali; ho da fare troppe cose per lui, lo devo portare via da quella terra di camorra.

Oggi è una domenica apparentemente come le altre, dicono al TG che la Juve ha ancora rubato una partita, la cosa non mi fa incazzare, sorrido anche di questo e cambio canale.

Mangio seduta sul divano, ho troppo sonno e voglio dormire accostando le imposte e voglio svegliarmi quando lo vorrà il mio corpo e vorrei sognare un paio di occhi azzurri nel rosso riflesso dalla pioggia che cade nel silenzio del mio quartiere. Sono stanca e voglio saziarmi dormendo e senza incubi e senza telefoni che squillano, e-mail che arrivano, appuntamenti che saltano, senza dovermi svegliare senza riposo. Da piccola pensavo che l’ora solare mi desse un’ora di più al giorno, ancora oggi non capisco perché, invece, la notte arriva prima. Mi abbraccio al cuscino, non ho paura di che sarà domani: chi pensa al buono si porta il buono e se mi fossi ammalata almeno vivrò convinta di non morire.

Dormo, dormo tanto. Mi sveglio che ho dato un ordine, per caso, al mio armadio, è forse il segno che oggi è il giorno perfetto. Fino a sera me lo vivo in silenzioso contegno, ci sarà il tempo per le parole. La felicità mi ha riempito la pancia di rosso che durerà finchè saprò di essere sopravvissuta a tutto.

 (c) Milena Prisco

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Da “Mappature”. Inediti di Massimiliano Bossini

– Enoch –

vorrei da questa bocca buco cavarmi fuori
tutto come nulla fosse
estrarmi l’intero finito perfetto e che non venga (è assurdo)
da me dentro
perché lo voglio così aperto e lontano
sempre stato lontano
dal chi sono –
in questo modo strano sconosciuti
io e il mio totale a sprofondare nella fanga del verbo a ritroso
fino all’ossidiana
alla violenza
fino all’osso che dice vivi vivi vivi
vivi
bellissimi e avversi per mera incomprensione
gran freddo di pelli bagnate
languore
spaziosa paura
e sarà solo colpa mia
come lo è di dio
e avrà dunque tutto ragione di scontrarmi primitivo
e di costringersi in bestia
e ancora scomporsi e annientarsi per potermi potenza rientrare –

*

– Babilonia –

come uno sciamano
reiterando l’utile opportuno
movimento alla catena
mai cessando col suo strepito di cimbali
di sonagli bosch e hilti e makita
oscillando il capo ossesso nelle fabbriche pianeta
e sgranando gli acidissimi rosari eccolo
che infine cade in uno stato di trance –
e la mediazione
l’illuminazione
la diretta connessione ultraterrena
non è tanto una luce
come ci viene da sempre narrato
ma più un botto buio e un’onda d’urto
che ti accelera una soglia attraverso
che ti cola le punte di ferro delle scarpe –
un istante prima l’eletto
si chiede se sia esplosa la bombola del propano
uccidendolo
un istante dopo mezzo posseduto
con gli occhi mezzi rovesciati
rivela di se stesso biascicando il vaticinio:

non sarà mai più quest’uomo un buon servo
punitelo per questo
additatelo come poeta untore cantore
cultore di ciò che non serve

*

– Yahoo –

il cielo ci ha voluti
nel malinteso
che è un foro passante
bifronte e limbico

comunque un luogo anche questo
di spionaggio
più che d’altro –
da uccellagione

di qui intravedo breve un buio lucidissimo
quasi un cielo più lontano –
dall’altro lato si giura al contrario
una gran vicinanza:

lei scrive certa di sapermi arrivare fino alla feccia
al quasi succhiarla

*

– Butua –

è acustica la massa
che si frappone

sostanza cosa oggetto defalcante noi
che siamo quindi lingue di vuoto
aperte sulla sua superficie –
poggiamo timpani ore
tiepide fronti a feritoie
a questa grata indoviniamo ansie
toraci espandersi

frulli d’extrasistole

*

– Brave New World –

raffreddata la cellula accecante
dai flutti di liquido azoto
si poté finalmente accedere al nucleo
che con tutto sommato poco sforzo
venne scisso e penetrato –

dell’alieno perito non ci è detto
ma solo delle sue poche buone cose
peraltro quasi indegne di nota
(cose come un tòcco di pane
spazzolino laser
specie di mutande)

robe in fondo prevedibili che sfiga
tranne forse una –

la crème degli esperti
ci mise 7 anni e 77 milioni di amero
per decifrare con ragionevole certezza
il geroglifico frammento in tasca al pellegrino siderale
ed era il lamento di un ragazzo
per una ragazza
che non ricambiava
il suo amore

*

BIBLIOGRAFIA

Massimiliano Bossini nasce a Brescia nel 1976 e attualmente vive in provincia di Como, sul confine italo-svizzero. Ha pubblicato Forcipe (Il filo, 2008) di cui si possono leggere stralci e note in rete; sempre in rete è apparso Sullo scrivere, sei poesie (absolute poetry, 2009). Il trittico Motosega, finalista a Poesia di strada XIII edizione, fa parte dell’antologia relativa al premio (Vidya Editore, 2010). Nel 2011 ha partecipato alla manifestazione culturale Invasioni (Teatro Sociale di Como) con una serie di testi sull’unità di Italia intitolata Rotazione. La plaquette Abbiamo identiche mani è stata selezionata al Premio Mazzacurati Russo 2012 e sarà dunque in parte accolta nel prossimo Registro di poesia (Edizioni d’if, 2013).

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solo 1500 n. 90: Roth

foto dal sito di The Guardian

SOLO 1500 N. 90: Roth

Quando lessi Pastorale americana, molti anni fa, dovettero passare diversi giorni dalla fine della lettura, prima che riuscissi a capire se il romanzo mi fosse piaciuto o meno. Mi piacque e molto. Fu il mio primo contatto con Philip Roth e da allora l’ho sempre letto. Prima andando a ritroso nella sua vastissima produzione, poi seguendolo nelle pubblicazioni più recenti. Conto diversi capolavori e molti libri sopra la media cui qualsiasi narratore possa ambire. Parliamoci chiaro: quelli che sostengono che Roth sia sopravvalutato non sanno bene di cosa stiano parlando. Sarei d’accordo con loro se dicessero che ci sono altri scrittori di alto livello, meno considerati. E ce ne sono. Ma Roth è Roth. Di lui ho amato, in particolare, la maniera scientifica con cui fa a pezzi il sogno americano. L’ironia tagliente che non fa sconti a nessuno. In un’intervista pubblicata il diciassette marzo su La Lettura, tra le altre cose, lo scrittore dice che chi cerca la felicità in narrativa, deve andare a cercarla altrove. La scorsa settimana Roth ha compiuto ottant’anni, come sappiamo ha smesso di scrivere. O meglio, si è liberato dagli obblighi della scrittura. Immagino che scriva ancora, poi c’è la collaborazione con il suo biografo ufficiale. Da lettore gli invio qualche Grazie, perché leggere la sua letteratura è stato un privilegio. In Everyman, Roth dice di aver scelto una donna e di avere riversato su di lei il dolore che provava in quel periodo. A saperlo fare, Philip, a saperlo fare.

(c) Gianni Montieri

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Ravaioli (terza parte) – di Stefano Domenichini

berlin 2010 -foto gm

 

STORIA RAGIONATA DEGLI ANNI OTTANTA (terza parte)

 

C’erano una volta due paesini. Erano talmente vicini che uno dei due leggeva l’ora sul campanile dell’altro. Gli abitanti del paesello orologizzato non ci dormivano la notte. Un sopruso bello e buono. E che cazzo, se lo facessero da soli il loro quadrante. Prima di diventare matti davvero, decisero di togliere l’orologio dal campanile. E lo fecero. La terapia funzionò. Un orgoglio allegro tornò a scorrere per le vie del borgo. E siccome una cura azzeccata è un bendidio glassato, i paeselli non si fermarono, fino ad avere ciascuno il suo ente di protezione del presepe tradizionale, il suo aeroporto e la sua Università.

Basta ascoltare la pancia, e i problemi si risolvono [la pancia era diventata la piazza, tra il cardine e il decumano; tutto si svolgeva lì, a pochi centimetri dal fico ruminale e dal foro boario. Tutti si convinsero che era comodo parlare e ascoltare con la pancia, che è un po’ come masturbarsi un orecchio o masticare con l’incavo posteriore del ginocchio. Chi sapeva parlare alle pance fu eretto a genio della comunicazione].

Ogni campanile un’Università (con i baroni, i dottorandi, i baretti, le feste) e tutte le Università in competizione tra loro per tirar su più studenti possibile. La richiesta non mancava. Orde di diplomati agognavano la laurea. Si trattava solo di attirarli. Nacquero così offerte formative interessantissime e di ampie prospettive. Ad esempio, potevi diventare Geografo Junior con una bella laurea in Scienze Geografiche. Oppure ti graduavi in Scienze Statistiche per Decisioni e da lì aprivi una partita IVA e ti mettevi a fatturare a tutti quelli che ti chiamavano perché erano in giro, gli scappava e non sapevano dove farla (in alternativa, potevi optare per un call center 892424: pronto sono Luciano, come posso servirla?).

Molti prediligevano offerte più orientate al sociale, come la laurea in Scienze dell’Allevamento, Igiene e Benessere del Gatto e del Cane o in Scienze del Fiore e del Verde. Ne uscivano gasatissimi, con piglio da luminari, per accorgersi che gli unici sbocchi professionali erano da infermiere presso veterinari dai modi spicci o da commessi nelle serre ai bordi della statale.

Fior di laureati abbandonati dalle istituzioni, ecco come si sentivano, con tutti i sacrifici che mammamiadammicentolire e l’angelo custode del sangiovannibosco che ci aiuta anche quando non ne abbiamo bisogno e poi io con che faccia ci torno a casa se faccio da commesso al fiorista miliardario che però dice sempre che gli manca la sua zappa? Così partivano. Andavano a Londra, Parigi, New York e si mettevano a fare lavori che qui si cospargevano di bialcol solo a sentirli nominare; camerieri, gelatai, portapacchi motorizzati e si facevano strada, aprivano ristoranti, catene di lavanderie, ecoinquinatori a energia immobile, ma quando transitavano in patria, di passaggio, avevano sempre una lacrimuccia per quella cultura da gattologi che nessuno aveva saputo valorizzare.

Nacquero così i cervelli in fuga e, quasi contemporaneamente, arrivarono i marziani.

A Ravaioli, lì per lì, i marziani non è che diedero troppo da fare. Certo, non erano come nei fumetti e nei telefilm del suo immaginario infantile, ma il fatto che non mangiassero pantegane vive o non gli uscissero dalla pancia parassiti xenoformi non lo deluse più di tanto. Strani, a dire il vero, un po’ lo erano. I primi marziani si addensavano ai semafori con un secchio e uno spazzolone. Stavano sempre lì.

Ciò che inquietava Ravaioli era il loro sguardo. Era vuoto, imbambolato; non davano mai una soddisfazione. Una sera che aveva bevuto, all’incrocio tra la Filippetti e la Ripamonti, Ravaioli provò a dare cinquantamila lire a un tipo secco che strofinava di mancino. Niente. Non guardò neanche, prese su e sparì. E vabbè che sei alieno, pensò Ravaioli, ma cazzo, ti ho mollato la cinquanta e non dici neanche grazie? Si aspettava, non dico che si prostrasse, ma almeno che lo invitasse a cena per fargli conoscere la famiglia. E invece niente, nanca un plissé.

Poi arrivarono i neri, e a quel punto lì non si poteva più fare esperimenti: bisognava schierarsi. I neri hanno questa cosa qui: è secoli e secoli che vanno dappertutto a far irritare i bianchi che, applicando rigide regole della zootecnia, si considerano razza superiore. Sembra lo facciano apposta, i neri, a farsi trovare ovunque.

Un conto è andare a vederli in Kenya o in Giamaica, provare il loro vigore sessuale, un conto è scovarli apposta, di notte, in qualche zona fiera, per vedere se è vero che hanno culi sodi e senza cellulite, ma ritrovarseli intorno mentre si portano a scuola i bambini beh, è francamente una seccatura. L’imbarazzo rischiava di scalfire la compattezza della rivoluzione basata su grandi aspettative e, pertanto, impossibilitata a occuparsi di dettagli. Per asfaltare il futuro, non ci si poteva distrarre. L’ideale era lasciarsi trasportare dal soffice bigottismo che caratterizza le epoche di espansione: tutti fanno tutto, ma si schierano contro chi lo fa.

Ravaioli fiutò l’aria e decise: entrò in politica.

Cominciò a finanziare un tipo che gli aveva presentato un cliente. Era uno che la mattina era di poche parole; dopo colazione diceva solo due cose: “Sono un medico. Vado a lavorare”. Uscito di casa, dimenticava subito gli studi interrotti di medicina e gli veniva la logorrea; si metteva in canotta e cominciava a girare i bar del varesotto. In poco tempo diventò un’attrazione. Alle nove e trenta era già ciucco, ma non quel ciucco che ti fa diventare meditativo e, a volte malinconico no, lui esaltava gli avventori che entravano e uscivano con concetti chiari e semplici tipo: “se ce l’ho duro io, potete averlo duro anche voi”.

Verso le quattordici e trenta cominciava a parlare della Svizzera a cui voleva annettersi, lui, il bar dove si trovava e tutti quelli che gli offrivano un altro giro. Fino a che gli arrivò una raccomandata dall’avvocato Armbruster di Berna che lo diffidava, per conto della Confederazione Elvetica, a fare uso del nome della sua assistita durante i quotidiani sproloqui. Ravaioli cominciò a frequentarlo assiduamente, anche perché il tipo, oltre a tirare su un sacco di contadinotte fresche e disponibili, aveva fondato un partito che doveva liberare il popolo dai partiti.

Ravaioli trovava la cosa facile ed entusiasmante. Le platee erano piene di gente che aveva munto tutto il giorno od otturato denti in bocche devastate o scaricato frutta dai camioncini e aveva, di conseguenza, poca voglia di ragionare. Niente contraddittorio. Bastava andare lì e dargli adrenalina sotto forma di giuramenti, duri e puri e tasse da eliminare.

Una sera si trovarono in una pizzeria di Caronno Pertusella per provare delle ampolle che dovevano servire per un rito al Dio Po. Senonché decisero di testarle con una grappa di Chardonnay. All’uscita Ravaioli era dritto il giusto. Gli era anche presa male, aveva lo stomaco in fiamme. C’era buio, freddo e l’acidità bruciava la sua proverbiale sicurezza. Gli si fece sotto un tizio che prima era dentro il locale, guardava, ma si teneva in disparte. Si chiamava Eros Zaffaroni, figlio di partigiano, lavorava come magazziniere in una ditta farmaceutica della zona. Sbarrò la strada a Ravaioli, lo fissò e disse:

–          Lo sa lei che ci ha su un orologio che costa più del mio stipendio annuale?

Ravaioli si sentì improvvisamente solo. Essendo un entusiasta, pensò che un pugno allo stomaco forse gli avrebbe fatto bene alla digestione.

–          No, guardi, si sbaglia, è stato un regalo, cioè non è mio…

Zaffaroni lo interruppe. Fece una smorfia che poteva anche  essere un sorriso, e disse:

–          No, guardi lei. Non mi fraintenda, il mio è un complimento. Mi fido di lei che ha avuto successo. La voterò sicuramente.

Ravaioli capì che era fatta. Si andava a Roma.

***

[fine parte terza]

 

STORIA RAGIONATA DEGLI ANNI OTTANTA _ prima parte

STORIA RAGIONATA DEGLI ANNI OTTANTA _ seconda parte

 

L’«altra metà» di Primo Levi: la chimica dei versi – di Emanuele Zinato

levi

I. Primo Levi è celebre soprattutto come testimone di una delle maggiori tragedie del Novecento: i campi di annientamento nazisti. Levi, tuttavia, è anche e soprattutto un grande scrittore: Se questo è un uomo e I sommersi e i salvati sono opere che, riflettendo sulla “condizione umana”, si situano sulla scia dei Saggi di Montaigne e dei Pensieri di Pascal, La tregua è una grande narrazione epica e picaresca, le quattro raccolte di racconti (Storie naturali, Vizio di forma, Il sistema periodico, Lilìt e altri racconti) sperimentano le varie maniere dell’ apologo “scientifico”, «facendole reagire le une sulle altre».[1] È inoltre un poeta, e nella forma breve delle sue poesie si può apprezzare compiutamente l’impasto di invenzione letteraria e argomentazione etica tipico della sua scrittura.
Levi ha iniziato a scrivere poesie molto presto: il primo testo, dal titolo Crescenzago, è del febbraio 1943. La scrittura in versi dunque precede, e poi affianca, quella in prosa e arriva sino agli ultimi mesi di vita dell’autore. Le poesie uscirono in una prima raccolta di 27 testi presso l’editore Scheiwiller nel 1975: L’osteria di Brema, il cui titolo è tratto da una poesia di Heinrich Heine. Dieci anni dopo, nell’ottobre del 1984, uscì la seconda raccolta, pubblicata da Garzanti: Ad ora incerta, di 53 poesie (anche stavolta il titolo rimanda a un testo poetico: un verso di The Rime of the Ancient Mariner di S. T. Coleridge). Altri 18 testi, composti tra il settembre 1982 e il gennaio 1987, furono raccolti con il titolo redazionale di Altre poesie e pubblicati postumi nel volume einaudiano delle Opere.[2]
Considerare Primo Levi “un poeta” può risultare sorprendente: la poesia nella modernità dell’Occidente è stata il più egocentrico dei generi letterari, un’arte che, nella sua forma tipica, rievoca frammenti autobiografici in uno stile del tutto soggettivo. Levi, invece, è giustamente noto come scrittore del “noi” e del “voi”, come evocatore di un monito e di una responsabilità collettiva. Infatti egli, fedele al criterio di trasparenza nella comunicazione, dichiara perentoriamente “dicendo poesia, non intendo niente di lirico”;[3] e “provo diffidenza per chi è poeta per pochi”.[4]
Nel risvolto di copertina di Ad ora incerta, tuttavia, Levi confessa al lettore un’altra origine, “non razionale”, della propria scrittura poetica:

Uomo sono. Anch’io, ad intervalli regolari, «ad ora incerta», ho ceduto alla spinta: a quanto pare, è inscritta nel nostro patrimonio genetico. In alcuni momenti, la poesia mi è sembrata più idonea della prosa per trasmettere un’idea o un’immagine. Non so dire perché, e non me ne sono mai preoccupato: conosco male le teorie della poetica, leggo poca poesia altrui, non credo alla sacertà dell’arte, e neppure credo che questi miei versi siano eccellenti. Posso solo assicurare l’eventuale lettore che in rari istanti (in media, non più di una volta all’anno) singoli stimoli hanno assunto naturaliter una certa forma, che la mia metà razionale continua a considerare innaturale.[5]

Quale fra queste dichiarazioni autoriali dobbiamo prendere per buona? I versi di Primo Levi sono davvero la voce della metà inconscia, non razionale dell’autore?
Gli esiti formali sembrerebbero smentire questa confessione leviana. Al lettore delle poesie, infatti, balza agli occhi soprattutto il loro impianto didattico e epigrammatico: anche la poesia sembra nascere in lui dalla ragione, dalla lettura morale della realtà. A partire dal testo poetico più noto, l’ epigrafe di Se questo è un uomo dal titolo Shemà, nei versi di Levi non vi è mai la più piccola traccia di orfismo o «l’attesa che – suono a suono, figura a figura – il senso scaturisca in forza di quella razionalità ‘altra’ che è l’inconscio».[6] Si tratta viceversa di un caso esemplare di figuralità severamente controllata,[7] che permette di accostare, dal punto di vista stilistico e retorico, Ad ora incerta «a quella poesia neorealistica che in Italia è riuscita ad avere così di rado degne espressioni.»[8] Shemà in ebraico significa ‘ascolta’ ed è l’invocazione a Jahwè con cui si apre la preghiera fondamentale dell’ebraismo. Questo titolo allude a una poesia intesa come parola religiosa laicizzata: un monito culturale a largo raggio di senso. Si tratta di tre strofe di 4, 10 e 9 versi liberi, in cui la figura più presente è l’anafora, la ripetizione. I destinatari sono i milioni di anonimi condensati in quel “Voi”: si tratta di una maledizione e insieme di un ammonimento disperato e solenne. Il comando imperioso, martellato dalle anafore, serve a scolpire nel cuore di ognuno la memoria, contro la smemoratezza, l’indifferenza e la complicità. Allo stesso modo funzionano altre poesie composte tra il 1945 e il 1946, come a esempio Buna, Alzarsi, Lunedì, Ostjuden. Non si tratta dunque, di certo, di poesie liriche, il genere letterario dedicato all’espressione dei sentimenti individuali: lo schema è piuttosto quello classico della poesia di pensiero (l’epigramma, l’epistola in versi, l’apostrofe).

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Raymond Carver, spiegazione tecnica di un colpo al cuore

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Raymond Carver, spiegazione tecnica di un colpo al cuore

“Cerco di scrivere ogni racconto meglio che posso senza pensare a  chi influenzerò o a che tipo di impressione farò”. Prima di mettermi a scrivere questo articolo ho riletto alcuni racconti di Raymond Carver, scelti a caso in diversi libri, pensavo che dopo tante letture riuscissi a mantenere un distacco “tecnico”, ma non è così: Leggendo Carver si prova il classico colpo al cuore. Solo che qui il romanticismo non c’entra niente. Il colpo al cuore è scatenato da una miscela di ingredienti, che proverò ad analizzare per recuperare quel distacco tecnico necessario all’oggettività. Nessun gesto è casuale. I personaggi di Carver sono disposti nella scena (che si tratti di Motel, Abitazione, Bar, Automobile, Ospedale) in maniera precisa è qualunque gesto compiano non è mai per caso. Ogni azione racconta l’azione stessa ma anche altro. Se un uomo o una donna stanno lavando posate e bicchieri, non staranno mai facendo solo quello. Le posate saranno lavate con lentezza e asciugate meticolosamente, oppure molto in fretta, sgrassate poco, appoggiate sul lavello alla rinfusa. Ampliamo la scena. Una donna torna a casa dal lavoro, suo marito è in salotto, sta seduto sul divano, guarda la Tv su un canale qualsiasi, ha in mano un bicchiere da cui ha bevuto gin o scotch, ce lo dicono il cubetto di ghiaccio rimasto sul fondo, ce lo dice la sua barba incolta, gli occhi nel vuoto. Ce lo dice la sua donna che entra e non dice “Ciao”. Questa scena potrebbe stare in una prima pagina di un racconto di Carver. I due personaggi non avrebbero ancora parlato, avremmo visto solo un quarto della casa ma sapremmo già molto, quasi tutto quello che serve al prosieguo della storia. Vediamo i protagonisti, sappiamo che qualcosa sta per accadere, prima che accada. Carver ce lo ha già detto. I dialoghi a tre o più persone. In molti racconti di Carver siamo messi di fronte a conversazioni svolte tra più persone, solo per accennarne un paio, vi rimando alle cene di “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” (dalla prima raccolta dello scrittore americano quella dei famosi tagli di Gordon Lish, uscita in Italia per Minimum fax e poi nella versione senza tagli Principianti per Einaudi) e di “Penne” (il racconto che apre Cattedrale, forse il suo capolavoro). Credo che scrivere un racconto con quattro attori che dialogano seduti a tavola e, contemporaneamente, narrarci le loro vite, farci vedere tutto quello che c’è oltre quel tavolo, quella stanza, il loro passato, il presente e, addirittura, il futuro, sia una delle cose più difficili da fare. Nel primo dei due racconti, che ho citato, i personaggi conversano rapidamente, tutti e quattro, come nella realtà, mentre lo fanno riempiono e vuotano i bicchieri, la luce nella casa cambia, le voci si impastano. Le emozioni salgono, le loro commozioni, i rimpianti, i dolori, le convinzioni sovvertite diventano le nostre, stiamo dalla loro parte, siamo loro in un finale che comincia a scriversi dalla prima parola, perché il finale classico nei racconti di Carver non c’è. Tutto quello che c’era da vivere, comprendere, immaginare è già venuto fuori, prima dell’ultima pagina che non è meno importante di tutte le altre ma lo è come tutte le altre. Tutti racconti di Carver sono incipit e finale nello stesso tempo, lo scrittore americano mette sul tavolo tutti gli elementi dall’inizio, poi li dispone, li elenca ma tutto è già lì. Nessun trucco (come amava dire lui) e massima onestà verso il lettore. L’importanza delle parole. In una delle sue frasi maggiormente citate, Carver sottolineava come le parole fossero tutto quello che abbiamo e per questo bisognava usarle con la giusta cura, senza sprecarle (che non vuol dire risparmiarle). L’uso che egli fa delle parole è pressoché perfetto. I termini sono precisi, le descrizioni impeccabili, gli aggettivi usati solo se necessario. Si ha la sensazione, leggendo, che ogni singola parola non potrebbe essere in alcun caso sostituita da un’altra. Raymond Carver scriveva nei suoi manuali e raccomandava ai suoi studenti di scrittura creativa di non usare due parole laddove ne sarebbe bastata una. Questo non vuol dire essere minimalisti (minimalista era Lish, il suo editor), Carver, così come lo definì Foster Wallace, era un artista della parola. Sapeva scegliere quali usare e a quali rinunciare. Per questo era anche un bravissimo poeta. La punteggiatura e la revisione.  Una volta conclusa la prima stesura di un racconto, Carver passava molto tempo a revisionarlo. Durante questa fase accorciava (a volte anche di parecchio) le storie, per tener fede a qualcosa in cui credeva molto: L’economia della parola. Toglieva i verbi, gli aggettivi, i sostantivi superflui. Cambiava. Controllava in maniera maniacale la punteggiatura (fedele ai dettami di uno dei suoi massimi ispiratori IsaaK Babel), un punto o una virgola messi al posto giusto valevano la salvezza dell’intero periodo e di quelli successivi. Si fermava solo quando si accorgeva di aver aggiunto qualcosa cancellato in precedenza. Era un chirurgo che aveva penna e cuore. La semplicità. La lingua usata da Carver è quella del linguaggio di tutti i giorni, egli credeva molto in questo. Pensava, però, che per ottenere quella “semplicità” bisognasse lavorare molto “per farla sembrare trasparente”. Gli uomini e le donne di Carver parlano la lingua dell’America delle piccole città, dei Motel, dei Camper, dei Market in mezzo al niente, ma quella stessa lingua la usano pure i medici, gli avvocati perché è “La lingua”, il solo linguaggio possibile quello più vicino alla verità. La pietà e l’umanità. Non si percepisce mai odio nei personaggi di Carver, al massimo un accenno di risentimento per qualcosa che non c’è più o che sta finendo. Figli che vivono a migliaia di miglia di distanza dai genitori, padri alcolisti, madri che non sanno prendersi cura dei propri figli, amori perduti e ritrovati, gli operai, i falegnami, i disoccupati. Questi sono i cittadini dei paesi di Raymond Carver, per le loro vite (per le vite di tutti loro) proveremo una sorta di compassione collettiva, a loro guarderemo con tenerezza. Perché è così che li guarda chi li ha inventati, senza cinismo, con umana pietà; con lo sguardo di chi sa che la vita può girare per il verso giusto o per il verso sbagliato da un momento all’altro, per molto poco. Per questo nessuno ha saputo raccontare gli Stati Uniti D’America degli anni settanta/ottanta come ha fatto Carver. L’America fuori dalle grandi città, quella dove accade poco del Sogno Americano, ma quel poco è un mondo fatto di anime che provano a stare in piedi come meglio possono, a volte si attaccano a una bottiglia altre a una stretta di mano, a volte a qualcuno che se ne è andato. Tutti presi a vivere il presente, un presente che è anche domani. Vi ricordate il pasticcere di “Una cosa piccola ma buona”? Come sembra bastardo e come cambia quando sa del bambino? Dopo gli vogliamo quasi bene. «Non sono un uomo cattivo, almeno non credo. Non sono cattivo come ha detto al telefono. Dovete cercare di capire che in fin dei conti il problema è che non so più come comportarmi, a quanto pare» […] «permettetemi di chiedervi se ve la sentite  in cuor vostro di perdonarmi». E lo perdonano, nel racconto non c’è scritto ma lo fanno. Un ultimo aspetto che mi preme segnalare, importante per noi italiani è la traduzione. Il traduttore italiano di Carver da sempre è Riccardo Duranti, a lui dovrebbero andare i ringraziamenti di tutti noi per aver reso quella lingua la nostra, per essere entrato, ancor prima che nelle storie, dentro il cuore dello scrittore. Mettendo insieme tutti gli aspetti della prosa che ho provato a spiegare qui (senza contare quelli rimasti fuori) si può forse comprendere “il colpo al cuore” di cui scrivevo all’inizio. Carver è così, ti toglie il respiro e ti commuove fino alle lacrime, attraverso un perfetto meccanismo di scrittura, una classe e un talento senza eguali, mediante l’onestà. Per questo dire di lui “Minimalista” è come dire niente.

 

Gianni Montieri

nota: questo articolo è stato già pubblicato nel numero 15 della rivista QuiLibri

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Nocturnes #5: ‘Voice’, Toru Takemitsu

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Con questo numero della rubrica Nocturnes vorrei osare, andare un po’ oltre il legame ‘classico’ che per secoli ha accompagnato la parola poetica al linguaggio musicale, amalgamandosi sotto diverse forme (il madrigale, l’opera, il lied romantico ecc.) per arrivare ai giorni nostri a un concetto forse meno sistematizzato di questo legame. Analizziamo la partitura di ‘Voice‘ (titolo emblematico direi) di Toru Takemitsu, scritto per flauto solo, nell’anno 1971, e quindi nella produzione pienamente matura del compositore giapponese, già entrato in contatto con figure quali Igor Stravinskij, John Cage per la musica aleatoria (vedi scuola di Darmstadt: ‘La parola d’ordine a Darmstadt era – libertà -‘, scrive il musicologo Alex Ross); analizzando ‘Voice’ dunque ci troviamo di fronte a un curioso e innovativo modo di intendere il legame fra testo e musica: le parole vanno a integrarsi con il tessuto musicale ricamando frasi di linguaggio musicale e parlato insieme: l’interprete, il flautista cioè, è tenuto a recitare durante l’esecuzione un testo che si ripete, a frammenti, lungo tutto il percorso musicale, e che nella sua versione integrale è: ‘Qui va la? Qui que tu sois, parle, transparence!’ Who goes there? Speak, transparence, whoever you are!‘. Mi piacerebbe potervi mostrare qui la partitura che ho ora sotto gli occhi, ma è un processo che non mi è possibile. Nella legenda al brano, fra le varie indicazioni, si legge: ‘Le texte est tiré de “Proverbes faits à la main” de Shuzo Takiguchi avec la permission de l’auteur’, un appunto interessante per conoscere la natura del testo. Takiguchi è un poeta surrealista del primo Novecento e Handmade Proverbs to Joan Miro è una raccolta del 1970 che contiene il testo scelto per la composizione musicale (Takemitsu scrive ‘Voice’ l’anno seguente).
La frase è inquietante, suggerisce una presenza quasi spettrale, ultraterrena, che si inserisce nella maglia di note. Qui va là? esordisce il flautista e più avanti, in un percorso di salti cromatici e di sfumature di colore tipiche anche del Takemitsu sinfonico (si ascoltino i lavori per orchestra, dal Requiem a Spirit Garden), ecco il secondo intervento vocale: Qui que tu sois, parle, transparence! un invito a rivelarsi, al riconoscimento, all’agnizione in senso greco. Mi piace pensare che in quella ‘trasparence!‘ vi sia lo specchio in cui l’artista riconosce se stesso nel processo creativo (nel frattempo infatti il flautista sta anche suonando, si sta cercando nel suono, come già accadeva per il fauno di Syrinx, di Debussy).
E’ quello di Takemitsu un riconoscimento spettrale, certamente, perché espressione dell’inconscio. Ma la trasparenza è qualcosa che rievoca anche luce, limpidezza, candore, e in questo senso mi piacerebbe leggere le parole del poeta Takiguchi che collaborò con molti pittori e compositori del suo tempo, nel tentativo di dare voce a un’immagine o a un suono: la ricerca dell’identità passa nell’incontro di più arti. Parola e musica, da sempre, e qui nuovamente, si trovano insieme a cercare l’uomo.

Scelgo qui di postarvi solo una parte del brano eseguita dall’immenso Emmanuel Pahud; lascio a voi scegliere altre interpretazioni da ascoltare, in youtube ce ne sono varie.

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Archiloco, Epodo di Colonia – fr. 196A, 17 West2

trad. di Luciano Mazziotta

colonia

“Affatto interrotto,
lo stesso sopporta e se
adesso hai fretta e il cuore ti pulsa
c’è dalle mie parti
una bella e molle fanciulla verginetta
che brama follemente: d’aspetto
niente male mi sembra.
Lei tu fattela tua”.
Queste parole modulava e io di contro rispondevo:
“Figlia d’Anfimedosa,
donna, sì donna, ma soprattutto
valorosa, che la terra umida ha con sé là sotto,
molti sono i piaceri della dea dati ai giovani
oltre al divino consumare: uno di questi può bastare.
E il resto io e te
negli antri con gli dei e il loro favorevole volere
decideremo tranquillamente.
Obbedirò io poi al tuo piacere.
Insistente
sotto il fregio o sotto le porte
ti chiedo di non resistermi, tesoro:
approderò allora al giardino di Era.
Questo sappi ora: NEOBULE
un altro eroe se la prenda!
Quella è matura e rinsecchita, senza esagerare:
il fiore verginale è andato a male,
andata a male è la sua antica grazia:
mai sazia
e senza misura
appare pazza questa donna pazza!
Mandala alla forca!
Ché prendendo per moglie quella porca
sarei la barzelletta del quartiere.
Su di te si è fermato invece il mio volere.
Tu né dubbia né infedele,
quella tanto acuta e pungente
se ne farà tanti
——————di amici.
Temo la ventura di figli prematuri
e ciechi – se spinto dalla fretta –
come quelli della gatta”.
Così blateravo. E la vergine in fiore
feci inchinare, coprendola del mio
mantello delicato, abbracciando il suo collo
ceduto di soppiatto –
[io cacciatore], lei cerbiatto! –
Mi attaccai con le mani dolcemente al suo petto:
Luceva lei di pelle fresca,
impeto straniero di giovinezza;
e strusciandomi su tutto quel bel corpo
finalmente spruzzai la mia potenza seminale
sul suo biondo pelo vaginale.

 

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Dal diario di Maxie Wander

Wander

Maxie Wander, mentre scrive nel giardino della sua casa. Fotografia di Fred Wander, primavera del 1963 (da: Sabine Zurmühl, Das Leben, dieser Augenblick/”La vita, questo attimo”)

26.4.1966
Di notte, alle due e mezzo

Mi sono immersa nella lettura di Flaubert e ho iniziato il libro, meraviglioso, di Romain Rolland su Tolstoj. Ho scoperto Bettelheim e ho trovato in un testo di Heyer questa frase: «Ogni vita in divenire ha bisogno della resistenza con altrettanta urgenza di quanto abbia bisogno della conferma. Chi non conquista il proprio io in questi anni, arriva a trovarsi nella situazione di emergenza di metterlo almeno in mostra e in posa, ché da qualche parte siamo obbligati a   mettere questo io di fronte alle esigenze di tutto un mondo circostante. Se non c’è un io, perché non è cresciuto, perché l’io non osa essere e non sa essere, allora questo io non viene vissuto come espressione di tutto ciò che è divenuto ed è stato acquisito, ma allestito come gioco a fare effetto».
È risaputo che tutto ciò che vale per la singola persona può essere applicato anche alla società. Questo è vero, e lo è con un discreto grado di esattezza, per ciò che riguarda le debolezze della società. Di ogni società. Questa storia dell’io e del suo giocare a fare effetto – perché non è cresciuto! Questa brama cieca di fare colpo sempre e dappertutto, di pretendere lodi e di parlare sempre degli stessi successi. Solo se ci confrontiamo quotidianamente con le contraddizioni della vita le nostre forze possono crescere, la società può rimanere viva. Ed ecco qui la frase che ho trovato in Rosa Luxemburg, che porto con me e che mando a tutti i nostri amici: «Solo una vita non repressa e spumeggiante perviene a mille forme nuove, a improvvisazioni, ottiene forza creatrice, corregge da sola tutti i propri sbagli. Per questo la vita pubblica degli stati a libertà limitata è così misera, così disagiata, così schematica, così arida, perché escludendo la democrazia si preclude le fonti viventi di ogni ricchezza, di ogni progresso spirituale!»

(da: Maxie Wander, Ein Leben ist nicht genug. Tagebuchaufzeichnungen und Briefe – “Una vita non è abbastanza. Diari e lettere” –  a cura e con una premessa di Fred Wander, Frankfurt 1990; la traduzione del brano è di Anna Maria Curci)

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Maxie Wander nacque a Vienna, da una famiglia operaia, il 3 gennaio 1933. Crebbe nel quartiere di Hemals, dove era nata, un quartiere dalle radici fieramente popolari. “I suoi genitori e altri membri della famiglia lavoravano illegalmente per il partito comunista austriaco, e tutto il suo pensiero e il suo comportamento furono fortemente contrassegnati dallo spirito di solidarietà che animava gli abitanti del quartiere sotto il terrore nazista”, si legge nella quarta di copertina di Ciao bella, il libro che raccoglie le storie di diciannove donne della Germania orientale e che fece conoscere Maxie Wander anche ai lettori italiani.  Nel 1958 si trasferì con il marito, lo scrittore Fred Wander, nella DDR, nella Repubblica democratica tedesca, precisamente a Kleinmachnow, località poco distante da Berlino, dove visse fino alla sua morte, nel 1977.

 

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