Giorno: 24 febbraio 2013

E sperare che cominci il rumore…

Esiste ancora una forma di musica che sia in grado di provocare fastidio?

Mi spiego meglio e veloce, prima di cadere sotto una pioggia di strali con nomi e cognomi di urlatori, capelloni, distorsori, vomitatori, pogatori, stage divers dell’universale panorama musicale. Non parlo delle provocazioni che nascono in antagonismo e che finiscono poi per diventare moda anch’esse nell’attirare accoliti che vi si identificano. Non parlo neanche di un fastidio definibile come “culturale”, sia esso il risultato dell’ascolto dei Naked City da parte di un fan di Tiziano Ferro o viceversa.
No! Io parlo di “Fastidio”: del crampo che arriva improvviso mentre guidate a 180 km/h sulla Cisa, del prurito improvviso e devastante che vi coglie mentre presentate il vostro Curriculum per il lavoro della vita.
Narra una leggenda che solo un tale signor Frank Zappa possa aver vantato tanta abilità. Altri sono morti troppo giovani o afflosciati in mode superate troppo in fretta per poter assurgere al trono di maestri dell’arte dell’infastidire.

In una celebre lettera Post mortem di mr. Lester Bangs, il geniale critico (colui che osò calpestare il mito dei Doorsi…) ringraziava Dio di averlo fatto morire prima dell’avvento di MTV; roba da crederci, il mercato assorbe le provocazioni come un buco nero e se ne nutre con fast voracità.
Mi chiedevo tutto ciò osservando la performance di Elio e le storie Tese, che quasi ogni anno, a Sanremo (e già qui ci sarebbe da pensare) lancia la sua provocazione, simpatica, istrionica ma che fa sorridere quanto un coltello nel burro e poi resta li a sciogliersi nella noia che si è concessa una rapida pausa ed è pronta a sommergere i neuroni di altra popolare melassa.
Negli anni 70, Freak Antony, inventò la definizione (oramai desueta e modaiola) di “rock demenziale”, ma se ai tempi della fantasia al potere, provocare con la “demenza”, con il non sense patafisico o con l’ammissione di una spontaneità repressa, possedeva un suo magnifico senso che a noi di quella generazione era apparso come un risveglio che apriva porte verso mondi altri; dopo qualche anno, quel pensiero affettuoso che nasceva su un bidet, aveva perso smalto, il Kinotto era diventata una bevanda fin troppo fashion e le sbarbine erano sempre più paninare di tutti noi. Dovevi allora scendere al Tangram di Milano e prepararti a farti rovinare la serata, ma soprattutto la birra, dall’elenco di sostanze corporee che un gruppo di facinorosi provocatori intendeva conservare in un Silos; parlo degli esordi di Elio e le Storie tese, parlo di quel “how do you call you?”, parlo del pischello in ascensore “…ebbro dei suoi gas”, parlo di queste punture che mettevano impietosamente sulla pubblica piazza i tic, le “bassezze”, le verità nascoste e noi, imbelli, ridevamo isterici, davanti alle nostre caricature, ridevamo feriti, per minimizzare, per nascondere alle nostre donne, al nostro datore di lavoro, al nostro amico, quanto banali eravamo sotto il nostro abito alternativo. Così come ridevamo davanti alle performance di Lino e i Mistoterital che con lucido senno di poi ci ricordavano che tutto quello che pensavamo di avere inventato era solo un feticcio e che bastava levare la patina per rivelare che tutti, dico tutti eravamo rimasti ai soliti luoghi comuni, ai soliti punti di riferimento spaziali, culturali ed emotivi e che poca strada si era fatta. Lino e i Mistoterital hanno chiuso il loro percorso (ma non ne sarei così sicuro), Elio ha proseguito il suo cammino, noi ci siamo un po’ abituati a quell’ironia e oramai ci ridiamo tra strizzate d’occhio e gomitate, perch
é tocca livelli che forse ci appartengono meno. Questo in fondo è accaduto a Sanremo, che di per sé è comunque uno spettacolo fastidioso, ma basta girare canale e passa in fretta.

Capita però che non troppo casualmente decida di partecipare a un seminario di composizione con un gruppo di musicisti amici che qualche dubbio già me lo avevano lasciato. È bastata mezz’oretta per rendermi conto che un “SÌ” alla mia domanda “archetipica” poteva essere tranquillamente essere dato. Esiste ancora una musica che è in grado di dare fastidio e quella dei pesaresi Camillas (nome che ricorda più una simpatica confortante briochina confezionata per la merenda di tutti i bravi bimbi), vi posso giurare che ancora dopo 3 cd e dopo averci suonato assieme, riesce ancora a ferirmi. Mi ferisce il loro ricordarti che sei destinato a innamorarti di una donna solo per come guarda gli altri, mi ferisce il loro infierire sul dolore, sul provocarlo anche lì dove fai l’impossibile per attenuarlo, mi dà fastidio il ricordarmi che troppo spesso devi affermarti per negazioni (non sono, non sono, qui non c’è, qui non c’è…), mi dà fastidio vedere e sentire (è assolutamente lo stesso in questo caso), che il loro capolavoro si chiami “Rovi”, mi dà fastidio assistere a un loro concerto e rabbrividire davanti a una versione di “Bella ciao” che è bellamente, blasfemamente più vicina a Biagio Antonacci che ai Modena city ramblers, mi dà fastidio infine prendere un sax e improvvisare su delle scale e delle metriche sconcertanti e vedere che non c’è un beato cazzo da ridere e che anche per ferire e infastidire devi sudare, fino a che non ti fermi attonito e ti rassegni a “sederti sui divani degli altri e sperare che cominci il rumore“.


Jacopo Ninni