Giorno: 23 febbraio 2013

Ravaioli (seconda parte) di Stefano Domenichini

biennale 2010 - foto gm

 

STORIA RAGIONATA DEGLI ANNI OTTANTA (seconda parte)

 

Se i pesci restassero a letto, quelli che si alzano presto non tirerebbero su niente.

La rivoluzione non ammetteva stanchezza. Crollarono verticalmente i mercati dell’intorpidimento: Black Bombay, Brown Sugar, Skuff vennero lasciate ai fenotipi di scarto, derive genetiche non in grado di adattarsi alla nuova realtà sociale.

Solo energizzanti, a volume alto, polvere bianca e colori, la notte degli spot interrotti dalla pubblicità, tutto quello di cui hai assolutamente bisogno, l’onda lunga, la lista per entrare, l’identità in una lista, conoscere l’uomo della lista, organizzare la lista.

Albe di pesci arzilli, determinati, rifocillati di credito e biglietti omaggio con consumazione. Ma non poteva bastare.

Il mutuo, il prestito, lo scoperto sono come scale a piedi di un vecchio palazzo, mancano di carisma. L’accelerazione impetuosa degli eventi scaturiti dall’intuizione che ebbe Ravaioli Maurizio una sera d’estate in un bar della Sardegna aveva bisogno di un ascensore. Bisognava incanalare l’energia rivoluzionaria in un progetto più grintoso che esaltasse la superficie del pianeta finanziario, che si basasse essenzialmente sull’immagine del rapporto, dissimulando una volta per tutte il grigiore delle contabili, delle distinte e dei piani di rientro.

Fu così che presero i pesci e li portarono in Borsa. Si quotavano tutti, tranne i pesci. Però i pesci potevano diventare azionisti. Un bel salto, provate a dire di no. Ravaioli cambiò il mondo per aver visto Tronchetti Provera seduto nel tavolino accanto al suo, ora i milioni di suoi epigoni potevano dire: sono socio di Tronchetti Provera. Di più: potevano andare alle assemblee, non più meriggi sonnacchiosi in attesa del rinfresco, ma eventi. Palazzetti, teatri, stadi. I pesci-azionisti non avrebbero rinunciato ad andarci per niente al mondo. Potevano arrivare a spostare il matrimonio dei figli, ad abdicare al primo posto della lista del trapianto. Non ci capivano niente, non c’entravano niente, ma erano lì. Impassibili a spinte, code, parcheggi lontani; tutti gli indizi che un tempo li avrebbero fatti sentire fuori luogo non esistevano più, sbriciolati nella luce dell’attimo che li rendeva presenti. Un mondo impressionista, con l’ordine del giorno ben visibile nella mano.

La nuova finanza scintillante, creativa e, soprattutto, alla portata di tutti rese anche il mondo più sicuro: borseggiatori con le mani non abbastanza svelte oltrepassarono la linea d’ombra della malavita e si rinchiusero nei recinti rispettati delle fluttuazioni. Tutti contrattavano. Studenti, impiegati, magazzinieri, uomini e donne con le sporte di plastica della spesa, tutti assisi davanti alle vetrine delle banche a seguire l’andamento dei mercati sui monitor. Sciami di Sal Paradise e Dean Moriartyon the road si spostavano febbrili da una sala borsa all’altra, si telefonavano concitati per commentare gli indici MIB che scorrevano sul televideo; non si sporcavano più le mani con carburatori esausti, ma con l’inchiostro letale de il Sole 24ore.

Ravaioli Maurizio, che ve lo dico a fare, era già avanti. Si era separato dalla Vanda e aveva smesso di fare il rappresentante. Si era scrollato di dosso già da un po’ la tirannia dello stipendio fisso, l’adrenalina intermittente della provvigione. I soldi veri sono una favola, pensò e dunque non devono esistere: meno esistono e più sei ricco. Aveva lampi così, da predestinato. Salì sul carro della nuova finanza prima ancora che finissero di montare le ruote. Basò la sua escalation su un concetto filosofico, lui che si era addormentato leggendo un libro di NantasSalvalaggio, l’unico che gli fosse mai passato tra le mani.

Il concetto era semplice: convinco la gente che i soldi possono accadere, che sono lì, a un passo, la faccio sentire ricca. Aprì una società che aveva come oggetto sociale “la predisposizione di progetti di espansione delle sale operative in applicazione del trading system sui derivati”. Sostanzialmente una trasposizione giuridica della roulette russa con la geniale aggiunta di un riferimento immobiliare (le sale operative) che, si sa, il mattone dà sempre sicurezza. Fu un successo. Gli aumenti di capitale si susseguivano come gli orgasmi delle partner di John Holmes e sempre nuovi progetti venivano posizionati e contrattati al Terzo Mercato.

Assurse anche all’onore delle cronache perché Ravaioli ebbe l’idea di organizzare un evento mensile denominato “Trading after hours – Passate una serata in Borsa”, un mix seducente di balli, incontri, euforia e sottoscrizioni di operazioni ad alto rischio.

Ravaioli si ritagliò un ruolo da consulente e dopo un anno aveva messo da parte il primo miliardo. Si era anche laureato. Con una spericolata operazione di covered warrant esotici (sulla quale aveva strappato informazioni riservate all’assistente di un market maker, assidua frequentatrice delle serate evento, depravata ma molto elegante, e che a Ravaioli ricordava tanto Laprisca) aveva fatto guadagnare in un botto duecento milioni di lire alla figlia del Rettore di un’università di provincia.

Certo, poteva tenerseli lui. Certo, la signorina sembrava un guardrail ammaccato (erano anni così, di grande ottimismo, qualcuno trovava bella anche Stefania Craxi), ma la laurea era un tassello fondamentale. La società edonistica non ne poteva prescindere, questione di giustizia sociale. Il principio era sacrosanto: se si laurea quello lì, perché non mi dovrei laureare io?

Il trionfo dell’egualitarismo. Persino i bolscevichi più integralisti si mangiavano le mani: come abbiamo fatto a non arrivarci noi? Majakovskij fece il diavolo a quattro per tornare sulla terra: finalmente il comunismo era realizzato fino in fondo.

Il problema era che lo statalismo dell’epoca passata che ormai sapeva di brodo e umidità aveva da sempre limitato il numero delle facoltà. Escludendo a priori quelle difficili, era inevitabile che tutti si laureassero in legge. Città di centomila abitanti si trovarono di colpo con duemila avvocati. C’erano avvocati ovunque. Dopo un po’ cominciavi  a trovarli esposti, di domenica, nei mercatini di piazza. Te ne portavi a casa uno per due lire. Potevi farne una lampada o tenerne tre in macchina se dovevi andare in città staliniste che favorivano il car-pooling.

La situazione rischiava di diventare imbarazzante. Si profilavano scenari apocalittici, tipo previsioni di cumuli di biglietti da visita ammassati nelle cassette postali e sui coni vulcanici dei cassonetti con l’antipatico rischio di oscurare i viscidi e oleosi depliant delle offerte tre per due, santini della munificenza distributiva e delle occasioni da non perdere.

L’antidoto del numero chiuso veniva proposto, peraltro con toni sommessi e non troppo convinti, dagli stessi che vent’anni prima avevano contestato l’accesso classista al sapere accademico. A queste istanze si contrapponevano le urla indignate di coloro i quali avevano sempre difeso i privilegi e le distanze e ora erano avvinti dal liberismo del pezzo di carta che rendeva tutti meritevoli, tutti uguali e rendeva plausibile far accomodare prima quelli che conosci.

Il camino si era ribaltato. Un po’ come se la Normandia fosse sbarcata in una caserma americana o il giavellotto avesse lanciato l’atleta ben oltre il suo personale.

Erano rimaste, per la verità, anche delle eccellenze. Qualche testa calda che si avventurava, per caso, a una mostra e trovava poi il coraggio di parlare in pubblico di questa sua esperienza: veniva nominato assessore alla cultura o, nei casi esteticamente meno dotati, soprintendente.

Perché residuava nell’inconscio rivoluzionario il bisogno di avere una  coscienza critica, un contrappeso, possibilmente alto, bello e con il ciuffo che, di tanto in tanto, infrangesse l’edonismo compatto. Un esempio fu un certo Vittorio Dispetti, successivamente ribattezzato Professore, che verso le cinque di mattina di un giorno di febbraio, al Bar Magenta di Milano, dopo una nottata in cui non tutto era stato tagliato come si doveva, proruppe nella celebre frase: “L’esistenzialismo non giustifica, di per sé, il fuoristrada”. Divenne una  specie di guru, bramato dalle donne e dai locali alla moda, in un crescendo che lo portò al ruolo di ospite fisso nel talk show della seconda serata.

Detto ciò, il problema delle università restava. Fu risolto aggrappandosi a uno dei grandi valori su cui si basava la nazione: il campanilismo.

[fine seconda parte]

(c) Stefano Domenichini

la prima parte Qui