Giorno: 22 febbraio 2013

Dialogo tra un venditore ambulante e una cliente abituale (microstoria di campagna elettorale) (post di natàlia castaldi)

di Rosamaria Francucci

Premessa:

vivo, mio malgrado, in un quartiere della periferia nordest di Roma, quartiere residenziale sorto negli anni sessanta e settanta secondo la cosiddetta “espansione selvaggia a macchia d’olio” (siamo a ridosso del raccordo anulare), urbanisticamente sbagliato, edilizia privata di speculazione, pochi viali di smistamento e un fitto reticolo di strade laterali strette piùcchesipuò. Le palazzine di medioalta statura regalano agli abitanti dei piani bassi atmosfere gotiche sicchè spesso, anche di giorno, è necessario ricorrere alla luce elettrica. Per fortuna io abito in una mansarda (ovviamente condonata), dove percola perennemente acqua dal tetto ma almeno il sole regna sovrano regalandoci un tocco di luministica allegria. Al di là delle rosee apparenze si tratta dunque del tipico quartiere dormitorio (dove approdai di malavoglia appena tredicenne) che solo negli anni ottanta del secolo scorso si ingentilì di qualche frivolezza commerciale, animandosi contestualmente di immumerevoli istituti di credito e chiudendo miseramente tutti i suoi cinema; da sempre malcollegato al centro città per via del fiume Aniene e della metropolitana che non ci ha mai raggiunto, mal lastricato, maleodorante per via del traffico di frontiera diretto al limitrofo megacentro commerciale nonché per le deiezioni escrementezie delle numerose presenze canine, affidate di norma a poco accorte personcine. Quartiere -manco a dirlo- abitato da quella middle class pigra e impiegatizia che da sempre ingrossa le file degli elettori della destra più becera e retriva. Ambiente un poco tronfio, un poco truzzo, un poco chiuso, gonfio di solida noncultura piccoloborghese, sebbene stretto tra Tufello e Val Melaina, roccaforti rosse di qualche rilevanza storica e strategica. Oltre a qualche spazio verde di risulta (sempre pù raro in verità) il mio quartiere possiede però una magnifica risorsa: un mercatino rionale con la più alta, ricca e completa concentrazione di banchi dell’usato che attualmente Roma possa vantare nei giorni feriali. A popolarlo e a nutrirlo bisettimanalmente sono una folta combriccola di ambulanti della provincia casertana, per lo più imparentati da vincoli soldissimi, di poche parole e di ruvide e schiette maniere. Si esprimono tra loro in un dialetto strettissimo, accompagnato da una impercettibile “gestualità di sopracciglio” di altrettanto arcana decrittazione, mentre i loro aiutanti extracomunitari, probabilmente ingaggiati in loco, parlano un fiorito e simpatico romanesco di seconda generazione. La merce è interessante, varia e bene organizzata: si narra che in orari improbabili vi si vedano circolare note stiliste in cerca di rarità, centrini al tombolo o di tovagliati d’epoca… molti negozietti di abbigliamento vintage vi si approviggionano e io stessa, oltre a coprire totalmente le familiari occorrenze, trovo ottimo materiale di recupero per il mio attuale lavoro. Molte signore, anche non di zona, hanno eletto la visita al mercatino tra i loro passatempi preferiti, una specie di droga leggerissima che regala emozioni a buon mercato e perlomeno protegge dalla sindrome del Gratta e vinci. Il che non è poco, oggigiorno, credo.

L’accaduto:

Come tutti i martedì non piovosi, salute permettendo, mi avvio a passo sostenuto verso l’ambita meta, oggi un bel sole mi assiste e vorrei annegarci dentro tutti i postumi dell’influenza e i grigioneri pensieri. La caccia all’ultimo straccio è di nuovo aperta. All’ingresso dell’area del mercato, dove di norma si appostano ragazzotti di ben scarse speranze per distribuire agli avventori pubblicità di palestre e corsi d’inglese oppure i più smaliziati rappresentanti di un famigerato aspirapovere, oggi c’è invece un certo fervore preelettorale. Sulle prime un distinto signore mi si avvicina con fare circospetto e chiede perfino il permesso di porgermi il volantino promozionale del centrosinistra, la grazia è tale che mai oserei contraddirlo, allungo la mano quasi certa di aver guadagnato anche un baciamano… Però con la coda dell’occhio già mi sono accorta dei rincari. Finito il Carnevale, svenduta a 50 centesmi anche l’ultima mascherina, ora si espongono le primizie primaverili. Speranzosa mi inoltro: soppeso un maglioncino carta da zucchero per il pargolo, 80% merinos, ottimo stato, rare palline ai gomiti, la misura pare perfetta… valuto, rifletto… 2 euro non si buttano a cuor leggero oggigiorno… Intanto dal centro del viottolo mi giunge una voce femminile conosciuta: ” Ingroia… Rivoluzione civile…” recita ritmicamente, come all’Offertorio… così sovrappensiero mi verrebbe da rispondere tra i denti: “Ascoltaci, O Signore”… Poi, nella concentrazione dell’acquisto, un’illuminazione… alzo gli occhi: ma certo…è Daniela! E poco fa, qui in fb, con una rosa virtuale (benchè mia) le ho appena mandato gli auguri di compleanno. Un’attivista di buona volontà conosciuta anni fa come socia del circolo di lettura… lei, nonostante tutti i suoi problemi, sempre in pista, sempre disponibile, mai doma. Tenendomi stretto il magliocino vado a salutarla, ci abbracciamo, le rinnovo gli auguri di persona… mi consegna il materiale elettorale, mi da qualche dritta in più, ci aggiorniamo sui figli, sulla disperazione lavorativa, basta… faccio una battuta sulla foto del capolista: “Mammamia che sguardo triste… un sorrisino pure ce lo poteva regalare, ‘sto signore… un sogno dico, un sogno per sognare… ma insomma “il pagliaccio” – le dico – non c’ha insegnato proprio niente?” “E c’hai ragione!… Siamo tristi che vuoi… siamo così”. Disperazione. Lei torna alla sua mission impossible, io devo pagare. Incrocio gli occhi di Xxxxxxxx, l’ambulante, che ha assistito a tutta la nostra conversazione. Ha un’espressione attonita, direi quasi sconvolta: ha appena assistito all’abbraccio della sottoscritta con una comunista conclamata. Eppure sono decenni che mi vede circolare, non porto l’eskimo, sono garbata e schiva, non reco altri segni di riconoscimento. Non l’avrebbe mai detto, sembra soprattutto molto deluso. Paura, disappunto, sconcerto gli si avvicendano in viso mentre io cerco i 2 euro nel borsellino… “Ma votate Ingroia per davvero?” farfuglia…  In un attimo mi si fa tutto chiaro. Allora “indosso” una metaforica maschera neutra (quella che serve agli attori per isolare le emozioni facciali) e dopo attimo di imbarazzata attesa gli rispondo in un soffio: “Il voto è segreto!” (…mi vergogno di me…) Lui incalza: “Bersani è indagato…” mi fissa… Però mi ha dato un gancio… rido… “Ah, invece Berlusconi sarebbe bianco come una colomba?”… “No, che c’entra… Berlusconi ruba, ma fa mangiare pure noi… questa è la differenza! Sempre stato di destra, io!” (dichiarazione di fede, a tutti gli effetti, ebbravo!) Eh… lo sapevo, che qui andavamo a parare… (io lo so sempre già dall’inizio, per questo che per me tutto è una gran noia). Questo è il punto vivo, la ferita aperta…. Così dalle terre borboniche colluse in giochini di cosca si alza il grido muto (mi pregio di decodificare a modo mio un incosapevole sottotesto): “cara madamina (che sarei io, nella fattispecie) crede forse che questo paese sia mai uscito dalle logiche feudali? Crede forse, madamina, di vivere in terra di democratico sistema? Ma cosa mangia pane e volpe la mattina, cara la mia madamina? Insomma, basta… Abbozzo un sorriso di circostanza volto a non approfondire l’argomento e propongo di rimanere comunque “amici di mercatino” e, almeno per oggi, di lasciare perdere la politica. Il cliente ha sempre ragione, giocoforza deve abbozza’… ma la paura resta. (la sua, la mia) E’ un uomo buono lui, ma veramente, negli anni ho raccolto molte prove. A passo svelto mi defilo. Lui, intanto, si fa forza facendo il verso a Daniela che ormai s’è allontanata… e ironico, ammiccando all’ambulante suo dirimpettataio, ripete beffardo: “Ingroia, Rivoluzione Civile…” ridacchia… col suo sorriso sdentato e un poco ebete…  Il resto è storia, di tanti secoli, e di chi ce l’ha raccontata! Staremo a vedere. Ciao a tutti, e grazie per l’attenzione.

Il Sublime metropolitano: forma di un contenuto (seconda parte)

Parigi nebbia 2

– Arthur Rimbaud: la dispersione dell’io

L’immaginario urbano caratterizza direttamente alcuni poemetti in prosa delle IlluminationsVilles I, Villes II, Ville, Métropolitain, Ouvriers… Analizziamo Villes I, il testo che comincia con “L’acropole officielle”. Come André Guyaux ha osservato, l’effetto di Sublime è ottenuto qui attraverso l’uso ripetuto di forme superlative o comparative (“les conceptions de la barbarie moderne les plus colossales”; “des locaux vingt fois plus vastes qu’Hampton-Court”; “les subalternes que j’ai pu voir sont déjà plus fiers que des Brahmas”), e attraverso immagini di grandezza assoluta (“Impossible d’exprimer le jour mat produit par le ciel immuablement gris, l’éclat impérial des bâtisses, et la neige éternelle du sol. On a reproduit dans un goût d’énormité singulier toutes les merveilles classiques de l’architecture.”; “Quelle peinture! Un Nabuchodonosor norwégien a fait construire les escaliers des ministères”; “j’ai tremblé à l’aspect de colosses des gardiens et officiers de constructions”; “Ce dôme est une armature d’acier artistique de quinze mille pieds de diamètre environ”). Assistiamo all’abdicazione linguistica dell’io di fronte all’incommensurabile: “Impossible d’exprimer”; “Le haut quartier a des parties inexplicables”; “j’ai cru pouvoir juger la profondeur de la ville. C’est le prodige dont je n’ai pu me rendre compte: quels sont les niveaux des autres quartiers sur or sous l’acropole? Pour l’étranger de notre temps la reconnaissance est impossible”. Rispetto al Sublime metropolitano, il soggetto è diventato “l’étranger de [son] temps”. La sua afasia funziona però alla maniera di una negazione freudiana, e un’altra lingua nasce dallo scacco dell’io: sono le vie della veggenza.

Le idee espresse da Rimbaud nelle sue due lettere del maggio 1871 (le “lettere del Veggente”) sono ormai famose: la possibilità “d’arriver à l’inconnu par le dérèglement de tous les sens”; l’alterità dell’io ( “JE est un autre”;  “Je pense: on devrait dire on me pense”). Tuttavia, una distinzione è necessaria: per quanto riguarda la poetica d’autore, la veggenza è una forma di conoscenza interna ed esterna al tempo stesso; dal punto di vista della storia letteraria, si tratta invece di un individualismo formale più accentuato. La città evocata da Rimbaud è una città per lo più soggettiva, psicologica, in cui domina per esempio la confusione evocatrice dello spazio (Hampton-Court, Nabuchodonosor norwégien, Sainte-Chapelle…) e del tempo (merveilles classiques, arcades, diligence, gentilshommes…). Il testo si sviluppa lungo una serie di giustapposizioni e analogie, secondo un movimento centrifugo che porterà alla sparizione della città e del soggetto (“le faubourg se perd bizarrement dans la campagne”). La dissoluzione delle strutture retoriche tradizionali e la dispersione dell’io vanno insieme. La rappresentazione del Sublime metropolitano è cambiata: nell’individualismo formale di Rimbaud, l’incommensurabile della città e l’incommensurabile psicologico sono diventati indistinguibili.

@Andrea Accardi

Prima parte il 19 febbraio.

 

 

Gli anni meravigliosi #16: Irmtraud Morgner

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDRfu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

Morgner_TrobadoraLa sedicesima puntata della rubrica propone la lettura di un brano dal romanzo Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz, che Irmtraud Morgner, nata anche lei, come Reiner Kunze, nel 1933, pubblicò nel 1974. Il brano, nel quale è quasi esclusivamente la virgola a scandire l’usuale (“gewöhnlich” è il termine usato da Morgner) corso-decorso delle pratiche di squadratura-commento a voce alta – avvicinamento, percorre e capovolge, con toni in perfetto equilibrio tra frizzante e caustico. fischiettando e mordendo, dunque,  la scala dei rituali di approccio tra gruppo e individuo, identificato come obiettivo (preda?).

L’altro giorno, mentre la nostra brigata femminile beveva un cappuccino all’Espresso di Alexanderplatz, nel locale è entrato un uomo dall’effetto benefico per i miei occhi. Per questo motivo ho percorso su e giù, fischiettando, una scala musicale, guardandomelo bene, anche qui, dall’alto in basso. Quando è passato accanto al nostro tavolo ho detto «Caspita!», dopo di che la nostra brigata si è soffermata a parlare dei suoi piedi, ai quali mancavano i calzini,  il giro vita l’abbiamo stimato sui settanta, l’età sui trentadue, la camicia proveniente da un negozio “Exquisit”, faceva intravedere il profilo delle scapole, cosa che lasciava supporre un fisico molto magro, la forma stretta del cranio con le orecchie sporgenti, i capelli dal colore opaco, che un qualche barbiere dell’estrema periferia del mondo gli aveva rasato sulla nuca, col risultato che la parrucca non gli arrivava al collo della camicia, la qual cosa è la mia specialità, per il portamento errato delle belle spalle consigliai il canottaggio, poiché il tipo si era seduto in un angolo del locale dovevamo parlare a voce molto alta. Feci servire a me e a lui una doppia vodka e brindai alla sua salute, quando lui voleva addossare la presunta svista alla cameriera. Più tardi mi avvicinai al suo tavolo, mi scusai, dissi che dovevamo esserci conosciuti da qualche parte e occupai la sedia accanto alla sua. Allungai al signore la lista delle bevande e chiesi che cosa desiderasse. Dal momento che non voleva niente, ordinai tre giri di Sliwowitz e lo minacciai di ritorsioni nel caso in cui mi avesse offeso non bevendo. Sebbene il signore non fosse né grato né dilettevole, ma senza parole, pagai tutto e lo accompagnai fuori dal locale. Sulla porta lasciai scivolare, come per caso, la mia mano su una natica per verificare se la struttura dei tessuti fosse a posto. Non rilevando difetti, chiesi al signore se avesse piani per la serata e lo invitai al cinema‚ ‘International’. Una tensione interiore, che segnava, in crescendo, il suo volto grazioso, lo deformò ora in una smorfia, riuscì finalmente a liberare lo sconcerto e la lingua, quindi il signore disse: «Senta un po’, lei ha dei modi inauditi». – «Usuali», replicai, «solo che lei non è abituato a nulla di buono, perché non è una signora».

Irmtraud Morgner
(traduzione di Anna Maria Curci)

Als neulich unsere Frauenbrigade im Espresso am Alex Kapuziner trank, betrat ein Mann das Etablissement, der meinen Augen wohltat. Ich pfiff also eine Tonleiter ‘rauf und ’runter und sah mir den Herrn an, auch ‘rauf und ‘runter. Als er an unserem Tisch vorbeiging, sagte ich »Donnerwetter«. Dann unterhielt sich unsere Brigade über seine Füße, denen Socken fehlten, den Taillenumfang schätzten wir auf siebzig, Alter auf zweiunddreißig, das Exquisitenhemd zeichnete die Schulterblätter ab, was auf Hagerkeit schließen ließ, schmale Schädelform mit ‘rausragenden Ohren, stumpfes Haar, das irgendein hinterweltlerischer Friseur im Nacken rasiert hatte, wodurch die Perücke nicht bis zum Hemdkragen reichte, was meine Spezialität ist, wegen schlechter Haltung der schönen Schultern riet ich zum Rudersport, da der Herr in der Ecke des Lokals Platz genommen hatte, mußten wir sehr laut sprechen.  Ich ließ ihm und mir einen doppelten Wodka servieren und prostete ihm zu, als er der Bedienung ein Versehen anlasten wollte. Später ging ich zu seinem Tisch, entschuldigte mich, sagte, daß wir uns von irgendwoher kennen müßten, und besetzte den nächsten Stuhl. Ich nötigte dem Herrn die Getränkekarte auf und fragte nach seinen Wünschen. Da er keine hatte, drückte ich meine Knie gegen seine, bestellte drei Lagen Sliwowitz und drohte mit Vergeltung für den Beleidigungsfall, der einträte, wenn er nicht tränke. Obgleich der Herr weder dankbar noch kurzweilig war, sondern wortlos, bezahlte ich alles und begleitete ihn aus dem Lokal. In der Tür ließ ich meine Hand wie zufällig über eine Hinterbacke gleiten, um zu prüfen, ob die Gewebestruktur in Ordnung war. Da ich keine Mängel feststellen konnte, fragte ich den Herrn, ob er heute abend etwas vorhätte, und lud ihn ein ins Kino ‚International’. Eine innere Anstrengung, die zunehmend sein hübsches Gesicht zeichnete, verzerrte es jetzt grimassenhaft, konnte die Verblüffung aber doch endlich lösen und die Zunge, also das der Herr sprach: »Hören Sie mal, Sie haben ja unerhörte Umgangsformen.« – »Gewöhnliche«, entgegnete ich, »Sie sind nur nichts Gutes gewöhnt, weil sie keine Dame sind.«

Irmtraud Morgner
(da: Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz nach Zeugnissen ihrer Spielfrau Laura, Luchterhand 1974)

 

Irmtraud Morgner (Chemnitz 1933 – Berlino 1990) appartiene, come Reiner Kunze, al gruppo di scrittori nati nel 1933.  Nell’Enciclopedia delle donne, la voce “Irmtraud Morgner”, curata da Monica Biasiolo e consultabile in rete qui fornisce informazioni importanti sulle traduzioni italiane e sulla ricezione in Italia di questa scrittrice. Insieme a Sarah Kirsch e a Christa Wolf, Irmtraud Morgner ha partecipato alla redazione del volume Geschlechtertausch, pubblicato in Germania nel 1980 e apparso l’anno successivo anche in Italia:  Sarah Kirsch/Irmtraud Morgner/Christa Wolf, Fulmine a ciel sereno: tre racconti di una mutazione di sesso, traduzione di Laura Fontana e Umberto Gandini, Milano, La tartaruga 1981. Il racconto di Irmtraud Morgner pubblicato in quell’antologia ha il titolo Gute Botschaft der Valeska in 73 Strophen (“Buona novella di Valeska in 73 strofe”). Sempre nel 1981, come ci informa la nota di Monica Biasiolo, appaiono in traduzione anche alcuni stralci del romanzo Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz nach Zeugnissen ihrer Spielfrau Laura: Vita e avventure della trobadora Beatriz secondo le testimonianze della sua musicante Laura (brani dal romanzo), traduzione di Lia Secci, in NuovaDWF 18 (1981), pp. 7-15.

Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz nach Zeugnissen ihrer Spielfrau Laura è il primo dei romanzi che compongono la trilogia Salman. La trobadora Beatriz de Día, che sospende la propria vita nel XII secolo con il desiderio di risvegliarsi un giorno in un mondo nel quale esiste un sistema politico che permetta la convivenza democratica di entrambi i generi, si risveglia prima del tempo dopo un lungo sonno, ritrovandosi prima in Francia, nel bel mezzo di eventi rivoluzionari, per spostarsi poi nella DDR, nel maggio 1968, anno cruciale nella vita reale dell’autrice, che rompe con la formula del realismo socialista presente nelle sue prime opere e inizia a sviluppare un proprio stile che caratterizzerà la sua scrittura a partire da questo momento. Nella seconda parte della sua trilogia, Amanda, ein Hexenroman (“Amanda, un romanzo di streghe”, 1983), Morgner fa resuscitare Beatriz e Laura, i personaggi principali di Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz, lasciando incompleta, a causa della sua scomparsa nel 1990,  la terza parte. Quest’ultimo romanzo fu pubblicato postumo nel 1998. (da: Olga Hinojosa Picón, La metamorfosis como instrumento político, social y cultural: El pensamiento utópico como alternativa a la realidad socialista en la República Democrática Alemana, in “Espéculo. Revista de estudios literarios. Universidad Complutense de Madrid”, 2011)