Giorno: 8 febbraio 2013

Gli anni meravigliosi #14: Heinrich Böll

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDRfu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

Heinrich_Boell_NobelpreisLa quattordicesima tappa della rubrica propone la parte conclusiva del discorso che Heinrich Böll pronunciò il 2 maggio 1973 per il conferimento del premio Nobel per la letteratura 1972 (nella foto: Heinrich Böll il 19 ottobre 1972, consegna del premio). Il discorso ha in tedesco il titolo Versuch über die Vernunft der Poesie (“Esperimento sulla ragione della poesia”). All’indicazione di Dostoevskij come punto di riferimento Böll affianca esplicitamente la consapevolezza del ruolo scomodo e irrinunciabile della ragione della poesia, “bastione di libertà” – mi ricollego qui alla lettura che Davide Zizza dà delle liriche, Gedichte,  di Böll, pubblicate in Italia nella traduzione di I.A. Chiusano con il titolo La mia musa.

Prima di giungere alla conclusione, devo ora fare una necessaria delimitazione. La debolezza delle mie allusioni e delle mie argomentazioni sta inevitabilmente nel fatto che metto in discussione la tradizione della ragione nella quale sono stato educato – spero non con esito pienamente positivo – proprio con gli strumenti di questa stessa ragione, e che sarebbe forse più che ingiusto denunciare questa ragione in tutte le sue dimensioni. Chiaro è che essa – questa ragione – è sempre riuscita a diffondere anche il dubbio sulla sua stessa pretesa totalizzante, su ciò che ho chiamato la sua arroganza, insieme all’esperienza e al ricordo di ciò che ho chiamato la ragione della poesia, che non considero un’istanza privilegiata, un’istanza borghese. Essa può essere comunicata e proprio perché, nel suo aspetto letterale e nel suo incarnarsi, può avere talvolta un effetto sconcertante, può impedire o annullare il senso di estraneità o l’alienazione. Essere sconcertati ha certo anche il significato di essere stupiti o anche soltanto colpiti. E ciò che ho detto sull’umiltà – naturalmente solo per accenni – lo devo non a un’educazione religiosa o al ricordo di essa, che intendeva sempre “umiliazione”, quando parlava di “umiltà”, ma alla lettura, fatta negli anni giovanili e in quelli della maturità, di Dostoevskij. E proprio perché ritengo che il movimento internazionale verso una letteratura senza classi sociali, o meglio verso una letteratura non più condizionata dalle classi sociali, la scoperta di intere province di umiliati, di dichiarati scorie umane, sia la svolta letteraria più importante, metto in guardia dalla distruzione della poesia, dalla siccità del manicheismo, dall’iconoclastia di ciò che mi sembra lo zelo di chi non fa neanche scorrere l’acqua prima di gettare il bambino, appunto, con l’acqua sporca. Mi sembra insensato denunciare o glorificare i giovani o i vecchi. Mi sembra insensato sognare vecchi ordini sociali che si possono ricostruire soltanto nei musei; mi sembra insensato fabbricare alternative del tipo conservativo-progressista. La nuova ondata della nostalgia, che si aggrappa a mobili, vestiti, forme di espressione e scale di sentimenti, prova soltanto che il nuovo mondo diventa sempre più estraneo, che la ragione, sulla quale abbiamo edificato, nella quale abbiamo confidato, non ha reso il mondo più familiare, che anche l’alternativa razionale-irrazionale era una falsa alternativa. Qui ho dovuto tacere o sorvolare su molte cose, perché un pensiero porta sempre all’altro e perché ci porterebbe troppo lontano misurare ciascuno di questi continenti. Ho dovuto sorvolare sull’umorismo, che non è un privilegio di classe e che tuttavia è ignorato nella sua poesia e nel suo ruolo di nascondiglio della resistenza.

Heinrich Böll
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Hier muss ich, bevor ich zum Schluss komme, eine notwendige Einschränkung machen. Die Schwäche meiner Andeutungen und Ausführungen liegt unvermeidlicherweise darin, das ich die Tradition der Vernunft, in der ich – hoffentlich nicht mit ganzem Erfolg – erzogen bin – mit den Mitteln ebendieser Vernunft anzweifle, und es wäre wohl mehr als ungerecht, diese Vernunft in allen ihren Dimensionen zu denunzieren. Offenbar ist es ihr – dieser Vernunft – immerhin gelungen, den Zweifel an ihrem Totalanspruch, an dem, was ich ihre Arroganz genannt habe, mitzuliefern und auch die Erfahrung mit und die Erinnerung an das zu erhalten, was ich die Vernunft der Poesie genannt habe, die ich nicht für eine priviligierte, nicht für eine bürgerliche Instanz halte. Sie ist mitteilbar, und gerade, weil sie in ihrer Wörtlichkeit und Verkörperung manchmal befremdend wirkt, kann sie Fremdheit oder Entfremdung verhindern oder aufheben. Befremdet zu sein hat ja auch die Bedeutung erstaunt zu sein, überrascht oder auch nur berührt. Und was ich über die Demut – natürlich nur andeutungsweise – gesagt habe, verdanke ich nicht einer religiösen Erziehung oder Erinnerung, die immer Demütigung meinte, wenn sie Demut sagte, sondern der frühen und späteren Lektüre von Dostojewski. Und gerade weil ich die internationale Bewegung nach einer klassenlosen, oder nicht mehr klassenbedingten Literatur, die Entdeckung ganzer Provinzen von Gedemütigten, für menschlichen Abfall erklärten für die wichtigste literarische Wendung halte, warne ich vor der Zerstörung der Poesie, vor der Dürre des Manichäismus, vor der Bilderstürmerei eines, wie mir scheint, blinden Eiferertums, das nicht einmal Badewasser einlaufen lässt, bevor es das Kind ausschüttet. Es erscheint mir sinnlos, die Jungen oder die Alten zu denunzieren oder zu glorifizieren. Es erscheint mir sinnlos, von alten Ordnungen zu träumen, die nur noch in Museen rekonstruierbar sind; es erscheint mir sinnlos, Alternativen wie konservativ/fortschrittlich aufzubauen. Die neue Welle der Nostalgie, die sich an Möbel, Kleider, Ausdrucksformen und Gefühlsskalen klammert, beweist doch nur, dass uns die neue Welt immer fremder wird. Dass die Vernunft, auf die wir gebaut und vertraut haben, die Welt nicht vertrauter gemacht hat, dass die Alternative rational/irrational auch eine falsche war. Ich musste hier vieles um- oder übergehen, weil ein Gedanke immer zum anderen und es zu weit führen würde, jeden einzelnen dieser Kontinente ganz auszumessen. Übergehen musste ich den Humor, der auch kein Klassenprivileg ist und doch ignoriert wird in seiner Poesie und als Versteck des Widerstands.

Heinrich Böll
(da: Les Prix Nobel en 1972, Editor Wilhelm Odelberg, [Nobel Foundation], Stoccolma, 1973)
La traduzione del brano, qui rivista in alcuni passaggi,  è apparsa nell’agosto 2009 nel blog “La poesia e lo spirito”, qui.