Giorno: 7 febbraio 2013

Christian Sinicco – Ballate di Lagosta

venezia 2010 - foto gm

Ballate di Lagosta

Canzone di Spalato

“tutti fanno enormi calcoli concettuali, e degli assiomi semplici non sanno nulla”
Adriano Pavlicevich, fotografo

“quando la soluzione è semplice, dio sta rispondendo”
Albert Einstein, fisico

entra nel pantheon senza volta, a Spalato
il cuore sono le cicale
e una canzone d’amore, una chanson
sola come te, è la ragazza che poi ti servirà al belvedere
sotto San Nicola, la chiesa tra i pini
vicina allo zoo, ai cicalecci e a tutte le botaniche
di un palo, una bandiera e una vedetta

tu chiedi acqua, caffè;
lei parla le tue lingue lavorando l’uncinetto
dal sorriso, capisce chi sei
dalla pelle, anche se parli
– ordini un sandwich, poi prendi una crema
e vuoi rivedere la città
dall’alto, il mondo dal basso

lo scrittore con la sigaretta si è seduto
come te ne sei andata
– l’America non si sa mai da che molo partì,
i suoi immigrati e le sue carte sono in vendita sulle pietre:
compra le fotografie, comprale sbiadite,
compra i centrini, la rakija,
nei palazzi dell’imperatore o al porto

con la bocca giri una sigaretta:
senza sapere se vincerai
illudi nuvole, calci nel rosa – nella torcida
c’è ancora l’eco della partita dell’Hajduk,
sui palazzi bianchi e blu
le rarefazioni incistite dei Balcani
ripagano il cielo sempre più rosso;
e sulle bancarelle, tra le voci del mercato,
suona, risuona il canto sulle magliette
Gotovina heroj!

all’alba
credi di sapere cosa sia la guerra
con la birra della tradizione, la Karlovacko
ancora sulla panchina; credi alle donne
dal viso a patata sugli scagni, ai clochard
di marmo, agli occhi di Diocleziano
rannicchiati tra il cardo e il decumanus di un pub
nelle sue catacombe; e i cardinali
di questa disseminazione
non è che parlino

a levarsi è l’omelia
dei datteri schiacciati dalle scarpe,
la puzza dei calli del contadino
nella sala d’attesa della stazione,
il dolce nell’odore
dei fichi in decomposizione,
o al fresco delle palme
il fuck off o il fuck in shit
del turista del tempio di Giove

la signora dal completo viola
sotto altri scalini, catapultata
dalla corriera, ad una polacca
spiega, nella lingua nobile di Trieste,
la facilità degli slavi a recuperare strutture,
metrica del parlato, in una pausa del viaggio

e al chiosco di un parcheggio, la limonata
è tanto dissetante quanto distante
è la tua bella faccia;
un cane si avvicina, saluta
chi salta in macchina e parte;
due donne chiaccherano e un pallone vola…
lo fermo e lo ridò alla bambina stupita
che è al centro della storia

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Ballata di Marija alla Processione di Ferragosto
fiorì la madre tra il finocchio e i suoi angeli gialli
fioriscono in processione a due a due uomini e donne
è fiorita la valle prima di quel suono di campane
il 15 agosto si staglia da secoli nelle pietre, ora e sempre
sul sagrato e poi giù per le case e le scale
sulla Bella di notte c’è ancora il tramonto di ieri
e di tanto in tanto il paese chiama Marija,
i pistilli ubriachi, le semenze di tomba

i campi di Lastovo il colibrì li ricorda
come covo di pirati – pare che nulla cambi
così con la squilla ti batti il petto
e il mare è il suo sarcofago e il ritmo

quale giorno sia, smemorato arrivi alla chiesa
quanti giorni sei stato nei sogni e ti sei fatto sorprendere?
è questa la sveglia: lo sanno il prete,
i cesari, la campana e la valle
e il medioevo alle spalle inanella i vitigni
se la processione andasse più su
penderesti dalla forca dei perdimenti nel forte francese
Marija non lo sa, e mi ha accolto lo stesso

Marija è vestita di porpora e si prepara alla festa
è una madre fiorita nel cuore di un’isola
petali di Bouganville la processione calpesta
scendendo al cimitero, salendo di nuovo alla chiesa

Marija è in ogni mattina e intona l’universo nei salmi
come il cemento della strada si è sparsa nel punto delle cose
è la voce del mio silenzio finalmente rapita
con una viola tra i capelli e sulle rughe

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Jadro pensa sui petali di Bouganville
non è detto che io possa tra gli olivi vedere
la bellezza – i suoi occhi, dove solo un punto è a fuoco in te, il blu –
non è detto che in un bacio si possa, amico mio,
sentire i suoi colori effusi, tra i camini di Lastovo guardare e scattare la foto
dove il sole brucia gli obiettivi; quanto agli scatti, tu possa ricordare i grilli
e la signora cantata in questa pietà di pietra, curva sui campi:
il bianco e il nero hanno radici, sono il risultato dell’immagine doppia
che abbandonasti lì, la tua maglietta rossa e chi posa
per te – perché quando osservi, i vecchi sono intenti a sedere al bar, le biciclette appoggiate,
o tra le barche di Portoros o Ponterosso come scegliere il momento?

ho sempre amato parlarti, ma ho amato di più le tue parole:
esse manifestano i nostri muri, le antenne e le foglie, i lineamenti sopraffatti dalle menzogne
di questo stato di carogne, per cui la vita è dura, l’ombra è il trauma
e la cecità decisiva – lo sarebbe anche la luce: per cui abbiamo bisogno di un chiaroscuro,
di lasciarci perdere affinché i nostri nomi scendano come le Bouganville,
di non accorgerci che questo blu è l’istinto di morte che ci sovrasta:
io non ti chiamerò in questo rifrarsi lento, dove si nascondono le lucertole ramate,
io ti chiamo nella tua bellezza, io ti chiamo prima che tutto si veda nella sua immagine

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Il salmo di Marijana alla figlia Sara
presso l’acquasantiera col dragone,
sotto le teste di serpente sul rosone

 

avvicinati alle campane, battile per quattro volte,
solleva l’icona della vergine, sollevati dagli uomini in nero,
e bagnati la fronte di acqua come i delfini
sulle spalle di una ragazza tatuata che si fa il segno

trasforma in roccia i serpenti sotto il sole
sul rosone che la mattina si ribella al bianco,
inghiottendo i veleni del mondo,
combatti dolcemente per dare senso

e porta la mia richiesta, anche il suo pudore,
sulle spine del capitale come susini e uva –
gustano la tua bocca, ascolteranno la libertà
e il sapore quando sanguinano le labbra

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La canzone di Daniela

I.

parla di quanto è bello senza sapere dove andare
forse nell’acqua del sole come la sua guancia
semplicemente necessaria quanto il sogno bagnato
in una galassia più vasta se la si può comprendere,
ti seduce tra valli e filari di viti impolverate
con gli occhi verso la baia con la cascata:
Za Barje diceva il cartello e così abbaiava anche il cane legato
sotto il cipresso – la sua dentatura era il sepolcro del perché
i pescatori l’avessero lasciato lì – nelle vicinanze di una casa
ricoperta di edera e di more, al cui interno erano cresciuti
un melo dai pomi asprigni e delle rose
che poi avresti assaggiato solo tu:
evitando i buchi di asfalto e sterrato hai seguito Daniela
prendendo di mira te stesso e l’asfissia della tua vita
che segue il sentiero per erigere l’intelligenza della specie
che sul lavoro ha costruito la sua repubblica di ruberie,
poi l’hai vista sulla spiaggia danzare tra gli scogli caldi
e la barca ha tirato su la nassa, i pescatori sono tornati:
il bene e il male sono triangoli di onde che si dilatano
sul mare verso i due isolotti dove abbiamo nuotato
– i pesci non ne sono consapevoli,
o l’uomo sotto il pino e il suo bambino
con la maschera, un altro pescatore con la lenza,
forse solo tu sui petali che mordi come le parole

II.

dopo tanto stiamo all’aperto e mangiamo i fichi
all’imbrunire di questo prato
tagliati a fette sulla ciotola di legno,
prendiamo il pane e lo spezziamo molte volte
perché il paradiso è vicino al braciere
e il paese alla nostra sinistra sale bianco nel rosa
è fatto a scaglie come il barracuda
non ha intenzione di lasciarci la vista di Korčula
ho gridato come il mio solito
hai acceso la candela e mi hai fatto presente
non siamo soli, ma puoi stare tranquillo
piano piano anche la casupola
e il suo fuoco sono diventati incantevoli
placando la tensione naturale
di un cielo sempre più scuro, non impedendoci
di assaporare la felicità
di un pesce arrostito, di pomodoro e capperi
sei attraente quando sorridi
con il bicchiere di acqua sulle labbra
troppo in silenzio si alzano,
vogliono rinascere nella risposta che cercano fuori
i vicini di tavola, e vengono a sparecchiare
dalla casupola dove si griglia
una donna e il cuoco, come in un cerimoniale
chiediamo il conto con le mani
saranno intrecciate quando usciremo dal campo
verso il parcheggio dove saliremo in automobile
e ci si dirige su al punto più alto
di una serie di tornanti, prima di scendere a valle
la volta di stelle ci sorprende
fermiamo tutto, appoggiati sui cuscini di una terra
che è ancora calda, siamo sicuri
che l’astro cadrà, e si avvera

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Rap di Martino
a Lastovo Music Island performance
feat. Mihajla bay 2007
è raro trovarsi in un mare così grande
consumati dolcemente dalla vista delle isole
perché non vivere eternamente in questo sole
guidati fino all’alba in un eden di ghirlande
restare vicinissimi alle onde, fingendo di lasciare chi sprofonda
come quelle vele vagabonde, lanciate in sogno sulla sponda
è bello attendere la musica
una volta che si sbarca sull’isola
considera la cura antitossica
se sapessi come ho perso la bussola

soffro la sete questa sera
bevimi se proprio sei vera
Mihajla sparirà in una notte nera
baciando chi ti dice che c’era

una barca a vela ci sveglia sul molo
usa il motore per attraccare al riparo
sei tra sfasciumi e carene del denaro
che ti domandi perché alzarti in volo
tu apriresti le ali, i giovani che combattono la gravità
sfiorano il bocciolo dei mali, sanno di questa atrocità
spolpato sulle pietre della storia
non sanguino per l’economia
considera la sua anatomia
saprai che cos’è un’allegoria

soffro la sete questa sera
bevimi se proprio sei vera
Mihajla sparirà in una notte nera
baciando chi ti dice che c’era

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Sonetto di Silvestar alla figlia Sibylla
al porticciolo di Lučica in un giorno stupendo
consumeremo come la cenere
sulla sua coscia scura e sussurrata
la menzogna che non so dissolvere
e le teologie su cui saresti nata

se comprendi l’origine del futuro
che si batte nel ventre vicino a me
i calci andranno all’attacco del muro
contro il regime di amen e lacrime

spuma tra le sue gambe e questa baia
che allatta la tua testa con il seno
o spogliati come i santi sulla ghiaia

con un pugnale di parole osceno
svuota l’oceano e conduci centinaia
di uomini bellissimi sul terreno

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Nota biografica:

Christian Sinicco è nato a Trieste il 19 giugno 1975. È un poeta, anche se ha scritto qualche racconto e un po’ di teatro. Si occupa di letteratura su Metabolgia (metabolgia.wordpress.com) e Mare del Poema (christiansinicco.wordpress.com).
È redattore della rivista di esplorazione Argo (argonline.it). Già caporedattore di Fucine Mute Webmagazine (fucine.com) e collaboratore del collective multimedia blog di Absolute Poetry (absolutepoetry.org), nel 2005 pubblica “passando per New York” (LietoColle; introduzione di Cristina Benussi). 
Ricorda con piacere di essersi inserito nell’antologia Il volo del calabrone. Un progetto di poesia perfomativa (Battello stampatore, 2008; postfazione di Gabriele Frasca).
Nel 1999 fonda l’Associazione “Gli Ammutinati” (ammutinati.wordpress.org), nota per il gruppo di poesia e per la diffusione dei formatTrieste International Slam, dal poetry slam internazionale, l’unico sopravissuto in Italia, al primo drama slam italiano (dramaslam.eu).
Da alcuni anni organizza Trieste Poesia (triestepoesia.org).
Si ostina a dare vita a performance di poesia con il gruppo rock Baby Gelido, alcune delle quali sono disponibili sul suo blog.