Giorno: 4 febbraio 2013

Anna Toscano – Doso la polvere

doso-la-polverePrendo tra le mani per la prima volta il libro, annuso la carta di una pagina a caso, e come secondo gesto lo rigiro per guardarne la quarta di copertina. Scopro subito che Doso la polvere, titolo scelto da Anna Toscano per la sua ultima raccolta, riprende un verso di una delle sue poesie, Le quattro della notte. Il componimento, mi accorgo sfogliando il libro, è in ultima posizione, e questa sorta di chiusura circolare mi incuriosisce immediatamente: un titolo dà di per sé, necessariamente, un’impronta precisa a ciò che circoscrive, stabilisce una chiave di lettura, tanto più se quel titolo si ritrova, cadenzato, all’interno del libro stesso; a maggior ragione se la ripetizione scocca alla fine, a concludere e sigillare quanto il titolo ha inaugurato. Decido allora di concentrarmi su quale sia la valenza di questo “dosare”, su che tipo di gesto psichico possa aver portato alla scelta di questa immagine.
“Doso” è un tempo presente, un’attestazione, sembrerebbe definire un atteggiamento abituale; eppure mi rendo conto, leggendo la poesia in cui il verbo compare, che si tratta in realtà di un gesto programmatico, una dichiarazione di intenti in poesia come nella vita. La poesia si apre con una serie di riferimenti temporali che apparentemente srotolano il lentissimo movimento di un orologio, e definiscono, invece, con ostinazione, un presente esatto e congelato:

Le quattro della notte
e poi le cinque del mattino
il sei di settembre
che sarebbe anche fine estate.

La strofa centrale, in cui compare il sintagma, contiene invece un palese riferimento alla sfera semantica del passato:

Rovisto
nelle tasche della memoria
e doso la polvere.

Programmatica, al contrario, e rivolta al futuro, l’ultima strofa:

È che non voglio più
vedere troppo, vedere tutto.
Voglio lasciar fuori,
anche quando
mi chiudo fuori.

Comunque si guardi, Anna Toscano ha deciso di focalizzare l’attenzione su un gesto che si compie nel presente – presente nell’accezione di un tempo, appunto, srotolato piano – nei riguardi di quanto è passato, ma che si carica di propositi rivolti al futuro non appena entra in contatto con la strofa successiva: “doso la polvere” di ciò che è stato, in quanto “non voglio più”. Ha deciso, quindi, di condividere un atteggiamento (o un’intenzione) nei confronti della realtà. Ciò che ci viene raccontato, letteralmente “esposto”, non è la confessione di un sentire strettamente privato, ma una presa di posizione nei confronti di un dato esterno, una vera e propria linea di condotta verso ciò che è fuori: smettere di “vedere troppo, vedere tutto”, “dosare” ciò che può aggredire tanto dal punto di vista temporale (la memoria) quanto da quello “spaziale” (nel rapporto, benché si tratti di uno spazio puramente mentale, dentro/fuori).
Il sintagma ha già fatto la sua comparsa in una poesia precedente, Io che non lo bevo mai, una poesia che è il caso di riportare per intero, perché credo conservi, in nuce, tutte le dinamiche messe in gioco dalla raccolta, e permetta di ampliare il discorso appena cominciato.
“Dosare la polvere / cercando di non spargerla”: è così che incontriamo, per la prima volta, il gesto che dà il titolo alla raccolta. In questo caso siamo fuori da ogni metafora; “dosare la polvere” è il gesto pratico, centrale, di un processo che molti di noi compiono spesso: la semplice preparazione di un caffè. Molti di noi, ma non così l’autrice, che ci assicura, fin dal titolo, di non berlo “mai”:

Io che non lo bevo mai
preparo il caffè per Madda
e rivedo i tuoi gesti
nell’aprire la moka
passare l’indice sul filtro
mentre scorre l’acqua
dosare la polvere
cercando di non spargerla
avvitare col canovaccio
e attendere il rumore
l’aroma nella cucina.
È in questo momento
che ti guardo di spalle
spettinata dal sonno
nella tua vestaglia azzurra
le mani stanche in tasca.
Fuori la piazza, il mercato.

“Io” e “mai” sono i due poli del verso di apertura; il caffè che non si destina a se stessi è preparato per un “altro”, e quel gesto evoca immediatamente un “tu”. Poi la quinta si apre: “fuori la piazza, il mercato”; ma prima, nell’intimità della casa, tre sono i personaggi a occupare il vero centro della scena: un “io” operante, ma assente, in sottrazione, un io-“mai”; un “altro”, appena intravisto ma presente al punto da essere ciò che in prosa si chiamerebbe “pretesto narrativo”; un “tu” assente al massimo grado, ma vero argomento e destinatario del proprio parlare. In questo gioco delle parti, è proprio l'”io”, quello cui appartengono mani, sguardo e voce, a restarci socchiuso. L'”io” opera, in questo caso, e ricorda, e la maniera in cui il suo ricordo prende corpo è una visione, qualcosa che appartiene alla sfera del guardare. A ciò che vede nel ricordo, Anna Toscano si rivolge con un “tu”; e non c’è poesia, in tutta la raccolta, che non abbia un referente, che sia esplicito (un “tu” o un “voi” con cui il dialogo è il più delle volte cessato, o del tutto assente) o implicito (in questo caso, un “tu” o un “voi” con il quale si desidera entrare in contatto, “presentandosi” attraverso le proprie abitudini, i propri spazi fisici, gli oggetti di cui si ama circondarsi).
Tutto ciò per dire che la poesia di Anna Toscano è intima, discorsiva, estremamente colloquiale. Non parlo (solo) del ritmo e delle scelte lessicali: dico “colloquiale” nel senso di una poesia che ha come primo intento l’esposizione (e non l’indagine) di sé, o ancora il recupero di un dialogo mancato. C’è una volontà profondamente comunicativa nei versi, una disposizione all’ascolto e allo sguardo che chiede a sua volta che si venga ascoltati e guardati in ciò che si è, soprattutto attraverso i dati di realtà (abbiamo detto abitudini, spazi, oggetti) in cui si è scelto di convogliare la rappresentazione di sé. Benché la poesia ricorra spesso all’accumulazione di oggetti ed evochi spesso il verbo “guardare”, non dovremmo farci prendere dall’errore di pensare che si tratti di una poesia di sguardo; il paesaggio dell’autrice è una nota di regia, “le borse, le scarpe, i libri, l’inchiostro / le librerie che tappezzano la stanza”, ma questo è precisamente il modo in cui, “seduta comoda sul cuscino”, Anna Toscano sceglie di proporsi alle nostre retine mentali; allo stesso modo, chi non c’è più viene cercato nel modo di stringere la moka come “nel tic-tac del tuo orologio rosso”, e pianto “tra i tuoi golfini marrone”. Ciò che a prima lettura può sembrare un guardo questo / guardo te, registrazione fotografica della realtà, si configura nei due poli guardami attraverso questo oppure guardami mentre guardo te. Un livello ancora più profondo si raggiunge quando lo sguardo diventa proiezione, quando i due modi appena tracciati cortocircuitano in guardo me attraverso te: “Ero io quella con le cuffie / succo di frutta e libro a prestito? / O ero quella, fazzoletti usati sparsi / dizionario e bottiglietta d’acqua? / o quell’altra capelli sugli occhi / e sciarpa arrotolata intorno?”; e soprattutto: “Per vedere come mi stanno i capelli, vi guardo / per vedere le mie scarpe, vi guardo / per vedere che effetto faccio, vi guardo”. Apparentemente, chi scrive guarda; è invece la propria presenza al mondo a essere attestata dallo sguardo altrui, prima come presa di consapevolezza di se stessi quindi con la narrazione di ciò che si è attraverso ciò che si sceglie. Solo una volta stabilito questo dialogo (“in attesa di vederti voltata / di qua, verso di me”) è possibile fare il punto, definire spazi e identità in rapporto a tutto ciò che è “altro”, entrare con esso in contatto schietto, tangibile.
Perché è questo l’approdo che si cerca; si dosa la polvere per dare alle cose il massimo grado di limpidezza e tangibilità: anche all’amore, “mani che tremano con / un cuore che batte / forte, sulla mia schiena”, e persino al pensiero, che ha una realtà, mi si perdoni il bisticcio di parole, calpestabile, e si misura, come anche il tempo, in passi, perché le ore si “camminano” e si pensa a volte “con i piedi”. Non importa allora se il verbo “dosare” e il sostantivo “polvere” assumono – in una poesia o nell’altra – un’accezione simbolica o reale: resta fermo l’atto cui ci si attiene, un’accortezza nel gestire ciò che viene offerto e ciò che si offre a noi con grazia piena di cautela, “cercando di non spargerla”.

(c) Giovanna Amato

Nota: è possibile leggere qui la recensione di Fabio Michieli uscita come anteprima a Doso la Polvere.