Giorno: 2 febbraio 2013

Ravaioli (prima parte) di Stefano Domenichini

parigi 2010 - foto gm

STORIA RAGIONATA DEGLI ANNI OTTANTA

Un uomo rientrò in albergo in uno stato di euforia adolescenziale. Aveva visto Tronchetti Provera. Da quella notte il mondo non fu più lo stesso.

L’uomo fece l’amore tre volte con la moglie, ma lo stesso non riuscì a prendere sonno. Sentiva l’urgenza di fare ben altra cosa, ma doveva attendere la mattina dopo. Di buon ora telefonò a tutti i parenti, amici e  colleghi per raccontare che aveva trascorso la sera precedente in un bar e che nel tavolino accanto al suo c’era seduto Tronchetti Provera.

L’uomo si chiamava Ravaioli Maurizio, perito industriale, agente di commercio per una ditta di cancelli automatici del basso Veneto. Tronchetti Provera aveva da poco divorziato da Letizia RittatoreVonwiller ed era sposato con Cecilia Pirelli. Di lì a qualche anno si sarebbe innamorato di Afef Jinfen. Ravaioli aveva una moglie di nome Vanda (senza la vu doppia) e, da circa tre anni, una storia di sesso con un’impiegata dell’amministrazione che si chiamava Prisca (detta Laprisca). Nei suoi pellegrinaggi di commesso viaggiatore raccoglieva tutte le opportunità; l’ultima, in senso cronologico, era stata la cameriera di una pizzeria di Bozzolo che aveva detto di chiamarsi Cinzia.

Ravaioli non era però un semplice venditore di cancelli automatici. Aveva le stigmate del visionario. Nonostante l’evidenza che anche recintando, con annessi telecomandi, tutto il Veneto, l’Emilia Romagna, le Marche, giù giù fino al Molise compreso, anche piazzando cancelli elettrici a tutti i semafori e persino nel mare, all’altezza delle boe, non sarebbe riuscito a uscire dalla sua dimensione di ordinario messaggero di cataloghi patinati, l’uomo ebbe l’intuizione: non bisogna aspettare di diventare ricchi, si può far finta di esserlo.

Questa percezione che di lì a poco avrebbe cambiato il mondo lo colse sull’A4, mentre transitava all’altezza del casello di Montebello, direzione casa (l’autoradio stava girando 2060 Italian Graffiati di Ivan Cattaneo, album appena uscito che, da allora, divenne per Ravaioli, e probabilmente per il mondo intero, il simbolo di quell’attimo che spaccò la storia). Percorse gli ultimi quaranta chilometri in piena estasi, spalancò la porta e disse alla Vanda che adesso basta, basta con i quindici giorni al Lido di Spina (lui la raggiungeva nel fine settimana per riposarsi dalle fatiche cui lo sottoponeva Laprisca, molto focosa a luglio) e i quindici giorni a Pinzolo: quell’anno sarebbero andati in Sardegna.

Ecco come fu che Ravaioli Maurizio e la Vanda si trovarono in un bar della Costa Smeralda nel tavolino accanto a quello in cui Tronchetti Provera aveva ordinato un succo di pomodoro condito che, peraltro, non degnò di un assaggio (la moglie Cecilia non c’era, ospite negli States di amici del padre Leopoldo).

Mentre riportava l’accaduto al telefono, Ravaioli si sentiva pieno, completo, straripante di vita, ascoltava le sue parole sicure, limpide e percepiva, in tempo reale, che il suo racconto lo definiva ai suoi occhi e  a quelli degli altri e che fluiva come un messaggio provvidenziale.

La voce si sparse in un attimo. Diventò un fiume in piena. Masse di impiegati, operai, intellettuali, studenti che erano usciti confusi e repressi dagli anni settanta sentirono che su di loro si posava il brivido sublime che tocca solo gli eletti: la rivoluzione era finalmente arrivata.

Una rivoluzione non preannunciata, non dibattuta, improvvisa, ancora più eccitante: tutti avevano il diritto di sentirsi ricchi, anche solo per un attimo. E Ravaioli aveva insegnato la strada, la via diretta alla rivoluzione: bastava andare nei posti giusti.

Il rubinetto dell’euforia non si poteva più chiudere, né chiedere al cambiamento di frenare, anche solo rallentare. Era un’ideologia finalmente semplice, orizzontale, una smania contagiosa, un’epidemia di occasioni.

L’unico problema potevano essere i soldi. Per andare nei posti giusti ce ne vogliono, non è che si può mollare Populonia, Silvi Marina o Sottoguda Roccapietore e trasferirsi a Cortina, Portofino o Punta Ala senza farci due conti.

Ma si sa, le rivoluzioni riescono solo se i poteri finanziari decidono di cavalcarle. E così fu. A tutti i rivoluzionari che si presentavano agli sportelli di banca con il loro modesto ma solido 740, venivano accordati fidi, castelletti, mutui, leasing, benefondi e calorose strette di mano. La ricchezza era diventata virtuale (gli interessi no, ma chi lo diceva era vecchio e anche un po’ comunista).

Qualche coniuge più riflessivo (o solo con la pressione bassa) si azzardava a osservare che “con quei soldi ci potremmo comprare una casa”, ma veniva subito travolto e zittito dal catechismo rivoluzionario: basta con la solidità del sacrificio e basta con i pegni sul futuro. La vita è adesso.

L’aspetto culturale apparve subito del tutto marginale nella rivoluzione in corso.

I dibattiti, i cineforum, le assemblee, gli approfondimenti del precedente decennio avevano lasciato una moltitudine di orfani confusi e malvestiti che ora sentivano una voce finalmente unica, un’idea compatta e monolitica che chiedeva solo di essere seguita ritmando l’a-e i-o u-ypsilonlalala.

Nonostante ciò, vennero riscoperti alcuni principi classici, santificati in quanto buoni per ogni trasgressione, per ogni violenza perpetrata nei confronti del pensiero e della misura.

“Del diman non v’è certezza” si sentiva profondere in un cozzare di gin tonic nelle discoteche che nascevano come archi trionfali (e ogni volta era la più grande d’Europa) e ancora di più quel “carpe diem” che sapeva tanto di amnistia perenne (mentre Orazio si dissociava – rinunciando per sempre a spiegare i vantaggi dell’essere mortali – e Alceo ritirava la denuncia di plagio).

E non finì lì.

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(c) Stefano Domenichini