Mese: febbraio 2013

Paolo Triulzi, Il televisore di Orwell e il telecomando di Huxley (Le liane #1)

dettaglio di affiche n. 76 di Elisa Blanc Bernard

dettaglio di affiche n. 76 di Elisa Blanc Bernard

Il televisore di Orwell e il telecomando di Huxley

di Paolo Triulzi

Da anni mi diverto, per modo di dire, cercando nel nostro presente quali aspetti dei futuri distopici descritti da Orwell e Huxley sembrano essersi avverati. In particolare torno spesso sulle riflessioni circa la televisione. Più o meno ogni mattina mentre aspetto il treno che mi porta a lavorare e vedo la piccola stazione di provincia dalla quale parto corredata di un cospicuo numero di schermi grandi e piatti che trasmettono a ciclo continuo.
George Orwell, nel capitolo iniziale di 1984, fornisce una descrizione del “teleschermo”. Largo e piatto, appeso al muro – e già troviamo l’estetica odierna dell’oggetto perfettamente preconizzata. La differenza tecnica principale con i nostri è quella che il “teleschermo” di 1984 funziona anche da ricevente, da occhio acceso dentro ogni casa. Non si viene guardati costantemente, dice Winston, che è l’unica voce di cui il lettore dispone dentro il romanzo, ma in linea teorica ne esiste la possibilità. I governati sono portati a crederlo, in ogni caso, e sono suggestionati  da un’idea di controllo costante che fa della televisione un vero e proprio strumento di governo.
Non si può negare che anche nel nostro mondo i poteri suggestivi della televisione siano molto ampi. Questa infatti svolge una funzione determinata nei meccanismi che portano alla formazione e al consolidamento del potere politico e – tolta naturalmente la funzione del controllo – si può assimilare effettivamente a uno strumento di governo. Basti considerare il ruolo che l’opinione pubblica e l’informazione dovrebbero svolgere nel funzionamento delle teorie democratiche. Basta osservare le infinite discussioni politiche per la regolamentazione degli spazi televisivi concessi ai candidati in campagna elettorale.
La suggestione dei governati è molto importante anche ne Il mondo nuovo di Aldous Huxley. Ma qui la televisione non “guarda” gli spettatori – tecnicamente nemmeno esiste – ma li stimola, li rapisce, li intrattiene completamente. Ne Il mondo nuovo non si parla mai di televisori ma esistono invece macchine che profumano l’aria, apparecchi da musica che inducono gli stati d’animo, cinema odoroso e tattile che fornisce un’esperienza “completa” del film che si sta guardando. Come dice lo stesso Huxley in uno dei saggi che compongono Ritorno al mondo nuovo: in 1984 il potere è mantenuto dal controllo e dalla minaccia, mentre ne Il mondo nuovo dal piacere.
Anche in questo caso il paragone con il presente risulta possibile. Guardiamo ad esempio l’evoluzione che l’intrattenimento ha subito nell’ultima decina di anni. Superato il mero rapporto di maggiorità che la televisione instaurava con lo spettatore, stiamo ora in una dimensione improntata all’interattività in cui è l’utente stesso a scegliere i contenuti da fruire in un panorama vasto e che ne offre per ogni gusto, coinvolto in una vera e propria liason con i propri fornitori di intrattenimento. I contenuti sono, ovviamente, prodotti a monte di una catena di interessi e dunque “orientati”, dall’altra parte il consumo degli stessi è spontaneo, standardizzato, continuo.
Entrambi scrittori di “romanzi di idee”, di testi a tesi, Orwell e Huxley partono però da presupposti completamente diversi, che sono forse specchio di opposti modi di vedersi e viversi nel mondo. Orwell è fortemente coinvolto, è appassionato: ritiene di dover combattere contro qualcosa. Huxley è distaccato: prende l’uomo, guarda le “forze impersonali” alle quali è sottoposto, e cerca delle leggi generali.

1984 è stato pubblicato nel 1948, scritto, pare, nei due anni precedenti. L’Europa aveva conosciuto l’avvento dei regimi totalitari e assistito alla configurazione stalinista del potere sovietico. Si minava, da una parte, la fede socialista che aveva animato gran parte degli intellettuali dell’epoca e si prefiguravano, dall’altra, gli effetti della divisione del mondo nei due blocchi della guerra fredda. Orwell, scrittore quintessenzialmente politico, giornalista da sempre sul fronte delle tensioni sociali, delle lotte di classe come della guerra civile spagnola, restituiva una profezia di un mondo dominato da macropotenze perennemente in guerra fra loro e annichilenti rispetto alle coscienze individuali.
Il mondo nuovo, invece, è del 1932. Huxley, iniziato alle lettere a causa di un problema di salute che arrestò sul nascere i suoi studi in medicina, è forse portatore di uno sguardo meno ampio sul mondo esterno ma più concentrato sull’umano in quanto essere e i suoi meccanismi. Il sistema di governo ne Il mondo nuovo non è improntato su di un modello politico bensì produttivo: il fordismo. Huxley vede chiaramente un futuro pacificato, popolato da consumatori ideali, condizionati al conformismo e all’edonismo e infine soddisfatti in ogni bisogno dal potere che li governa. Il potere preserva l’ordine preservando i governati dalle proprie tensioni interiori, dalla consapevolezza di sé.
Per quanto i temi trattati ne Il mondo nuovo sembrino attualissimi e i principi della società lì descritta siano molto vicini a quelli che muovono le nostre “democrazie di mercato”, è a 1984 che penso ogni mattina, sulla banchina del treno. Anche se il sistema in cui viviamo preferisce blandirci con i condizionamenti piuttosto che irreggimentarci con le punizioni, e molti dei presupposti alla base della società di 1984 siano ormai Storia, troppe condizioni mancano ancora alla realizzazione del “mondo nuovo”.
Così, mentre dagli schermi della stazione la compagnia ferroviaria si premura di raccontarmi di tutti i nuovi chilometri di rotaia posati, delle riparazioni effettuate alle linee, delle nuove stazioni iper-tecnologiche costruite, e  il mio treno fa un ritardo di venti minuti come ogni giorno, penso che per il momento la televisione si deve ancora limitare a mentirci e ripeterci continuamente le sue verità nella speranza di penetrare quanti più cervelli possibile. Ma repetita juvant, lo dicevano i latini ed è la base di ogni catechismo e di ogni campagna elettorale.
Le tecniche utilizzate per il condizionamento degli infanti ne Il mondo nuovo saranno più o meno identiche a quelle che la televisione ha sviluppato nel suo percorso fino a oggi, a partire dalla propaganda mediatica dei regimi totalitari. Solo che l’applicazione sarà sistematica e preventiva. Per dirla con Huxley: è solo questione di organizzazione.
Un passo alla volta, quindi.

Solo 1500 n. 86 – Nel segreto della cabina elettorale

berlino 2011 - foto gm

Solo 1500 n. 86 – Nel segreto della cabina elettorale

Lunedì 25 febbraio, a Milano, un uomo di 41 anni entra in un seggio elettorale alle ore 7,15 in punto. Saluta le scrutatrici, porge tessera elettorale e documento. Dietro richiesta consegna il suo cellulare. Gli danno tre schede e una matita. Gli sono sempre piaciuti i colori delle schede. Entra nella cabina numero quattro. Per prima cosa, non saprebbe spiegare il perché, pensa al cane. Sorride, ai bracchi tutto questo non riguarda. Guarda le schede, le guarda a lungo, nonostante abbia a lungo riflettuto. Vota prima per le regionali. Ambrosoli, senza convinzione ma senza dubbi. Prende la scheda della Camera dei deputati, conosce le liste, conosce i nomi. È di sinistra da sempre, lo è sul serio, conosce la Legge elettorale, teme che al Senato non si ottenga una maggioranza. Col pensiero va a tanti dei suoi amici, ad alcuni familiari, che voteranno il Movimento 5 stelle, li capisce sotto l’aspetto passionale ma non sotto quello della ragione. Capisce chi non voterà PD, capisce i “Ma come si fa?” Pensa che prenderebbe a schiaffi Vendola e Bersani, poi li vota. Lo ritiene giusto. Pensa che un voto diverso non porterebbe a nulla. Piega le schede, le consegna, ritira tutto, saluta e se ne va. Il cuore gli suggerisce da anni di non andare più a votare eppure ogni volta ci va. Nel tardo pomeriggio si accorge che al Senato succede quello che più temeva, comprende il trionfo, inutile, dei  5 stelle, soffre ma non si stupisce più di tanto per la rimonta del centrodestra. Diventa triste e lo sarà per giorni. Poi telefona alla sua compagna e dice: “Sono contento di aver votato.” A quel punto sorride, senza motivo, solo per un attimo.

NON SEMPRE RICORDANO. Lettura di Roberta Sireno

 Patrizia Vicinelli

    Patrizia Vicinelli

    Non sempre ricordano

    Poesia Prosa Performance

    Le Lettere

«e il cesso è favolosamente bianco e banale e il primo brivido è stata la mia vita il mio whisky di stasera is nothing for me sappia telo, io voglio farvi deviare sappiatelo, amici nemici sappiatelo, preparatevi»

(da Messmer, Romanzo del 1980-’88)

Favolosa e straniante, la Vicinelli ci invita ad entrare nel panorama multiforme e caotico di una poetica continuamente in fieri. Offrendosi come personalità frazionata, scossa da un forte sentire, come ci mostra il romanzo biografico Messmer, il pronome personale «io», di questa poetessa o poeta, passa continuamente dalla prima alla seconda e terza persona, che sia plurale o singolare. Attraverso la propria esperienza, messa a nudo, la Vicinelli ci presenta una sorta di inferno capovolto: quello degli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, dove la cultura della droga e del periodo del piombo marcano il vissuto.

«vuoi venire con me amore mio disse la morte, con un accento pietoso ma lei non sentì perché il vulcano del sangue eruttato aveva occupato ogni comprensione, voleva quello, uno sbluff dentro l’anima, e dunque tiro, e inietto adagio no no, non è come per le puttane, no»

Uno sperimentalismo radicale, questo, che va verso l’ibridazione delle strutture verbo-visive, oltre che sonore grazie alle sue capacità da performer di prima piazza, tanto da impressionare a soli 23 anni il Gruppo ’63 che si riuniva al convegno di La Spezia nel 1966. Le sue poesie, definite «epicizzanti», sono manifestazione di uno stare sempre ai margini di una realtà offerta come visione violenta e dissacrante. Se la si volesse collocare sulla scia delle neoavanguardie per il pulsare ovunque sulla pagina di un significante da nonsense, in realtà, come dichiara nella poesia dedicata a Camillo Capolongo, che è poi dichiarazione di poetica, il suo sarebbe un linguaggio di tenebre:

«T’aspettavi che parlassi di linguaggio, ma parlano
di tenebre
tutti quei visi ignorati
e quelle mani perforate
dalla loro mestizia di essere state raccolte»

(Bologna, giugno 1989, in Poesie inedite)

L’epopea di una vita affrontata con carica autodistruttiva tra amori, tossicodipendenza, fughe e carcere sino alla morte per aids, si pone come necessaria condizione per una poesia che si fa mezzo di espressione del corpo: un’esperienza, quindi, da comunicare con una fisicità vocale e gestuale divisa tra forte presenza ed espropriazione dell’io.

«Contro vado

e dirimo
dirimpetto
all’abisso fornace
che singulto
da singoli avvicinarsi
avercelo condizionato nella mente
il tempo rotto
il tempo consumato
siamo a prestito
adesso»

(da Non tornerò, in Poesie disperse)

Una poesia che, affacciandosi sul baratro, si fa ricerca etica. «I grandi – dichiarava la Vicinelli in una rivista in Mongolfiera nel 1987 – hanno avuto una vita dolorosa e in qualche modo epica avendo alla base un bisogno di eticità. È verità assoluta da portare agli uomini che ne valuteranno l’autenticità (…) Solo l’energia e la forza del poeta con la lettura delle sue opere possono andare al cuore degli uomini». Su questa scia, sceglie così un itinerario poetico antinormativo, che inizia con la pubblicazione del poemetto à, a. A nel 1967 presso Lerici, e con dedica ad Emilio Villa, il suo «amico re». Patrizia Vicinelli esordisce sotto la tutela di due tra gli esponenti più radicali della poesia sperimentale: un Emilio Villa conosciuto grazie ad Adriano Spatola, in un ritrovo consueto alla bolognese osteria de’ Poeti.

entro qui con gli occhi
ve(n)do
tuTTo quelcheho – chehodaDire – (entro – ve(n)do): mi sembra ve(n)do
coME NieNte – nTe
– TE
entro – se non – entro – se non / sapESSI la vita a puntaTE – VE(N)DO –

(da à, a. A, 1967)

È una poetica che vuole continuamente mettere in discussione se stessa, scontrandosi in modo rabbioso e provocatorio contro i limiti storici e le convenzioni sociali perché «la vera poesia – scrive la Vicinelli, in una lettera a Gianni Castagnoli dal carcere di Rebibbia nel 1978

«è tutto ciò che non si conforma a codesta morale, quella che per mantenere il suo ordine, sa costruire soltanto banche, caserme, prigioni, chiese, bordelli». Una poesia che se, inizialmente vuole essere combattiva e reazionaria, procede verso un’involuzione lirica: l’esperienza viene interiorizzata in «un’oscurità da utero», e si fa scavo o sbocco ideale verso la conquista di una libertà tutta personale ed individuale. Una presa di coscienza del sé attraverso l’esempio di una ragazza libera, solitaria ed indipendente entro il clima del femminismo in affermazione in quegli anni. Di qui l’approdo alla Cenerentola, testo teatrale scritto e allestito al carcere di Rebibbia, che segue un andamento idealistico proprio della favola che si chiude in se stessa:

Noi dolcemente noi duramente
noi piano piano le bestie rompiamo
come un fanciullo ti devi trovare
quando apri gli occhi e vedi il mondo girare
con un gran balzo un salto op-là
getto la maschera e mi vedi qua
sul palcoscenico ma la realtà
il gran teatro dei morti viventi
sia pur per ora i vivi son assenti
ma noi cantiam come bambini in fasce
facciam di tutto e alla fin si rinasce.
Come vorrei e non vorrei
confondermi nel cielo col suo blu
un desiderio di felicità
la forza d’ottener la libertà
come vorrei e non vorrei..

(da Ballata n.6 a una voce, Cenerentola, 1977-78)

 Roberta Sireno 

Interviste credibili # 11 – Rosario Palazzolo

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Ciao Rosario, intanto ho appena scoperto che hai un anno in meno di me, cosa inaccettabile, comunque andiamo avanti, l’ho scritto solo per fare un po’ di teatro. A proposito tu fai teatro o “teatro”?

Mannaggia, Montieri, sapevo che avresti iniziato così. Né l’uno né l’altro, comunque. Io faccio le virgolette, solitamente, solo quelle. Le apro e le chiudo. Non manco di perizia, però, e nemmeno di una certa dose di ostentazione. Del resto, come sanno bene coloro che mi conoscono, fra etica e estetica non faccio distinzioni. A ben vedere, l’una è sempre la determinazione dell’altra. Il problema è che imperversa il mal vedere, oggigiorno.

In merito all’età, mettiamola così: il mio anno in meno si vede tutto, così come il tuo in più.

Dimmi qualcosa di Palermo (la tua città) che la gente non conosca già come suggerimento turistico o banalità giornalistica.

Non m’intendo per nulla di Palermo, è risaputo. Figurati che spesso mi perdo. Allora, metto un cappello,  m’avvicino a qualcuno e, con voce estera come so solo io, chiedo Pardon, dove si trova la via tale? – il pardon funziona una meraviglia, sempre – e attendo la risposta dell’indigeno col sorriso stampato, e pure lui sorride nel mentre che risponde, e sorrido ancora, io, fingendo di non comprendere qualche parola, e lui sorride e gesticola e fa dei lunghi no con la testa, se è il caso, o dei sì, e infine dico Grazie, sorridendo, a lui che sorride, prima di andare via.

Ecco, se proprio vuoi sapere qualcosa su Palermo, posso dirti che è una cittadina sorridente assai.

I soliti bene informati dicono che tu sia un cuoco sopraffino, hai qualcosa da dire in tua difesa?

No. E loro?

Ora ti chiederò cose che potrebbero sembrare banali, ma per uno come me, che conosce il teatro solo da appassionato, possono risultare domande lecite: come si sta su un palco? Come ci si muove e come non ci si muove? Un respiro trattenuto, un gesto, contano quanto una battuta?

In teatro credo esistano regole precise, dentro le mie virgolette no.

Tra le tue opere teatrali mi incuriosisce molto “La trilugia dell’impossibilità”. Mi racconti, in breve, la genesi di questo lavoro?

In breve è una parola.

La trilugia dell’impossibilità è fondamentalmente un mio cruccio, una croce. Un’analisi in quattro atti, per il momento, perché ciò che è impossibile non può essere concretizzato in qualcosa di finito. Nasce nel 2007 con lo spettacolo Ouminicch’, che diceva – e dice – dell’impossibilità della scelta. Da allora è stato un continuo impossibilitare: la verità, l’essere, la speranza, in una sorta di percorso impercorribile ma comunque opportuno, perché ritengo che non sia necessario che a ogni bivio corrisponda un’uscita, a ogni ciambella un buco. Il tutto, in una lingua vivida, un palermitano violento e realistico che non fa sconti di sorta, verosimile eppure allucinato. Perché la lingua della trilugia è una lingua che va estrapolata, affinché un idioma non diventi un territorio. Credo sia questa la maggiore innovazione. E oggi l’innovazione è spesso solamente formale, psichedelica, confusionaria. Nasce dall’esigenza di sorprendere lo spettatore. Il lavoro che tento con la trilugia se ne frega dello spettatore, non prova ad affascinarlo, a compiacerlo, non gli sussurra continuamente Abbracciamoci, amico mio, apparteniamo alla medesima categoria, quella dei giusti. È invece una fatica mia e dei miei attori, che certo ha anche bisogno di essere comunicata a qualcuno, ma solo affinché fatichi pure lui, almeno quanto noi.

“I tempi stanno per cambiare” è figlia della tua collaborazione (termine di certo riduttivo) con Luigi Bernardi, com’è lavorare a quattro mani? E, soprattutto, com’è lavorare con uno scrittore del livello e dal carattere forte come Bernardi?

Lavorare a quattro mani è molto complicato, vogliono tutte avere la meglio. Ma con Luigi è stata una risata continua. La nostra amicizia, profonda, piena di affetto, coccole e carillon, credo si sia consolidata proprio grazie a I tempi stanno per cambiare. In più, facemmo insieme anche la regia, lavorammo entrambi a stretto contatto con il compositore, lo scenografo, discutemmo a lungo con gli attori. In merito alla difficoltà di lavorare con uno del suo livello e del suo carattere, ti racconto un aneddoto. Quando riunii la compagnia e dissi di questa collaborazione, del testo che forse ne sarebbe venuto, del lavoro che ci attendeva, erano tutti basiti. Non conoscevano Luigi e, in cuor loro – glielo potevo leggere negli occhi – temevano per lui.

Che musica ascolti?

Solo quella che capisco.

Il più grande autore di teatro, per te, chi è?

Tolti i presenti, parecchi.

Tu tieni dei laboratori di teatro, qual è l’incipit dei tuoi corsi?

Questo laboratorio è legato indissolubilmente al fato. A lui dovremmo sottometterci affinché ogni cosa vada nel verso in cui ci auguriamo. Ovviamente il fato sono io, signore e signori.

Cos’è Cattiverìa?

Una parola inusuale, che sa di spostamento. Una parola bella, secondo me, molto musicale. Ed è anche il titolo del mio prossimo romanzo che uscirà ad aprile sempre per Perdisa Pop. E sarà il mio romanzo più bello, il più maturo, il più doloroso, il più che ti pare a te. Del resto, è pratica comune fra gli scrittori: nel romanzo che sta per uscire deve esserci sempre qualcosa in più a garantire che ci sia qualcosa in più rispetto ai romanzi precedenti. Per quanto mi riguarda, è stato il solito maledetto divertimento.

Ora faccio lo stronzo: Leggi Poesia?
E io rispondo da stronzo: no. Bisogna farsi mancare qualcosa, nella vita.

Ora lo rifaccio: Cosa cambia ( se qualcosa cambia) tra la scrittura per il teatro e la scrittura di un romanzo?

La scrittura teatrale è caduca, folgorante, immediata, illuminata, si riferisce a un pubblico che cambia ogni volta. La scrittura narrativa è caduca, folgorante, immediata, illuminata, si riferisce a un lettore che cambia ogni volta.

Devo assolutamente tornare a Palermo, ma a tarda sera, dopo lo spettacolo, non pensare di portarmi al ristorante, devi cucinare tu.

Dopo ogni spettacolo sono intrattabile, la mia cucina potrebbe risultarne compromessa, e pure tu. Facciamo a pranzo, quando l’ineluttabilità la metto solo nel soffritto.

intervista di gianni montieri

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notizie su Rosario Palazzolo

E sperare che cominci il rumore…

Esiste ancora una forma di musica che sia in grado di provocare fastidio?

Mi spiego meglio e veloce, prima di cadere sotto una pioggia di strali con nomi e cognomi di urlatori, capelloni, distorsori, vomitatori, pogatori, stage divers dell’universale panorama musicale. Non parlo delle provocazioni che nascono in antagonismo e che finiscono poi per diventare moda anch’esse nell’attirare accoliti che vi si identificano. Non parlo neanche di un fastidio definibile come “culturale”, sia esso il risultato dell’ascolto dei Naked City da parte di un fan di Tiziano Ferro o viceversa.
No! Io parlo di “Fastidio”: del crampo che arriva improvviso mentre guidate a 180 km/h sulla Cisa, del prurito improvviso e devastante che vi coglie mentre presentate il vostro Curriculum per il lavoro della vita.
Narra una leggenda che solo un tale signor Frank Zappa possa aver vantato tanta abilità. Altri sono morti troppo giovani o afflosciati in mode superate troppo in fretta per poter assurgere al trono di maestri dell’arte dell’infastidire.

In una celebre lettera Post mortem di mr. Lester Bangs, il geniale critico (colui che osò calpestare il mito dei Doorsi…) ringraziava Dio di averlo fatto morire prima dell’avvento di MTV; roba da crederci, il mercato assorbe le provocazioni come un buco nero e se ne nutre con fast voracità.
Mi chiedevo tutto ciò osservando la performance di Elio e le storie Tese, che quasi ogni anno, a Sanremo (e già qui ci sarebbe da pensare) lancia la sua provocazione, simpatica, istrionica ma che fa sorridere quanto un coltello nel burro e poi resta li a sciogliersi nella noia che si è concessa una rapida pausa ed è pronta a sommergere i neuroni di altra popolare melassa.
Negli anni 70, Freak Antony, inventò la definizione (oramai desueta e modaiola) di “rock demenziale”, ma se ai tempi della fantasia al potere, provocare con la “demenza”, con il non sense patafisico o con l’ammissione di una spontaneità repressa, possedeva un suo magnifico senso che a noi di quella generazione era apparso come un risveglio che apriva porte verso mondi altri; dopo qualche anno, quel pensiero affettuoso che nasceva su un bidet, aveva perso smalto, il Kinotto era diventata una bevanda fin troppo fashion e le sbarbine erano sempre più paninare di tutti noi. Dovevi allora scendere al Tangram di Milano e prepararti a farti rovinare la serata, ma soprattutto la birra, dall’elenco di sostanze corporee che un gruppo di facinorosi provocatori intendeva conservare in un Silos; parlo degli esordi di Elio e le Storie tese, parlo di quel “how do you call you?”, parlo del pischello in ascensore “…ebbro dei suoi gas”, parlo di queste punture che mettevano impietosamente sulla pubblica piazza i tic, le “bassezze”, le verità nascoste e noi, imbelli, ridevamo isterici, davanti alle nostre caricature, ridevamo feriti, per minimizzare, per nascondere alle nostre donne, al nostro datore di lavoro, al nostro amico, quanto banali eravamo sotto il nostro abito alternativo. Così come ridevamo davanti alle performance di Lino e i Mistoterital che con lucido senno di poi ci ricordavano che tutto quello che pensavamo di avere inventato era solo un feticcio e che bastava levare la patina per rivelare che tutti, dico tutti eravamo rimasti ai soliti luoghi comuni, ai soliti punti di riferimento spaziali, culturali ed emotivi e che poca strada si era fatta. Lino e i Mistoterital hanno chiuso il loro percorso (ma non ne sarei così sicuro), Elio ha proseguito il suo cammino, noi ci siamo un po’ abituati a quell’ironia e oramai ci ridiamo tra strizzate d’occhio e gomitate, perch
é tocca livelli che forse ci appartengono meno. Questo in fondo è accaduto a Sanremo, che di per sé è comunque uno spettacolo fastidioso, ma basta girare canale e passa in fretta.

Capita però che non troppo casualmente decida di partecipare a un seminario di composizione con un gruppo di musicisti amici che qualche dubbio già me lo avevano lasciato. È bastata mezz’oretta per rendermi conto che un “SÌ” alla mia domanda “archetipica” poteva essere tranquillamente essere dato. Esiste ancora una musica che è in grado di dare fastidio e quella dei pesaresi Camillas (nome che ricorda più una simpatica confortante briochina confezionata per la merenda di tutti i bravi bimbi), vi posso giurare che ancora dopo 3 cd e dopo averci suonato assieme, riesce ancora a ferirmi. Mi ferisce il loro ricordarti che sei destinato a innamorarti di una donna solo per come guarda gli altri, mi ferisce il loro infierire sul dolore, sul provocarlo anche lì dove fai l’impossibile per attenuarlo, mi dà fastidio il ricordarmi che troppo spesso devi affermarti per negazioni (non sono, non sono, qui non c’è, qui non c’è…), mi dà fastidio vedere e sentire (è assolutamente lo stesso in questo caso), che il loro capolavoro si chiami “Rovi”, mi dà fastidio assistere a un loro concerto e rabbrividire davanti a una versione di “Bella ciao” che è bellamente, blasfemamente più vicina a Biagio Antonacci che ai Modena city ramblers, mi dà fastidio infine prendere un sax e improvvisare su delle scale e delle metriche sconcertanti e vedere che non c’è un beato cazzo da ridere e che anche per ferire e infastidire devi sudare, fino a che non ti fermi attonito e ti rassegni a “sederti sui divani degli altri e sperare che cominci il rumore“.


Jacopo Ninni

Ravaioli (seconda parte) di Stefano Domenichini

biennale 2010 - foto gm

 

STORIA RAGIONATA DEGLI ANNI OTTANTA (seconda parte)

 

Se i pesci restassero a letto, quelli che si alzano presto non tirerebbero su niente.

La rivoluzione non ammetteva stanchezza. Crollarono verticalmente i mercati dell’intorpidimento: Black Bombay, Brown Sugar, Skuff vennero lasciate ai fenotipi di scarto, derive genetiche non in grado di adattarsi alla nuova realtà sociale.

Solo energizzanti, a volume alto, polvere bianca e colori, la notte degli spot interrotti dalla pubblicità, tutto quello di cui hai assolutamente bisogno, l’onda lunga, la lista per entrare, l’identità in una lista, conoscere l’uomo della lista, organizzare la lista.

Albe di pesci arzilli, determinati, rifocillati di credito e biglietti omaggio con consumazione. Ma non poteva bastare.

Il mutuo, il prestito, lo scoperto sono come scale a piedi di un vecchio palazzo, mancano di carisma. L’accelerazione impetuosa degli eventi scaturiti dall’intuizione che ebbe Ravaioli Maurizio una sera d’estate in un bar della Sardegna aveva bisogno di un ascensore. Bisognava incanalare l’energia rivoluzionaria in un progetto più grintoso che esaltasse la superficie del pianeta finanziario, che si basasse essenzialmente sull’immagine del rapporto, dissimulando una volta per tutte il grigiore delle contabili, delle distinte e dei piani di rientro.

Fu così che presero i pesci e li portarono in Borsa. Si quotavano tutti, tranne i pesci. Però i pesci potevano diventare azionisti. Un bel salto, provate a dire di no. Ravaioli cambiò il mondo per aver visto Tronchetti Provera seduto nel tavolino accanto al suo, ora i milioni di suoi epigoni potevano dire: sono socio di Tronchetti Provera. Di più: potevano andare alle assemblee, non più meriggi sonnacchiosi in attesa del rinfresco, ma eventi. Palazzetti, teatri, stadi. I pesci-azionisti non avrebbero rinunciato ad andarci per niente al mondo. Potevano arrivare a spostare il matrimonio dei figli, ad abdicare al primo posto della lista del trapianto. Non ci capivano niente, non c’entravano niente, ma erano lì. Impassibili a spinte, code, parcheggi lontani; tutti gli indizi che un tempo li avrebbero fatti sentire fuori luogo non esistevano più, sbriciolati nella luce dell’attimo che li rendeva presenti. Un mondo impressionista, con l’ordine del giorno ben visibile nella mano.

La nuova finanza scintillante, creativa e, soprattutto, alla portata di tutti rese anche il mondo più sicuro: borseggiatori con le mani non abbastanza svelte oltrepassarono la linea d’ombra della malavita e si rinchiusero nei recinti rispettati delle fluttuazioni. Tutti contrattavano. Studenti, impiegati, magazzinieri, uomini e donne con le sporte di plastica della spesa, tutti assisi davanti alle vetrine delle banche a seguire l’andamento dei mercati sui monitor. Sciami di Sal Paradise e Dean Moriartyon the road si spostavano febbrili da una sala borsa all’altra, si telefonavano concitati per commentare gli indici MIB che scorrevano sul televideo; non si sporcavano più le mani con carburatori esausti, ma con l’inchiostro letale de il Sole 24ore.

Ravaioli Maurizio, che ve lo dico a fare, era già avanti. Si era separato dalla Vanda e aveva smesso di fare il rappresentante. Si era scrollato di dosso già da un po’ la tirannia dello stipendio fisso, l’adrenalina intermittente della provvigione. I soldi veri sono una favola, pensò e dunque non devono esistere: meno esistono e più sei ricco. Aveva lampi così, da predestinato. Salì sul carro della nuova finanza prima ancora che finissero di montare le ruote. Basò la sua escalation su un concetto filosofico, lui che si era addormentato leggendo un libro di NantasSalvalaggio, l’unico che gli fosse mai passato tra le mani.

Il concetto era semplice: convinco la gente che i soldi possono accadere, che sono lì, a un passo, la faccio sentire ricca. Aprì una società che aveva come oggetto sociale “la predisposizione di progetti di espansione delle sale operative in applicazione del trading system sui derivati”. Sostanzialmente una trasposizione giuridica della roulette russa con la geniale aggiunta di un riferimento immobiliare (le sale operative) che, si sa, il mattone dà sempre sicurezza. Fu un successo. Gli aumenti di capitale si susseguivano come gli orgasmi delle partner di John Holmes e sempre nuovi progetti venivano posizionati e contrattati al Terzo Mercato.

Assurse anche all’onore delle cronache perché Ravaioli ebbe l’idea di organizzare un evento mensile denominato “Trading after hours – Passate una serata in Borsa”, un mix seducente di balli, incontri, euforia e sottoscrizioni di operazioni ad alto rischio.

Ravaioli si ritagliò un ruolo da consulente e dopo un anno aveva messo da parte il primo miliardo. Si era anche laureato. Con una spericolata operazione di covered warrant esotici (sulla quale aveva strappato informazioni riservate all’assistente di un market maker, assidua frequentatrice delle serate evento, depravata ma molto elegante, e che a Ravaioli ricordava tanto Laprisca) aveva fatto guadagnare in un botto duecento milioni di lire alla figlia del Rettore di un’università di provincia.

Certo, poteva tenerseli lui. Certo, la signorina sembrava un guardrail ammaccato (erano anni così, di grande ottimismo, qualcuno trovava bella anche Stefania Craxi), ma la laurea era un tassello fondamentale. La società edonistica non ne poteva prescindere, questione di giustizia sociale. Il principio era sacrosanto: se si laurea quello lì, perché non mi dovrei laureare io?

Il trionfo dell’egualitarismo. Persino i bolscevichi più integralisti si mangiavano le mani: come abbiamo fatto a non arrivarci noi? Majakovskij fece il diavolo a quattro per tornare sulla terra: finalmente il comunismo era realizzato fino in fondo.

Il problema era che lo statalismo dell’epoca passata che ormai sapeva di brodo e umidità aveva da sempre limitato il numero delle facoltà. Escludendo a priori quelle difficili, era inevitabile che tutti si laureassero in legge. Città di centomila abitanti si trovarono di colpo con duemila avvocati. C’erano avvocati ovunque. Dopo un po’ cominciavi  a trovarli esposti, di domenica, nei mercatini di piazza. Te ne portavi a casa uno per due lire. Potevi farne una lampada o tenerne tre in macchina se dovevi andare in città staliniste che favorivano il car-pooling.

La situazione rischiava di diventare imbarazzante. Si profilavano scenari apocalittici, tipo previsioni di cumuli di biglietti da visita ammassati nelle cassette postali e sui coni vulcanici dei cassonetti con l’antipatico rischio di oscurare i viscidi e oleosi depliant delle offerte tre per due, santini della munificenza distributiva e delle occasioni da non perdere.

L’antidoto del numero chiuso veniva proposto, peraltro con toni sommessi e non troppo convinti, dagli stessi che vent’anni prima avevano contestato l’accesso classista al sapere accademico. A queste istanze si contrapponevano le urla indignate di coloro i quali avevano sempre difeso i privilegi e le distanze e ora erano avvinti dal liberismo del pezzo di carta che rendeva tutti meritevoli, tutti uguali e rendeva plausibile far accomodare prima quelli che conosci.

Il camino si era ribaltato. Un po’ come se la Normandia fosse sbarcata in una caserma americana o il giavellotto avesse lanciato l’atleta ben oltre il suo personale.

Erano rimaste, per la verità, anche delle eccellenze. Qualche testa calda che si avventurava, per caso, a una mostra e trovava poi il coraggio di parlare in pubblico di questa sua esperienza: veniva nominato assessore alla cultura o, nei casi esteticamente meno dotati, soprintendente.

Perché residuava nell’inconscio rivoluzionario il bisogno di avere una  coscienza critica, un contrappeso, possibilmente alto, bello e con il ciuffo che, di tanto in tanto, infrangesse l’edonismo compatto. Un esempio fu un certo Vittorio Dispetti, successivamente ribattezzato Professore, che verso le cinque di mattina di un giorno di febbraio, al Bar Magenta di Milano, dopo una nottata in cui non tutto era stato tagliato come si doveva, proruppe nella celebre frase: “L’esistenzialismo non giustifica, di per sé, il fuoristrada”. Divenne una  specie di guru, bramato dalle donne e dai locali alla moda, in un crescendo che lo portò al ruolo di ospite fisso nel talk show della seconda serata.

Detto ciò, il problema delle università restava. Fu risolto aggrappandosi a uno dei grandi valori su cui si basava la nazione: il campanilismo.

[fine seconda parte]

(c) Stefano Domenichini

la prima parte Qui

Dialogo tra un venditore ambulante e una cliente abituale (microstoria di campagna elettorale) (post di natàlia castaldi)

di Rosamaria Francucci

Premessa:

vivo, mio malgrado, in un quartiere della periferia nordest di Roma, quartiere residenziale sorto negli anni sessanta e settanta secondo la cosiddetta “espansione selvaggia a macchia d’olio” (siamo a ridosso del raccordo anulare), urbanisticamente sbagliato, edilizia privata di speculazione, pochi viali di smistamento e un fitto reticolo di strade laterali strette piùcchesipuò. Le palazzine di medioalta statura regalano agli abitanti dei piani bassi atmosfere gotiche sicchè spesso, anche di giorno, è necessario ricorrere alla luce elettrica. Per fortuna io abito in una mansarda (ovviamente condonata), dove percola perennemente acqua dal tetto ma almeno il sole regna sovrano regalandoci un tocco di luministica allegria. Al di là delle rosee apparenze si tratta dunque del tipico quartiere dormitorio (dove approdai di malavoglia appena tredicenne) che solo negli anni ottanta del secolo scorso si ingentilì di qualche frivolezza commerciale, animandosi contestualmente di immumerevoli istituti di credito e chiudendo miseramente tutti i suoi cinema; da sempre malcollegato al centro città per via del fiume Aniene e della metropolitana che non ci ha mai raggiunto, mal lastricato, maleodorante per via del traffico di frontiera diretto al limitrofo megacentro commerciale nonché per le deiezioni escrementezie delle numerose presenze canine, affidate di norma a poco accorte personcine. Quartiere -manco a dirlo- abitato da quella middle class pigra e impiegatizia che da sempre ingrossa le file degli elettori della destra più becera e retriva. Ambiente un poco tronfio, un poco truzzo, un poco chiuso, gonfio di solida noncultura piccoloborghese, sebbene stretto tra Tufello e Val Melaina, roccaforti rosse di qualche rilevanza storica e strategica. Oltre a qualche spazio verde di risulta (sempre pù raro in verità) il mio quartiere possiede però una magnifica risorsa: un mercatino rionale con la più alta, ricca e completa concentrazione di banchi dell’usato che attualmente Roma possa vantare nei giorni feriali. A popolarlo e a nutrirlo bisettimanalmente sono una folta combriccola di ambulanti della provincia casertana, per lo più imparentati da vincoli soldissimi, di poche parole e di ruvide e schiette maniere. Si esprimono tra loro in un dialetto strettissimo, accompagnato da una impercettibile “gestualità di sopracciglio” di altrettanto arcana decrittazione, mentre i loro aiutanti extracomunitari, probabilmente ingaggiati in loco, parlano un fiorito e simpatico romanesco di seconda generazione. La merce è interessante, varia e bene organizzata: si narra che in orari improbabili vi si vedano circolare note stiliste in cerca di rarità, centrini al tombolo o di tovagliati d’epoca… molti negozietti di abbigliamento vintage vi si approviggionano e io stessa, oltre a coprire totalmente le familiari occorrenze, trovo ottimo materiale di recupero per il mio attuale lavoro. Molte signore, anche non di zona, hanno eletto la visita al mercatino tra i loro passatempi preferiti, una specie di droga leggerissima che regala emozioni a buon mercato e perlomeno protegge dalla sindrome del Gratta e vinci. Il che non è poco, oggigiorno, credo.

L’accaduto:

Come tutti i martedì non piovosi, salute permettendo, mi avvio a passo sostenuto verso l’ambita meta, oggi un bel sole mi assiste e vorrei annegarci dentro tutti i postumi dell’influenza e i grigioneri pensieri. La caccia all’ultimo straccio è di nuovo aperta. All’ingresso dell’area del mercato, dove di norma si appostano ragazzotti di ben scarse speranze per distribuire agli avventori pubblicità di palestre e corsi d’inglese oppure i più smaliziati rappresentanti di un famigerato aspirapovere, oggi c’è invece un certo fervore preelettorale. Sulle prime un distinto signore mi si avvicina con fare circospetto e chiede perfino il permesso di porgermi il volantino promozionale del centrosinistra, la grazia è tale che mai oserei contraddirlo, allungo la mano quasi certa di aver guadagnato anche un baciamano… Però con la coda dell’occhio già mi sono accorta dei rincari. Finito il Carnevale, svenduta a 50 centesmi anche l’ultima mascherina, ora si espongono le primizie primaverili. Speranzosa mi inoltro: soppeso un maglioncino carta da zucchero per il pargolo, 80% merinos, ottimo stato, rare palline ai gomiti, la misura pare perfetta… valuto, rifletto… 2 euro non si buttano a cuor leggero oggigiorno… Intanto dal centro del viottolo mi giunge una voce femminile conosciuta: ” Ingroia… Rivoluzione civile…” recita ritmicamente, come all’Offertorio… così sovrappensiero mi verrebbe da rispondere tra i denti: “Ascoltaci, O Signore”… Poi, nella concentrazione dell’acquisto, un’illuminazione… alzo gli occhi: ma certo…è Daniela! E poco fa, qui in fb, con una rosa virtuale (benchè mia) le ho appena mandato gli auguri di compleanno. Un’attivista di buona volontà conosciuta anni fa come socia del circolo di lettura… lei, nonostante tutti i suoi problemi, sempre in pista, sempre disponibile, mai doma. Tenendomi stretto il magliocino vado a salutarla, ci abbracciamo, le rinnovo gli auguri di persona… mi consegna il materiale elettorale, mi da qualche dritta in più, ci aggiorniamo sui figli, sulla disperazione lavorativa, basta… faccio una battuta sulla foto del capolista: “Mammamia che sguardo triste… un sorrisino pure ce lo poteva regalare, ‘sto signore… un sogno dico, un sogno per sognare… ma insomma “il pagliaccio” – le dico – non c’ha insegnato proprio niente?” “E c’hai ragione!… Siamo tristi che vuoi… siamo così”. Disperazione. Lei torna alla sua mission impossible, io devo pagare. Incrocio gli occhi di Xxxxxxxx, l’ambulante, che ha assistito a tutta la nostra conversazione. Ha un’espressione attonita, direi quasi sconvolta: ha appena assistito all’abbraccio della sottoscritta con una comunista conclamata. Eppure sono decenni che mi vede circolare, non porto l’eskimo, sono garbata e schiva, non reco altri segni di riconoscimento. Non l’avrebbe mai detto, sembra soprattutto molto deluso. Paura, disappunto, sconcerto gli si avvicendano in viso mentre io cerco i 2 euro nel borsellino… “Ma votate Ingroia per davvero?” farfuglia…  In un attimo mi si fa tutto chiaro. Allora “indosso” una metaforica maschera neutra (quella che serve agli attori per isolare le emozioni facciali) e dopo attimo di imbarazzata attesa gli rispondo in un soffio: “Il voto è segreto!” (…mi vergogno di me…) Lui incalza: “Bersani è indagato…” mi fissa… Però mi ha dato un gancio… rido… “Ah, invece Berlusconi sarebbe bianco come una colomba?”… “No, che c’entra… Berlusconi ruba, ma fa mangiare pure noi… questa è la differenza! Sempre stato di destra, io!” (dichiarazione di fede, a tutti gli effetti, ebbravo!) Eh… lo sapevo, che qui andavamo a parare… (io lo so sempre già dall’inizio, per questo che per me tutto è una gran noia). Questo è il punto vivo, la ferita aperta…. Così dalle terre borboniche colluse in giochini di cosca si alza il grido muto (mi pregio di decodificare a modo mio un incosapevole sottotesto): “cara madamina (che sarei io, nella fattispecie) crede forse che questo paese sia mai uscito dalle logiche feudali? Crede forse, madamina, di vivere in terra di democratico sistema? Ma cosa mangia pane e volpe la mattina, cara la mia madamina? Insomma, basta… Abbozzo un sorriso di circostanza volto a non approfondire l’argomento e propongo di rimanere comunque “amici di mercatino” e, almeno per oggi, di lasciare perdere la politica. Il cliente ha sempre ragione, giocoforza deve abbozza’… ma la paura resta. (la sua, la mia) E’ un uomo buono lui, ma veramente, negli anni ho raccolto molte prove. A passo svelto mi defilo. Lui, intanto, si fa forza facendo il verso a Daniela che ormai s’è allontanata… e ironico, ammiccando all’ambulante suo dirimpettataio, ripete beffardo: “Ingroia, Rivoluzione Civile…” ridacchia… col suo sorriso sdentato e un poco ebete…  Il resto è storia, di tanti secoli, e di chi ce l’ha raccontata! Staremo a vedere. Ciao a tutti, e grazie per l’attenzione.

Il Sublime metropolitano: forma di un contenuto (seconda parte)

Parigi nebbia 2

– Arthur Rimbaud: la dispersione dell’io

L’immaginario urbano caratterizza direttamente alcuni poemetti in prosa delle IlluminationsVilles I, Villes II, Ville, Métropolitain, Ouvriers… Analizziamo Villes I, il testo che comincia con “L’acropole officielle”. Come André Guyaux ha osservato, l’effetto di Sublime è ottenuto qui attraverso l’uso ripetuto di forme superlative o comparative (“les conceptions de la barbarie moderne les plus colossales”; “des locaux vingt fois plus vastes qu’Hampton-Court”; “les subalternes que j’ai pu voir sont déjà plus fiers que des Brahmas”), e attraverso immagini di grandezza assoluta (“Impossible d’exprimer le jour mat produit par le ciel immuablement gris, l’éclat impérial des bâtisses, et la neige éternelle du sol. On a reproduit dans un goût d’énormité singulier toutes les merveilles classiques de l’architecture.”; “Quelle peinture! Un Nabuchodonosor norwégien a fait construire les escaliers des ministères”; “j’ai tremblé à l’aspect de colosses des gardiens et officiers de constructions”; “Ce dôme est une armature d’acier artistique de quinze mille pieds de diamètre environ”). Assistiamo all’abdicazione linguistica dell’io di fronte all’incommensurabile: “Impossible d’exprimer”; “Le haut quartier a des parties inexplicables”; “j’ai cru pouvoir juger la profondeur de la ville. C’est le prodige dont je n’ai pu me rendre compte: quels sont les niveaux des autres quartiers sur or sous l’acropole? Pour l’étranger de notre temps la reconnaissance est impossible”. Rispetto al Sublime metropolitano, il soggetto è diventato “l’étranger de [son] temps”. La sua afasia funziona però alla maniera di una negazione freudiana, e un’altra lingua nasce dallo scacco dell’io: sono le vie della veggenza.

Le idee espresse da Rimbaud nelle sue due lettere del maggio 1871 (le “lettere del Veggente”) sono ormai famose: la possibilità “d’arriver à l’inconnu par le dérèglement de tous les sens”; l’alterità dell’io ( “JE est un autre”;  “Je pense: on devrait dire on me pense”). Tuttavia, una distinzione è necessaria: per quanto riguarda la poetica d’autore, la veggenza è una forma di conoscenza interna ed esterna al tempo stesso; dal punto di vista della storia letteraria, si tratta invece di un individualismo formale più accentuato. La città evocata da Rimbaud è una città per lo più soggettiva, psicologica, in cui domina per esempio la confusione evocatrice dello spazio (Hampton-Court, Nabuchodonosor norwégien, Sainte-Chapelle…) e del tempo (merveilles classiques, arcades, diligence, gentilshommes…). Il testo si sviluppa lungo una serie di giustapposizioni e analogie, secondo un movimento centrifugo che porterà alla sparizione della città e del soggetto (“le faubourg se perd bizarrement dans la campagne”). La dissoluzione delle strutture retoriche tradizionali e la dispersione dell’io vanno insieme. La rappresentazione del Sublime metropolitano è cambiata: nell’individualismo formale di Rimbaud, l’incommensurabile della città e l’incommensurabile psicologico sono diventati indistinguibili.

@Andrea Accardi

Prima parte il 19 febbraio.

 

 

Gli anni meravigliosi #16: Irmtraud Morgner

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDRfu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

Morgner_TrobadoraLa sedicesima puntata della rubrica propone la lettura di un brano dal romanzo Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz, che Irmtraud Morgner, nata anche lei, come Reiner Kunze, nel 1933, pubblicò nel 1974. Il brano, nel quale è quasi esclusivamente la virgola a scandire l’usuale (“gewöhnlich” è il termine usato da Morgner) corso-decorso delle pratiche di squadratura-commento a voce alta – avvicinamento, percorre e capovolge, con toni in perfetto equilibrio tra frizzante e caustico. fischiettando e mordendo, dunque,  la scala dei rituali di approccio tra gruppo e individuo, identificato come obiettivo (preda?).

L’altro giorno, mentre la nostra brigata femminile beveva un cappuccino all’Espresso di Alexanderplatz, nel locale è entrato un uomo dall’effetto benefico per i miei occhi. Per questo motivo ho percorso su e giù, fischiettando, una scala musicale, guardandomelo bene, anche qui, dall’alto in basso. Quando è passato accanto al nostro tavolo ho detto «Caspita!», dopo di che la nostra brigata si è soffermata a parlare dei suoi piedi, ai quali mancavano i calzini,  il giro vita l’abbiamo stimato sui settanta, l’età sui trentadue, la camicia proveniente da un negozio “Exquisit”, faceva intravedere il profilo delle scapole, cosa che lasciava supporre un fisico molto magro, la forma stretta del cranio con le orecchie sporgenti, i capelli dal colore opaco, che un qualche barbiere dell’estrema periferia del mondo gli aveva rasato sulla nuca, col risultato che la parrucca non gli arrivava al collo della camicia, la qual cosa è la mia specialità, per il portamento errato delle belle spalle consigliai il canottaggio, poiché il tipo si era seduto in un angolo del locale dovevamo parlare a voce molto alta. Feci servire a me e a lui una doppia vodka e brindai alla sua salute, quando lui voleva addossare la presunta svista alla cameriera. Più tardi mi avvicinai al suo tavolo, mi scusai, dissi che dovevamo esserci conosciuti da qualche parte e occupai la sedia accanto alla sua. Allungai al signore la lista delle bevande e chiesi che cosa desiderasse. Dal momento che non voleva niente, ordinai tre giri di Sliwowitz e lo minacciai di ritorsioni nel caso in cui mi avesse offeso non bevendo. Sebbene il signore non fosse né grato né dilettevole, ma senza parole, pagai tutto e lo accompagnai fuori dal locale. Sulla porta lasciai scivolare, come per caso, la mia mano su una natica per verificare se la struttura dei tessuti fosse a posto. Non rilevando difetti, chiesi al signore se avesse piani per la serata e lo invitai al cinema‚ ‘International’. Una tensione interiore, che segnava, in crescendo, il suo volto grazioso, lo deformò ora in una smorfia, riuscì finalmente a liberare lo sconcerto e la lingua, quindi il signore disse: «Senta un po’, lei ha dei modi inauditi». – «Usuali», replicai, «solo che lei non è abituato a nulla di buono, perché non è una signora».

Irmtraud Morgner
(traduzione di Anna Maria Curci)

Als neulich unsere Frauenbrigade im Espresso am Alex Kapuziner trank, betrat ein Mann das Etablissement, der meinen Augen wohltat. Ich pfiff also eine Tonleiter ‘rauf und ’runter und sah mir den Herrn an, auch ‘rauf und ‘runter. Als er an unserem Tisch vorbeiging, sagte ich »Donnerwetter«. Dann unterhielt sich unsere Brigade über seine Füße, denen Socken fehlten, den Taillenumfang schätzten wir auf siebzig, Alter auf zweiunddreißig, das Exquisitenhemd zeichnete die Schulterblätter ab, was auf Hagerkeit schließen ließ, schmale Schädelform mit ‘rausragenden Ohren, stumpfes Haar, das irgendein hinterweltlerischer Friseur im Nacken rasiert hatte, wodurch die Perücke nicht bis zum Hemdkragen reichte, was meine Spezialität ist, wegen schlechter Haltung der schönen Schultern riet ich zum Rudersport, da der Herr in der Ecke des Lokals Platz genommen hatte, mußten wir sehr laut sprechen.  Ich ließ ihm und mir einen doppelten Wodka servieren und prostete ihm zu, als er der Bedienung ein Versehen anlasten wollte. Später ging ich zu seinem Tisch, entschuldigte mich, sagte, daß wir uns von irgendwoher kennen müßten, und besetzte den nächsten Stuhl. Ich nötigte dem Herrn die Getränkekarte auf und fragte nach seinen Wünschen. Da er keine hatte, drückte ich meine Knie gegen seine, bestellte drei Lagen Sliwowitz und drohte mit Vergeltung für den Beleidigungsfall, der einträte, wenn er nicht tränke. Obgleich der Herr weder dankbar noch kurzweilig war, sondern wortlos, bezahlte ich alles und begleitete ihn aus dem Lokal. In der Tür ließ ich meine Hand wie zufällig über eine Hinterbacke gleiten, um zu prüfen, ob die Gewebestruktur in Ordnung war. Da ich keine Mängel feststellen konnte, fragte ich den Herrn, ob er heute abend etwas vorhätte, und lud ihn ein ins Kino ‚International’. Eine innere Anstrengung, die zunehmend sein hübsches Gesicht zeichnete, verzerrte es jetzt grimassenhaft, konnte die Verblüffung aber doch endlich lösen und die Zunge, also das der Herr sprach: »Hören Sie mal, Sie haben ja unerhörte Umgangsformen.« – »Gewöhnliche«, entgegnete ich, »Sie sind nur nichts Gutes gewöhnt, weil sie keine Dame sind.«

Irmtraud Morgner
(da: Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz nach Zeugnissen ihrer Spielfrau Laura, Luchterhand 1974)

 

Irmtraud Morgner (Chemnitz 1933 – Berlino 1990) appartiene, come Reiner Kunze, al gruppo di scrittori nati nel 1933.  Nell’Enciclopedia delle donne, la voce “Irmtraud Morgner”, curata da Monica Biasiolo e consultabile in rete qui fornisce informazioni importanti sulle traduzioni italiane e sulla ricezione in Italia di questa scrittrice. Insieme a Sarah Kirsch e a Christa Wolf, Irmtraud Morgner ha partecipato alla redazione del volume Geschlechtertausch, pubblicato in Germania nel 1980 e apparso l’anno successivo anche in Italia:  Sarah Kirsch/Irmtraud Morgner/Christa Wolf, Fulmine a ciel sereno: tre racconti di una mutazione di sesso, traduzione di Laura Fontana e Umberto Gandini, Milano, La tartaruga 1981. Il racconto di Irmtraud Morgner pubblicato in quell’antologia ha il titolo Gute Botschaft der Valeska in 73 Strophen (“Buona novella di Valeska in 73 strofe”). Sempre nel 1981, come ci informa la nota di Monica Biasiolo, appaiono in traduzione anche alcuni stralci del romanzo Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz nach Zeugnissen ihrer Spielfrau Laura: Vita e avventure della trobadora Beatriz secondo le testimonianze della sua musicante Laura (brani dal romanzo), traduzione di Lia Secci, in NuovaDWF 18 (1981), pp. 7-15.

Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz nach Zeugnissen ihrer Spielfrau Laura è il primo dei romanzi che compongono la trilogia Salman. La trobadora Beatriz de Día, che sospende la propria vita nel XII secolo con il desiderio di risvegliarsi un giorno in un mondo nel quale esiste un sistema politico che permetta la convivenza democratica di entrambi i generi, si risveglia prima del tempo dopo un lungo sonno, ritrovandosi prima in Francia, nel bel mezzo di eventi rivoluzionari, per spostarsi poi nella DDR, nel maggio 1968, anno cruciale nella vita reale dell’autrice, che rompe con la formula del realismo socialista presente nelle sue prime opere e inizia a sviluppare un proprio stile che caratterizzerà la sua scrittura a partire da questo momento. Nella seconda parte della sua trilogia, Amanda, ein Hexenroman (“Amanda, un romanzo di streghe”, 1983), Morgner fa resuscitare Beatriz e Laura, i personaggi principali di Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz, lasciando incompleta, a causa della sua scomparsa nel 1990,  la terza parte. Quest’ultimo romanzo fu pubblicato postumo nel 1998. (da: Olga Hinojosa Picón, La metamorfosis como instrumento político, social y cultural: El pensamiento utópico como alternativa a la realidad socialista en la República Democrática Alemana, in “Espéculo. Revista de estudios literarios. Universidad Complutense de Madrid”, 2011)

“La filosofia della composizione” e i cuccioli d’uomo

filosofiaMentre sono troppo impegnata ad augurarmi di non avere alcuna luce di panico negli occhi per le conseguenze di quello che ho appena detto, il bambino realizza i miei incubi aprendo la bocca: «Quindi, professoressa» scandisce, incantato «lei è una scrittrice!» Gli altri ventitré sollevano i musetti e spalancano le undicenni pupille, estasiati.
«Non ragionerei così per assoluti», provo a biascicare; «ho solo detto che scrivo.» (per amore di verità, la frase completa è stata: «se ho passato tre anni a sfasciarmi la testa su un romanzo non vedo perché voi non dovreste passare un pomeriggio a prepararmi un tema.») «Scrivo; lavoro con una penna in mano parecchie ore al giorno; non mi spingo a dire che sia un lavoro socialmente riconosciuto, il cielo ci salvi da siffatto segno di civiltà, ma vi assicuro che supera le sei ore e quaranta sindacali e almeno nelle intenzioni contribuisce come tutte le altre attività umane alla rotazione terrestre. Non ho crisi mistiche (al massimo esaurimenti nervosi), non intingo la penna d’oca nel sangue e vi prego soprattutto di non visualizzarmi mai intenta a firmare la cessione di diritti milionari ancora mezza ubriaca per il book-party della sera precedente.»
«Lei è una scrittrice», sospira dopo un attimo di silenzio una pargola in seconda fila. Tremo.
«È la prima volta che ne vedo una», flauta una voce dall’ultimo banco; ne riconosco la provenienza dal braccino proteso come verso una pianta rara.
Prenderli da piccoli, penso. Domani mi organizzo, continuo il pensiero. Per il momento, mi limito ad andare in paranoia per i possibili commenti in sala professori: Katherine Mansfield, oggi hai spiegato le pianure europee o era troppo disturbo? (Signora!, rispondo nella mia immaginazione, il mio era un discorso di umiltà, non di superbia!; ma sulla spalla della signora in questione, Danielle Steel con ali e forcone sussurra al suo orecchio Lei si illude di essere una di noi, una di noi, una di noi…)
«Anche io voglio fare lo scrittore!», esclama un bambino cui sto affannosamente cercando di spiegare da giorni l’utilità di prendere un libro in biblioteca. «Anch’io!», «Anch’io!», gridano gli altri uno per uno, abbattendo sulle mie speranze una sequela di pietre tombali.
Il giorno dopo ho nello zainetto un saggio di Poe, La filosofia della composizione. Al suono della campanella, aspetto che i bimbi si siedano, poi lo sollevo come un Graal.
«Oggi, bimbi, scopriremo cosa ha da dirci sul lavoro dello scrittore una bellissima persona che è vissuta un po’ di tempo fa.»
La collega di sostegno, incuriosita, si sporge a guardare la copertina di un elegante celeste fiordaliso, e assume improvvisamente lo stesso colore. «Poe?», mi sussurra. «Poe!», confermo io, contenta. Improvvisamente vengo assalita dall’immagine di una madre furibonda in sala professori: «…allora corro in camera sua, cercando di calmarla, e cosa vedo sul comodino? ‘Il pozzo e il pendolo’. La professoressa ci ha detto che era una bella persona, mi dice lei, in lacrime… Mezz’ora per farla addormentare… Le ho dovuto leggere ‘Il piccolo principe’, si rende conto? ‘Il piccolo principe’! È a lei che affidiamo i nostri figli?»
Respiro profondamente.
«Dunque, bimbi. Credo che in questo preciso momento storico si abbia un’immagine degli scrittori un po’ falsata. Non è colpa vostra, e non è nemmeno troppo una colpa finché non aprite una casa editrice o non rispondete ‘cazzo, in fondo in fondo sì’ alla domanda ‘hai anche tu un manoscritto nel cassetto?’» La collega di sostegno caracolla per il linguaggio che ho usato, ma ha deciso di darmi tutta la sua fiducia, e di questo colgo l’occasione per ringraziarla.
Leggiamo insieme qualche rigo. Poe si chiede, con la tenera ingenuità degli americani che scoprono il metodo stemmatico un secolo dopo Lachmann, perché i suoi colleghi scrittori ‘preferiscono lasciar intendere di comporre in una sorta di sottile frenesia – un’intuizione estatica’, e tengano nascosti ‘il complicato e barcollante formarsi del pensiero’, ‘le vere intenzioni che trovano espressione solo all’ultimo momento’, ‘le fantasie perfettamente delineate ma scartate con disperazione in quanto non addomesticabili’, ‘le selezioni e i rifiuti operati così timorosamente, e i tagli e le interpolazioni così dolorose’: insomma ‘tutte le ruote e i pignoni, e i marchingegni per lo spostamento delle scene, e le scale a pioli e le botole, e i tiri di canapa, e il colore rosso e le tacche in nero’. Soprattutto, l’immane, gioiosissimo lavoro che fa della scrittura non un attimo di sfogo creativo ma lo sforzo rigoroso che esige ‘la stessa precisione e consequenzialità di un teorema matematico’.
Insieme, smontiamo Il Corvo, seguendo le parole di Poe. Partire dalla fine è la sua prima lezione: «È soltanto avendo la conclusione perennemente sott’occhio che possiamo dare a una storia la sua indispensabile impressione di consequenzialità, o di rapporto causale tra i vari incidenti, rendendoli – al pari del particolare tono dei vari momenti – funzionali allo sviluppo dell’intenzione narrativa.» Traduco in linguaggio più semplice, ma capisco che i bimbi hanno già colto perfettamente. Faccio loro l’esempio: che intenzione ha, verso di noi, Il Corvo? Una sola: mostrarci la disperazione di un uomo che si tortura con delle domande che lo rendono sempre più infelice, fino alla domanda definitiva. Come ha deciso, Poe, di mostrarci questa disperazione? Ha composto per prima quella strofa, la strofa di Leonore, «affinché, stabilito questo apice, potessi meglio graduare, quanto a serietà e importanza, le precedenti domande dell’innamorato. […] Graduare le strofe che l’avrebbero preceduta, in modo che nessuna di esse potesse superarla quanto a effetto ritmico.» Aspetto che i bimbi si rendano conto di quanta potenza, quanta severità, quanto strazio ci siano in questa decisione; mi accorgo che loro lo vedono bene, domani mi porteranno un tema che dice una e un’unica cosa, nella maniera più studiata e precisa possibile, lo so. Voglio di più: voglio che ognuno di loro si chieda, leggendo un libro, se chi l’ha scritto si è messo la mano sulla coscienza almeno la metà di quanto abbia fatto questo signore di cui adesso leggiamo, e se così non è posino il libro mandandone al diavolo l’autore. Quindi scandisco: «Se fossi stato in grado, nella composizione successiva, di costruire strofe più vigorose, avrei dovuto, senza scrupoli, indebolirle volutamente, in modo da non interferire con il risultato cruciale.» I bimbi spalancano la bocca.
Leggiamo altre cose, insieme. Leggiamo che il corvo non è un animale soprannaturale, ma semplicemente una bestiola che ha imparato a ripetere sempre la stessa parola, e casualmente è arrivato alla finestra di un tizio che ha tanta voglia di massacrarsi psicologicamente. Il pennuto sbagliato nel momento sbagliato. Un’opera d’arte sull’autotortura e sul dolore che grazie al genio dello scrittore non è un’opera di fantasia, ma un gioco psicologico che resta completamente nei ‘limiti del reale’. Voglio strafare, e qui non so quanto sono stata seguita, ma do per certo per le loro boccucce schiuse e i loro occhi lemurosi che un giorno molti di loro torneranno su questo concetto: «Tira via il becco dal mio cuore […] è la prima espressione metaforica del poema. Queste parole, assieme alla risposta – Nevermore – predispongono la mente a cercare una morale in tutto ciò che è stato narrato in precedenza.» Predispongono la mente, ci tengo a scandire: nulla viene detto, tutto viene delicatamente, magistralmente instillato, in un patto di fiducia tra esseri umani, perché l’opera d’arte sia lo spazio comune tra due sforzi mentali, quello di chi scrive e quello di chi legge, e perché sia questo sforzo mentale a renderci esseri umani migliori.
«Porca miseria», dice un ragazzino autorizzato dal mio linguaggio ben più veniale, «allora è veramente un lavoro.» Lo ringrazio mentalmente per l’espressione poco consona, che permette a tutti noi di tornare con i pedi per terra.
«Sì. Sì e no: è un lavoro fortunato, perché è come essere continuamente innamorati; ed è un lavoro sfortunato, perché non lo puoi toccare. E perché non ti pagano per farlo. Ma per il resto sì: è faticoso e importante come tirare su una casa. Come alzarsi la mattina presto per andare a pescare. Come aprire e tenere aperto un bar, come fa la signorina da cui prendo il caffè tutte le mattine prima di venire qui.»
«Ma tutte queste cose servono, professoressa. Scrivere a che cosa serve?»
«Vedi, in questo momento la signorina che mi ha preparato il caffè ti è servita moltissimo, perché ha fatto sì che io ricordassi che hai undici anni e frenassi l’automatismo di strangolare chi mi pone questa domanda. Tra dieci anni, le parole di un romanzo o un brano musicale ti daranno una gioia così intensa che ringrazierai di essere viva. Tra vent’anni, il buon lavoro di un politico ti permetterà di inserirti così bene da poter avere dei figli. Tutti serviamo, se sputiamo sangue ogni santo giorno. Io l’anno scorso credevo di non servire a nulla e di delirarmi addosso; non un amico, non un medico, ma tre versi in croce ascoltati per caso mi hanno fatto sentire per la prima volta parte del mondo, perfettamente in diritto di esistere. Tutti, anche gli scrittori, salvano letteralmente le vite. Tutti ci salviamo a vicenda, se facciamo bene il nostro lavoro, e tutti abbiamo un lavoro da fare per salvarci a vicenda.»
«E lei, professoressa, ‘sto lavoro, alla fine, lo fa? È una scrittrice?»
«No. Io sono una che scrive. Che lavora scrivendo sempre, continuamente, per avere la speranza, fosse solo per un rigo solo e per un solo, solissimo attimo, di aver fatto il lavoro dello scrittore. E poi, visto che nessuno mi paga, vi ammorbo dieci ore a settimana.»
La ragazza che aveva teso la mano come se fossi stata una begonia fosforescente stringe le labbra e mi fissa.
«Pure io volevo fare la scrittrice”, mi dice. “Ma forse è meglio che prima scopro se lo so fare.»
Per me va bene anche così, Ministero della Pubblica Istruzione, puoi anche evitare di pagarmi per i miei quindici giorni di supplenza. Anche perché ormai è passato qualche mesetto, e io comincio già a disperare.

Tutte le citazioni sono da E. A. Poe, La filosofia della composizione, Milano, La Vita Felice, 2012; traduzione di Luigi Lunari.

Solo 1500 n. 85 – Michael Jordan

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SOLO 1500 N. 85 – MICHAEL JORDAN

Quando saltava per andare a canestro restava sospeso in aria molto più tempo di quello consentito dalla forza di gravità. Il tiro “in sospensione” quando giocava lui, e dopo di lui, e per sempre, è diventato un’altra cosa. Fisica applicata allo spettacolo. Genio al servizio dello sport. Qualche giorno fa ha compiuto cinquant’anni Michael Jordan, avessi potuto gli avrei telefonato per fargli gli auguri.  Avrei detto “Buon compleanno” all’uomo citato da Foster Wallace (insieme a Maradona e M. Alì) come uno dei pochi termini di paragone ai “Federer moments”. Guardare una partita dei Chicago Bulls ai tempi in cui giocava Jordan poteva riconciliarti con la grazia. Sapevi che da un momento all’altro sarebbe accaduto qualcosa di impossibile per tutti gli altri umani. Un assist con palla dietro la schiena, un rimbalzo, una schiacciata, una palla sotto le gambe dell’avversario, una sospensione in aria (appunto) infinita. La grazia arrivava perché tutto questo Jordan lo faceva con estrema semplicità, facile come per noi bere un caffè. Dopo gli auguri non avrei saputo cosa altro aggiungere, non per il mio scarso inglese, ma perché mi sarebbero rimaste le parole in gola. Insomma cosa avrei potuto dirgli? Complimenti? Ma andiamo, via. Con i geni non si parla, così come non li si discute, li si ammira e basta. Giocatori stratosferici come Magic Johnson e Larry Bird al suo cospetto tornavano normali. Quando penso al Basket penso a lui. In quei momenti il Basket smette di essere uno sport e diventa magia.

(c) Gianni Montieri