Giorno: 20 gennaio 2013

Non so più dire niente: una conversazione musicale “leggera” con Elisa Genghini

lLo dico perché forse lo si capirà comunque: sono una grande fan di Elisa Genghini, e la seguo da quando, ai tempi del liceo ho scoperto gli Elymania per caso, in rete. Ora Elisa ha un progetto da “solista” con Federico Trevisan. Mi piace la sua musica, mi piacciono i suoi testi, mi piace la sua voce e la sua intenzione, che mi ricorda molto la bravissima Cristina Donà, perché c’è in quel comunicare una sobrietà lucida, che avverto come autentica e un’umiltà rarissima. Nei suoi pezzi ho sempre trovato un modo di raccontare il quotidiano molto peculiare, nel giro della frase e nelle metafore (e negli ossimori) soprattutto, che fanno stile (il suo!). L’”ogni giorno” è frammentato con immagini che funzionano, in un cocktail di rock italiano d’autore che guarda a quella che è la nostra tradizione più prossima, dagli anni ’80 in giù. Non molto tempo fa qualcuno mi disse che i CCCP sono stati l’unico vero gruppo rock che questo Paese abbia mai avuto; io non so se sia vero, perché non c’ero o ero piccola, ma credo che quel modo di fare musica si sia conservato – in piccole porzioni – in ciò che venuto dopo, soprattutto nella loro Emilia-Romagna, e Elisa lì nasce, proprio nel 1982 e lì ancora vive. Intendo un’attitudine e un approccio alle cose intriso di postmodernità. Elisa porta con sé queste cose: definisce l’hic et nunc senza renderli infiniti, dosando alla perfezione le metafore, e magari un ritornello o un verso finale esplodono per far sentire a chi ascolta uno stato d’animo in cui riconoscersi o forse da cui sottrarsi. I luoghi e i tempi dell’esistenza sono specifici e solo suoi e sono difesi da una posizione d’osservazione all’io-singolare, anche quando la protagonista delle sue canzoni li canta come ‘universali’ e questo gioco multiplo di sguardi diventa significante; mi viene in mente “penso che il mondo è solo un giro su me stessa”. La forma è sempre sostanza (c’è, è tangibile); nessun verso è lasciato al caso, e tutto risulta visibile, soprattutto visibile e – ovviamente – udibile.

Elisa ha un sito: http://www.elisagenghini.net/ in cui trovate il link per gli ascolti. La ringrazio per quest’intervista “leggera”, con stima.

Alessandra Trevisan

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Elisa Genghini e Federico Trevisan

Ciao Elisa: innanzitutto come va? Vorrei chiederti di auto-presentarti, dire da dove vieni: non vorrei apporre (troppe) etichette alla tua arte e vorrei piuttosto che a farlo fossi tu, e che ci parlassi di com’è nata la scelta di portare avanti un progetto in due.

Mi chiamo Elisa. Ho ancora 30 anni, quest’anno ne compirò 31. Quest’anno è l’anno in cui uscirà il primo vero mio disco, ed è l’anno in cui sono dieci anni che suono con Federico Trevisan. Questo dettaglio non è affatto trascurabile. Io ho un amico con cui son dieci anni che suono e non è da tutti.  Quando ho cominciato ero giovane, ma non mi sono mai decisa a fare le cose seriamente. Ho avuto una band che si chiamava Elymania e abbiamo suonato in posti molto imbarazzanti piazzandoci ultimi ai concorsi delle parrocchie dove vinceva la cover band del nipote del prete. Una volta abbiamo suonato anche su una pista da sci con la gente che scollegava i cavi passandoci sopra con lo snowboard. Nella mia imbarazzante carriera una volta ho anche picchiato il mio bassista fuori da un locale a San Matteo della Decima perché ha detto davanti a tutti che suonavo male. E mentre succedevano tutte queste belle cose ho scritto anche dei romanzi in cui ho raccontato molto di cosa vuol dire avere una band sfigata che cerca di prendersi un piccolo spazio  tra i peggiori palchi di provincia. Ecco mi sono presentata. 

Tu scrivi canzoni (in italiano!), ed hai sempre scritto in italiano da quanto ricordo. La scena underground in questo Paese è costellata di gruppi che scrivono nella lingua madre e anche di gruppi che hanno scelto l’inglese per numerosi motivi. Non so se è sciocco chiedertelo data anche la premessa che ho fatto qui sopra, ma perché l’italiano per le tue canzoni?

Perche non so l’inglese. E ho bisogno di scegliere bene le parole che uso. L’italiano mi piace, lo conosco lo amo e per me è un piacere quasi erotico scegliere le parole che mi piacciono.

Cosa e chi ti ispira e ti ha ispirato nelle tue canzoni? Quali riferimenti (interni) ed esterni alla musica?

Io sono incuriosita dalle persone, dalle relazioni che si instaurano. Dai rapporti umani. I miei ex fidanzati in genere mi danno molto materiale. Io ci sono molto legata ai miei ex fidanzati. Ai miei concerti bolognesi vengono sempre e sono quasti tutti miei cari amici ormai. Questa cosa mi piace e mi diverte. Un altro tema è quella del viaggio, perché appena posso mi carico lo zaino sulle spalle e prendo la porta. Che sia tornare a Rimini o andare a fare il cammino di Santiago, non tanto dove vado, ma il tempo che passa tra la partenza e l’arrivo a destinazione è il mio terreno fertile.  Intanto che viaggio, penso.

Poetarum Silva è un blog in cui ci si occupa prevalentemente di letteratura. Tu hai scritto anche dei libri. So che però la tua inclinazione cantautorale è nata prima della scrittura letteraria: ci parli del quando, del dove e del come, ad esempio qual è stata la prima canzone che hai scritto e perché? E quindi, come mai passare anche alla letteratura e alla “saggistica”?

La prima canzone che ho scritto, l’ho scritta quando mi ha lasciato il mio primo fidanzato a quindici anni perché la domenica preferiva stare a Villa Verucchio a guardare le partite del Milan al bar invece che venire a Rimini a fare delle passeggiate con me. Cosi io ho scritto una canzone che il ritornello diceva “ io ti rubavo solo un attimo” in effetti non gli rubavo tanto tempo. Ad ogni modo quello era tempo sprecato.  Quando mi ha lasciato era giugno, l’estate era appena cominciata ed io ricordo di essermi sentita molto sola. In quell’estate ho scritto tre canzoni struggenti di cui non mi ricordo più.  Se mi fossi annoiata ancora un po’ avrei scritto alte mille canzoni. Ma poi a settembre ho fatto amicizie nuove, ho conosciuto altre persone. Ho fatto le cose che fanno gli adolescenti.  Studiare poco, andare in giro e ballare sui tavoli al sabato sera nei disco pub di fine anni novanta. Ho fatto quello che era giusto fare a 15-16 anni. Dopo qualche anno era il 2003 ed ero in un’osteria malfamata di Parigi dove eravamo gli unici avventori. L’oste aveva una chitarra. I miei amici eran al tavolo a fare chiacchiere, io mi son seduta al bancone e ho scritto “la Parigina” che è la prima canzone di cui ci sono tracce scritte.

Per rispondere alla seconda domanda. Quando scrivo, scrivo, non importa cosa. A me piace scrivere, poi mi piace anche la musica per cui scrivere canzoni è la massima forma di soddisfazione per me. Il resto l’ho fatto un po’ perché mi son capitate le occasioni giuste e perché ho conosciuto il mio caro ex fidanzato e ormai grande amico Gianluca Morozzi che un giorno mi ha detto “sai che scrivi bene?”

Tu sei nata a Rimini, che è una città che spesso viene ricordata per due cose: Fellini e una canzone e un album di De André. Cosa c’è – se c’è – di questo luogo nelle tue canzoni? Anche a proposito di Emilia e di Romagna, e dell’attitudine rock-cantautorale.

Mah, non so. Io sono di Rimini, i riminesi hanno un inclinazione nostalgica e malinconica ma riescono ad esprimerla in maniera allegra. Mio babbo per esempio quando ricorda le cose del passato o delle cose a cui è particolarmente legato sorride con gli occhi lucidi. Sorridere con gli occhi lucidi è tipicamente romagnolo. Ed è anche lo stile con cui spero di comporre i miei pezzi. 

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Torniamo alle canzoni. Il tuo EP (lo diciamo finalmente!) s’intitola Le briciole del pasto consumato, e contiene quattro tracce Non so più dire niente con cui nel 2010 hai vinto la Targa SIAE-premio “Pigro” dedicato a Ivan Graziani per il miglior testo: una soddisfazione! Mentre scrivo, mi viene in mente che John Cage diceva “I have nothing to say and I am saying it” mentre tu, in un gioco di ‘scarto’, è come se affermassi – aderendo ai tempi – “ho vissuto ma ho perso alcuni punti di riferimento”. Ci parli del premio e di questa canzone?

La targa per il miglior testo per me è una grande soddisfazione dato che su tutto amo molto curare le parole delle mie canzoni. Non so più dire niente è un pezzo legato alla fatica di dovere sempre avere fretta di prendere posizioni definite, decisioni veloci. Avere un’opinione sempre su tutto in tre secondi. Trovare una verità “fast food” da dare in pasto a chi ci mette alla prova. Mi è capitato sul lavoro. Quando ho iniziato a fare l’educatore in comunità. Mi si chiedeva di dare un parere su cose che riguardano le persone e le loro complessità. Io non ce l’ho mai fatta. E l’ho detto. Io a volte non so dire niente. Ho bisogno di silenzio per affrontare le cose e crearmi una visione. Quando non riesco mi sento lo stomaco pieno di spazzatura di cui  mi vogliono nutrire. Ecco.

Voglio dirti che mi sembra un pasto nudo questo EP (passami la citazione ginsberghiana!), perché è completamente spogliato di orpelli, anche dove gli arrangiamenti si complicano c’è tutto quello che basta; rispetto al live chiami in gioco la band e dunque una sezione ritmica. Le due dimensioni si differenziano, non solo per una scelta logistico-pratica immagino. Voglio aggiungere che una cosa che mi piace molto della musica, è che si può “complicarla” mentre la si pensa e anche mentre la si fa, aggiungendo o togliendo, cosa che può avvenire anche al presente, estemporaneamente, cosa che la scrittura non prevede. Cosa ne pensate tu e Federico Trevisan – che vorrei chiamare in causa per questa domanda – a riguardo, soprattutto rispetto al vostro modo di lavorare sui pezzi?

Io comincio con un po’ di voce ed una corda di chitarra, poi un arpeggio poi un accordo. Tendo sempre all’ indipendenza, anche se in realtà non ce la faccio. Cerco di scrivere pezzi che stanno in piedi anche solo con voce ed una chitarra suonata male, la mia, appunto. Tutto il resto è un grande valore aggiunto. Quello che aggiunge Federico caratterizza la sonorità del progetto. Lui fa la qualità sonora, io ci metto la struttura e le parole. Mi viene difficile pensare al mio progetto senza Federico, lui fa tutto quello che non so fare io, sia musicalmente sia umanamente. Insieme funzioniamo da dieci anni, siamo amici e complici, sappiamo bene quello che ci piace e quello che no quindi lui sa sempre cosa fare. Alla prima strimpellata che faccio per fargli sentire un pezzo nuovo, lui ha già capito, e viene tutto molto naturale.

Ci sono canzoni che non sono finite l’EP ma che sono rintracciabili altrove, ad esempio qui (http://www.reverbnation.com/elisagenghini); mi viene in mente Praha, che canti dal vivo quasi sempre e che adoro: la trovo di una bellezza cruda e feroce. Ci parli di questa canzone?

Praha non è contenuta nell’ep  perché sarà contenuta insieme ad altri 8 o 9 pezzi nel nostro disco che uscirà ad aprile. Quella che si sente online è sono una versione provvisoria. Il disco sarà prodotto da Gianluca Lo Presti (Nevica su 4.0) e Lorenzo Montanà di discodada records, già produttori di molti altri notevoli artisti come Simona Gretchen, Umberto Palazzo, Ilenia Volpe.

Ad ogni modo Praha è la storia di una separazione, di divergenze di visioni, di coloro che prendono direzioni diverse, uno da una parte e l’altro dall’altra del fiume. Comunque c’è un ponte, che è lo spazio di riflessione, del saluto. Ma anche dell’incontrarsi ancora, se sarà destino. Io amo parlare di separazioni. Le separazioni creano vita. Questa è una frase che mi disse un mio utente, ed io l’ho fatta mia. Sul vocabolario la parola separazione significa questo: staccare una persona da altre, una cosa dall’altra ecc ecc.
Separato vuol dire distino, staccato, indipendente. Forse per questo mi piace questa parola, perché ogni volta che mi sono separata ho distinto me dagli altri e ho capito chi erano loro, ma soprattutto ho sempre capito un po’ di più chi sono io.

Chi fa arte spesso vorrebbe vivere di questo (è un tema sempre caldo), cosa che in questo Paese è difficile per una lunga serie di motivi, cosa che trovo possa essere molto frustrante perché quando una tua inclinazione intima diventa un lavoro essere costantemente all’altezza del compito è molto complicato, così come lo è (forse) mantenere la giusta distanza che permette di vivere, osservare, e rielaborare l’esperienza per tradurla in musica, letteratura, etc. Tu che ne pensi e quali sono i tuoi progetti per il futuro? So che sta per uscire un album…

Se vivessi sempre nella musica e nell’arte non avrei spunti di riflessione per farla. Come il classico pittore che si allontana dalla sua opera per poterla vedere meglio ed in maniera più completa. Non voglio finire come certi cantautori o certe band o certi scrittori che parlano di come sia faticoso o come sia fico fare i cantautori o le band o gli scrittori. Io mi annoio molto a sentire o a leggere queste cose. Ogni estate prendo e mi faccio un viaggio, da sola. Non mi porto via strumenti né pc né nulla, mi porto un quaderno e il telefono che fa le foto. In quei momenti faccio benzina, prendo spunto, mi allontano per fare una pausa da tutto. Una vacanza da luoghi che conosco fin troppo bene, ma anche dalle persone. Quando torno di solito ho un sacco di materiale da elaborare. Anche il mio lavoro mi da tanti spunti di riflessione.  Scrivere canzoni è per me la più grande consolazione alle fragilità umane. Io scrivendo mi consolo, come diceva Guccini nel Cirano.

Quindi progetti per il futuro: continuare a fare il mio lavoro. Continuare a viaggiare. Vedere cosa succede quando il disco nuovo sarà pronto.


***

Elisa Genghini è nata a Rimini nel 1982, e fino al 2010 ha fatto parte di una band che si chiamava Elymania. Ha pubblicato i libri, Volevo sposare Kurt Cobain o fidanzarmi per sempre con Manuel Agnelli (Coniglio Editore), Zucca Gialla (Eumeswill), la guida 101 cose da fare in Romagna almeno una volta nella vita (Newton & Compton), Serena Variabile (Castelvecchi), scritto a quattro mani con lo scrittore bolognese Gianluca Morozzi. Nel 2010 ha vinto la Targa SIAE-Premio “Pigro” dedicato a Ivan Graziani con Non so più dire niente giudicato brano con “miglior testo”. Nel suo primo EP uscito a ottobre 2011, Le briciole del pasto consumato, che ha avuto una buona recensione anche su Rockit, figurano oltre a fedele Federico Trevisan (chitarra acustica e elettrica), anche Lorenzo ‘Lerry’ Arabia (basso e chitarra acustica), Gianluca ‘Pecos’ Grazioli (batteria e programmazioni) e Lucio Morelli (tastiere, pianoforte e programmazioni), responsabile della produzione artistica e degli arrangiamenti con ‘Pecos’.