Giorno: 15 gennaio 2013

Silvia Rosa – SoloMinuscolaScrittura (recensione)

silvia rosa

Le nude parole della poesia

La poesia è occasione di attesa, è descrivere un qualcosa che precede l’attimo, il “prima”di un accadimento; descrivendo quel prima il poeta sposta il punto di osservazione sul tempo della speranza. Il poeta, così facendo, narra istanti colmati da riflessioni e densi stati d’animo. Queste attese in tal senso luccicano più dell’evento stesso e producono un silenzio che si cala fino a raggiungere la parte più profonda di sé. La parola diventa quindi contenitore svuotato e poi riempito delle proprie verità, imperfette ma proprio per questo autentiche. Ce lo dice Silvia Rosa nella sua recentissima raccolta poetica SoloMinuscolaScrittura, edito da La Vita Felice, con una bella presentazione di Giorgio Bàrberi Squarotti, poeta e critico letterario molto sensibile alla poesia giovane.

Parto dal titolo, già indizio rivelatore. Perché SoloMinuscolaScritturache potrebbe rievocare nell’immaginario noto i messaggini? In realtà mi sentirei di definirlo, a mio parere, un calembour volutoche sottintende una modalità di scrittura sintetica e libera dalla versificazione dell’accapo,la cui punteggiatura esprime un movimento cangiante. I testi poetici, raccolti in piccoli blocchi di prosa, vogliono proporsi come poesie da microracconto, microcosmi di sentimenti, da qui il motivo della minuscolascrittura. Squarotti definisce la sua poetica inquieta; a questa inquietudine Silvia aggiunge una brama di aderire alla vita, immedesimandosi nei ritmi e nella scansione dei giorni. C’è un motivo troppo forte, una specie di sentiero, una presa di direzione che l’autrice ciracconta man mano che percorriamo e sostiamo fra le virgole e le parentesi,tentando di sondarne la parte più sotterranea. Si diceva l’attesa. Nell’attesa c’è tutto: non solo il silenzio («io non sfuggo il silenzio» in sms#11), il desiderio di immedesimazione («il mio respiro […] un alito di nuvole» in sms #6), i motivi di una gioia improvvisa o le ombre di un dolore («[quando l’amore si ama amando e smette di essere un esercizio d’infinite attese e disciplina] in sms #9); c’è una richiesta di sapere per comprendere e comprendersi («scavare nei pensieri una radice robusta» in sms # 15), il fremere per una risposta («ma tua concedimi un’eccezione, fra le pieghe delle parole» in sms #17). È un dialogo con sé stessa che non risparmia istanti di passionale sincerità («avrei bisogno […] di coprirmi con le tue carezze di lana, stare minuscola nel cielo del tuo sguardo» in sms #29).

La raccolta divide quindi le fasi di un sentire: una solitudine rappresentata dalla ripetizione della negazione lungo la prima parte («conto un milione di no per arrivare a sera») che spera diventi plurale nella seconda parte («all’origine di (un) noi – possibile»)e si conclude come rendiconto di un’esperienza di perdita («fiutando stelle, che mi pesano in grembo, e cadono ad una ad una nel vuoto della tua assenza»).

Se dovessi identificare una parte di un blocco poetico o anche un verso che rappresenti la raccolta, mi sentirei di ritrovarlo nel blocco sms #2 dove la poetessa scende«nell’ansa nuda di parole». Insomma Silvia Rosa tenta la via dello svelamento, fornire una pennellata che non aggiunga parole su parole, ma lasci parlare l’immagine nella sua nettezza. Di fatti l’aggettivo ‘nudo’ ricorre a più riprese nella raccolta, quasi a sottolineare la purezza e la lucidità della sua visione.

Nella poetica di Silvia Rosa è possibile trovare l’espressione di una scrittura delicata e sofferta, un’innocenza emotiva che evita gli azzardi di certi sperimentalismi pindarici e anela a restituire alla poesia un suo dettato di trasparenza.

(c) Davide Zizza

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sms #2

che silenzi mi si incollano addosso, a volte. non di
quelli che ripassi con le dita e si scaldano dove il
sangue preme più forte. ai miei silenzi mancano
gesti, è un esercizio a denti stretti questo
precipitare nell’ansa nuda di parole – ma tanto
dico sempre le stesse cose –, senza mani e oggetti e
uno sguardo uno da raccogliere per esserci di colpo
corpo a corpo mi assottiglio per passare la fessura
delle labbra e invece resto [muta immobile]
mi confondo col bianco sporco delle pareti dei miei
occhi e al centro, al centro nero lupo braccato
che dilata il passo tra battiti d’eco fuggendo – sto(p) –

sms #29

fa così freddo, qui. avrei bisogno di starti addosso,
rannicchiarmi nel tuo respiro, coprirmi con le tue
carezze di lana, stare minuscola nel cielo del tuo
sguardo – azzurrissimo [la mia voce è cenere
sottile, parole spente tra i denti nessun sorriso
impasto amaro di lettere stanche da mandar giù,
tiritera interrotta interferente di pensieri triti
trullallà]

sms #35

in certe notti insonni le mani sono occhi chiusi che
si offrono al buio, che si spalancano dentro e di
vuoto. e le dita, le dita sono quelle parole che pensi
smarrite, e invece sono così tue che ti scrivono il
corpo di incubi. liberale. ferisci il candore delle
pagine. non lasciare al nero d’inchiostro – che si
incolla ai tuoi polsi legandoti – lo spazio che
reclama tiepida di vita la tua pelle

sms #45

tramonto. lampi che irrompono tra cielo e madre,
la compostezza griogiovattata delle nuvole,
scariche viola prugna, elettriche, un tuono rapido.
pensieri blu a gocce, inceppati in un piccolo vortice di vento.
sembra dica il tuo nome, e poi un’acquadolce sulla pelle. è tutto