Giorno: 14 gennaio 2013

“È non capire, che amo fino in fondo” (di Giovanna Amato su Silvia Bre)

ELEUSI – foto di Giulia Amato

“È non capire, che amo fino in fondo”: Silvia Bre.

Basta vedere le cose come sono
per supporre variazioni clamorose:
nel colpo d’ala, nel cerchio un po’ più largo
l’aquila prende tempo e lo rende cristallo,
ricava minuziosa dal reale
l’immenso giacimento del possibile,
di questo sempre possibile cantare,
senza mirare a niente che non sia
se stessa più profondamente.

Ho un piccolo vizio. Sulla scrivania, appena dietro il posacenere, accanto ad altri che non nominerò, ho due libri sottili che da bianchi stanno virando pericolosamente verso il giallo. Tendo a consumarli, e di questo loro consumarsi mia la colpa e loro il merito. Sono “Le barricate misteriose” e “Marmo”, di Silvia Bre, e il mio piccolo vizio è di prenderne talvolta uno tra le mani e sedermi al tavolo con lui.

Mi siedo, quindi, apro il libro – a volte sapendo esattamente dove voglio andare, a volte a caso – e per quanto sia io a bussare delicatamente a quella porta è sempre lui a visitare me. Non c’è saturazione; ogni lettura rende limpido quello che era oscuro e oscuro quello che era limpido. Godere di un verso per empatia, per comune esperienza, o anche solo per la destrezza della lingua, è goderlo con estrema superficialità, e ogni volta mi impongo una meditazione sottilissima che cerchi di percorrere i passi dell’autrice, senza lasciarmi prendere da alcuna suggestione. Impedisco a quello che comunemente chiamo “il mio stato d’animo” di farsi travolgere. Da questo si potrebbe concludere che io viva la poesia di Silvia Bre come esperienza fondamentalmente speculativa, come puro esercizio intellettuale. E in un certo senso è vero, a patto di mantenere un punto fermo: attenersi completamente a questo metodo sarebbe un grande errore, perché la poesia di Silvia Bre è quanto di più lontano da ogni forma di dualismo cartesiano. La mente, per la Bre, è un rispettoso bucaniere, un viandante che brancola con la luce del linguaggio nell’enigma tutto corporale di essere vivi, al mondo, annodati fino a un certo termine allo scorrere del tempo. L’intelletto passa per il senso (la vista, soprattutto, l’occhio come organo prediletto di ricerca), per il corpo come dono misterioso e misteriosamente effimero, per la cura premurosa verso ogni “qui” e “ora” che sia possibile testimoniare prima del suo disperdersi.

La migliore condizione di lettura, per me, è quindi quella di procedere a tentoni, sfrondando quello che so essere unicamente mio e accogliendo completamente le parole, con lo stesso atteggiamento di viandante di chi le ha pronunciate. Approfittare, in qualche modo, del tracciato, scoprire lentamente se il disegno mi convince, se l’angolatura mi risuona, se l’universo vibrato in quella tonalità mi è casa; in altre parole, se riconosco la nuova architettura di ciò che anch’io, in quanto umana, abito, come reale.

Spesso mi chiedo (ovviamente, anche riguardo altri autori) se la storia personale, il momento storico, o anche più banalmente il gusto o una differenza di temperamento non possano essere degli impedimenti a raggiungere un grado così alto di familiarità. Nel caso di Silvia Bre, indipendentemente dalla riuscita o meno dell’operazione – quindi restando fermi alle intenzioni dell’autore – questi elementi non dovrebbero essere chiamati in causa. Ogni opera d’arte si fonda sull’equilibrio tremendamente sottile (e quanto più sottile è la membrana, tanto più riuscita è l’opera) tra una forma e un contenuto, tra ciò che l’autore ha da dire (il tema attorno al quale ragiona con precisione concentrica durante tutta la sua produzione) e la materia, gli strumenti, il linguaggio verbale o meno che adopera per dirlo. Il problema, con Silvia Bre, è più complesso, perché doppio: la membrana è da abbattere non solo per la buona riuscita dell’opera, ma soprattutto perché la possibilità che venga abbattuta è esattamente il tema caro a Silvia Bre. La sua meta è il verso, inteso come vocazione, articolazione del pensiero, facoltà di comprendere l’essenza della realtà nominandola: “a volte sembra di sentire / che le parole e il mondo sono uguali” (1). E il verso è ovviamente anche il suo strumento. L’argomento è tutt’uno con la forma, ed entrambi sono il canto, la resa linguistica di un tentativo di contatto con il pensiero puro. Solo nel momento in cui i due arrivassero davvero a fondersi fino a diventare inconfondibili la poesia potrebbe diventare una vera e propria bolla di realtà, né forma né contenuto né i due elementi insieme, ma coincidenza pura: “più in là d’un niente / saremmo salvi da ogni mutazione” (2). Di fronte a un’ambizione del genere, se realizzata, il vissuto, il tempo storico, perfino il temperamento individuale resterebbero necessariamente sullo sfondo. Si vuole arrivare a un Centro, e nominarlo; ciascuno dia, in base alla propria formazione e al proprio gusto, il nome che vuole a questo Centro – essenza, natura, archetipo, verità; quel bagliore cui Wallace Stevens, poeta profondamente amato da Silvia Bre, fa dire “I am the necessary angel of earth, / since, in my sight, you see the earth again”. Una volta intuìto con il pensiero, per toccarlo con la parola – “una via che sembra breve / e s’allontana” (3) – è necessario avvicinarsi e lasciarsi avvicinare. Tanto più se il dato da indagare, se ciò che si avvicina, è nuovo, mai tentato, all’interno di un reale senza gerarchie; si legga a proposito la poesia ispirata dalle Variazioni per orchestra di Schoenberg, già modello di ricerca per Amelia Rosselli, compositore che per primo mise in discussione la necessità di una gerarchia intesa, in questo caso, come sistema tonale.

Quale che sia il bruscolo di realtà da indagare e raccogliere, si è detto, il movimento è doppio. La rosa, e tutti sappiamo di che valenza simbolica caricare questo fiore, non è soltanto una creatura da attestare, strappandola al tempo, con lo sguardo: non si va solo verso la rosa, “rosa che crepi al sole dell’estate”, perché “è in me, disperata, che sei salva” (4); il movimento è anche, soprattutto inverso: “vienimi incontro, rosa, sfibrami allora / con il soccorso tuo che fa paura – / conquisterò la resa a non saper di te, / se più ti sfioro” (5).

Volontà conoscitiva e testimoniale, dunque. L'”io” che governa la poesia di Silvia Bre non è un soggetto che usa la propria voce per raccontarsi al mondo, ma di questa voce – raccontatrice di se stessa – si considera ospite, strumento. Con una sete ancora più profonda: “il suono che tiene unito l’universo – / non lo conosco ancora però è perso / dentro di me, lo tengo caro / con ogni mio respiro, lo alimento / legando ogni giornata alla sua notte” (6).

Si comprende come non esista alcuna hybris in questo “io”, che pure si considera potente. L’ascolto della voce è un compito, non un talento; e nessuna poesia ha mai l’atteggiamento di definire un punto di arrivo, un approdo. Il percorso, il movimento dei versi e del pensiero, non è mai una linea retta: è sempre, costantemente, una spirale, come a spirale vola l’aquila “senza mirare a niente che non sia / se stessa più profondamente” (7). L’andamento si ripercuote su chi legge, ed è questo, ogni volta, che mi appassiona: amo l’istante in cui so che qualcosa aleggia, qualcosa sta per essere compreso, ma il movimento della mente è una torsione sempre più profonda che a ogni lettura annaspa entusiasticamente verso un centro e, proprio quando si illude di averlo tra le mani, fallisce. E a questo fallimento – se di fallimento si può parlare per un’impresa così abissale – Silvia Bre non si sottrae: al contrario, lo documenta. È questo il vero tema costante della sua poesia: l’ansia di nominazione, non la sua riuscita.

Se dovessi riassumere in un’unica frase l’impronta che Silvia Bre dà alla sua poesia – e assieme quello che della sua poesia mi ha sempre colpita – direi che la Bre patisce un’impossibilità, e fa di questo patimento il perno della sua meditazione. L'”io” che si delinea è una creatura eleusina intenta a comporre ostinatamente un canzoniere di estasi e frustrazione, a cantare la stessa vertigine di canto che la afferra per poi lasciarla indietro. Quest’ansia si declina in molti modi, e a elencarne anche solo alcuni scopriremmo tutte le intonazioni di un lunghissimo innamoramento. Abbiamo il dolore estremo: “È a me che lo fa dire, / a un disgraziato, al servo – / mi tortura il respiro / lo sorprende, lo scuote, / che io rimanga sveglio! / che io gridi…” (8); abbiamo l’estasi: “e tutto / tutto davvero sale dentro / le mie – non sono mie – conche del cielo” (9); abbiamo la beatitudine: “e poi il momento d’oro delle rime / quando può dire questa questa questa / questa foglia, e stare lì così / senza finire” (10); abbiamo la devozione: “chiunque io sia, / nulla che può distrarmi: / la poesia mi tiene rigorosamente / con la lingua severa per lezione – / mi è piacere, ridirlo, sufficiente” (11). Come per l’amore, sono due polarità – vette di gioia, strapiombi di disperazione – a governare, e, come per l’amore, la tortura è modulata tanto dalla paura del rifiuto quanto da un’estasi troppo acuta per essere sopportata a lungo. Del canto si possono intuire i meccanismi di amante tirannico e arrivare, a volte, a pronunciarli come tali – “si è parte / dentro una belva che si sfama” (12) – ma è a lui che si torna. Qualsiasi sia la reazione emotiva a questa potenza, la si accetta con umiltà, e la vertigine ricomincia: “eccomi ancora qui, la testa china / come una che non riesce e si vergogna – / sento d’essere tua, senza capire / lascio che questo verso ti accontenti, / che tutto accada pure un’altra volta” (13).

Ne viene, per chi legge, un senso quieto ma tremendo di cammino, un sentirsi raccolto e testimoniato, parte di un tutto ma anche del dolore di doverlo necessariamente sezionare, senza mai arrivare a possederlo nelle sue componenti o, meno che mai, nella sua totalità.

Si è umani, per molti versi creature inconsolabili, ma solo quando si ha la superbia di pensare di essere gli unici a patire si diventa, da inconsolabili, creature disperate; è a questa terribile lusinga che l’arte dovrebbe sottrarci. Se Silvia Bre patisce un’impossibilità, se ci rende partecipi del cammino di una mente verso il cuore di un mistero e del suo ritorno verso la realtà solida e tangibile della parola poetica, allora racconta – o meglio, ci permette di esperire – una meditazione che, in qualche maniera, riguarda tutti noi. Per questo movimento che si allarga, questo movimento tangenziale agli altri due, accessorio ma mai perso di vista durante il cammino da e verso le cose – per questo movimento si è grati a un autore. A conferma che ogni opera d’arte ha sempre un orizzonte civile, si scrive con un intento e nel cammino si raccoglie anche un’altra messe, quella di impedire al pensiero altrui di collassare. Allo stesso modo si legge per sentire di nuovo, profondamente, di essere legati al tempo che ci tiene, schegge di un cosmo strutturato e vasto. Leggo, personalmente, e ogni volta avverto, con gratitudine, una comprensione sottile, una fratellanza, una compassione – do alla parola il senso più nobile che le appartiene – perfettamente umana:

Ognuno vuole avere il suo dolore
e dargli un corpo, una sembianza, un letto,
e maledirlo nel buio delle notti,
tenerlo su di sé tenacemente
perché si veda come una bandiera,
come la spada che regala forze.
Ma c’è persa nell’aria della vita
un’altra fede, un dovere diverso
che non sopporta d’esser nominato
e tocca solamente a chi lo prova.
È questo. È rimanere
qui a sentire come adesso
 l’onda che sale nelle nostre menti,
le stringe insieme in un respiro solo
come fosse per sempre,
e le abbandona.
Ma nemmeno la pupilla d’un cieco
dimentica l’azzurro che non vede.

Il titolo della recensione è da un verso di Sempre perdendosi, Roma, Nottetempo, 2006. Il brano citato in apertura è tratto da Potenza elementare che organizza la vista, in Marmo, Torino, Einaudi, 2007. Dal medesimo libro la poesia riportata in chiusura. Altri versi citati:

(1)                da La mia lezione è il melo, in cima al colle, in Le barricate misteriose, Torino, Einaudi, 2000.

(2)                da Scorgere è bello nel firmamento scuro, Ibid.

(3)                da Le barricate misteriose, Ibid.

(4)                da Rosa che crepi al sole dell’estate, in Marmo, cit.

(5)                da Se un riflesso aprisse l’adesso, in Le barricate misteriose, cit.

(6)                da E quale movimento, in Marmo, cit.

(7)                da L’attimo intorno, Ibid.

(8)                da Sempre perdendosi, cit.

(9)                da È cosa d’un momento: mi sollevo, in Le barricate misteriose, cit.

(10) ……….da Ha un’aquila negli occhi, Ibid.

(11) ………..da Potenza elementare che organizza la vista, in Marmo, cit.

(12) ………..da Sempre perdendosi, cit.

(13) ………..da Un’aquila si tiene nei miei occhi, in Marmo, cit.

(c) Giovanna Amato