Giorno: 12 gennaio 2013

Gene – razionale

berlino 2011 - foto gm

#1

Mi pare, in conclusione, di non essere
accaduti, generazione attraversata
mai contata, decisa da altri, chiusi
su noi stessi in attesa di un tempo
non a venire, di una laurea, un voto
scambi di baci o carezze, pioggia.
Soprattutto lontananza dalle cose
ideologie rimasticate, mutui variabili
posti in doppia fila, workstation,
in mano un numerino e far la coda.

In attesa di un posto, un dove stare,
di un tram che spunti in piena notte
da dietro una curva, da una nebbia.

#2

(a L.M.)

“Modena” mi hai scritto, “una supplenza”
ho pensato a te e a come girano le vite
a come ci si sente, a come ti senti, poi
ti ho telefonato. Abbiamo riso molto
di te in giro con il trolley, del primo
giorno di lezione. Ti piacerà Modena,
volevo dirti, ma in fondo che ne so

niente ne sappiamo, quasi niente
da un capo all’altro accenniamo
un “ci vediamo presto”. Dopo
mi è venuta in mente l’umidità
dettaglio che ora ci accomuna
di quando ti negherà la vista
dell’alba in cui ne sarai parte.

#3

(a N.C.)

Annie Lennox, dicevamo, le somiglianze
“Sex crime” “Sweet dreams”, le ricorderai
a saper guardare stanno meglio a te
Annie, poi, ha un limite: lei canta
tu, invece, balli amica mia, balli

ti vedo bene da queste mille miglia
che volteggi, indovinando  il tempo
prendendolo, come si fa in danza
un salto in mezzo alle finestre
un incrocio e un passo dopo l’altro.

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(c) gianni montieri inediti 2013

I tulipani dell’Illinois di Veronica Costanza Ward

berlino 2011 - foto gm

I Tulipani dell’Illinois

di Veronica Costanza Ward

Zia Severine è rimpicciolita con gli anni. Chicago è la sua nazione ormai. Non può pensare più in grande di così.

Una volta era alta un metro e settanta, dice.

Deve esser vero perché lo stesso è successo anche Zia Lalla, di Torino. Le foto la ritraggono, giovane con un vitino da vespa, bionda e bella. La settantacinquenne di oggi è ripiegata su se stessa da una vita in cucina, a servizio di figli rotondi e coltissimi cui ha evitato le brutture del mondo, semplicemente tagliando via, per anni, le pagine “immorali” dai giornali, cullandoli in un’esistenza di doveri, sensi di colpa e tuorli d’uovo. Le domeniche d’estate arrivavano tutti a Brescello e imboccata la via della casa dove è nata non la si vede in macchina, la Zia Lalla, sembrano solo in tre. E invece sono quattro. Giulio ora è un ingegnere nell’hinterland (le lettere imploranti dalle aziende della Silicon Valley sono state sempre delicatamente cestinate) e Ortensia una professoressa all’Università di Chimica dietro casa, entrambi di ritorno, ogni giorno e ancora oggi, alle sette di sera per la cena nutriente. Lo zio Aurelio ha sempre studiato, letto, tradotto, suonato l’organo in chiesa e anche lui insegnato all’Università di chimica. E mangiato, mangiato fino quasi a rimetterci il suo buon cuore. Giulio ha comprato una casa,  ma non ci abita perché vive da mamma, con gli altri, che motivo c’è di vivere solo a cinquant’anni. Ma un giorno chissà. Nel loro passato nessun fidanzato, nemmeno veri amici, non una gita scolastica; d’estate se ne stavano sul balcone di casa a picco sulla spiaggia davanti al computer o con la faccia immersa in un libro unto. Sempre con una vaschetta di ciliege snocciolate e zuccherate, gli mancassero le forze. Così li ricorderò. Sempre. Amavo andare da loro in visita, passare qualche giorno con loro era entrare in una nuova dimensione, rimpinzata di leccornie e cultura, che pacchia. Le uniche uscite, per fare provviste. I letti di casa erano sfondati e accoglienti. L’odore di chiuso rassicurante.

La zia non morirà mai. Diventerà piccola, piccola e un giorno sparirà sotto qualche poltrona.

Dicevo, a Severine è toccata la stessa sorte della Zia Lalla. La piccola, inguainata in un abito di maglia argento, su stivaletti scamosciati alla Tina Turner, cintura alta in vita, intona una sconosciuta nenia soul per la platea della Family Reunion, una cosa seria, duecentocinquanta persone della stessa famiglia, da ogni stato degli Stati Uniti per tre giorni di lacrime e canti. I miei cugini ridono sotto il tavolo e gridano di toglierle il microfono. Che denti hanno tutti. Io non riesco a non spalancare a mia volta la bocca.

Pare che qualcuno, un giorno lontano della sua gioventù, un amante forse, le abbia lodato l’ugola e da lì non si sia più fermata; ad ogni riunione, in ogni occasione, dà sfoggio del suo presunto talento dondolando la testa rischiando di perdere una delle sue numerose parrucche che sistema precarie orientandole diversamente a seconda delle occasioni.

La zia Severine è nera, lo so per certo, ma così a vederla non si direbbe, la sua pelle nocciola e i lineamenti lunghi e avvizziti la fanno sembrare solo una vecchietta senza razza.

Dalla strada la casa mi sembra proprio quella dei sette nani, è bianca, bassa e lunga.

E i nani ci sono, alle finestre, nel giardino insieme agli animali dipinti, vivi nel  loro giardino.

Dalle finestre basse anche loro, non si scorge nulla dell’interno, tutto è coperto da cascate di tende scure.

“Buongiorno haunty! Come va stamattina?

“ Oh cara entra, chi sei?”

“ Son la figlia del figlio di tua cugina Josephine, ricordi ci siamo viste alla riunione di famiglia”

“ Oh, nipoti, cugini, tutti sul groppone di quelle povere madri, sì certo, comunque entra, sto annaffiando il giardino”

I tulipani finti nella penombra hanno un’aria sana, lucidi e allegri se non per qualche malinconica ragnatela a collegarli.

A lei non importa, erba vera e fiori finti sono il suo giardino e dopo poco non si nota l’inganno.La grande fabbrica di materie plastiche ha inglobato quasi tutto il vecchio quartiere, la casa di mia nonna Josephine, dall’altro lato del prato, è immersa tra canne e erba alta. Non la si vede più, chiusa all’interno della proprietà della fabbrica da una cancello rosso malridotto e arrugginito. Appena più in là si è formato un piccola palude, il resto è erba alta, ma alta un metro e mezzo. Mio padre e lo zio Kenny ci giocavano da quelle parti, seguivano il rigagnolo fino al fiume e giuravano fedeltà eterna alla prima gang. Avevano dodici anni e il quartiere andava protetto.

La sua baracca Severine, invece, non ha lasciato che la fabbrica o la palude se la mangiassero. Ha sputato  sui soldi che le hanno offerto, non ha accettato di spostare il suo luogo fatato e così rimane l’unica e la sola prima che la foresta se la inghiotta. A lei non  importa, dice, Dio mi ha dato questa casa, qui sono morti i miei tre mariti e qui rimango. Uno morì giovane, un male brutto; il secondo appena uscito, proprio in fondo alla strada, investito da un guidatore ubriaco; il terzo se lo portò via un colpo.

Di tanto in tanto, però, pare le faccia visita il Sig. Brown e lo si nota perché in quei giorni la minuscola sfoggia sottovesti di pizzo, le calze con la riga e la parrucca buona. In fondo è ancora una donna, dice.

Gli Stati Uniti d’America, lo stato dell’Illinois, la contea e un paio di società immobiliari, vantano tutti il suo nome tra le liste dei creditori. Severine ha fatto causa a tutti, negli anni, per ogni guasto, incidente, inconveniente le capitasse e anche per principio, ecco, perché un principio è una sacrosanta ragione.

Pare abbia vinto più della metà delle cause e che tenga il risultato delle sue fatiche giudiziarie sotto terra cioè sotto la terra di casa, non fuori, dentro. Perché in casa non c’è il pavimento, c’è la nuda terra dell’Illinois e così è sempre stato.

Mi son sempre chiesta cosa si provi a camminare sulla propria terra tutto il giorno, tra statuette e merletti. Forse una nostalgia, ma se glielo chiedi finge di non capire e dice che è solo più comodo.

A ottantasei anni suonati Severine corre ancora in macchina per le vie dei suburbs di Chicago, da uno all’altro in cerca di merce da comprare. Passa in rassegna tutti i garage sales, i garden sales, forse qualcuno meno ufficiale, in case abbandonate e rivende tutto al mercatino delle pulci o nel prossimo Home sale: il suo. Insomma una donna con il senso degli affari, in barba a tutti “gli sfaccendati dei  parenti che tirano a campare”.

Le sue figlie sono bianche come il latte e non capisci da dove siano uscite. Ma quando le senti cantare, lodare il Signore, tutto è chiaro, cioè scuro, nero e allora senti il cotone sfiorarti le narici, il sole del sud scaldarti le ossa. E’ tutto a posto, sono nere.

Severine non morirà mai. Diventerà piccola piccola e un giorno sparirà sotto qualche fiore di plastica.