Giorno: 10 gennaio 2013

La molla della memoria: Uwe Timm, L’amico e lo straniero

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La molla della memoria: L’amico e lo straniero  di Uwe Timm

È del 2005 la pubblicazione del romanzo di Uwe Timm Der Freund und der Fremde, che nel 2007 è apparso in Italia, nella traduzione di Margherita Carbonaro, con il titolo L’amico e lo straniero. Si tratta di un titolo ricco di significati, perché il termine tedesco “der Fremde” racchiude due aggettivi sostantivati italiani: “straniero”, appunto, ed “estraneo”. La molla della memoria nel romanzo, scritto quasi quaranta anni dopo quella tragica giornata del 2 giugno 1967 a Berlino, che vide la morte di Benno Ohnesorg per mano dell’investigatore della polizia in borghese Kurras in un cortile a Berlino, nel corso della manifestazione contro la visita dello scià di Persia in Germania, è l’immagine dell’acqua, nel fiume “che scorre verde e quieto” sotto lo sguardo di Benno, amico straniero/estraneo di Uwe Timm.
Acquista così un significato potente l’esergo, la citazione dalla seconda parte di The Dry Salvages, il terzo dei Quattro Quartetti che Thomas Stearns Eliot pubblicò nel 1941.

Ecco l’esergo e, di seguito, l’incipit del romanzo nella traduzione italiana:

«There is no end, but addition: the trailing
Consequence of further days and hours,
While emotion takes to itself the emotionless
Years of living among the breakage
Of what was believed in as the most reliable —
And therefore the fittest for renunciation

(T.S. Eliot, Four Quartets)

Quel primo sguardo. Al di sotto il fiume che scorre verde e quieto, il ponte di pietra e lui seduto sul parapetto, le gambe accavallate, così guarda verso la riva opposta, punteggiata da qualche salice e cespuglio, mentre al di là si stendono i prati e i campi. Una mattina di giugno, molto presto, nell’aria ancora la frescura della notte, il cielo è limpido e riporterà il caldo secco del giorno precedente.
Così, raccolto in se stesso, lo vidi mentre seguivo il sentiero che dal parco del collegio lo portava al fiume Oker ed esitai un istante chiedendomi se non dovessi tornare sui miei passi, ma poi pensai che forse mi aveva già visto e poteva immaginare che volessi evitarlo. La sera prima avevo cercato di convincerlo a venire con noi a Hannover. Si diceva che al sabato ci fossero feste nelle ville, cose folli e sfrenate, ed era stata pronunciata addirittura la parola orgia. Nonostante i racconti fantastici, e benché andasse spesso a Hannover, lui non era venuto.
Un po’ sorpreso e addirittura spaurito alzò lo sguardo quando mi avvicinai a lui. Gli raccontai di quella notte e dei bagordi durati fino al mattino e del viaggio in macchina, io ero appena tornato. Gli dissi che si era perso qualcosa, pensavo dovesse provare anche lui la mia stessa fame di esperienza. Avremmo vissuto e studiato insieme poche settimane ancora.
L’avevo notato la prima volta che ci eravamo ritrovati in classe, mentre cercavamo i nostri posti ai banchi. Adulti chiassosi che dopo anni erano diventati studenti. Sedici ragazzi e due ragazze. Credo fosse il più giovane, aveva vent’anni ma ne dimostrava ancora meno. Durante i primi giorni rimase un po’ in disparte dai gruppi che si andavano formando, ma senza ostentare nulla. Nella sua introversione non si leggeva alcun disagio o timidezza, piuttosto una naturale indipendenza. Questo suscitò la mia curiosità e cercai di avvicinarmi a lui. Nelle settimane successive parlammo qualche volta delle nostre rispettive città, Hannover e Amburgo, di Braunschweig dove vivevamo in quel momento e dei nostri rispettivi mestieri. Lui era stato apprendista decoratore, io invece pellicciaio, ma ben presto ci mettemmo a discutere soprattutto dei libri che stavamo leggendo, lui mi aveva parlato di Molloy di Beckett e me ne aveva letto alcuni brani di cui apprezzava molto i giochi di parole.
La nostra amicizia cominciò conversando di letteratura. Ma fino a quel mattino di giugno non avevamo parlato ancora dei nostri desideri e progetti. Ed è un ricordo molto nitido: io in piedi accanto a lui, lo sguardo fisso sull’Oker, il silenzio che si dilatava lasciando sempre più spazio alla sensazione di averlo disturbato, e allora gli chiesi, tanto per parlare, che cosa stesse facendo.
Dopo aver esitato un solo istante, lui mi mostrò un piccolo taccuino, Scrivo.
E cosa?
Per me.

Anch’io scrivevo per me,
Così iniziammo a mostrarci quello che scrivevamo e lui divenne il mio primo lettore».

(da: Uwe Timm, L’amico e lo straniero. Traduzione di Margherita Carbonaro. Mondadori, Milano 2007, 9-11)

Benno Ohnesorg, “l’amico, lo straniero”, è dunque al centro di un romanzo che parte dalla notizia della sua uccisione a Berlino il 2 giugno 1967 – notizia che Uwe Timm riceve a Parigi, dove si trova per motivi di studio – per tornare indietro a cercare ragioni, a tratteggiare caratteri di un periodo denso di storia e di storie, per indagare sull’amico “straniero” (étranger, come il protagonista del romanzo di Camus, autore sul quale Timm scriverà la sua tesi di laurea), per svelarne passioni, ‘astratti furori’ e lucide asserzioni. L’indagine, che parte da Benno Ohnesorg, diventa, per lo scrittore e amico Uwe Timm, l’occasione per interrogarsi e per illuminare chi legge sul proprio percorso e su quello della propria generazione. Per compiere questa complessa operazione, Uwe Timm dispone di ricordi, la cui veridicità controlla e conferma con il ricorso a interviste, testimonianze, documenti scritti. Un principio limpido e perseguito con coerenza, questo. Il pensiero corre immediatamente all’affermazione di Ingeborg Bachmann “Wir müssen wahre Sätze finden”, “dobbiamo trovare frasi vere”; qui, l’assunto è arricchito da una considerazione riguardo le modalità che abbiamo di percepire l’esistente. Considero centrale, a questo proposito, l’affermazione che Uwe Timm formula nel romanzo (nella traduzione italiana è a pagina 138): “noi vediamo il mondo attraverso le parole”.
Sono le parole a formare, rendendola consistente e lucidissima, la lista degli ingredienti della letteratura on the road, la cui conoscenza Uwe Timm e “l’amico, lo straniero” Benno Ohnesorg hanno condiviso: la rabbia, la cieca ostinazione, la parzialità unilaterale nel giudizio, l’indignazione che  non ha riguardo di nulla e trova dentro di sé la propria lingua.
Sono le parole, gli epiteti, le definizioni, a dare la misura di atteggiamenti e prese di posizione. Non può sfuggire la definizione di “trinciapaglia” che,  secondo quanto riferisce Uwe Timm, Benno Ohnesorg riserva a un vero e proprio punto di riferimento per quell’epoca e per epoche successive, Hans Magnus Enzensberger.
Sono le parole, sì, ma sono anche gli sguardi, le istantanee, a restituire, con impeto talvolta insostenibile, traumi e smarrimenti: la foto della giovane donna, vestita elegantemente perché appena uscita dall’Opera di Berlino e china su Benno Ohnesorg morente, il suo sguardo sgomento che da quel 1967 investe, a distanza di oltre 45 anni, anche noi, non può, non deve lasciare indifferenti. Per Uwe Timm quello sguardo è stato, anch’esso, la molla della memoria. Lo ha spinto a cercare quella donna e a chiederle di rendere testimonianza. Di un’epoca, di un’esistenza. Di epoche, di esistenze è testimonianza la scrittura. Anche la lettura può esserlo. In questo caso lo è certamente.

Anna Maria Curci

Le mie note sono la prosecuzione di una lettura iniziata qui su Poetarum Silva.