Giorno: 5 gennaio 2013

Marco Aragno – un lago senza Patria

lago patria (foto di marco aragno)

La bolla di schiuma aggrappata agli scogli si gonfia e si sgonfia ad ogni ondata. Mentre la fisso, penso che il cuore del lago Patria somigli a questo. Quando sollevo lo sguardo poco più in alto, la luce del sole filtra a tratti dalle nuvole scintillando sulla superficie. Il colore dell’acqua è argenteo, livido ed irreale, cede alle tonalità del marrone. All’orizzonte si intravede il Domitia Village, l’ecomostro messo su dai Casalesi con la complicità delle istituzioni. In mezzo al lago, i remi di quattro vogatori che picchiano pigramente sulle onde imprimendo un ritmo a questa domenica. Una domenica uguale alle altre, che si ripete da decenni, immune dal tempo, in quest’angolo disteso sul confine fra Giugliano e Castelvolturno.

 Il resto dell’umanità è altrove, imprigionato nelle scatole dei centri commerciali allestiti per lo shopping natalizio. A salvare il lago dall’ennesimo oblio, ci sono io, mio padre, e due turisti dall’aspetto teutonico che percorrono spaesati la circumlago. Sfogliano una guida: forse sono alla ricerca della Tomba di Scipione, nascosta poco lontano da qui fra cemento e mucchi di erbacce, o di qualsiasi altra traccia di storia che dia loro la dimensione di questi luoghi. Quando provano a chiedere informazioni, si imbattono in una coppietta di fedifraghi appostata con l’auto. Oltre a loro, alle mie spalle, un bar deserto e due ragazzi in tuta che fanno footing lottando contro la forza del vento.

Il resto del mondo se l’è portato l’esondazione, l’ultima delle tante, che ha travolto gli argini e ha frantumato il battistrada della carreggiata, trascinato alghe e foglie da quest’altra parte di mondo. Un paio di teli aranciati e un segnale di pericolo arrugginito segnalano che qualcosa deve essere successo, da queste parti. Che le istituzioni sanno di questo posto. Sanno forse dell’altro lago di melma e fango che ha invaso i campi limitrofi come una palude, o dei mucchi di eternit che costeggiano le stradine interpoderali a pochi passi dagli allevamenti di bufale. Non sanno però degli stormi di poiane che si librano in cielo, delle staccionate che ti catapultano in un tempo remoto, delle anatre selvatiche che fendono l’acqua. No, non sanno della bellezza che resiste. Nonostante tutto.

La natura e l’uomo qui hanno divorziato da tempo. Mentre esco dalla circumlago, con l’auto che somiglia ad una zattera galleggiante, guardo le mandrie di bufale che brucano l’erba, ignare dei guasti che le circondano. Mi viene da sognare un futuro pacificato, dove città e natura tornino a vivere in simbiosi. Senza conflitti, devastazioni di guerre per cui non ho nessuna colpa. Se non quella dei miei padri. Sogno famiglie venute a fare un picnic, manifestazioni sportive di vela, turisti, pesci che guizzano dall’acqua, distese di verde e agriturismi gestiti da giovani imprenditori. Ma sogno, lo so. Ed è l’unica cosa che mi resta.