Giorno: 4 gennaio 2013

Renzo Favaron – Ciò che resta. Su “Notizie dalla necropoli” di Attilio Lolini

Pubblichiamo questo intervento di Renzo Favaron inviato alla redazione dopo la lettura del contributo (e dei commenti) di Piergiorgio Viti, pubblicato qui ieri.

La redazione

Ciò che resta – Su Notizie dalla necropoli di Attilio Lolini, Einaudi, Torino 2005.
di Renzo Favaron

lolini 2L’avvertenza, dopo aver letto Notizie dalla necropoli, è di non fare un’interpretazione in cui si vada a collocare le quattro raccolte – qui riunite – in un rigido quadro storico. E le ragioni per evitare ciò, sono molteplici. A partire dal primo nucleo della scelta antologica, dove una lettura alla lettera, non fosse che per ragioni di convenienza e di cattiva coscienza, porterebbe dritto a vederlo, se così si può dire, come un reliquato degli anni ’70 e ’80. E in effetti l’oggetto di questo nucleo è riconducibile a quel periodo ma, si badi bene, i motivi sottostanti alla poesia di Lolini, già allora, sono stratificati e hanno un’origine lontana. E dovendo suggerire una chiave, quella che appare più immediata, non sembri folle e paradossale, è la poesia religiosa del duecento. Un nome tra tutti: Iacopone.

Come il Todino, così Lolini ci offre in Da una stazione all’altra una visione del mondo degradata, dove l’amore vero è raro se non assente, dove “per i poveri non c’e nessuna storia” e “la miseria deve nascondersi bene”, il tutto espresso senza alcuna remora di fronte al rischio del disprezzo, del rifiuto, della condanna. Poesia, dunque, sciolta da pastoie ideologiche che pure riecheggiano come materia sottoculturale; non solo, ma sintomatiche di un atteggiamento che è quello di chi nega per affermare, di chi mette in primo piano figure minime e marginali per mostrarcene, insieme alla debolezza, il loro lato umano e l’umana partecipazione di colui che ce le mostra. In questo senso Lolini dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, quanto sia difficile percorrere la strada della mediocritas. Perché se è rilevabile un’indifferenza di atteggiamento, questa non riguarda certo il poeta. Come quando dice: “…per calmarlo bastava poco/ un sorriso/ diventava bello/ ti faceva vedere l’uccello/ la pelle mangiata/ da uno strano eczema”. Fuori da ogni metafora, l’universo che popola i versi di Lolini è oggetto di un disprezzo che nasce, più che da un evidente distacco dall’amore di/per Dio, dal suo non uniformarsi al gusto borghese, dove non sembra avere effetto la caritas. Efficace, sotto il profilo espressivo, è l’elaborazione di un linguaggio che non deborda negli effetti, né nella tensione iterativa e nemmeno nella sintassi. Anzi, la forza di questo linguaggio è nella compressione, così che la scelta di un registro basso si riverbera per effetto di un’implosione, di qualcosa che ha subito più di un processo sia di assimilazione sia di accomodamento e che alla fine trova la sua misura in formule minime, sentenze, punture di spillo. Valgano qui due versi di Vesto giovane, che potrebbero figurare come epigrafe del novecento (per la drammaticità di alcuni avvenimenti, tra i quali non si può dimenticare la shoah): “Solo i sopravvissuti/ hanno memoria”, dichiara Lolini e attraverso questa strofa lapidaria fagocita illusioni e utopie, così come capta e segnala i vuoti lasciati dalle loro più o meno rumorose cadute e svela i trucchi di un’epoca in cui poco o nulla sembra esserci ancora di dicibile. Eppure, nonostante la durezza del giudizio, a noi Lolini non pare che si aggiri nelle zone del “maledettismo frivolo”, come sottolinea, anche se indirettamente, Vassalli nella postafazione; nemmeno il controcanto di Manacorda, quando parla di “pessimismo frivolo”, correggendo la precedente definizione, ci pare calzante. A rinforzarci in questa convinzione, innanzitutto, è l’impianto musicale che sostiene un po’ tutta la raccolta, tanto che non è raro imbattersi in richiami espliciti a musicisti e alla loro arte; esempi che hanno il significato di forze capaci di resistere, malgrado tutto, all’azione del tempo e al suo inesorabile scorrere.

lolini - notizie dalla necropoliTornando ai testi, ecco una risposta alla presunta frivolezza denunciata: “Mozart chiudeva sempre bene/ puntava soprattutto sul finale/ allegro molto/ presto”, dove si può cogliere anche uno dei tratti caratteristici dell’universo musicale (e, implicitamente, di quello poetico di Lolini), ossia che non sempre alla leggerezza del movimento può corrispondere una leggerezza del tema. Questo contrasto, risolto felicemente dall’autore sul piano stilistico/formale, lascia comunque aperta una questione di non poco conto; nel senso che le formule tanto del “maledettismo” quanto del “pessimismo” appaiono fuorvianti se solo si considera la qualità della grana lessicale di Notizie dalla necropoli, una grana che si è formata con il concreto calarsi nell’infamia della corporeità, nel sordido e nell’abbietto del vivere, depositandosi in modo da non dire più di quanto non sia essenziale. Il poco rimasto, dunque, altro non è che il distillato di un crudo realismo, di un solipsismo che si fa giusto mezzo al di là di una concezione dell’uomo pronta a scorgere ovunque il “male” e il “nemico”, come esemplarmente espresso da questa poesia dedicata a G. Benn: “ti sento come una ferita/ non rimarginata/ un taglio sulla fronte/ ma non scacciarmi/ non restituirmi/ al morto mondo/ starò immerso in te/ finché è possibile/ senza afflizione e gioia”. Dal punto di vista letterario, possiamo ancora notare che il realismo è sostenuto da quella tensione di chi è andato oltre il limite del dicibile, ma non per questo ha deciso di tacere. Contro ogni volontà, del resto, quanto più represse, tanto più la realtà del mondo e la vita si rivelano incancellabili e inesauribili. Lo sviluppo naturale di ciò, con saggia ironia, Lolini lo riassume così: “…ora che il tempo/ è finito/ scrivi la nostra storia/ grazie tante/ parlo ancora/ ti dirò il resto/ mi detesto”. E in questo “mi detesto”, nella sua orgogliosa stringatezza, si esprime la propria irriducibilità e la lucidità di una coscienza decisa a restare vigile, per testimoniare ancora e prolungare sempre lo sguardo anche là dove non si scorge che il buio della necropoli.

Gli anni meravigliosi – 9 – Maxie Wander

Guten_morgen

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

La nona tappa è dedicata a un libro di Maxie Wander, della quale ieri, 3 gennaio 2013, ricorreva l’80° anniversario della nascita.

Guten Morgen, du Schöne: con questo titolo, che è il titolo di una “Canzone degli zingari”, apparvero, pochi mesi dopo la sua morte, le 19 storie, quasi un romanzo, raccolte da Maxie Wander. Il libro è frutto di un lavoro ampio e approfondito e riporta la trascrizione di diciannove interviste ad altrettante donne della Germania orientale.
Maxie Wander nacque il 3 gennaio 1933 a Vienna da una famiglia operaia e crebbe nel quartiere di Hemals, dove era nata, un quartiere dalle radici fieramente popolari. “I suoi genitori e altri membri della famiglia lavoravano illegalmente per il partito comunista austriaco, e tutto il suo pensiero e il suo comportamento furono fortemente contrassegnati dallo spirito di solidarietà che animava gli abitanti del quartiere sotto il terrore nazista”, si legge nella quarta di copertina di Ciao bella. Nel 1958 si trasferì con il marito, lo scrittore Fred Wander, nella DDR, nella Repubblica democratica tedesca, precisamente a Kleinmachnow, località poco distante da Berlino, dove visse fino alla sua morte, nel 1977.
Nella prefazione all’edizione italiana del libro (che riprende il testo apparso nel 1978 nella DDR, per i tipi della casa editrice Der Morgen; la prefazione all’edizione pubblicata nella Germania federale fu scritta invece da Christa Wolf), Renate Siebert-Zahar scrive:
“Il libro di Maxie Wander è straordinario, e per molti aspetti particolare. Non è un romanzo, ma neppure una semplice raccolta di interviste; è un libro sulle donne, ma non è un libro femminista; fa capire molte cose sulla Repubblica democratica tedesca, ma non è un saggio sulla DDR. L’autrice, una giovane donna, moglie-madre-scrittrice, viennese d’origine, viveva per sua scelta da molti anni nella Germania socialista. È morta di cancro a 44 anni, pressappoco al momento in cui questo testo è stato pubblicato, nel 1977.”
Thomas Brasch, che i lettori di questo blog hanno avuto modo di conoscere, scrive nell’articolo Die Wiese hinter der Mauer (Il prato dietro il muro), apparso su “Der Spiegel” il 31 luglio 1978:
“Da leggere in questo libro c’è qualcosa di più dell’eterno lamento delle donne sul quotidiano e delle loro difficoltà – è l’espressione viva e immediata della rassegnazione di persone creative di fronte alla storia, il loro permanere nel ‘privato trasparente’… il fenomeno sociale del cittadino ovattato, protetto si avvicina molto a quello del cittadino perplesso, senza sbocchi.”
Sul diario, apparso nella DDR nel 1979 e nella Germania federale nel 1980 con il titolo Leben wär’ eine prima Alternative (Vivere sarebbe un’alternativa meravigliosa), Maxie Wander annota nel 1972:
«La mia situazione. Trentanovenne viennese (lo sono davvero ancora, non sono già diventata una tedesca?), che ha trovato il suo grande amore e lo ha sposato. Ha partorito due figli, non ha mai imparato una professione, ma ne ha esercitate alcune, ha adottato un bambino, ha lasciato il suo paese e soltanto dopo, molto più tardi, lo ha sentito suo. Ha sperimentato la parola nostalgia che prima negava – ha tentato più volte, senza esito, di partorire un altro bambino quasi a far rinascere la vita perduta. Ha capito di colpo d’invecchiare, cosa che gli altri forse vivono come un processo che non ha niente di spaventoso, ha dovuto capire quanto poco era in grado di prepararsi, fidando solo nel suo corpo bello e tuttora giovane. E adesso?»
Propongo questo passaggio dalla premessa di Maxie Wander al suo libro Ciao bella. 19 storie, quasi un romanzo:

«L’insoddisfazione di alcune donne per ciò che è stato raggiunto è secondo me una forma di ottimismo. Se in certi casi ciò che viene messo in evidenza è l’elemento oppressivo, forse il motivo è che della felicità non si ha bisogno di parlare. La felicità si vive; ciò che pesa, invece, chiede la parola: per poterlo comprendere, per liberarsene. “Chi è giustamente adoprato” – scrive Heinrich Mann – “non ha bisogno di riflettere su se stesso. Il mondo, che per lui non è motivo di sofferenza, non lo spinge a reagire. Parole e frasi sono, tra l’altro, anche questa reazione. Un’epoca assolutamente felice non avrebbe letteratura.”Non sono andata in cerca di personaggi drammatici o di temi che suscitassero la mia personale adesione. Considero qualsiasi vita abbastanza interessante per essere oggetto di comunicazione. Né ho mirato al panorama rappresentativo. L’elemento decisivo è stato piuttosto la voglia – o il coraggio – che questa o quella donna aveva di raccontarsi. Mi interessa come le donne vivono la loro storia, come se la rappresentano. Si impara allora ad apprezzare l’unicità e irreperibilità di ogni vita umana e ad istituire un rapporto tra le proprie crisi e quelle degli altri. A prestare più ascolto alle persone e a dar meno credito a pregiudizi e stereotipi. Forse questo libro è stato è nato unicamente perché io avevo voglia di ascoltare.»

(Maxie Wander. Ciao bella. 19 storie, quasi un romanzo. Prefazione di Renate Siebert-Zahar. Traduzione dal tedesco di Elena Franchetti, Feltrinelli, Milano 1980, 15-16)

Ci sono libri che, anche soltanto con la loro presenza fisica, rappresentano un tratto di strada compiuto insieme a un’altra persona. Questo libro mi è stato donato da Judith Wilsky e, ogni volta che ne sfoglio le pagine, ripercorro le lunghe, pacate conversazioni con lei, insieme ai nostri scambi di idee, rapidi, talvolta ruvidi, smozzicati e sincopati, interrotti da altri, da noi stesse, dal tempo.

© Anna Maria Curci