Mese: gennaio 2013

Alcuni giorni della vita di Mario Kempes

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Alcuni giorni della vita di Mario Kempes

 

Prologo

Sono le tredici e dieci del 26 giugno 1978, ora di Buenos Aires. La notte prima, i festeggiamenti per la vittoria dei Mondiali di calcio, da parte dell’Argentina, hanno inebriato tutto il paese. Nelle stanze del ritiro dei campioni, c’è ancora grandissima euforia, tutti sono contenti, tutti sono pronti a ricevere le medaglie e gli onori del caso. Tutti meno uno. Mario Kempes è chiuso in bagno da più di un’ora, Daniel Bertoni (suo compagno di stanza) è agitato, chiede a Mario di sbrigarsi. Kempes non uscirà, il capocannoniere del Mundial non è contento. Mario Kempes ha finito lo shampoo.

21 giugno 1978: Quiroga

Non c’è nessuno più argentino di me, sì lo so che gioco nel Perù. E allora? Vuoi sapere com’è andata? Io sono un buon portiere, ho giocato nel Rosario Central (sì Rosario, proprio dove giocheremo tra un po’). Mi fecero capire che non ci sarebbe stato posto per me nella nazionale Argentina. Menotti preferiva Fillol e dopo di lui Lavolpe e dopo di lui Baley. Il mio club attuale, lo Sporting Cristal quando mi offrì il nuovo contratto mi propose la naturalizzazione: accettai. Cosa vuoi che ti dica per stasera? Vuoi sapere se mi hanno dato dei soldi? Che importa, se decido di farlo non lo faccio certo per denaro, lo faccio per il mio paese. Ora lasciami stare devo andare a riscaldarmi.

21 giugno 1978: Luque

Meno male che il Brasile l’hanno fatto giocare prima di noi. Ma come cazzo avranno fatto a impedire che le due partite fossero in contemporanea. Che maledetto figlio di puttana che è Videla. Io non so come andrà a finire, alcuni dei ragazzi dicono che la partita è sistemata. Menotti non parla ma è tranquillo. Mario come sempre sta per i cazzi suoi, ha detto che non vuol sentire niente di questa storia. Ha detto che vuol fare minimo due goal e che due devo farli io. Fosse facile. Non mi sento tranquillo.

21 giugno 1978: Ardiles

Peruviani del cazzo.

21 giugno 1978: Kempes

Menotti ogni tanto torna a rompere le balle con questa storia dei capelli: che andasse a cagare. Già ha rotto abbastanza per i baffi, ora basta. Non capisce che i capelli mi danno sicurezza. Quando corro i capelli disorientano il mio avversario, ho visto guardalinee sbagliare la segnalazione di alcuni fuorigioco, a mio vantaggio, grazie ai miei fottutissimi capelli lunghi. Gli europei dicono che noi argentini siamo sporchi, che non ci laviamo, che siamo grezzi. Stronzate, unti o meno, noi andremo a vincere questo mondiale. Luque e Fillol mi hanno detto che il Perù ci lascerà vincere, che in cambio saranno liberati dei prigionieri politici; Bertoni ha detto che daranno soldi a Quiroga. Non ci credo Quiroga è un bravo ragazzo. Io mi devo occupare di segnare. Mi è bastato sapere quello che successe quattro anni fa prima di Polonia – Italia.

21 giugno 1978: Quiroga

Come cazzo faccio a farmi fare tutti quei goal senza farmi scoprire. Boh, in fondo sono loro ad avermi soprannominato “El Loco”. Loro chi, poi?

21 giugno 1978: Cronaca

L’autobus che conduce la nazionale peruviana “sbaglia” sei volte strada e giunge allo stadio con due ore di ritardo. Finisce in mezzo ai tifosi Argentini. Piovono insulti, la tensione sale.

21 giugno 1978: Cronaca

L’Argentina batte il Perù sei a zero, doppiette di Kempes e Luque.

22 giugno 1978: Bertoni

Mario dalla fine della partita non parla con nessuno, mi ha detto soltanto: “Noi, non ce la meritiamo l’Olanda”. Io credo che il calcio sia questo. Noi abbiamo vinto perché siamo più forti del Perù, dove sta la sorpresa? Non hanno mai avuto grandi difensori. Quiroga? Un argentino che ha giocato nella porta sbagliata. Così è la vita.

22 giugno 1978: Kempes

Figli di puttana, figli di puttana, hanno veramente comprato la partita. Non ci volevo credere, non ci volevo credere. Il mio primo gol mi sembrava regolare, mi libero dell’uomo e batto, in diagonale, Quiroga in uscita. Dopo no, però, dopo tutto troppo facile. Eravamo sempre liberi avremmo potuto segnarne dieci. Luque al sesto gol rideva. Ma come puoi, amico mio, come puoi? Giocherò la finale come si deve, sono un professionista ma con questa gente io non ci voglio avere più niente a che fare.

22 giugno 1978: Dichiarazione del Generale Jorge Rafael Videla

Siamo molto contenti della prestazione della nostra nazionale. I nostri ragazzi stanno tenendo alta la nostra bandiera, dimostrando sul campo i valori in cui crediamo: l’unità e l’orgoglio nazionale. Questi giovani sono patrioti. Ora non ci resta che andare a vincere questo Mundial. La storia ce lo chiede.

 

22 giugno 1978: La stampa internazionale

I quotidiani di tutta Europa e, gran parte di, quelli Americani gridano allo scandalo. In Brasile alcuni sostengono che bisognerebbe dichiarare guerra all’Argentina. La parola più usata nei titoli è: “Vergogna”. Il portiere e i difensori del Perù non intendono rilasciare alcuna dichiarazione. C’è odore marcio, odore di pastetta, ”marmelada” come diranno poi.

 

24 giugno 1978: Un sogno di Diego Armando Maradona

Siamo al quindicesimo del secondo tempo della finale Mundial, Menotti (che mi ha convocato all’ultimo momento) decide di farmi entrare. Stiamo perdendo uno a zero, rischiamo il ragazzino. Entro al posto di Daniel Bertoni. Sento il boato della folla ma non mi tremano le gambe. Al ventiduesimo, Ardiles mi passa la palla sulla tre quarti sinistra, salto un uomo in velocità; al limite dell’area mi viene incontro Krol, d’esterno do la palla a Kempes, sulla lunetta, Mario è spalle alla porta ma riesce a restituirmela di tacco dentro l’area, la lascio scorrere sul sinistro ( e dove se no?), prendo la mira e piazzo un tiro imprendibile sotto la traversa. Viene giù lo stadio

24 giugno 1978: un sogno di Mario Kempes

Siamo alla mezzora del secondo tempo della finale  Mundial, l’Olanda ci sta battendo tre a zero, meritatamente. Stanno giocando benissimo, arrivano da tutte le parti. Io gli ho dato  una mano: ho sbagliato un gol a porta vuota nel primo tempo, durante l’intervallo Tarantini ha cercato di prendermi a pugni, Fillol e Luque l’hanno fermato. Nel secondo tempo, sul due a zero, l’arbitro italiano ci ha regalato un rigore. L’ho tirato e buttato fuori. Il pubblico ha fischiato, i compagni mi hanno minacciato. Sto giocando per perdere, per mettere le cose al proprio posto.

 

 

25 giugno 1978: La finale

Archiviato il Perù, si pensa solo a giocare, di fronte l’Olanda e il calcio totale. L’Olanda sconfitta quattro anni prima dalla Germania, l’Olanda che gioca meglio di tutti. L’Olanda che al fischio finale di Gonella se ne va senza salutare i campioni. Ai goal di Kempes e Nanninga, seguono i tempi supplementari, preceduti dall’incredibile palo dell’Olanda, ancora Kempes (capocannoniere) e Bertoni chiudono la partita. Bertoni, graziato da Gonnella per una gomitata. Altre irregolarità? Forse. L’Argentina è campione del mondo di un mondiale scandalo. I giocatori alzano la Coppa, grande festa sugli spalti. Uno per uno stringono la mano al Generale Videla. Tutti tranne uno: Mario Kempes.

 

25 giugno 1978: Lo splendore del gioco del calcio

Siamo sul risultato di uno a uno. Tempi supplementari. Mario Kempes riceve palla poco fuori dall’area, a sinistra della lunetta. Il pallone incollato al piede sinistro salta il primo uomo, entra in area e in velocità salta il secondo, tira sull’uscita del portiere che respinge, ma la palla resta lì e Kempes, più veloce dei due difensori olandesi, insacca a porta vuota.

25 giugno 1978: Kempes

Luque ha detto che sono matto a non aver stretto la mano a Videla, dice che mi farà sparire. Stronzate, puoi far sparire tutti i bambini che vuoi, se sei un maledetto figlio di puttana, ma nessuno ti perdonerà di aver fatto sparire il capocannoniere del Mundial.

25 giugno 1978: Kempes alla stampa

Perché non ho stretto la mano a Videla? Nella confusione non me ne sono accorto.

26 giugno 1978: Luque, Bertoni, Fillol, Ardiles

Ardiles: << Che fa quel coglione è ancora in camera?>>

Bertoni: << Sì, è ancora chiuso dentro, dice che senza il suo shampoo non può lavarsi i capelli e che con i capelli sporchi non esce.>>

Ardiles: << Dannato figlio di puttana>>

Fillol: <<Prima non stringe la mano a Videla, poi questa, ma che cazzo vuole che ci sbattano tutti dentro?>>

Luque: << Calma, calma, vedrete che tra poco uscirà, questo fottuto mondiale ce l’ha fatto vincere lui non dimentichiamocelo>>

Ardiles: << Lui? Ma vaffanculo>>

 

26 giugno 1978: Kempes

Mi dispiace per Daniel, per Luque, sono amici, ma non penseranno davvero che io non esca per lo Shampoo? Non esco perché mi vergogno, non sopporto le domande della stampa, non sopporto questo paese, non sopporto l’aver vinto con questa macchia, non sopporto Videla. Voglio andarmene a casa, in vacanza, poi in Spagna. Dimenticare, sperare che la gente dimentichi e che dopo si ricordi soltanto di Mario Kempes. Bettega, Zico e altri calciatori mi stimano, cosa penseranno di me?

10 giugno 1978: Italia

Ho sette anni, la prima partita che rimango a guardare fino a tardi nella mia vita è stasera, è Italia Argentina, papà ha detto che posso. Sono emozionato. Mio padre dice che l’Italia sta giocando bene. Segna Bettega. Che bel gol. Sono felice. Vinciamo uno a zero. A fine partita chiedo a mio padre: “Papà mi ricordi come si chiama quello dell’Argentina con i capelli lunghi e il numero dieci?” “Mario Kempes”.

15 dicembre 2001: Kempes

Com’è bello il Salento. Restassi ad allenare qui anche solo per un mese, ne sarebbe valsa la pena.

Gianni Montieri

(A Fernando, Andrea, Martino, Alessandro e Franz. A Mario Kempes)

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Solo 1500 n. 82 – Invecchiare oppure Trenitalia

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Solo 1500 n. 82 – Invecchiare oppure Trenitalia

Questa storia comincia al binario quattro della stazione Santa Lucia di Venezia. La numerazione delle carrozze (del frecciabianca che  va verso Milano e poi Torino)  parte dalla numero quattro. Sì, proprio la quattro, non stiamo dormendo anche se è l’alba. Proseguiamo fino alla numero otto. Saliamo e ci sistemiamo. A Verona passa il controllore, comunichiamo il posto. Il solerte controllore ci comunica che ci troviamo nella carrozza sbagliata: la cinque. Proviamo a spiegarci: “Guardi che…la numerazione….cioè….”  “Un problema del computer, ora risolto”. Siamo contenti, almeno non siamo rincoglioniti, il treno è ancora semivuoto, possiamo non spostarci. A Brescia il treno si riempie. Ci muoviamo verso il nostro posto reale alla carrozza otto, che in origine (scherzi del computer) era la cinque. Stop: porta bloccata tra la carrozze sei e sette. Azzardiamo un “che palle”. Il capotreno si offende e ci dice che non ci dobbiamo permettere. Capotreno non ce l’abbiamo con lei suvvia, siamo quelli del posto sbagliato di prima, siamo stanchi, abbiamo sonno, hanno aumentato di nuovo il prezzo e (nel caso non lo sapesse) le comunichiamo che anche questa mattina arriveremo a Milano con quindici minuti di ritardo. Il capotreno si offende (di nuovo). Stiamo venti minuti in piedi. Un tempo avremmo sorriso, scrollato le spalle, sillabato un “vabbè…”, pensato “però che mestiere di merda, sempre a scusarsi, sarà mica colpa sua”; invece ci incazziamo, sarà l’età. La porta si sblocca, mille scuse. Entriamo in stazione, capelli bianchi, sonno, neve.

(c) Gianni Montieri

L’essenza indocile della poesia (nota su Lucianna Argentino)

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L’essenza indocile della poesia

(una nota sulla raccolta di Lucianna Argentino, L’ospite indocile, Passigli, 2012)

Cosa passa fra il cervello e la mano, oppure fra il pensiero e la parola? O ancora, cosa intercorre fra il bottone e l’asola? Diremmo un gesto, un concetto, un simbolo, ma anche il niente. È qualcosa di rapido, impalpabile, eppure così lento e presente in noi e nei nostri giorni tanto da non riuscire a dirne il nome per esprimerlo. Non è qualcosa, è il qualcosa, il ciò-che-sta-nel-mezzo, il tra. Chiarire questo qualcosa significa nominare un passaggio, fornire un’immagine la cui forma subirà mille sfumature: quanto più si cercherà di definirla tanto più sfuggirà al tentativo di spiegazione. A quel dettaglio impercettibile si andrà ad associare un significato, un modo di essere. O dell’essere. L’idea di indefinibilità mi riporta alla memoria il Gibran delle Massime spirituali quando dice che la poesia è il segreto dell’anima, e quindi perché rovinarla con le parole? La poesia ha la sua ragion d’essere perché a sostenerla è la parola ma – come è facilmente intuibile – il poeta libanese metteva l’accento sul fatto che prima dei versi esiste una poesia interiore che matura nell’introspettiva, da lì si avvia la genesi verso la parola scritta. Forse Gibran intendeva proprio identificare con il segreto interiore il sottile confine, quel vuoto fra il pensiero e la parola.

La conoscenza del vuoto è la riflessione della recente opera poetica di Lucianna Argentino, L’ospite indocile, per l’editore Passigli nella collana di poesia fondata da Mario Luzi, con una presentazione di Anna Maria Farabbi. Argentino ha già pubblicato altre raccolte in passato, fra cui Biografia a margine (1994) con la prefazione di Dario Bellezza, il poeta scoperto da Pasolini.

In quest’ultima raccolta, le intenzioni dell’autrice sono evidenti: scoprire il vuoto fra il bottone e l’asola, lì in quella soglia invisibile dove risiede la fuggevolezza che ingenera continuità nella vita come nella scrittura. Per l’Argentino si tratta di individuare il passaggio capace di determinare i pensieri, i percorsi, i passi delle proprie esperienze.

Le chiacchiere della ghiaia
nei giardini e il nasturzio
all’ombra della parola
slegano il tempo dall’abituale rito
lo consegnano a una nascita fragile
senza doglie.

Slegare «il tempo dall’abituale rito» equivale a dare valore a un momento, individuare l’attimo in cui qualcosa sta nascendo e che è senza tempo. Si desidera fissare la sostanza, simile ad un’istantanea, il potenziale meccanismo insito in gesti parole sentimenti. Per questo l’autrice recepisce e fa suo l’insegnamento del vuoto:

Dice che non c’è addio nelle asole
e asola allora sia:
poca materia intorno e vuoto.
Sia passaggio e allaccio
sia lo spazio dell’abbraccio
sia pertugio e rifugio
sia il chiuso
esposto alla parola

Proprio i termini passaggio, allaccio, spazio sono più che parole-chiave, sono sintomi della ricerca di quella frontiera in cui tutto si determina. La scrittura in questa prospettiva risulta utile per rendere «santo l’innesto fra il bene e il male» (p. 12), ovverosia assume la funzione conoscitiva idonea per accostarci alla comprensione del senso della gioia e del dolore e di quanto vi è presente fra i due opposti. Per tale ragione scrivere ritrova la sua finalità originaria, «togliere spazio al male» (p. 26).

La tecnica del poeta rivela una tendenza a catturare la transizione nelle sue varianti:

[…]
Così lo scrivo, ne faccio segno,
per capire come si spiega l’albero la potatura,
il papavero lo strappo,
i bambini il tempo e lo spazio:
– dove va la notte quando è giorno?
– mezzora è tanto o è poco?
O come si spiega il vuoto degli esseri
che ci stanno accanto come un’assenza
[…]

E ancora, nelle pagine successive «L’inchiostro […] fa fertile il foglio | fa anse nell’ansia», crea cioè lo spazio di riflessione perché la voce delle parole possa giungere «nel basso della terra» (p. 43), a misura di essere umano. Ma la poetica dell’Argentino vuole anche cimentarsi con l’invisibile che nei brevi versi «(Dio – il mare) || È voce che mai tace | è abisso di luce» mi riporta una consonanza con quelli di Cesare Viviani (in Credere all’invisibile troviamo: «Ogni bagliore è luce dell’eterno | è riflesso divino»). L’ospite indocile, con che cosa o con chi possiamo pertanto riconoscerlo? Forse Dio, il tempo, la memoria, l’amore, la figura paterna, tutti temi e figure sviluppate con ostinata sensibilità. Credo sia la vibrazione interna che sottende l’accadimento, un compimento sulla soglia dell’attesa:

Nei prati e nei campi
irrigati dalle acque
di neonati autunnali
maturati al calore delle serre
sta il vaso dell’attesa e
del compimento –
il femminile di mutamento.

E sulla soglia le parole vanno «in aiuto al dire di che sostanza è | lo spazio fra il tempo e l’eternità» (p.59). In conclusione la Argentino vuole riscoprire «una gioia commossa |consapevole della fragilità | di ciò che sta nel mezzo», «nel passaggio dalla fronte | alle dita alla punta della penna | al suo muoversi sul foglio.»

(c) Davide Zizza

Pas de deux # 3

berlino 2011 - foto gm

Due poeti contemporanei scelgono un testo di un autore straniero e lo traducono per Poetarum Silva. Un confronto sulla traduzione tra diverse sensibilità. Un’occasione per scoprire poeti che non si conoscono o riscoprirne altri con un vestito nuovo. I post non avranno cadenza regolare, perché soggetti alle tempistiche dei traduttori invitati, ma ci auguriamo che diventino un appuntamento abbastanza regolare. Per il terzo numero della rubrica Anna Ruotolo ed Elio Grasso  hanno tradotto una poesia di Marc Chagall.

::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::La redazione

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Comme un barbare

Là où se pressent des maisons courbées
Là où monte le chemin du cimetière
Là où coule un fleuve élargi
Là j’ai rêvé ma vie
La nuit, il vole un ange dans le ciel
Un éclair blanc sur les toits
Il me prédit une longue, longue route
Il lancera mon nom au-dessus des maisons
Mon peuple, c’est pour toi que j’ai chanté
Qui sait si ce chant te plaît
Une voix sort de mes poumons
Toute chagrin et fatigue
C’est d’après toi que je peins
Fleurs, forêts, gens et maisons
Comme un barbare je colore ta face
Nuit et jour je te bénis

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Marc Chagall (1930-1935), Poèmes, Cramer éditeur, Genève, 1975

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Come un barbaro

Là dove si affollano case ricurve
Là dove sale il sentiero del cimitero
Là dove scorre un ampio fiume
Ho sognato la mia vita
Di notte, un angelo vola nel cielo
Un bagliore bianco sui tetti
Mi predice una lunga, lunga strada
Lancerà il mio nome più oltre le case
Mio popolo, è per te che ho cantato
Chi lo sa se il mio canto ti piace
Una voce esce dai miei polmoni
Tutta dolore e fatica
È secondo ciò che sei che dipingo
Fiori, foreste, genti e case
Come un barbaro coloro il tuo viso
Notte e giorno io ti benedico

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*************************************Traduzione di Anna Ruotolo

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Come un barbaro

Dove premono case inarcate
Dove sale la via al cimitero
Dove scorre un fiume esteso
Là ho sognato la vita
Di notte, un angelo attraversa il cielo
Un lampo bianco sui tetti
Mi predice una lunghissima strada
Lancerà il mio nome sulle case
Gente mia, per te ho cantato
E chissà se ti piace il canto
Una voce sorta dai polmoni
Colma di dolore e fatica
Dopo di te dipingo
Fiori, foreste, genti e case
Come un barbaro ti coloro la faccia
Notte e giorno io ti benedico

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::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::traduzione di Elio Grasso

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Marc Chagall nasce a Vitebsk il 7 luglio 1887. Pittore russo d’origine ebraica, dopo varie vicende difficili vissute tra la  Russia e la Francia, nel 1923 si trasferisce per un periodo significativo a Parigi con la moglie Bella e la figlia Ida, acquisendo la cittadinanza francese nel 1937. È in questo periodo piuttosto felice che pubblica le sue memorie in yiddish, scritte inizialmente in lingua russa e poi tradotte in lingua francese dalla moglie Bella ma anche articoli, racconti e vibranti poesie.

Durante la Seconda guerra mondiale, gli Chagall fuggono da Parigi. Si nascondono a Marsiglia poi si dirigono verso la Spagna e il Portogallo. Nel 1941 si stabiliscono negli Stati Uniti. Nel 1944, Bella, compagna amatissima, soggetto frequente nei suoi dipinti e nelle sue poesie, muore. Due anni dopo Chagall fa ritorno in Europa e nel 1949 si stabilisce in Provenza.

Esce dalla depressione, causata dalla morte della moglie, quando conosce Virginia Haggard, dalla quale ha un figlio.

Chagall si risposa nel 1952 con Valentina (detta “Vave”) Brodsky. Viaggia molto tra la Grecia, Israele e la Russia ma non tornerà mai più nella natìa Vitebsk.
L’ormai famosissimo Marc Chagall muore a novantasette anni, a Saint-Paul de Vence, il 28 marzo 1985.

Milena Prisco – Vogliono fare gli angeli

Foto di Paolo Ciaberta

Foto di Paolo Ciaberta

 

Vogliono fare gli angeli

 

In questo posto c’è un odore che rimane addosso a chi ci dorme e ci si sveglia dentro. È odore di chiuso, di detergenti scadenti, di ferro di sbarre, di cibo cotto con chissà quali acque, di aliti pesanti per la mancanza di dentifricio passato dallo Stato, di mura di muffa. L’odore impregna le carni di questa gente, i capelli a nervi scoperti del loro sebo che ha la stessa puzza delle teste dei vecchi. Sotto questi tetti si diventa subito vecchi, nei movimenti e nella lentezza della parola che si perde nella memoria delle poche cose della vita passata che rimangono a mente.

Un due tre, un due tre, un due tre e quattro.

Ore 13 e fuori non c’è una pianta. C’è il cemento battuto di uno spiazzo, campi che ti irritano la gola con lo sterco di vacca e il silenzio allo stato solido. Qui solo i cani con la bocca aperta sembrano sorridere.

Dentro c’è una quinta che si apre su uno spazio quadrato; qui fa più freddo che in qualunque altro posto della provincia di Cuneo. La luce è forte di dieci finestroni, cinque su un lato e cinque sull’altro, alti e larghi sopra le nuvole: l’unica natura ancora visibile ad occhio nudo attraverso i vetri.

Su, su, su, che oggi è bello.

Dal corridoio arrivano prima le voci. Uno dopo l’altro entrano da destra e da sinistra in camminata rapida per l’impazienza di attraversare la distanza di questo spazio dai cinquanta metri di corridoio sonorizzati da eco che portano alle sezioni oltre le sbarre. Uno dopo l’altro entrano, si sorridono, le pacche arrivano fra i finti calci, schiaffi e pugni con inseguimenti circolari a due a due come i bambini che sgommano sotto il sole di un cortile. Uno dopo l’altro entrano, si sorridono e si parlano.

E poi basta: cominciamo? Forza smettetela di parlare. Mettetevi in cerchio, levatevi le scarpe. Voi due la smettete? Dai! Non toccate le sedie, lasciatele stare. Ragazzi forza non perdiamo tempo.

 Marco vorrebbe dare una regola ma la voce si perde sotto le battute nelle lingue d’Italia e del nord d’Africa.

Forza non fate i bambini, cominciamo col silenzio.

Non c’è ordine in uno spazio dove venti maschi si incrociano, si confondono, si spostano camminando di lato con l’andare dei burattini, a marcia indietro e a marcia avanti intorno alla catasta di sedie, nell’ inconscio moto perpetuo delle gambe che non si sanno fermare fino a quando la musica parte e poi in un colpo solo c’è un cerchio umano che si compone solenne al centro dello spazio.

Un due tre, un due tre, uno due tre e quattro. E un due tre, un due tre, uno due tre e quattro. Ancora, un due tre, un due tre, uno due tre e quattro. Ancora, un due tre, un due tre, uno due tre e quattro. Seguite me.

Marco in cerchio dà l’esempio dei movimenti di gambe e braccia “che devono andare sciolti dal peso della colonna vertebrale e dei muscoli” tesi e grossi, ingrossati dalla stasi, dal gonfiore che li ha tumefatti al di là del giorno e della notte in ore di branda che si ripetono in anni di solo telegiornale e di seghe mattutine.  Lo guardano  in silenzio.

IpiedilarghiapritelegambevogliovedervimorbidicomebamboledipezzanonridereTonySususunonperdeteilritmotuttiinsiemetuttiinsiemenonèpossibilechenonciriescirespirabeneapriipolmoniinspirateeunoduetreunduetreeunodueetreeunodueetre.

Marco parla, parla troppo e urla sopra la musica, mostra la mossa del braccio: che si deve lasciare cadere e girare e girare in moto orario e antiorario senza il comando dell’articolazione, senza la resistenza del muscolo. E Marco parla, Marco parla troppo. Loro lo guardano ma non lo ascoltano.

Poi parte la danza in ognuno di loro nel silenzio della propria testa. Marco scompare. Sciolti muscoli e articolazioni ad occhi chiusi, vanno in apnea con  i passi che vanno dove solo loro vogliono andare.

Alberto balla lento e non si ferma.

La musica è alta. La musica spacca, la musica sta coprendo  i battiti dei cuori accelerati, sudati per i movimenti inaspettati dei muscoli nella danza del corpo affaticato a cercare lo stato primitivo del suo stare sulla faccia della terra. Lo spazio sotto i loro piedi è diventato vuoto e senza barriere, lo spazio in alto è pieno di un azzurro cielo passato dai vetri, macchiato solo dallo strascico di una nuvola in ogni finestrone che scompare veloce verso un’ altra terra, dove qualche parente  li aspetta vivere o morire. Il pavimento si è allargato, è raddoppiato, Alberto si muove in un quadrato che pare contenerne altri trenta ad incastro.

Cristo è gigante a grandezza naturale, appeso e sospeso sulle loro teste fra due finestroni, vuole quasi cadere dalla croce a faccia a terra, è troppo grosso nelle braccia e nel tronco. Ha vergogna per la mancanza di carità della giustizia terrena; non ce la fa a guardarli negli occhi, sono peccatori, sono omicidi, alcuni mussulmani, sono trafficanti, sono matricidi, sono ladri, sono carcerati.

La musica sa di Bregovic. I piedi nudi non sentono il freddo del pavimento nei passi sempre più larghi,  giri di vita, di polpacci gonfi, di anche dinoccolate. Nessuno apre gli occhi, hanno il sangue che segue le note a molla: ripartono ma senza dolore, senza scatti e sudano, senza caldo, sudano  dolore, senza riscaldamento acceso, sudano disperazione di forza e si spogliano senza fermare la danza. Via maglie, via tute, via calze da piedi bucati da proiettili sparati in uno scontro a fuoco, da cicatrici rosse ancora miste a inchiostri di tatuaggi fatti a fuoco.

La musica ora è Lilies in the Valley, come in Pina di Wenders.

Sceglietevi, trovatevi, cercatevi, non sempre gli stessi,cambiate compagno, provatevi, scopritevi a coppie e toccatevi. Marco si muove a esempio ma per loro non esiste più, Marco è nuovamente sparito dalla loro mente.

Sono in coppia uno avanti e l’altro indietro a passi lenti a camminare leggeri senza il piombo delle loro colpe,  delle loro pene e con una presenza che li segue alle spalle: fanno gli angeli. Non si girano, non si guardano alle spalle, si muovono secondo la loro libertà.

Cristo ma li vedi i criminali delle leggi scritte? Cristo ci vedi? Cristo di un dio cadi e spaccati la faccia. Sono gli occhi di un uomo a parlare,  sbavando bile dall’angolo della bocca ad ogni occhiata al crocifisso.

Chi di loro fa l’angelo segue l’altro, lo accompagna e lo accudisce con la proiezione della sua ombra che si gli pianta da sola addosso.  Hanno la rassegnazione di doversi fidare di chi è al loro fianco in un posto, dove altrimenti si finisce per morire al di là del corpo e della sua carne. L’esercizio è un atto elementare: l’angelo tocca da dietro una parte del corpo di chi gli sta davanti, gli dà un impulso che l’altro – senza girarsi – recepisce come un segnale per far partire in movimento la parte di corpo toccata dal contatto dell’angelo.

 Sono il padrone della terra calpestata sotto i tuoi occhi. Cristo cosa guardi chinando il capo sul lato destro nella direzione della ferita di lancia sul tuo costato? Allah ha dato la parola al tunisino basso che sputa sudore ovunque.

Alberto non ha tolto il berretto. Alberto è il più vecchio, sessanta estati di cui quaranta passate qui dentro. Si disinteressa di dove sta andando, lambisce la catasta di sedie a centro palco ma ne è respinto morbidamente come da una forza opposta. Ha  invertito la rotta senza turbare il suo angelo: potrebbe avere l’età di un suo figlio. È un angelo che rimane a distanza di sicurezza, la faccia è squadrata e inquadrata da un filo di barba: ha un signor pizzetto, i capelli neri pettinatissimi, una polo nera con uno scudo tricolore sul petto, cammina dritto con lo sguardo fiero. Non si è spogliato l’angelo di Alberto, ha tutto addosso tranne le calze.

Le coppie si abbracciano. Forse non l’hanno mai sentita una musica sacra come questa con suoni di archi e voci soprane. Hanno le facce di un lutto fresco nel loro passo a due, ognuno si sta confessando da solo le proprie morti e se le sta piangendo nell’estenuante danza dei propri passi  che faticosi hanno gonfiato vene blu fuori dalla pelle di avambracci, colli e polpacci.

 La luce del giorno si abbassa. Sono ormai le quattro e la natura aiuta a dare gli ultimi minuti di sollievo ai carcerati, prima di tornare sottovuoto in una cella di due metri per tre.

Alberto lento cammina, scivolando ad occhi chiusi con il fiato mastino dell’angelo al suo collo.

Marco ricompare a voce bassa: uomo ed angelo riposatevi.

Ognuno affida alle mani dell’altro il massaggio del proprio corpo senza vergogna, senza finto pudore: la voglia è di contatto. In un attimo la metà dei carcerati – chiusi in questo teatro – è stesa per terra su tappeti di gomma, ciascuno a turno abbandonato nelle mani del suo compagno di coppia. Sotto l’uno e sopra l’altro, prima a cavalcioni e poi disteso a foglia morta dopo aver passato a setaccio ogni centimetro di muscoli di quello che gli sta sotto, dopo aver impastato a due mani le membra di quello che sta sotto, dopo aver premuto nocche su schiene, gomiti su polpacci di quello che gli sta sotto, dopo aver steso e tirato braccia, dopo aver battuto palmi aperti per rilassare la massa rovente dei muscoli di quello che sta sotto. È  l’atto dell’abbandono di un corpo sull’altro fino a che poi le parti si invertono e chi ha sentito rilassarsi le ossa dal malleolo a quelle del cranio deve restituire l’attenzione, deve restituire il massaggio al proprio compagno. È una fatica rossa per l’angelo massaggiatore dare sollievo, rallentare il respiro di quello che gli sta sotto come quello di un bambino che perde la coscienza nella sua stanchezza.

Alberto ha la pancia schiacciata per terra, il suo angelo si chiama Riccardo. Si poggia di lato inginocchiato e si china piano e gli sfiora appena a mani aperte la schiena, poi riparte  dai piedi lentamente e salendo lungo le gambe aderenti al tappeto. Sul trapezio allarga le mani fino alla base del collo: se vuoi uccidermi fallo adesso, stringi forte le mani ed io resto fermo. Dice Alberto. Riccardo resta fermo. È un angelo vendicatore, un uomo della Folgore,  condannato omicida in primo grado per aver ucciso a calci un naziskin, ovviamente per errore.  Alberto è la schiuma sporca della società, dei figli degli anni 50 da sfiorare ma non toccare poggiando la propria testa sulla schiena in vigile attesa. Riccardo è teso. I minuti non passano per Riccardo, è troppo il tempo dell’abbandono del proprio capo sulla schiena di un rapinatore di merda, che da decenni  non riesce neanche a morire in un carcere. Ogni tempo è fatto per finire, ora Riccardo è a pancia a terra ed Alberto sopra. Alberto gli stringe cute e sottocute nelle rughe di ogni suo palmo, a manate per stritolare i pezzetti sfatti delle ossa dei tanti che gli sono rimasti sottopelle, assorbiti ad ogni rituale sacrificio di un colpevole giustiziato sotto le mani del probo militare della Repubblica Italiana. Dopo qualche minuto Riccardo ha, quasi, perso la coscienza del mondo, il suo occhio è retroverso nel buio della sua vita da libero.

Alberto si ferma. Alberto spalanca le mani premute pesanti sul cranio di Riccardo rammollito dal calore che Alberto si porta dentro verso chi è più giovane. Riccardo ora dorme. Alberto si adagia lungo sulla schiena appena sotto l’incavo della scapola di Riccardo da cui spunta l’ala e aspetta che la musica  lentamente si interrompa e che il suo angelo si svegli.

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(c) Milena Prisco

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Nota al testo: il racconto è stato ispirato dal Laboratorio Teatrale condotto da Voci Erranti di Grazia Isoardi presso il Carcere di Saluzzo (CN  – qualche notizia Qui

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Nota biografica:

Milena Prisco scrive poesie, racconti e collabora con le riviste Life Club e Il Reportage come giornalista. Nel biennio 1999/2000 alcuni suoi lavori sono stati pubblicati nelle antologie dei premi letterari Fonòpoli (Editrice Montedit), promosso dall’omonima associazione culturale, e Poesie di Fine Millennio dalla rivista Orizzonti. Nel 2010 sue poesie sono state pubblicate nelle antologie Democratika e Tutti Tranne Te (Editore Limina Mentis). Il racconto Marco Cavallo è Vivo è stato pubblico dalle riviste letterarie Microcenturie (www.microcenturie.it) e SUD che è diventato una performance live. Collabora dal 2011 con le riviste letterarie Torno Giovedì (www.tornogiovedi.it) ed UNONOVE (www.unonove.org). Il racconto Tutto in un calcio (minuto per minuto) è stato pubblicato da Nazione Indiana nell’aprile 2011. Nel 2011 il racconto Vendesi Barzellette è stato pubblicato nella antologia I migliori racconti di UNONOVE , Epika Edizioni.

Marco Aragno: Joia

immagine google

Analisi mondane di uno studente fuori corso

 

 “Dio promette la vita eterna” disse Eldritch. “Io posso fare di meglio; posso metterla in commercio”

(P. Dick)

Negli anni universitari, con maggiore frequenza nel periodo che va dal 2007 al 2010, ho trascorso la maggioranza dei miei weekend nelle discoteche. Per assecondare le mie attitudini artistiche avrei preferito bazzicare musei e teatri. Tuttavia, in mancanza di alternative, e spinto dall’urgenza di allentare i freni inibitori con l’altro sesso, mi decisi ad investire tempo e danaro nei locali della movida partenopea.

Dei giorni di cui si componeva il weekend il sabato era quello che trascorrevo a casa. Il venerdì era invece destinato a iniziative di basso profilo, come puntatine ai baretti di Piazza San Pasquale o bevute di gruppo nelle birrerie di Piazza del Gesù. Alcuni studenti universitari usavano anticipare l’arrivo del weekend al giovedì, organizzando apposite serate riservate ai colleghi di facoltà. Ma nonostante le parentesi infrasettimanali la domenica si candidava a diventare il momento clou del weekend.  Di regola, a destinare l’ultimo giorno della settimana a finalità ricreative erano per lo più studenti, non potendo i lavoratori dipendenti, fossero essi pubblici o privati, permettersi nottate insonni e alzate di gomito senza che ciò compromettesse le prestazioni lavorative del lunedì. Questa situazione concedeva agli studenti il vantaggio di ritagliarsi un momento di svago del tutto “esclusivo”, giacché, rispetto alle serate del sabato, frequentate da individui di bassa estrazione sociale e da soggetti con spiccata attitudine alla rissa, gli eventi domenicali offrivano un target più elevato.

Venendo a me, la domenica era scandita secondo un programma fisso. Dopo i rituali di vestizione nella mia stanza, scendevo di casa per ritrovarmi col resto della comitiva presso un bar dei dintorni. Quindi sorseggiavo un aperitivo e facevo un po’ di conversazione con gli altri per rinsaldare lo spirito di gruppo. Dopodiché si scatenava il toto-sondaggio su quale dei locali della zona presentasse le migliori credenziali per diventare meta della serata. Ad orientare la decisione era la disponibilità del portafoglio e la presenza di un “pr” che offrisse maggiori garanzie di ingresso. Di solito però, dopo eventuali telefonate di ricognizione, la scelta ricadeva quasi sempre sul “Joia”.

Il santuario della movida napoletana, il cui culto era alimentato da foto, link e altre mitologie internettiane, sorgeva sulla strada provinciale che collega Giugliano a Sant’Antimo, facilmente raggiungibile dal capoluogo mediante l’asse di supporto (meglio noto, nella vulgata automobilistica, come Asse Mediano). Le serate al Joia erano di solito annunciate sulla home page di facebook da stati del tipo “serata joiosa”, “joia di vivere”, “toda joia”, e altre frasi che potessero implicare, anche indirettamente, il nome del locale. L’orgoglio con cui taluni pubblicizzavano la propria partecipazione all’evento, o certificavano la propria presenza mediante tag o foto caricate in istantanea sulla rete, è sufficiente a farvi capire quanto il “Joia” costituisse un’imperdibile occasione di gratificazione sociale.

Ad ogni modo anche chi non avesse letto facebook era in grado di percepire la frenesia della serata poco prima del suo inizio. Quando mi avvicinavo all’ingresso, venivo accolto da capannelli di ragazzi ingiacchettati e bellissime ragazze scosciate, che si aprivano in due ali di folla per consentire il transito degli autoveicoli. Ma motivo di ingorghi e rallentamenti, oltre all’estasi di quella visione, era quasi sempre il rebus del parcheggio, poiché quello interno era riservato al personale e ai macchinoni di lusso come Porsche Cayenne, Ferrari o Audi A5. Così, dopo vane contrattazioni con i piantoni fermi fuori al cancello, chi disponeva di un’utilitaria di produzione sud-orientale come la mia era condannato a peregrinare lungo la strada alla ricerca di un posto. Questa discriminazione a danno di alcune auto era motivata dalla volontà dei gestori del “Joia” di difendere il locale da tutto ciò che potesse minacciarne l’immagine chic. La noia maggiore, ad ogni modo, non era tanto quella di lasciare la propria auto incustodita sopra un marciapiede, quanto quella di scontrarsi con un consorzio di parcheggiatori abusivi che di notte si appropriava di spazi pubblici cedendone la disponibilità solo in cambio di una tangente. Ero così obbligato a versare nelle casse del consorzio un contributo ‘’a piacere’’ di non meno di tre euro. E, se provavo ad eludere il pagamento del balzello, o a versare meno di quanto richiesto, le rimostranze dell’esattore potevano diventare particolarmente fastidiose, fino a degenerare in ritorsioni e minacce.

Dopo lo scontro con i parcheggiatori, giungeva finalmente il momento della verità. Dentro o fuori? La tensione che si respirava nella fila era altissima. La maggior parte dei ragazzi si fingeva disinvolta. Tutti sapevano che un cenno di nervosismo, un gesto inconsulto, un tono di voce troppo alto avrebbero potuto significare la peggiore delle umiliazioni: l’esclusione dal locale. A volte l’esclusione non dipendeva dalla condotta mostrata in quegli istanti, bensì da fattori incalcolabili, come un giudizio negativo sull’abbigliamento, un andamento poco opportuno, la presenza di una ragazza dall’aspetto sgradevole. L’accesso al locale era subordinato alla decisione dei selezionatori, che come giudici kafkiani decidevano le sorti della serata sillabando poche parole. Se non era “prego”, sarebbero state: “da questa parte”. Per chi osava contestare la sentenza scattavano procedure di allontanamento coatto eseguite da altissimi body guard. Viceversa, chi superava la selezione, scioglieva l’ansia nell’ebbrezza narcisistica di calpestare il red carpet che conduceva alle porte di ingresso.

Volenti o nolenti, dunque, a un numero cospicuo di ventenni veniva negato l’accesso all’evento. Gli esclusi dal Joia, condannati all’invisibilità, rappresentavano i nuovi vinti debordiani. L’unica possibilità di riammissione era affidata a disperate telefonate al proprio “pr”, che svolgeva la funzione di intermediario fra il regno dell’umano e le autorità del locale. Ma quasi sempre il “pr” non godeva di molto credito, e difficilmente sarebbe riuscito ad ottenere concessioni da parte del selector che avesse decretato l’espulsione di un invitato della sua lista.

Trattamento differenziato spettava invece a chi avesse avuto la disponibilità economica per prenotare un tavolo. Non avrebbe incontrato noie all’ingresso e avrebbe avuto il privilegio di fare una fila meno selettiva. In più, ad accoglierlo all’interno, ci sarebbero state delle accompagnatrici dai tubini striminziti, che spuntavano all’orizzonte ancheggiando su altissimi tacchi a spillo. La bellezza fuori dall’ordinario, simbolo di un desiderio inaccessibile, era una prerogativa di buona parte delle frequentatrici del Joia, non solo delle stangone addette ai tavoli. Quando entravo, avevo l’impressione che gli esemplari più belli del jet-set locale, per lo più studentesse, fotomodelle o semplici mantenute, si fossero date appuntamento ogni domenica per riprodurre un festino di Palazzo Grazioli. Sfilate di moda e set televisivi, con molta probabilità, avevano ispirato il loro portamento, giacché ogni gesto, dal modo di aprire la borsetta Louis Vuitton a quello di sorridere, era meditato, prima di essere offerto all’obiettivo di una telecamera tanto inesistente quanto necessaria.

Anche i ragazzi curavano con severità la propria immagine. Durante la serata mi aggiravo fra faccioni lampadati, sopracciglia sottilissime, capelli lunghi e laccati, pettorali glabri esplosi da camice slim-fit. Comprendevo in quei momenti a cosa avesse portato la liberalizzazione dei costumi sessuali dal ’68 in poi. Dopo cinquant’anni di cerette e saloni di bellezza, eravamo diventati tutti femmine.

Decisamente più definita, rispetto ai generi sessuali, era la planimetria del locale. La pista da ballo era posizionata sulla sinistra, sotto la postazione del deejay; quattro pedane erano invece destinate ai tavoli, di cui tre si sviluppavano lateralmente ed una al centro. Quest’ultima, la più prestigiosa, a differenza di quanto possiate immaginare, non era sopraelevata. Era invece scavata in un semicerchio a mo’ di anfiteatro greco-romano, tale da garantire agli occupanti una posizione “scenografica”, decisamente migliore di quella che avrebbe potuto offrire una pedana rialzata. Poiché la maggiore visibilità aveva un costo, l’unico criterio di accesso era economico. L’area di prestigio era riservata ai soli clienti che fossero disposti a sborsare un supplemento rispetto ai prezzi praticati per gli altri tavoli: per esempio 200 euro, anziché 150, per una bottiglia di vodka Absolute; oppure 500, anziché 400, per una bottiglia di vodka Belvedere da un litro e mezzo. I più sfacciati, per lo più giovani camorristi imborghesiti, parvenus arricchitisi col mattone, o calciatori del Napoli in libera uscita, sfidavano il sentimento di pubblica decenza sborsando 400 euro per meno di un litro di champagne Krug. Tutti prodotti che in un supermercato avreste pagato dai 50 ai 150 euro, ma che, per un inspiegabile fenomeno inflazionistico, subivano, al Joia come in altri club, un rincaro del 200 %.

Altro dettaglio non trascurabile è che le bottiglie non sempre venivano consumate. Alle volte erano acquistate con l’unico scopo di fornire una dimostrazione di potere economico. Visti i prezzi, infatti, il loro acquisto si tramutava in un surplus di prestigio. Ciò innescava un’autentica competizione fra i tavoli, da cui usciva vincitore chi fosse disposto a versare finissimo champagne sulla moquette del locale senza gridare allo spreco.

Molto pittoresche erano le modalità di trasporto. Le bottiglie erano porte su un vassoio incoronato da un  kit di bengala. Alla vodka si accompagnavano massicce scorte di analcolici, come Red Bull o Lemon Soda, destinate alla preparazione dei drink. In altri locali come il Follja, i bottiglioni più costosi, come Clicquot o Belvedere, venivano trasportati su vassoi dalle forme bizzarre, per esempio gabbie tempestate di luci o campane di vetro, ed esposte, a mo’ di biblico vitello d’oro, dal cameriere incaricato del trasporto. In questo modo i ragazzi sparpagliati in pista potevano immortalare con i videofonini il trionfo dello spreco. Se poi i clienti che usufruivano del servizio erano anche di bell’aspetto, non c’era niente che potesse ostacolare la loro ascesa ai vertici di quel microcosmo sociale. Bellezza e ricchezza erano i valori assoluti su cui si reggeva l’ethos del “Joia”. Una volta abolita ogni forma di comunicazione verbale, tutto ciò che conta era l’immagine.

Sulla base di queste premesse, non faticherete ad immaginare i tentativi di approccio con l’altro sesso in cui si producevano i ragazzi più brutti. Nonostante gli accorgimenti di tipo estetico, come un naso rifatto o un vestito particolarmente costoso, gli sventurati a cui fosse toccato in sorte un aspetto sgradevole erano condannati a subire rifiuti stizziti e risatine di scherno da parte di ragazze insensibili a qualsiasi tipo di complimento. L’unica speranza di riscatto sociale era ostentare ricchezza, nonché circondarsi di compagni avvenenti che facilitassero l’approccio con le ragazze. Ma i sentimenti di amicizia, in quelle circostanze, potevano essere messi da parte. Anche gli amici più comprensivi, infatti, non si facevano scrupolo di isolare lo sventurato compagno pur di soddisfare il proprio istinto predatorio. A quel punto, i più brutti non avevano alternative se non masturbarsi nei bagni del retro, oppure, nel dopo serata, ottenere una prestazione sessuale a pagamento da una prostituta di colore di Castelvolturno.

Difficoltà di approccio potevano però ostacolare anche le iniziative dei maschi più piacenti. D’altronde, nel “mercato aperto” generato dalla liberalizzazione sessuale, disporre di una vagina equivale a possedere una posizione di privilegio. Significa non partecipare alle spese della serata; farsi offrire da bere; selezionare il maschio più avvenente. In un regime femminocentrico come questo, dove il potere di scelta delle ragazze è assoluto, il belloccio del “Joia” era disposto ad accontentarsi, extrema ratio, anche di una cozza pur di non andare in bianco. Mentre, di contro, il disagio per tipi come me, che non brillavano in bellezza né in ricchezza, poteva diventare insostenibile. Non a caso il “Joia” è il locale in cui ho rimorchiato di meno e speso di più. La mia utilità marginale, si potrebbe dire, è stata prossima allo zero.

La fase conclusiva della serata non offriva momenti significativi, se non il fastidio di ritornare a casa piuttosto alticci. Infatti l’alcool assunto in quelle ore era troppo per essere smaltito in fretta. Perciò, in preda alla cosiddetta “fame chimica”, i giovani clienti del “Joia” erano soliti rimpinzarsi con cornetti caldi e pizzette al forno per recuperare un po’ di lucidità. Non di rado, per riprendersi completamente dallo stato di intontimento, si procuravano una dose di cocaina in una delle piazze di spaccio situate in periferia. Le “botte” venivano poi consumate in gruppo all’interno dell’auto, o, in circostanze migliori, in un appartamento.

Tuttavia, nonostante le possibili varianti di cui poteva arricchirsi il dopo serata, l’impressione era che, uscendo dal Joia, non si ritornasse alla vera vita, ma che fosse la vera vita ad essersi interrotta. Non a caso, sui profili di facebook, non comparivano foto diverse da quelle che ritraevano i ragazzi all’interno dei locali. Come se le esperienze destinate ad arricchire la loro memoria virtuale si limitassero alle ore trascorse sotto l’effetto dell’alcool. A ulteriore conferma di questa lettura, nel corso della settimana, oggetto di dibattito diventavano i momenti più salienti della serata, come gli aneddoti sulle ragazze o i pettegolezzi sull’abbigliamento esibito. Dopodiché, a ridosso del weekend, cominciava nuovamente la mobilitazione per l’evento successivo. Ciò costringeva i ragazzi ad approntare piccole forme di risparmio per far fronte alla nuova serata. Infatti, siccome l’esborso medio per ciascuno di loro era di circa 50/60 euro a sera, il giovane, se non era di famiglia benestante, avrebbe dovuto rinunciare a molti altri svaghi pur di non essere escluso da un altro evento “joioso”. Nei casi estremi, come è stato accertato dalla magistratura, arrivava financo a rubare.

Tutto ciò sembra molto triste. Ma questa, ad ogni modo, è solo la mia esperienza.

 

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(c) Marco Aragno

Gli anni meravigliosi – 12 – Ursula Krechel

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

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La dodicesima puntata della rubrica presenta un testo poetico che Ursula Krechel – vincitrice nel 2012 del Deutscher Buchpreis, il Premio del Libro Tedesco,  per il suo romanzo Landgericht –  inserì nella raccolta Nach Mainz! (1977).

 

Zum Anschauen

Seht die Frau in der Kneipe.
Schaut euch weniger auffällig um
die da mit der Blumenbluse
eine gepreßte Locke schwebt hoch über ihr
einsam und sehr blond.
Ihre Fersen streicheln das Stuhlbein
hier auf den Tisch legt sie ihre Brüste
wartet, bis die Zeit im Aschenbecher stockt.

Seht, wie sie zur Tür blickt
wenn einer eintritt.
Ihre Hände versacken im Schoß.
Er kommt nicht mehr, der alte Liebgehabte.
Einen neuen angetrunkenen, der auch wartet
wie sie auf Wärme unter der Haut
auf das Ende der Seufzer im kalten Bett
einen neuen will sie nicht mehr.

Seht die Frau in der Kneipe
Seht uns, ihre kräftigen Töchter.
Wie wir uns gleichen manchmal
so unwegsam weiblich.
Wir lernen von ihr für uns
Schaffen Leiden ab, das heimliche, stille
Das ihr nicht sehen wollt
Schaffen es einfach ab. Seht.

Ursula Krechel

(da: Nach Mainz! Gedichte, Luchterhand 1977, p. 47)

Da vedere

Vedete la donna nel bar.
Guardatevi intorno dando meno nell’occhio
quella lì con la camicetta a fiori
un ricciolo schiacciato fluttua alto sopra di lei
solitario e biondissimo.
I suoi calcagni carezzano la gamba della sedia
qui sul tavolo poggia i seni
aspetta, finché il tempo non languisce nel posacenere.

Vedete come volge lo sguardo alla porta
quando entra uno.
Le sue mani affondano nel grembo.
Lui non viene più, il vecchio amato.
Uno nuovo alticcio, che aspetta anche lui
come lei il calore sotto la pelle
la fine dei sospiri nel letto freddo
Uno nuovo non lo vuole più.

Vedete la donna nel bar
Vedete noi, le sue figlie robuste.
Come talvolta ci assomigliamo
così malagevolmente femminili.
Da lei impariamo per noi
aboliamo il dolore, quello segreto, silenzioso
che voi non volete vedere
semplicemente lo aboliamo. Vedete.

Ursula Krechel

(traduzione di Anna Maria Curci)

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Nata a Treviri il 4 dicembre del 1947, Ursula Krechel ha studiato germanistica, storia del teatro e dello spettacolo, storia dell’arte. Dal 1969 ha svolto a Dortmund, per il teatro civico, attività di direttore artistico, coordinando progetti teatrali con giovani reclusi. Dal 1972 si è trasferita a Francoforte sul Meno; attualmente risiede a Berlino. Diversi titoli testimoniano la sua intensa produzione lirica, che per anni si è affiancata a quella teatrale (la pièce Erika, del 1974, la rese nota come esponente significativa del movimento femminile): Nach Mainz! (“A Magonza!”, 1977), Verwundbar wie in den besten Zeiten (“Vulnerabile come ai tempi migliori”, 1979), Vom Feuer lernen (“Imparare dal fuoco”, 1985), Kakaoblau (“Azzurro cacao”, 1989), Stimmen aus dem harten Kern (“Voci dal nocciolo duro”, 2005). Nel 2012 è entrata a far parte della Deutsche Akademie für Sprache und Dichtung, l’Accademia Tedesca per la Lingua e la Letteratura. Nello stesso anno è stata insignita del Deutscher Buchpreis, Premio del Libro Tedesco, per il suo romanzo Landgericht.

Luce prigioniera

Fine pena mai

Non c’è lieto fine
nella malta che
si sgretola sotto colpi di
luce.
Noi abbiamo seguito
a tentoni
la processione di porte
lasciando brandelli
di pugni
sulla pelle dei muri

              …Bella mia
Ti scrivo da un luogo
che non esiste più
non è un’amnistia di ricordi
solo un rancore dissolto
che si libera
nella sospensione di polvere.

Iacopo Ninni

Sar6Nel 1883, l’antico monastero delle Murate di Firenze, che vide tra le sue “ospiti” Caterina de Medici, poi regina di Francia, è stato trasformato in carcere, diventato poi durante il ventennio e fino alla liberazione di Firenze, luogo di raccolta e interrogatori di prigionieri politici e partigiani.

Un luogo chiuso, segretato alla città, da sempre destinato alla detenzione, il cui nome stesso “Murate” non può concedere altra chance.

Nel 1985, in seguito alla costruzione del nuovo carcere di Sollicciano, il complesso delle Murate che copre un’area di circa 2700 mq tra Via Ghibellina e via dell’Agnolo, venne abbandonato. Solo nel 2001 sono iniziati gli interventi di restauro che lo hanno trasformato in un’area residenziale e commerciale.

Prima dell’inizio dei lavori, 12 fotografi fiorentini furono invitati a documentare ciò che era rimasto della struttura. Le opere furono presentate in una mostra curata da Mauro Magrini dal titolo Luce prigioniera, a cui si aggiunse un gruppo di poeti per commentare le fotografie.

10 anni dopo, il Caffè letterario delle Murate, Mauro Magrini e Elisa Biagini, che ha curato gli interventi poetici, hanno riproposto Luce prigioniera.

Ritratti di poesia – Roma 01 febbraio 2013

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COMUNICATO STAMPA

Roma, 10 gennaio 2013

Ritratti di Poesia

 

A Roma, il 1 febbraio 2013, presso il Tempio di Adriano, in Piazza di Pietra, la VII edizione di «Ritratti di Poesia».

Intervengono, tra gli altri, il premio Pulitzer C.K. Williams e il rapper Frankie Hi-NRG.

In chiusura, la voce di Fiorella Mannoia

Si svolgerà a Roma venerdì 1 febbraio, presso il Tempio di Adriano, in Piazza di Pietra, la settima edizione di «Ritratti di Poesia», la principale manifestazione italiana dedicata alla forma d’arte poetica e divenuta negli anni un importante osservatorio sulla poesia contemporanea. Quest’anno, tra i protagonisti, il premio Pulitzer C.K. Williams, il rapper Frankie Hi-NRG e Fiorella Mannoia.

La rassegna, promossa dalla Fondazione Roma ed organizzata dalla Fondazione Roma-Arte-Musei con InventaEventi, è curata da Vincenzo Mascolo. La manifestazione, aperta gratuitamente al pubblico, si snoderà nell’arco dell’intera giornata e sarà focalizzata sulla sonorità del verso e della parola poetica.

Dopo l’incontro introduttivo A che serve la poesia? rivolto agli insegnanti e agli studenti liceali, la rassegna sarà inaugurata dal Presidente della Fondazione Roma, Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele, ideatore dell’iniziativa, che dichiara: «La manifestazione ‘Ritratti di Poesia’ rappresenta l’impegno della Fondazione Roma per dare voce ad una forma letteraria poco divulgata, ma in realtà prima forma d’arte, nella tradizione dell’antichità. La poesia è parte integrante dell’attività della Fondazione nel settore dell’arte e della cultura, che si dipana attraverso le arti visive, con le esposizioni del Museo Fondazione Roma di Palazzo Sciarra e Palazzo Cipolla; la musica, con l’Orchestra Sinfonica di Roma; il teatro, con l’Accademia di Arte Drammatica del ‘Teatro Quirino’ e le molteplici iniziative rivolte ai bambini e alle persone che vivono forme diverse di disagio sociale». Il Presidente Emanuele consegnerà il Premio Fondazione Roma-Ritratti di Poesia, un’onorificenza alla carriera di un poeta italiano che abbia contribuito all’affermazione della cultura nazionale al di là dei confini del nostro Paese. Quest’anno il premio è stato assegnato a Giovanna Bemporad, autrice degli Esercizi, esempio di poesia pura e opera che ha accompagnato tutta la sua vita, così come i numerosi classici da lei mirabilmente tradotti, dall’Eneide all’Odissea, fino al Cantico dei Cantici. La poetessa è scomparsa lo scorso 6 gennaio, per cui il conferimento dell’onorificenza avverrà ad memoriam. A ritirarla saranno il nipote Pier Paolo Pascali e Maria Pia Diamanti, che l’artista considerava il proprio “angelo custode”.

Seguirà una serie di conversazioni, curate da Vincenzo Mascolo, dal giornalista e critico letterario Stas’ Gawronski e dal giornalista e poeta Ennio Cavalli, con alcuni protagonisti del panorama poetico italiano. Tra i nomi più noti, Franco Buffoni, Vivian Lamarque, Antonio Riccardi e Valentino Zeichen; Ida Travi e Flavio Ermini, esponenti di un’importante corrente artistica che ha il suo centro nella rivista letteraria e filosofica Anterem di Verona; Tomaso Binga, una delle voci più rappresentative della sperimentazione poetica; Nino De Vita, finalista al premio Viareggio, autore che scrive in lingua dialettale siciliana; Umberto Piersanti, vincitore di prestigiosi riconoscimenti, tra cui il Premio Giovanni Pascoli, il Premio Mario Luzi e il Premio Alfonso Gatto.

Un momento particolarmente originale sarà costituito dalla “sinfonietta poetica”, una selezione di giovani autori, che hanno già pubblicato con case editrici note e affermate riviste, e che presenteranno la loro poesia in maniera nuova, attraverso un “concerto di voci” in grado di esaltare ritmi e suoni.

Un grande spazio verrà riservato alla poesia internazionale, con autori quali C.K. Williams, membro dell’American Academy of Arts and Letters, uno dei poeti statunitensi più apprezzati, vincitore del premio Pulitzer (2000), del National Book Award e del National Book Critics Circle; il tedesco Michael Krüger, pubblicato nella collana «Lo Specchio» di Mondadori; la spagnola Olvido García Valdés, vincitrice del Premio Nacional de Poesia; il siriano Faek Hwajeh, cantore della libertà, voce di una patria dilaniata dalla guerra civile. Accanto a loro, alcuni poeti stranieri che vivono in Italia: l’albanese Gezim Hajdari, la francese Jacqueline Risset, che ha tradotto nella propria lingua madre la Divina Commedia, Moira Egan, docente alla John Cabot University di Roma e traduttrice di molti poeti statunitensi importanti, tra cui lo stesso C.K. Williams, e la russa Natalia Stepanova, curatrice della rubrica «La Russia in versi».

La giornata, che prevede anche l’incontro con il rapper Frankie HI-NRG MC sul tema «La forza della parola» e l’appuntamento In altra forma, in cui Caterina Davinio, Daniela Perego e Carmine Sorrentino presenteranno i loro lavori di video poesia – unione di immagine e parola –, sarà chiusa dal confronto tra i versi e la musica. Dopo i concerti delle precedenti edizioni, in cui si sono esibiti nomi noti quali Vecchioni, Dalla e De Gregori, quest’anno a calcare il palcoscenico sarà Fiorella Mannoia, interprete dei più noti cantautori italiani e stranieri, all’interno di un recital che vedrà la partecipazione dello stesso Frankie Hi-NRG MC. Il concerto sarà preceduto da una conversazione-intervista con la cantante, condotta dalla giornalista RAI Federica Gentile.

Parteciperanno alla giornata le case editrici Edizioni l’Obliquo, Edizioni Pulcinoelefante e le riviste Capoverso e Semicerchio. La rassegna sarà trasmessa in diretta in videostreaming su Rai Letteratura (www.letteratura.rai.it).

La manifestazione «Ritratti di Poesia» sarà aperta al pubblico dalle ore 9.30 con ingresso libero fino a esaurimento dei posti. Per il concerto, anch’esso gratuito, sarà obbligatoria la prenotazione all’esterno della Struttura, a partire dalle ore 18.45.

Ufficio Stampa

Fondazione Roma

Paola Martellini             T. 06 697645111 pmartellini@fondazioneroma.it

Davide Vannucci          T. 06 697645109 dvannucci@fondazioneroma.it

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Solo 1500 n. 81: Il temperamatite professionale

Negli USA è, da qualche mese, uscito questo libro “How to sharpen pencils”, un manuale sull’arte dell’affilatura delle matite, molto serio e molto divertente (stando a quanto dice Stefano Salis su “Collezione” del Il Sole 24 ore del 13 gennaio scorso). Il libro l’ha scritto David Rees, uno dei maggiori Cartoonist americani (New Yorker) e blogger per l’Huffington Post. Il nostro David un bel giorno decide di mollare tutto per fare un altro mestiere: l’affilatore di matite. Tu gli mandi la tua matita più quindici dollari e lui te la affila in maniera perfetta. Un lavoro artigianale e scientifico. La matita ti sarà restituita con tanto di certificato e di “resti”. Una figata pazzesca, soprattutto perché funziona. Difficile immaginare che potesse esistere un così ricco mercato di matitofili votati alla perfezione puntistica. L’uomo totalmente privo di manualità quale sono io si è soffermato sull’aspetto: “Mollo tutto”. Cioè, cosa potrei mai mollare? Il mio lavoro da impiegato? Forse. Il punto è che io non sarei in grado di affilare una matita manco se avessi un robot, inviato dalla Nasa, che lo faccia per me, figuriamoci da solo. Mi conforta, però, un aspetto non meno importante: qualora ne fossi capace potrei svolgere questa attività contemporaneamente a quella di poeta, che è reddito esente, come è noto. Se andasse male potrei almeno affilare (in maniera irregolare) le matite con cui riempio i taccuini.

Gianni Montieri

Giovanni Raboni (buon compleanno)

giovanni raboni da giovanniraboni.it

Buon compleanno Giovanni

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COMPLEANNO

Nella città vuota, assolata, proiezione
dell’alba. L’orlo della luce
che si flette, degrada. Per
metà a mollo nell’ombra. Dalle gronde
viene un fischio acutissimo, leggero, come
se in un altro quartiere, oltre l’astruso
cerchio del Vigorelli, nel rombo
dell’aria condizionata
nascesse ancora tuo figlio.

ABBASTANZA POSTO

Passa il tempo, ci sentiamo
più grandiosi ogni giorno: però
siamo sempre la gente che tira su il sopracciglio
o si gratta la punta del naso, continuiamo
a pensare che tipi così (quello
che striscia e non ha palbebre quello che fa
l’amore con le forchette e con la corda) siano,
rispetto a noi, qualcuno – a non capire
che c’è abbastanza posto per ciascuno di loro
in ciascuno di noi.

Da “le case della Vetra”  (1955 – 1965) in Tutte le poesie – Garzanti

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So la strada e la neve, so in che casa
abitata da sempre troveranno
un riparo luminoso nell’anno
del gran freddo le miti ossa, l’invasa

d’oscura dolcezza anima. Si fanno
scorte, di schegge per la stufa è rasa
la cantina, di sopra si travasa
farina gialla e riso. Senza affanno

si cerca sulle onde corte la voce
antidiluviana che rassicura
gracchiando, sì, è finita la paura,

interrotta causa neve l’atroce
partita, l’interminabile, stanca
corsa del tempo. Più nessuno manca.

(da Ogni terzo pensiero)

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La vita, una sola… semplicemente
la stessa… per milioni, per miliardi
di secondi, accumulando ritardi
pazzeschi, facendo finta di niente

come se in fin dei conti si trattasse
d’una specie di prova, tutt’al più
una filata coi costumi e giù
nel buio, a piangere o a farsi grasse

risate, non ci fosse che qualcuno
che ci conosce bene, non importa
se vivo oppure no, che ci sopporta
per quel che siamo, che prevede uno

per uno i nostri sbagli e li perdona
da prima, da sempre, che ci perdona…

(Da Quare tristis)

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Mai davvero felice e mai del tutto
infelice – oh, l’ho capito; e mi regolo.
Ma pensare la gioia, almeno quello:
pensarla! e qualche volta , senza farsi
troppe idee, senza montarsi la testa,
annusarla, sfiorarla con le dita
come se fosse (non lo è?) l’avanzo
della vita d’un santo, una reliquia…

 

***

O forse la felicità
è solo degli altri, d’un altro tempo,
d’un’altra vita e a noi non è possibile
che recitarla come viene viene,
a soggetto, ostinandoci a inseguire
la parte di noi stessi
in un vecchio, bizzarro canovaccio
senza capo né coda…

***

Ricordo troppe cose dell’Italia.
Ricordo Pasolini
quando parlava di quant’era bella
ai tempi del fascismo.
Cercavo di capirlo, e qualche volta
(impazzava, ricordo,
il devastante ballo del miracolo)
mi è sembrato persino di riuscirci.
In fondo, io che ero più giovane
d’una decina d’anni,
avrei provato qualcosa di simile
tornando dopo anni
sui devastati luoghi del delitto
per la Spagna del ’51, forse
per la Russia di Breznev…
Ma ricordo anche lo sgomento,
l’amarezza, il disgusto
nella voce di Paolo Volponi
appena si seppero i risultati
delle elezioni del ’94.
Era molto malato,
sapeva di averne ancora per poco
e di lì a poco, infatti, se n’è andato.
Di Paolo sono stato molto amico,
di Pasolini molto meno,
ma il punto non è questo. Il punto
è che è tanto più facile
immaginare d’essere felici
all’ombra d’un potere ripugnante
che pensare di doverci morire.

***

E per tutto il resto, per quello
che in tutto questo tempo
ho sprecato o frainteso, per l’amore
preso e non dato, avuto e non ridato
nella mia ingloriosa carriera
di marito, di padre e di fratello
ci sarà giustizia, là, un altro appello?
Niente più primavera,
mi viene da pensare, se allo sperpero
non ci fosse rimedio, se morire
fosse dolce soltanto per chi muore.

***

Si farà una gran fatica, qualcuno
direbbe che si muore – ma a quel punto
ogni cosa che poteva succedere
sarà successa e noi
davanti agli occhi non avremo
che la calma distesa del passato
da ripassare senza fretta
fermando ogni tanto l’immagine
tornando un po’ indietro, ogni tanto,
per capire meglio qualcosa,
per assaporare un volto, un vestito…
Sì, tutto in bianco e nero, se Dio vuole.
E tutto, anche le foglie che crescono,
anche i figli che nascono,
tutto, finalmente, senza futuro.

Da Barlumi di storia – Mondadori 2002

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Giovanni Raboni – poeta – 22/01/1932 – 16/09/2004

La Morte: per tutti e non per molti

La Morte (2012)

La Morte (2012)

In un mondo in cui si racconta sempre e solo di vita (a volte sprecata, a volte vissuta), perché non dare spazio alla morte, a quello che nessuno mai si sogna di cantare, al mistero di quello che sarà? Uocki Toki (al secolo Riccardo Gamondi) deve aver pensato proprio questo quando ha chiesto a Giovanni Succi (dei Bachi da Pietra) di selezionare alcuni brani letterari che trattassero l’argomento. Il progetto, uscito il 2 novembre, del tema ha preso anche il nome: La Morte.

Dopo aver prestato la propria voce per le novantacinque poesie de “Il conte di Kevenhüller”, opera complessa e affascinante di Giorgio Caproni (questo è il blog relativo e qui si possono ascoltare le tracce), Succi fa il bis e presta la propria voce per altri brani letterari.

La Morte

La morte, quindi, raccontata da diversi punti di vista nella storia della letteratura, con la voce di Succi che recita incalzata dai campionamenti di Gamondi.

Una delle particolarità dell’opera è costituita dalla veste grafica dei trecento vinili, realizzati con serigrafie in cenere. Le dieci diverse copertine hanno incisioni a secco di Veronica Azzinari mentre i testi  contenuti sono stati tutti scritti a mano da Giovanni Succi. Un tornare all’antico mestiere degli amanuensi, anche questo morto nel tempo.

Vinile

Il disco inizia con la peste di Alessandro Manzoni vista attraverso gli occhi del Griso e di Don Rodrigo nel letto di morte: “ho un gran sonno… Levami un po’ quel lume dinanzi, che m’accieca… mi dà una noia […] Il Griso prese il lume, e, augurata la buona notte al padrone, se n’andò in fretta, mentre quello si cacciava sotto. Ma le coperte gli parvero una montagna. Le buttò via, e si rannicchiò, per dormire; ché infatti moriva dal sonno”.

Si passa poi all’esecuzione ne Il muro di Jean-Paul Sartre: “non volevo più pensare a ciò che sarebbe successo all’alba, alla morte. Questo non concludeva nulla, non m’imbattevo che in parole e nel vuoto. Ma non appena cercavo di pensare a qualcos’altro, vedevo delle canne di fucile spianate contro di me”.


La Morte

Tolstoj raccontato attraverso i pensieri di morte di Ivan Il’ič: “Non ci sarò più. E allora? Allora non succederà niente. E dove andrò a finire quando non ci sarò più? […] Piangeva sulla propria impotenza, sullo propria orribile solitudine, sulla crudeltà della gente, sulla crudeltà di Dio, sull’assenza di Dio”; e ancora la lode di Jacopone da Todi (“O frate meo”), con la metrica trasformata in una cantilena che si conclude sugli archi dei pochi ospiti (Teresa Tondolo al violino, Viola Mattioni al violoncello e Lucio Corenzi al contrabbasso e alla batteria).

Nel secondo lato si passa dall’inferno di Manganelli a Palomar di Calvino per tornare ancora a Jacopone da Todi e chiudere con Il Re pallido di David Foster Wallace: “La nostra piccolezza, la nostra insignificanza e natura mortale, mia e vostra, la cosa a cui per tutto il tempo cerchiamo di non pensare direttamente, che siamo minuscoli e alla mercé di grandi forze e che il tempo passa incessantemente e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà più”.

Vinile

È un lavoro particolare che non piacerà a tutti. I brani letterari, scelti da Uocki Toki tra i testi selezionati da Giovanni Succi, vedono un tappeto di elettronica (e field recording, come gli archi registrati nella cappella del cimitero comunale di Saludecio di Rimini) fare da sfondo alla voce, facendo tornare alla mente i vecchi dischi delle fiabe sonore in una veste decisamente meno favolistica e più inquietante. È un lavoro valido che, anche grazie alla tiratura ridotta, diventerà un oggetto di culto.

Vinile

All’interno del vinile nessun riferimento agli autori dei passaggi scelti; perché, come detto da Succi, “la conoscenza dei brani deve lasciare il posto alla condivisione”, per esorcizzare la morte e restituirci gli autori in una veste nuova, con parole non più mortali.

Per ascoltare il LATO A  –  Per ascoltare il LATO B