Preghiera di fine anno – di Andrea Accardi

.golconde

Lascia ch’io perda la memoria.
Fammi dimenticare le domeniche in famiglia,
i pranzi coi parenti, l’agnello in mezzo ai denti,
le spine della triglia. Cancellami dalla mente
il sorriso degli agenti immobiliari,
la città nel primo pomeriggio,
la campagna da giugno a maggio,
i saluti lungo i binari.

Non voglio più contare il Tempo con le dita,
la lunghezza della vita col metro da sarto,
se resto, se parto, se programmo un viaggio,
la durata degli amori, il cambio di stagione,
il taglio dei capelli, le influenze di passaggio,
confondi tutto in un gran polverone.

Nella strettoia delle cose che capitano,
concedimi infine la svista del pallone,
lo scarto, la deviazione.
Aiutami a distinguere la curva del clinamen,
il caso che si oppone alla causa, e vince.

Amen.

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18 comments

  1. Insomma, questa preghiera invoca per grazia di dimenticare la vita, nientemeno!, come fosse un mal di denti da sputar via, con sollievo se non con disgusto? La vita? Che cos’è? Il solito “male di vivere”? Quel tormentone regalatoci da Montale e da altri? Ma non è una fortuna essere stati scelti a vivere, tra miliardi di miliardi di possibilità, proprio noi, proprio noi siamo ora qui a dire io in questi corpi, a trascorrere domeniche in famiglia, a far pranzi coi parenti, con l’agnello che ti si spande in bocca (altro che in mezzo ai denti! O era per fare rima?), e tante altre cose banali e che pure danno sostanza e continuità alla vita… La ‘svista’? Lo ‘scarto’? La ‘deviazione’? Ma son cose che sprizzan su dalla nostra fantasia, che è un altro dono della vita, della vita!, che ad essa è per gran parte affidata, perché ne riceva senso e adornamento. La vita è buona o cattiva, bella o brutta, lieta o triste anche a seconda della fantasia che si possiede, e che la trasfonde in un’avventura meravigliosa, con tutti i guai e le sofferenze ed i mali che necessariamente comporta… nonostante la morte!… che può essere uno strappo inconsolabile o il coronamento d’un impegno nobile e appassionato. Il Montale ebbe la vista corta quando disse:

    Spesso il male di vivere ho incontrato,
    era il rivo strozzato che gorgoglia,
    era l’accartocciarsi della foglia
    riarsa, era il cavallo stramazzato….
    Bene non seppi, fuori del prodigio
    che schiude la divina Indifferenza:
    era la statua nella sonnolenza
    del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

    Il Montale non aveva visto che il rivo s’ingorga per poi uscire agli spazi liberi di pianure e valli e alla fine farsi mare a perdita d’occhio affine all’infinito, e che la foglia si accartoccia dopo aver elargito verde lussureggiante ed energia vitale per due stagioni, con la prospettiva – che è bella anche solo come sogno – di rinascere a quel lussureggiare anche nelle stagioni seguenti; e infine non ha visto che il cavallo stramazza per essersi tante volte lanciato nelle corse lampeggianti che gli han dato il dominio delle distanze, il brivido d’essere attraversato dal potente respiro della natura. Tutto ciò il Montale non lo ha saputo vedere, e così ha celebrato la “divina indifferenza”! E che cos’è? Il vivere come un tronco immobile benché effigiato a statua, che dà di fantasia ad altri, ma non a sé, che è materia irrigidita in un secco sul quale non passano neppure i venti, virando altrove, senza neppure una sosta sopra quel cieco aridume!
    Domenico Alvino

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    1. Ed anche la nuvola… Avete mai alzato lo sguardo al cielo a vedere gli incantevoli spettacoli che offrono le nuvole? E non è bellezza del mondo, alla quale s’incanta la vita? E “il falco alto levato”, con tutto quel che vi si metaforizza, non è vita ad altissimo livello?
      Domenico Alvino

      P. s. Cara Egetta, quando non si sa che dire, ci si attacca a pretsti miserelli, come cotesto di dire che l’altro è logorroico. Mentre invece ringrazio Andrea per i suoi complimenti, e a mia volta mi complimento con lui per essersi lasciato captare dall”ottimismo”, come egli dice. Ma non è ottimismo – che solitamente è illusione – è invece realtà. Quanto all’ironia, devo rammentare che essa in genere si esercita contro ciò che si disapprova o si disprezza o mal si sopporta, e lo si vuole buttar giù dai fastigi… e che cosa nella fattispecie? La vita, nientemeno!

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  2. Andrea l’ironia è bene prezioso e non verboso, come ben tu sai. perciò ti ringrazio per questa bellissima poesia (e lo farà pure Egetta, a doppia mandata)

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  3. Non si può ritenere che il volersi tenere lontani, il chiamarsi fuori, dai meccanismi logori e dalle dinamiche che usualmente scandiscono il quotidiano, rappresentino un controcanto alla vita tutta. Anche per me, per questo, egregio Alvino il suo commento appare smisurato, fuori misura . Tuttavia il suo commento rimane meraviglioso, forse più della pur riuscita coniugazione delle rime interne in questo brano; è una meravigliosa cosa da leggere ed avrebbe meritato maggiore attenzione, maggiore apertura e confronto. I poeti dovrebbero smetterla di scrivere fissando lo specchio, i lettori scelti appostati sul tetto dovrebbero trovare il tempo di alzare gli occhi e guardare le nuvole.

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