Giorno: 21 dicembre 2012

“La fine del mondo?”, di Annalisa Bruni

berlino 2011 - foto gm

Me l’avrà chiesto già un centinaio di volte.
“E così, sarebbe venuto a trovarla un angelo, per annunciarle la fine del mondo?”
Io davvero non so più come rispondere. Intanto quel “sarebbe” mi suona sempre più offensivo. Che non mi crede l’ho capito, non sono mica scema. Pazza, forse, come pensa di certo lui, ma scema proprio no.
E io gliel’ho ripetuto altrettante volte.
“No, non sarebbe! È venuto un angelo, o meglio, è comparso un angelo, ad annunciarmi la fine del mondo”.
“E cosa le avrebbe detto, esattamente?”
E io, con una punta di esasperazione, fingendo di non aver notato il condizionale, glielo ridico, ancora e ancora, com’è successo.
Che fosse proprio un angelo, era ovvio, lampante: non solo per quelle due grandi ali, che gli sbucavano dalla tunica luminescente, e non tanto per i riccioloni dorati che gli cadevano morbidi sulla fronte e sulle spalle, ma soprattutto per quel sorriso androgino e asessuato che non ha mai abbandonato le sue dolci labbra, un sorriso abbastanza inquietante, a dire il vero, che non ha mai smesso di illuminargli il volto, finché mi parlava con voce flautata. Si è materializzato dal nulla, una mattina, mentre bevevo il caffè in cucina. Con delicatezza, per non spaventarmi, mi ha detto che era stato incaricato di avvisarmi, in modo che mi preparassi come meglio potevo, perché il mondo sarebbe finito tra cinquantotto giorni. La cosa più strana, però, che mi ha sorpreso forse più della sua apparizione, è stata la tranquillità con cui ho ascoltato ciò che mi stava dicendo, senza paura, senza angoscia, senza panico. Come se mi avesse detto che tra cinquantotto giorni avrei partorito Gesù Cristo. Mi sono messa a ridere, naturalmente.
Sono sempre stata una credulona, lo ammetto, ma sulle prime non ho potuto prenderlo sul serio, se proprio lo volete sapere. Però, un poco alla volta mi ha convinta, anche per merito di un vocione che a un certo punto ha frantumato le nubi, rimbombando dalla finestra e urlando “Ti vuoi sbrigare? Non penserai mica di perdere tutto questo tempo con ogni persona che hai nell’elenco? Che ti creda o no, tu l’hai avvisata, passa al prossimo, fila!”. Beh, questo è stato davvero impressionante. Guardo il poliziotto e gli chiedo come avrebbe reagito se fosse successo a lui. Che poi, è solo questione di giorni. Vedrete che capiterà presto anche a lui, una visita del genere, ne sono sicura.
Lui mi guarda abbassando un poco gli occhiali, mi lancia un’occhiata impenetrabile da sopra le lenti, non risponde.
“E comunque”, gli dico, “guardi che nemmeno io posso star qui a perdere tempo con lei, sa?, perché devo completare la mia lista”.
“Ah, ecco. Parliamo di questa sua benedetta lista”, mi fa lui.
Sì, parliamone, anche perché è a causa sua che sono cominciati i miei guai. In modo indiretto, forse, ma è per questa lista che sono qui.
Questo omuncolo in divisa, che si dà un sacco di arie solo per il fatto di stare dall’altra parte della scrivania, estrae dalla tasca un foglio, che conosco molto bene. Me l’ha tutto strapazzato a forza di aprirlo e chiuderlo, di ripiegarlo e rigirarselo nelle mani, tra l’altro. Senza nessun rispetto.
“È questa la lista?”, mi chiede.
Al che io, di rimando: “ È proprio necessario continuare con le domande retoriche?”
Ovvio che è questa, e lui lo sa benissimo. Mi avrà ripetuto la gag non so più quante volte. E comincia a leggere i punti dell’elenco. Che del resto conosco a memoria.

COSE DA FARE PRIMA DELLA FINE DEL MONDO
1. Mollare il lavoro, mandare finalmente a quel paese chi so io, andarmene sbattendo la porta per non tornare più.
2. Un giro del mondo. Non servono più 80 giorni, dato il progresso dei mezzi di trasporto, quindi ce la dovrei fare, in circa metà tempo, no? Qualche soldo messo da parte ce l’ho e, se prenoto subito, dovrei trovare delle soluzioni di voli low cost interessanti, sempre che tutti non abbiano già avuto la mia stessa idea. Cosa molto probabile. Quindi qui ci mettiamo un bel punto interrogativo.
3. In alternativa, se è tutto overbooking, ci potrebbe stare una lunga crociera nei mari del Sud: feroci pirati o comandanti codardi non possono certo farmi più paura e poi l’ho sempre detto come un mantra “prima di morire voglio farmi una bella crociera”: questo è il momento giusto.
4. Rivedere tutte, ma proprio tutte le persone importanti della mia vita, quelle che ho amato e che ho odiato, quelle che ho lasciato e quelle che mi hanno lasciato, per perdonarle e farmi perdonare. Da questa terra vorrei partire leggera, se possibile.
5. Leggere i classici che ho sempre lasciato da parte (e di cui non dirò i titoli nemmeno sotto tortura).
6. Mangiare e bere finalmente tutto quello che mi piace, perché, a ‘sto punto, chissenefrega della dieta?
7. Provare tutte le droghe, perché tanto, che male possono farmi, ormai? Questo potrebbe essere divertente.
8. Rapinare una banca a mano armata, consapevole del fatto che sarebbe un atto di giustizia e non un crimine, e questo sarà ancora più divertente; però temo che, vista la fine del mondo, troverei la cassa vuota perché molti altri mi avranno certamente preceduta.
9. Gli ultimi sette giorni voglio passarli in riva al mare, in una spiaggia orientata a Occidente, in un paese caldo, dove potermi sedere ad aspettare ogni sera il tramonto sulla linea dell’orizzonte, seduta sulla sabbia, accanto all’uomo e alle persone che amo, ai miei figli (se vorranno, ma ne dubito) e da lì attendere la fine, in silenzio.
10. E l’ultima sera voglio passarla cantando a squarciagola tutte le canzoni che hanno segnato la mia, la nostra vita, magari attorno a un falò, accompagnati da una chitarra. All together.

“Senta”, dico con tutta la calma di cui sono capace, vista la situazione “mi ha interrogato per ore e siamo sempre allo stesso punto. Sì, questa lista l’ho scritta io. È un delitto, forse, organizzarsi per affrontare nel migliore dei modi ciò che l’umanità aspetta da che mondo è mondo?”
Lui, per la prima volta, mi guarda con tenerezza e mi sorride.
“Signora, mi ascolti bene. Organizzarsi non è certo un delitto. Licenziarsi, di questi tempi, è una follia, ma ognuno di noi è libero di rovinarsi come crede”.
“Ah, ecco”, dico io.
“La legge non ci vieta di sperperare i nostri soldi in viaggi e crociere”, continua lui.
“Appunto!”, aggiungo io.
“E non c’è nulla di male nel decidere di andare alla ricerca di tutte le persone che hanno condiviso con noi i momenti più importanti della nostra vita, anche se…”
“Anche se?”
“Anche se, magari, qualcuno potrebbe non essere d’accordo, no? Qualcuno potrebbe sentirsi infastidito, potrebbe non gradire… Ha mai sentito parlare di un reato che si chiama stalking?” mi sibila lui.
“Beh, ma quella denuncia è un’esagerazione, dài. Vittorio è sempre stato eccessivo nelle sue reazioni, lo sanno tutti. Per questo ho chiesto il divorzio. Senta, adesso non verrà a contestarmi anche il fatto che ho deciso di colmare le mie lacune letterarie, o che mi sono messa a magiare e bere, finalmente, tutto quello che voglio, vero? Qui mi sembra un manicomio”.
“No, certo. Questo rientra nelle sue facoltà”, mi risponde.
“Ci mancava altro!”, dico io.
“Però…”
“Però?”
“Lei si rende conto, vero, signora, che il consumo di sostanze stupefacenti è illegale, ma che soprattutto non è possibile entrare in una banca con la testa infilata in un collant, brandendo una pistola – poco importa che fosse un giocattolo – e urlando fermi tutti, questa è una rapina?”

Quando arriviamo a questo punto, mi metto sempre a ridere. Di tutto il mio programma, questa è stata la parte più spassosa. Mi sono rivista su youtube ed ero proprio buffa con quella roba in testa che mi faceva sembrare una coniglietta. Sono usciti anche dei fotogrammi della registrazione a circuito chiuso, sui giornali: avevo il piglio della professionista. Fredda, sicura, determinata. E che soddisfazione, vedere la sorpresa, prima, e poi lo spavento della cassiera, mentre mi consegnava il denaro. L’errore è stato scegliere la filiale della mia banca, poco lontano da casa: mi hanno riconosciuto tutti, subito. E sono venuti a prendermi. Per questo sono qui.
“Ma ho restituito il malloppo, e mi sono pentita. E poi, senta, il mondo sta per finire. E io devo completare il mio programma”, gli dico.
Dall’occhiata che mi fulmina, capisco: non ci saranno sconti, non per me.
“Almeno”, chiedo, “non potrebbe mandarmi a Procida?”
“Prima di tutto a Procida non c’è più una struttura carceraria…”, mi dice lui.
“Ah, no?”, e cerco di ricordare di che anno è L’isola di Arturo, che ho letto da poco.
“E poi mica si tratta di scegliere un albergo, sa?”
“Porto Azzurro, all’Elba, allora…”
“Anche fosse, lì ci vanno gli ergastolani, signora, mica i rapinatori”.
Un’idea mi illumina, all’improvviso.
Se mi fanno uscire, posso sempre uccidere Vittorio, così mi mandano lì. Qualche giorno, prima della fine, mi rimane, magari ce la faccio a passare l’ultima settimana al mare. Non sarà proprio in spiaggia, non avrò al fianco l’amore della mia vita, ma io sono una che si accontenta.
Che mi legga nel pensiero, questo piedipiatti?
Lo vedo sbiancare, gli occhi sgranati gli si colorano di uno stupore terrorizzato. Lo sguardo, però, mi oltrepassa e si fissa dietro le spalle, da cui sento arrivare un leggero movimento d’aria.
Mi volto, ed eccolo lì, l’angelo, proprio lui, che gli dice, sorridendo:
“Sono venuto ad annunciarle la fine del mondo…”

(Racconto scritto per la “Rivista Orale”, andata in scena al Centro Culturale “Candiani” di Mestre, ottobre 2012)

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ritratto2009Annalisa Bruni, è nata a Venezia e vive a Mestre. Lavora alla Biblioteca Nazionale Marciana, dove organizza e promuove mostre ed eventi, cura la comunicazione dell’Istituto e l’Ufficio Stampa. Insegna inoltre ‘scrittura creativa’ ed è attivamente impegnata nella promozione della lettura.
Ha pubblicato su quotidiani, riviste, antologie e siti web. Nel 2002 ha pubblicato il suo primo libro Storie di libridine, finalista al Premio Settembrini – Regione Veneto 2003. Ha scritto radiodrammi prodotti da radio RAI3 e dalla Radio Nazionale Croata. Ha collaborato con la Radio Svizzera Italiana come sceneggiatrice.
Il suo secondo libro di racconti è Altri squilibri, pubblicato nel 2005. La sua ultima raccolta, dal titolo Della felicità donnesca e altri racconti (Nova Charta), è uscita nel mese di gennaio 2008.
Nel novembre 2008 è uscito il volume M’AMA? Mamme, madri, matrighe oppure no, a cura di Annalisa Bruni, Saveria Chemotti e Antonella Cilento (Il Poligrafo). Nel 2011 ha partecipato, con il racconto Non mi pento, all’antologia Sorci verdi. Storie di ordinario leghismo, edizioni Alegre. Nell’ultimo “Almanacco del Bibliofilo”, anno XXII, n. 22, 1 gennaio 2012, a cura di Mario Scognamiglio, ha pubblicato il racconto: L’assenza.
Ha un suo sito internet: http://www.annalisabruni.com [sito dal quale ho tratto le informazioni di questa nota bio-bibliografica, f.m.].

Gli anni meravigliosi #7: Heinz Czechowski

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La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDRfu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

In questa settima tappa torno a occuparmi di Heinz Czechowski, autore del quale ho presentato qui su Poetarum Silva, qualche mese fa, l’antologia Il tempo è immobile, uscita in questo anno 2012 per i tipi di Del Vecchio editore. Nella mia nota di lettura, che, citando Czechowski, portava il titolo Miti e ostinati scorrono versi lungo i fiumi,  proposi, tra l’altro, la mia traduzione di un suo sonetto dei primissimi anni Sessanta, An der Elbe (Sulle rive dell’Elba).
Poeta e scrittore un tempo molto famoso e apprezzato soprattutto nella DDR, tanto da ricevere, nel 1976, il premio “Heinrich Heine” e nel 1984, su proposta di Christa Wolf, il premio “Heinrich Mann”, Czechowski si spense in una clinica nei pressi di Francoforte nell’ottobre 2009, dimenticato quasi da tutti. La sua produzione poetica offre la possibilità di conoscere la ricca e complessa esistenza del poeta che, nato nel 1935, appartiene a quella generazione che ha vissuto il nazismo in età infantile e la cui età adulta si è realizzata in gran parte nella Germania divisa. In Czechowski, definito dai più un poeta “soggettivo e storico” insieme, lo sguardo della poesia, così legata agli eventi, è sempre fortemente filtrato dalla soggettività, la poesia stessa è un’interrogazione sull’Io: «Dietro alle domande che devo pormi si cela il problema dell’identità del soggetto con se stesso e con la società in cui vive». E la risposta a queste domande è ancora una volta compito della poesia.
La poesia proposta oggi, Schafe und Sterne, dà il titolo alla raccolta di Czechowski, pubblicata nel 1975 dalla casa editrice Mitteldeutscher Verlag. Nella traduzione di Paola Del Zoppo, il titolo, Pecore e pianeti,  conserva l’allitterazione del titolo originale, che letteralmente significa “Pecore e stelle”.

PECORE E PIANETI

Pecore e pianeti: la notte
Li mantiene uniti, un cane
È il vento, su zampe senza suono,
Carezza le acacie, un pastore
Siede sotto, duemila anni
Vede nell’acqua bruna di limo
Pensa ai turchi,
Vede degli armeni
Le case sul pendio, li vede salire
Sulle scale
Su nella notte.

Pecore e pianeti sono i suoi pensieri,
In fondo alle sacche
Fruga tra aglio e
Tabacco grigio.

Pecore e pianeti
Li porta a unirsi nei suoi pensieri
Li conduce, li guida
Ne conosce i segni
Ne vede l’orbita notturna
Intorno alla città.

Pecore e pianeti,
Zar e visir,
Cacciati e cacciatori.

Una volta i partigiani vennero,
Spartì quello che aveva con loro.
Per settimane stettero via tra i monti,
Giù nella valle lui vide le auto in colonna,
Vide le tracce: fucilati, impiccati,
Vide il fiume ingrossarsi e prendere con sé
Morti e morte, detriti di montagna.

Pecore e pianeti gli sono rimasti.
Pecore e pianeti. Chi distingue
Pecore e pianeti, quando abbuia? La notte si
Propaga nella valle,
Strappa via le pecore
Strappa via i pianeti.

Pecore e pianeti.

Pecore e pianeti:
Nel cielo un ariete
Abbassa le corna
Sbatte, sbatte nel vuoto.
Il vento è un cane
E segue cacciando.
E il fiume è il visir,
Lo zar e la SS e mantiene la legge marziale.

Pecore e pianeti gli sono rimasti,
Siede, e li vede,
Li mantiene uniti.

(da Heinz Czechowski, Il tempo è immobile – Poesie scelte. Cura e traduzione di Paola Del Zoppo, Del Vecchio 2012, pp. 102-107)

 

SCHAFE UND STERNE

Schafe und Sterne: die Nacht
Hält sie zusammen, ein Hund
Ist der Wind auf lautlosen Pfoten,
Er streift die Akazien, ein Hirt
Sitzt unter ihnen seit zweitausend Jahren,
Sieht in die lehmbraunen Wasser,
Denkt an die Türken,
Sieht der Armenier
Häuser am Hang, sieht sie steigen
Über die Treppen
Hoch in die Nacht.

Schafe und Sterne sind seine Gedanken,
Tief in den Taschen
Sucht er sie zwischen Knoblauch
Und grauem Tabak.

Schafe und Sterne
Treibt er zusammen in seinen Gedanken,
Führt sie und lenkt sie,
Kennt ihre Zeichen,
Sieht ihre nächtliche Runde
Rings um die Stadt.

Schafe und Sterne,
Wesire und Zaren,
Gejagte und Jäger.

Einst Partisanen, sie kamen,
Er teilte das, was er hatte, mit ihnen.
Wochenlang blieben sie weg in den Bergen,
Unten im Tal sah er Autokolonnen,
Sah ihre Spuren: Erschossne, Gehängte,
Sah in den Fluß, wie er anschwoll und mitnahm
Tote und Totes, Geröll aus den Bergen.

Schafe und Sterne sind ihm geblieben.
Schafe und Sterne. Wer unterscheidet
Schafe und Sterne, wenns dunkelt? Die Nacht
Schleicht sich ins Tal,
Reißt sich die Schafe,
Reißt sich die Sterne.

Schafe und Sterne.

Schafe und Sterne:
Am Himmel ein Widder,
Er senkt seine Hörner,
Stößt, stößt ins Leere.
Der Wind ist ein Hund
Und jagt hinterher.
Und der Fluß ist Wesir,
Ist Zar und SS und hält Standrecht.

Schafe und Sterne sind ihm geblieben,
Er sitzt, und er sieht sie,
Er hält sie zusammen.

 

Heinz Czechowski, nato a Dresda il 7  febbraio 1935 e morto nei pressi di Francoforte sul Meno il 21 ottobre 2009, visse all’età di dieci anni il terribile bombardamento della città natale durante il secondo conflitto mondiale. Nella sua prima produzione poetica è chiaramente percepibile l’influenza della poesia di Peter Huchel. Sebbene la raccolta Schafe und Sterne, che gli diede grande notorietà, segni il passaggio da un grado rilevante di ‘letterarietà’  a una maggiore immediatezza del dire, la sua scrittura non rinuncerà mai alla conversazione con altre voci poetiche del passato – Klopstock, Hölderlin, Novalis, Annette von Droste-Hülshoff – e a lui contemporanee. In tale contesto assume particolare importanza la sua attività di traduttore (di Lermontov, Mickiewicz, Ritsos, Achmatova, Bulgakov, Zwetajewa per menzionare alcuni nomi).