da “La neve” di Francesco Filia

La neve

[Parlare di “raccolta” per il libro di Francesco Filia,  La neve, sarebbe un  errore. Siamo davanti a un poema strutturato in frammenti, trenta di preciso, che danno uno spaccato della quotidianità di Napoli, vista dall’interno: piazze insanguinate, voglie di fuga, e sbalordimento per le luci che si vedono in fondo alle piccole strade cittadine. Trenta frammenti, con dei richiami strutturali all’Inferno dantesco, ma con lievi modifiche perché la letteratura contemporanea, quella dell’ultimo decennio, non può che tentare un avvicinamento alle “chiusure” dei grandi modelli, poi astenendosi, per scelta antimanierista, dalla piena mimesis. Ci era riuscito H. M. Enzensberger, nel suo poema sulla “decadenza” della civiltà occidentale, La fine del Titanic, precisamente ripartito in trentatré cantiche. Ma erano anni di “fondazione” di “nuovi classici”. Ora la “chiusura” è solo tentata. La dialettica, analizzata da Luciano Anceschi, tra “poesia come arte anacoreta” di cui parlava Benn e la  leopardiana poesia come “accrescimento di vitalità” si ritrova in questo poemetto, sia nel linguaggio crudo che non nega nulla alle aperture liriche, sia nel verso lungo che ricorda l’endecasillabo falecio di Lavorare Stanca di Cesare Pavese. Il libro è imperniato su una negazione, su un “non-essere” e sulla distanza, già, perché la neve a Napoli non c’è se non colta nella distanza del Vesuvio. Negazione dell’esserci innevata dall’apertura alla fuga, la fuga nel paesaggio che sfuma di cui parlava il grande geografo dell’Ottocento, Alexander von Humboldt. Qui la neve è sogno purificatore ed è tensione, repressa, a ricercare – o sognare – uno spiraglio di freschezza nel degrado afoso e claustrofobico della città d’origine. Napoli, colta nel Novecento nelle sue sfumature “fiabesche” ed al contempo “reali” dalla romana Anna Maria Ortese, in questi anni torna al centro di scritture di successo e di scritture di respiro filosofico. La neve è tra questi ultimi. Per concludere: ho capito molto più su Napoli in Futuro semplice di Gianni Montieri – e nei suoi inediti da (Sud) in caso di morte – e in La neve di Francesco Filia che in tutti gli studi, i bestseller, i film e i reportage su questa città. Come avrebbe detto Sanguineti a proposito di Pavese e Pagliarani, Montieri e Filia “sognano la realtà”. Ed è proprio grazie a questo sognare la realtà e il linguaggio che la poesia riesce ad arrivare dove il reportage “realista” non può.

L. M.]

di Francesco Filia

(I frammento, Napoli 2007)

…noi siamo già quel che voi
sarete domani.

La neve, quella vera, non l’abbiamo mai vista
se non nella bocca a nord del vulcano
nei pochi giorni di cristallo dell’inverno come una minaccia
che ricorda quel che non abbiamo temuto abbastanza
ma il gelo, quello sì, è dentro di noi fino alle ossa
e lo sentiamo che morde le giunture e crepa le ossa
fino al midollo. Ce ne accorgiamo dai sorrisi tirati
dei passanti, dai gesti circospetti di chi vive per strada
dalle urla dei ragazzi impresse nell’aria, dal nostro esitare.
E non ci sono di conforto i nostri sogni agitati in piena estate
lo scambiare la notte per il giorno o il ricordo di una madre
il tepore della sua ombra. E se anche qualcuno di noi
si chiede qual è il respiro di queste strade, del loro teso
vibrare, della luce che apre spazio tra palazzi e i nostri
incerti passi affrettati rimarrà come un brusio di fondo tra
risate e un copo di clason. Tra misericordia
e cielo non c’è più tempo per esitare. L’assedio
è dentro le case. È tra la mano e il buio di stanze abbandonate
e non serve ritrarsi di scatto, anche le mura sapranno chi siamo
scrutando la paura nei nostri occhi e allora potremo solo obbedire
ascoltando il silenzio che si insinua tra il vocio e il magma di piazze
e strade, che invade portoni e giardini a mezzacosta, che copre
frammenti di dialoghi affamati di bocche e cuori e allora, tra vestiti
gettati e l’odore di arance cadute, saremo veri e senza età
come chi dovrà morire sul serio.

(VI frammento, Napoli 2007)
Il corpo di Napoli


La pioggia gronda dai palazzi lungo le strade, fino a valle
portando con sé un omissis di parole e pupille graffiate dall’aria.
Ci aggiriamo per trovare quel che abbiamo perso…un centesimo
caduto da tasca o il più remoto dei nostri ricordi, il luogo
dove batte il cuore di ogni cosa dove si riflettono
i nostri volti nell’acqua, immobile, di questa pozzanghera.
Gli occhi si sgranano falcata dopo falcata e il vento
entra dentro, fino alle alcrime e allora saprò che in questa notte
non avrò fratelli nell’ultima fuga d’amore e panico ma solo
l’allungarsi dei passi su gradoni bagnati, tra siringhe
e i due desideri impigliati nell’ultimo respiro del giorno.
Ogni gesto conduce a questo gelo di piazze senza nome
a un orrore di statue erette da millenni
alle nostre sagome impresse sul selciato a queste braccia
che ti chiedono di non abbandonare una terra di colline
e radici, marce, di non aspettare che sia troppo tardi
per dire: “Sì!”
Di ascoltare il rumore sordo di questi vicoli, il sottofondo
d’imprecazioni e vite ostinate, di fissare il niente e il suo contrario
negli occhi del ragazzo che ti punta la pistola al petto e
solo allora potremo dire di esser pronti a rinascere, quando
non ci guarderemo più alle spalle o quando finalmente
non avremo paura di dire: “addio!”

(XX frammento, Napoli 2007)


A volte si ritorna per capire se qualcuno o qualcosa
riconoscerà i nostri lineamenti ispessiti, la fosforescenza
che attraversò la nostra adolescenza, l’ardore
che avvampa le notti e le albe che ci ha reso
vivi, per specchiarsi nei vetri infranti del passato
nelle voci imprigionate tra marciapiedi e mura
per risolvere l’enigma che ancora ci divera per
capire che siamo, sempre, quel che non abbiamo
voluto, tra macerie che seguono i nostri passi
e una città che ci ha voltato le spalle.

(Ultimo frammento, Napoli 2010)


Quando sarò, veramente, disperato non parlerò più in
prima persona per dire…Aspetto il mio turno, che so
Non verrà mai!
Quante, quali parole mi serviranno per dire di nuovo
Nascita, morte, ancora…per sempre?
Quando la polvere si dirada restano
macerie e detriti, mura sberciate e la certezza che non è
rimasto nessuno per raccontarlo, ma solo silenzio e radici
rinate sotto l’ultima neve che cade…nera…Accecante.

15 comments

  1. le poesie di Francesco sono splendide. L’introduzione che ne fa Luciano è quanto mai centrata (grazie per la citazione e l’accostamento).
    Sono splendide non perché io mi riconosca o riconosca un vissuto o alcuni stati d’animo, addirittura certi odori, sono splendide perché chi non sa di cosa Filia stia parlando, vedrà, in ogni caso, vedrà

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  2. Analisi densa e attenta, poesie che leggo per la prima volta e che, come gli altri, trovo davvero belle. Grazie a Luciano.

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  3. Grazie a Luciano per le parole precise e acute e a Poetarum silva tutta per l’ospitalità.
    Gianni grazie (e con te ringrazio anche gli altri per i commenti) per il commento lusinghiero (evidentemente Napoli ci assedia allo stesso modo, senza tregua!), l’accostamento di Luciano mi onora. ff

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  4. Grazie Gabriele. Fa piacere che i miei versi giungano anche a chi come te esplicitamente non predilige questo tipo di scrittura. Sì in effetti uno sfondo lucreziano nelle intenzioni è presente, agisce insieme ad altre influenze.

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  5. è davvero un peccato, dopo avere letto versi densi come questi, scoprire che non c’è modo di trovare il libro.
    è una perdita purtroppo.
    sono pienamente d’accordo con Luciano nell’accostare la poesia di Filia a dire di Gianni; lo sono perché, come ebbi modo di scrivere a suo tempo recensendo “Futuro semplice”, riconoscevo in Gianni una nuova analisi del vivere la precarietà, e il caos; e accostavo la sua cifra a un altro esempio che m’aveva colpito, ossia a quello di Pepe e al suo caos bisbetico.
    ora scopro un’altra voce che autonomamente mi racconta ciò che pochi hanno il coraggio di chiamare col proprio nome. e sono grato a Luciano per avermi fatto conoscere la poesia di Francesco Filia, e ovviamente a Francesco Filia per avere avuto la forza di esporsi alla luce con un respiro così ampio; forse sì, meno “concentrato”, come riconosce Gabriele.
    ma non si può non agire in questa direzione, mi viene da dire, quando si dà al verso una tale ampiezza di respiro poematico.
    un respiro poematico che non incontro da moltissimo tempo.

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    1. Fabio grazie per le tue parole e soprattutto per “il respiro poematico” che hai visto nei miei testi.Ne approfitto per precisare un paio di cose. La prima che riguarda ciò che sia tu che Gabriele (che ringrazio di nuovo per le sue osservazioni), con sfumature differenti avete notato, ossia l’oscillazione tra concentrazione del verso e distensione poematica, cosa che mi fece notare anche Giancarlo Pontiggia quando mi invitò a partecipare all’antologia “Il miele del silenzio” (e lui all’epoca preferì presentarmi con testi molto più “concentrati” di quelli di la neve). Nelle mie intenzioni sono presenti entrambi e mi rendo conto che la mia è una scrittura di confine (altri mi hanno fatto notare al rovescio come c’erano dei passaggi lirici che per chi non ama quel tipo di scrittura potevano stonare). Voglio precisare , forse più a me stesso, che la mia non è indecisione ma un tentativo di superare tale dicotomia, conservando l’intensità da un lato e l’ampiezza e la capacità di “narrare” dall’altro, non è facile lo so ma ci provo con i miei pochi strumenti, in quest’ottica il poema per frammenti è un tentativo (provvisorio?) di rendere allo stesso tempo la verticalità e il filo narrativo del dettato.
      L’altra cosa che volevo precisare riguarda la reperibilità del libro. in effetti in libreria è difficile trovarlo, il modo più semplice è rivolgersi direttamente all’editore Alessandro Ramberti, la sua mail è alessandro@faraeditore.it , ma le modalità di acquisto e di spedizione sono presenti anche sul sito della casa editrice http://www.faraeditore.it/ . Mi scuso per la pubblicità ma per la piccola editoria è difficile farsi trovare e quindi ho approfittato della spazio degli amici di poetarum , che ringrazio di nuovo.

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  6. guarda Francesco, mentre ti leggevo la prima volta, più che l’esempio di Enzensberger, che ci sta tutto (lo so, non è italiano questo costrutto!), mi si palesava innanzi il precedente italiano più compiuto in questa direzione: il Bertolucci di “La camera da letto”. tutto ciò con i più che dovuti distinguo.
    quell’opera, che è un poema in senso moderno, agisce per frammenti, per continui aggiustamenti; al verso ampio, narrativo, intervalla momenti di puro lirismo. ma tutto ciò appartiene alla tradizione italiana da sempre. e se non vogliamo scomodare il Sommo, possiamo osservare i minori che spesso son quelli che agiscono di più sulle generazioni a seguire (il Pulci sul Berni, per capirci).
    tutto questo sproloquio per dirti che non è negativa, per me, la non concentrazione

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    1. sì fabio avevo inteso che la tua (e quella di Gabriele) non era un’osservazione negativa ed è vero che la scrittura per frammenti è una componente della letteratura italiana che evidentemente con tutti i dovuti ridimensionamenti del caso agisce anche sulla mia di scrittura (il mio appunto è un tentativo di superare conservando) e condivido anche la tua lettura benjaminiana della tradizione, i minori influenzano molto di più proprio perché nelle loro opere non essendo capolavori è più facile leggerci le strutture ad esse sottese. Grazie ancora del confronto.

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  7. Grazie Gabriele per l’ulteriore precisazione e per l’accostamento a Canali, che non conosco bene, ma che approfondirò. Se ti interessa qualcosa dei testi pubblicati nell’antologia di Pontiggia è qui http://www.rivistasinestesie.it/ARCHIVIO/scritti_poesia/filia_inediti.php . nell’antologia, oltre a questi testi tutt’ora inediti nella loro interezza, erano presenti anche frammenti del mio primo poemetto “Il margine di una città” dove le tematiche che poi esploderanno in “La neve” erano presenti in forma più criptica e concentrata.

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