Giorno: 11 dicembre 2012

Tre traduzioni da Rilke e una nota post-filologica

di Luciano Mazziotta

Rob Gonsalves, Time pieces, © 1999 - 2012.  Discovery Galleries, LTD.  All Rights Reserved.

Rob Gonsalves, Time pieces,
© 1999 – 2012. Discovery Galleries, LTD. All Rights Reserved.

Sonetti ad Orfeo 1.XVI R. M. R.
—————————————…………………..a V. F. 
Tu, amico mio, sei solo, per questo…
Noi ci impossessiamo, poco per volta,
con parole e cenni di dita, del mondo,
forse della sua parte mancante, la più pericolosa.

Chi addita con dita un odore?
Le forze, le senti, però, le molte
che ci minacciarono, li sai tu i defunti,
la temi, inoltre, la formula magica.

Vedi, adesso è tempo di unire a fatica
lavoro incompiuto e frammenti, come fossero il Tutto.
Sarà faticoso aiutarti. Ma soprattutto: nel tuo

petto non mi piantare ché crescerei troppo in fretta.
Eppure la mano del mio Signore la voglio guidare e a lui voglio dire:
Qui. Questo è Esaù nella sua scorza.



Sonetti ad Orfeo 2. XIII R. M. R.

Sii davanti a ogni addio, come lui fosse dietro
di te, come l’inverno, che proprio adesso passa.
Ché fra gli inverni c’è un inverno che è così senza fine
che il tuo cuore, se sverna, resiste con forza.

Sii sempre morto in Euridice – cantando levati,
esultando indietreggia fino al puro rapporto.
Qui, tra i fugaci, sii, nel regno del collasso,
sii quel bicchiere trillante, che si è già rotto nel trillo.

Sii – e sappi, in quello stesso momento, la condizione del non-essere,
l’infinita ragione della vibrazione che hai dentro,
che tu con pienezza adempi quest’unica volta.

Tra le consumate così come le sorde e le mute
risorse della natura piena, tra le indicibili somme
contati tu, gioiendo, e annullalo il conto.


Sonetti ad Orfeo 2. XXIII R. M. R.

Chiamami solo in quella tua ora
che ti resiste ancora ed ancora,
vicina, che implora, come il muso dei cani,
ma sempre, ancora, rivolta all’indietro,

proprio quando tu ti convinci di coglierla.
Così la sottratta è l’ora più tua.
Siamo liberi. Siamo respinti da lì
dove eravamo convinti, fossimo accolti per primi.

In bilico chiediamo una presa,
noi a volte troppo immaturi per ciò che è adulto
e troppo adulti per ciò che mai è stato una volta.

Noi, giusti soltanto, laddove ciò nonostante celebriamo col canto
perché noi, sì, noi siamo l’ascia ed il ramo
e quella dolcezza del rischio che cresce.



Riflessioni di un ottuagenario trentenne

È una nota post-filologica questa. Non ha nulla di scientifico ma, la chiamerei quasi, Riflessioni di un ottuagenario trentenne. Nota biopoetica con un piccolo tocco di piagneria crepuscolare che si addice al contesto storico in cui mi trovo a sopravvivere e all’età che riporta la mia carta di identità. Ancora l’io: l’io-Ermes, messaggero e ermeneuta, quando, sopratutto, in una trasposizione traduttiva, l’io dell’autore dovrebbe scomparire, se non come soggetto operante sul senso delle parole di una lingua diversa, attività chirurgica su un testo depositato nella sfera immacolata dei classici e quindi quadro da osservare a distanza, avvicinarsi, riallontanarsi, lamentarsi della disposizione delle luci o, meglio ancora, lettura di un epitaffio funebre scritto dai cari per il caro defunto. La traduzione è ekphrasis di una lingua morta. Giovanni Pascoli. Nei Pensieri scolastici Pascoli scrive appunto: “la lingua dei poeti è sempre una lingua morta”. Tradurre o riportare non è nient’altro che, qui, però, per me soltanto, instrumentum noscendi e ricomposizione a partire da una lingua lontana. È chiusura per poco, nel breve periodo dell’interesse, a quella che Giuliani aveva chiamato “visione schizomorfa dell’universo” e che, a distanza di 51 anni potrebbe essere modificata in “visione schizomorfa dell’universo schizomorfo”. Après le déluge si osserva la scomposizione totale; magari la si “traduce” in scritture personali, ma  ci si sospende, in modo fittizio e non-autorevole, in un tentativo, sempre represso,  di reductio ad unum. È necessario tradurre dopo il diluvio: paure, angosce, ansie, nevrosi, potrebbero avere nel (sottolineo: mio) caso di una scrittura “inter procellam” un esito  “giovanilistico”. Il diluvio o la tempesta, invece, devono essere metabolizzati e poi, solo a distanza,  sintetizzati: la rappresentazione della scomposizione ha bisogno di un approccio analitico lucido e la lucidità volta a rappresentare la scomposizione non può che aversi a distanza dalla scomposizione stessa: altrimenti si rischia la confessione o lo sfogo. Punto. Mario Benedetti. Materiali di un’identità. Sì, certo. Perché Mario Benedetti in Materiali di un’identità recupera tutte le res che hanno composto la sua esperienza, biografiche, letterarie, extraletterarie e filosofiche, e le “riduce” a un’unità- libro, a una dichiarazione di poetica che procede per “balzi” o per “lapsus” – gli stessi che assillano Petrarca, sempre sull’orlo del peccato, sempre, dicevo, ad un passo dal divenire, oltre che immaginario, peccatore reale: la sua è una trasposizione amorosa degli atti dei Lapsi, di quanti avevano abiurato la fede. Si veda quante volte anziché ripetere “ahimè”, il Francesco dice “Oh Lasso”: peccatore, caduto, da labor, laberis. E dunque Materiali di un’identità mi ha spinto a riprendere in mano Rilke ed a leggere, durante l’assenza cosmica, il Dasein, l’Hiersein, der Sinn der Figur. Lo diciamo da anni: la modernità ci obbliga a relazionarci disinvoltamente con tutti i classici, appiattiti, extrafilologicamente, come una massa informe dalla quale prendere le mosse. Che sia Eluard o Rilke, Lucini o Virgilio, Parini o Amelia Rosselli. Callimaco e Montale. Rilke. Perché post-filologica? Perché una ricomposizione e traduzione tramite e “attraversando” Rilke? In che modo? Io, e ancora l’io, scusatemi, ma di che? Vado avanti. Io ho un’intolleranza viscerale, apragmatica, etc. nei confronti di quel concetto necrofilo di “aderenza al testo”. Mi ricorda tanto la pubblicità delle gomme Michelin o le sabbie mobili di uno di quei film d’avventura degli anni ’80. Platone lo sapeva bene. Le forme del mondo, nella sua teorizzazione del Timeo, avevano origine da una “madre che tutto ingloba” e che conteneva in potenza tutte le forme che dovevano, necessariamente, essere. Upokeimene. Sostrato da cui partire ed a partire dal quale il demiurgo agiva. Quello che mi interessa nella traduzione è il wendener Punkt, il punto di svolta,  lo aveva chiamato Rilke. A partire da un tessuto formato, il balzo. Per esempio ho tradotto solo le poesie che mi piacevano. Senza fare del male a nessuno. L’aderenza al testo è mummificazione di quel testo stesso. L’aderenza al testo è fredda filologia, quella che Giovanni Giudici aveva definito come “La scienza dell’esatto del pressappoco”. E invece: “l’anello che non tiene”. E quindi ho deciso di non allegare il testo originale. E dunque Rilke.